venerdì 24 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/138: quelle luci disperse che non so ancora chiamare per nome


La parola che manca è acqua, la seconda parola che manca è cortile, manca anche la rosa per finire.

Ieri ho scritto della pioggia e la pioggia ha invaso tutti i regni e noi siamo rimasti chiusi in casa e abbiamo raccontato storie e abbiamo letto storie.

Poi abbiamo scritto, per non dimenticare, per poter rileggere e stupirci a ogni nuova lettura.

Perché le pagine sono tavole scolpite, ma le parole sgorgano come acqua e nessuna sorgente ha memoria dei limpidi zampilli.

Perché ogni zampillo è nuovo, è parola primigenia che cerca uno spazio dove stare, non importa se nell’aria o nella pagina scritta a mano.

Non importa se nel vento che geme o nell’incavo del silenzio.

Il silenzio non è lineare, non è piatto, è fatto di angoli, è concavo, è convesso. 

Se ne sta acciambellato come un gatto e si stira quando arrivano parole nuove a solleticarlo.

Nessuna parola è tale se prima non ha attraversato l’oceano del silenzio, se prima non si è bagnata e ha mutato colore, sillabe e consistenza.

Ogni parola lascia qualcosa di sé nell’oceano, per questo basta immergere le mani e contare le stelle che sono rimaste impigliate nella rete della lingua.

È dolce il movimento che porta le mani dalla bocca all’orecchio, solo così le parole possono attraversare la luce e risplendere dei significati che sappiamo donare loro.

Com’è dolce la pioggia, anche se impetuosa, si è arresa a cadere quaggiù sui selciati piegati dal caldo e scolpiti dal sole.

Cade la pioggia e una parte scivola nel terreno e l’altra parte, subito, evapora e torna nel cielo.

Lassù saranno nuove nuvole ad accoglierla e la pioggia perderà prima il nome e poi il ricordo della caduta.

La parola che manca è necessità, nessuno sa di cosa ha bisogno. La vita antica ha smesso di scintillare e tutti vediamo nitidamente che non abbiamo bisogno di più cose di quante già non siano nelle nostre case.

La parola che manca è futuro, un tempo vasto e più immenso di quel che è stato, un tempo migliore perché è nelle radici della nostra cultura credere che progrediremo e cresceremo verso un sole più luminoso.

Le parole che mancano sono così tante che ci fermiamo. Raccolgo dalla cesta di Alexandre e François – il misterioso architetto e il sapiente guerriero - le parole che hanno raccolto in giardino e in spiaggia dopo la tempesta.

Oceano è la prima parola e se ne sta in un guscio d’uovo di tartaruga, sguardo è la seconda ed è scolpita su una pietra di lava nera, stella è la terza e la stella marina morta contiene una briciola di quella luce che è arrivata dal cielo.

C’è questa tristezza da emisfero australe stasera che mi percorre i brividi e le mani e allora cerco una poesia per i miei amici e le mie amiche che condividono questi giorni, uno diverso ogni giorno, e mi danno felicità con le loro parole.



Il Sud 

Da un tuo cortile aver guardato
le antiche stelle,
dalla panchina in ombra aver guardato
quelle luci disperse
che non so ancora chiamare per nome
né ordinare in costellazioni,
aver sentito il cerchio d’acqua
nel segreto pozzo,
l’odore del gelsomino e della madreselva,
il silenzioso uccello addormentato,
la volta dell’androne, l’umido
– forse son queste cose la poesia.



Sono la cicala e il vento, il grillo che canta ogni notte sotto la mia finestra, il mare che ho visto e quello che ho sognato. Sono il cortile e questo giardino, la promessa dei melograni, un gatto addormentato nel prato, un gatto addormentato sul mio letto. Posso chiedere all’infinito e all’eternità di stilare una nuova lista.

Loro accettano, io mi siedo alla mia scrivania e resto in attesa, ascolto, poi scrivo….



Il titolo di questa Cronaca 138 è un verso dalla poesia Il Sud di Jorge Luis Borges, tratta da Fervore di Buenos Aires, traduzione di Tommaso Scarano, Adelphi 2010


El Sur

Desde uno de tus patios haber mirado
las antiguas estrellas,
desde el banco de sombra haber mirado
esas luces dispersas,
que mi ignorancia no ha aprendido a nombrar
ni a ordenar en constelaciones,
haber sentido el círculo del agua
en el secreto aljibe,
el olor del jazmín y la madreselva,
el silencio del pájaro dormido,
el arco del zaguán, la humedad
– esas cosas, acaso, son el poema.

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