mercoledì 28 luglio 2010

Mentre si scrive

Mentre si scrive non si pensa a nessuno in particolare, si scrive al buio, possibilmente sottovoce, a voce sempre più bassa, per quella che una volta era considerata l’anima degli uomini. Poi ci si accorge che nelle difficoltà delle rese stilistiche, nei dubbi e negli smarrimenti, a cui lo stile inevitabilmente approda, si cerca qualcuno, di cui si vorrebbe un assenso, un battito di ciglia, un cenno. Nel mio caso è Calvino, nella sua limpidezza, nella sua capacità d’essere semplice e cristallino. È dunque un morto a raccogliere la sparsa attenzione dei vivi. Ma a volte penso a lettori che conoscano « l’âge du fondamental», che abbiano conosciuto le delusioni e il crollo delle ideologie (la loro età non importa), che si regolino sul battito del sole, del cielo, del mare, sull’amore, sulla morte, su ciò che la vita ha di più primordiale, che abbiano conosciuto quel tanto che il vento porta via con la cenere degli astri.
Si scrive sul fondo di una prigione ideale, a cui si affacciano rari volti amici. Scrivere non è un colloquio, ma un soliloquio. Le ultime pagine di un testo di fantasia si scrivono quasi in ginocchio.

Ancora Francesco Biamonti, da Scritti e parlati
Einaudi 2008


venerdì 16 luglio 2010

Attesa sul mare


La luce e l’ombra sono due immagini, due parole che mi trascinano sempre in una esplorazione estatica quando ricorrono nella poesia e nella narrativa. Francesco Biamonti è scrittore della luce, del mare colore del vino, del paesaggio scarno di frontiera tra Ligura, un mondo intero, e la Francia quel che c’è di là. In questi giorni ho riletto il volume di racconti brevi, scritti sull’arte, presentazioni, interviste, intitolato Scritti e parlati (Einaudi 2008). Ci sono intuizioni magnifiche, il laboratorio dello scrittore raccontato dallo stesso artista. Non dirò altro sul perché io ami i suoi libri L’angelo di Avrigue (1983), Vento Largo (1991), Attesa sul mare (1994), Le parole la notte (1998), Il silenzio (2003), ma trascriverò alcuni frammenti da questo libro uscito postumo cercando di ricreare quella tessitura di parole che mi avvince nel suo universo narrativo. Inizio però dalla notevole prefazione del filosofo Sergio Givone.
La scrittura è una luce breve e intermittente. Destinata presto a spegnersi, stretta com’è fra il buio che sta prima e il buio che viene dopo. Però di tanto in tanto qualcosa fa resistenza: ed ecco, lungo il faticoso inanellarsi di pause e silenzi che le parole scandiscono, par di cogliere il senso delle cose. Naturalmente non è detto che questo equivalga a una conquista, a un’acquisizione irreversibile. Semmai è vero il contrario, poiché afferrare la verità ( o qualcosa che le somigli) e vederla dileguare è tutt’uno. Come nei sogni, quando la matassa improvvisamente si sbroglia, e gli accadimenti più strani, improvvisamente trovano una spiegazione, la quale tuttavia resta muta; e infatti non c’è chi al risveglio saprebbe ritrovarla.
Questa idea di scrittura come illuminazione e conoscenza, illuminazione che abbaglia e conoscenza che si contraddice, per Francesco Biamonti («Per me scrivere è un disastro luminoso») esprime una necessità e un dovere. Scrivere bisogna, poiché il mondo trova nella scrittura un testimone, sia pure a carico. La scrittura non è specchio del mondo. Semmai ha un valore di epifania. Scrivere significa assecondare il venire alla luce della vita non ancora pregiudicata dal sì e dal no, e cioè dal bene e dal male, ma che si sottrae all’opacità nell’istante in cui, come Biamonti afferma, oltrepassa la soglia della coscienza e si fa correlato oggettivo. Non che la coscienza proietti se stessa sulla realtà. È la realtà che entrando in contatto con la coscienza diventa metafora.
E ora Francesco Biamonti:
Tutta la vita psichica è investigazione, investigazione che cerco di tradurre in immagini. E ognuno è solo su questa terra si sfondi di cielo, di mare o montagne.
Stile e ispirazione
Cosa si fa prima dell’ispirazione? Ma che domanda è questa. Posso dire quel che ho fatto in questi giorni. Un mattino, ho guardato il cielo: era di un blu violento e vi passavano nuvole bianche che sembravano urtare alle rocce. Un altro giorno ho camminato tra gli ulivi. Un uomo stava falciando le terrazze prima dell’aratura. Le erbe si stagliavano su un fondo di anemoni che cominciavano a deperire; v’erano pure dei pennacchi d’argento, piegati dalla brezza, che sembravano lanciare una muta implorazione.
Si scrive sull’onda di ciò che si vede o di ciò che si ricorda. Scrivere è circoscrivere un’emozione, sognarne qualche altra omologa a quelle della vita.
La sera, sovente, vado a guardare il mare: si alza nel cielo e palpita prima di sparire. La notte, prima di scrivere, lo ricordo. Cerco lo stile, che garantisce l’avvenimento e l’illusione. Immagino il personaggio a contatto delle cose (nello sbalordito stupore che le cose gli danno) o in preda ai ricordi.
La giornata di chi scrive è fatta di contemplazione, l’azione è subito corrosa. In chi scrive si annida una sorta di monaco che sabota l’azione. La meditazione sulla vita si allarga nello spazio e nel tempo. Si sente piangere l’ora che passa nel vento, coi suoi diamanti estremi.
Attesa sul mare
Il mare con i suoi silenzi, la terra con i suoi disastri: ecco le ossessioni che mi hanno costretto a scrivere questo libro, dove tutto è attesa…
Ogni romanzo è un viaggio nel buio, intervallato da una luce cosmica e da una luce creaturale. Per essere più preciso, ho pensato a Cézanne e ho pensato a Rembrandt…
In questo libro l’uomo è l’essere delle lontananze. In una sorta di solidarietà, da vecchio equipaggio, che lo unisce alla terra, guarda al cielo e alla cenere degli astri.


Francesco Biamonti
Scritti e parlati
Einaudi 2008

giovedì 15 luglio 2010

Il linguaggio della notte

 
L’estate è la stagione delle riletture. Ogni anno pesco dalla libreria dei libri da tenere e rileggo volumi che appartengono al passato, alla gioventù, all’apprendistato. Da ragazza leggevo sempre i libri dove gli scrittori parlano di libri, di scrittura, dell’arte di narrare, del perché si scrive, del come si scrive. Non che adesso non lo faccia più, anzi, ma l’occhio che guarda e lo spirito che esplora sono molto diversi da allora. Uno dei libri divorati nell’estate del 1986 è Il linguaggio della notte di Ursula K. Le Guin, pubblicato allora dagli Editori Riuniti e mai più ristampato. Mi piace rileggere e vedere se le sottolineature, i simboli e le note di lettura cadono sugli stessi temi o se sono cambiati i punti di attenzione. In questo caso la risposta è sì, molte cose sono cambiate, in me e nel mondo. La caduta del muro, la disfatta del comunismo reale, la globalizzazione, internet, matrix erano tutte cose inimmaginabili e a distanza di anni mi sembra che cercare di capire il mondo e i propri simili fosse davvero più facile. Non posso non chiedermi dove la storia ha scartato per portarci in un presente claustrofobico che non dovrebbe essere così, non dopo le due guerre mondiali, la Shoah, la Resistenza, il boom economico, il femminismo, il sessantotto. Perché le origini non hanno portato a un mondo più solidale e giusto? Perché le donne vivono in nazioni patriarcali pre-moderne e in Italia sono trattate per lo più come graziose gallinelle da compagnia e da decoro? Perché i vecchi non vogliono invecchiare e i giovani faticano a crescere? Perché tutti si rassegnano ai diktat della moda, della pubblicità, della chirurgia estetica? Credo che le donne dovrebbero ribellarsi, per se stesse, per il piacere di invecchiare senza patemi, per il privilegio di vedere i propri capelli diventare bianchi, noi che siamo cresciuti in tempo di pace e di prosperità economica. Credo che anche i giovani dovrebbero ribellarsi a questa società che non si cura di loro, che nega dignità agli anni di studio e fatica, che nega la dignità del lavoro e li costringe a essere eterni stagisti, minorenni a vita. Il libro della Le Guin da cui parte questa divagazione, è pieno di riflessioni politiche oltre che di spunti interessanti sulla scrittura, sulla fantascienza e sulla fantasy. La fantascienza negli anni sessanta e settanta pareva la letteratura del futuro. Invece siamo sommersi di letteratura gialla, omicidi e ispettori, come se la realtà fosse ridotta solo a questo. Intendiamoci anch’io leggo gialli e polizieschi, non d’estate però, di solito li accumulo e li leggo durante le vacanze di natale. Non mi perdo un libro di Camilleri e Montalbano, di Alicia Gimenez Bartlett e Pedra Delicado, di Fred Vargas e Adamsberg, di Carofiglio e Guido Guerrieri. Però nei libri cerco anche altro, cerco le cose che non so e quelle che non sapevo di sapere, e quelle che credevo di sapere ma erano sbagliate. Nella poesia l’eccedenza di senso, la ricerca di trascendenza sono ancora più forti. La poesia deve trascinarmi nella luce e elevarmi nell’oscurità. Sulla poesia contemporanea credo che tornerò perché qui la deviazione sarebbe troppo lunga. Chiudo con qualche frammento sparso della Le Guin della quale mi toccherà andare a rileggere i due libri più belli La mano sinistra delle tenebre, cioè The left hand of darkness, e I reietti dell’altro pianeta il cui titolo originale The dispossessed è tutta un’altra cosa. Chissà se la casa editrice Nord li ristamperà prima o poi.
E ora i frammenti:

Coloro che rifiutano di ascoltare i draghi sono probabilmente condannati a passare la loro vita nella rappresentazione degli incubi dei politici. Ci piace pensare di vivere nella luce del sole, ma il mondo per metà è sempre nelle tenebre; e la fantasia, come la poesia, parla il linguaggio della notte.

L’esercizio di un’arte significa continuare a cercarne l’orlo estremo.

Leggiamo i libri per scoprire chi siamo. Che cosa fanno, pensano e sentono altre persone, reali o immaginarie, o che cosa hanno fatto, pensato e sentito, o che cosa potrebbero fare, pensare e sentire, è una guida fondamentale per poter comprendere che cosa siamo e potremmo diventare noi stessi. Una persona che non abbia mai conosciuto un altro essere umano non potrebbe essere capace di introspezione più di un terrier o di un cavallo; può darsi (ma è improbabile) che riesca a mantenersi vivo, ma non potrà sapere niente di se stesso, per quanto a lungo abbia vissuto con se stesso. E la persona che non avesse mai sentito raccontare o letto un racconto, un mito, una parabola, o una storia, rimarrebbe ignara delle altezze e degli abissi dei suoi stessi sentimenti e del suo spirito, non saprebbe davvero pienamente che cosa sia essere umano. Perché il racconto, da Tremotino a Guerra e pace è uno degli strumenti fondamentali, inventati dalla mente dell’uomo, per conquistare il giudizio. Ci sono state grandi culture che non usavano la ruota, ma non ci sono state culture che non narrassero storie.

Essere liberi, in fondo, non vuol dire non avere disciplina. Direi che la disciplina dell’immaginazione in realtà può essere il metodo o la tecnica fondamentale sia dell’arte che della scienza. È il nostro puritanesimo, con il suo insistere che disciplina significa repressione o punizione, a rendere confusa la materia. Disciplinare qualcosa, nel significato corretto della parola, non vuol dire reprimerla, ma coltivarla, incoraggiarla a crescere, ad agire, a fruttificare, sia che si tratti di un albero di pesche che della mente di un uomo.

Di solito i maghi sono attempati o senza età, fatto decisamente corretto e fedele agli archetipi. Ma che cosa erano prima di avere barbe bianche? Come hanno imparato quella che è chiaramente un’arte erudita e pericolosa? Esistono istituti per l’istruzione di giovani maghi?
(Chissà se la Rowlings si è ispirata alla Le Guin per iniziare a scrivere la storia di Harry Potter???)

L’artista che si spinge più profondamente dentro di sé, ed è un viaggio doloroso, è l’artista che più ci tocca nell’intimo, che più ci parla in modo chiaro.

martedì 13 luglio 2010

I colori, la luce

Ma i colori, quelli no, non sono cambiati.
I colori nel sud hanno una sola dimensione, schiacciati dalla luce e dall’estate, senza sfondo. I casali, i tetti, i maggesi, le chiome delle querce e degli ulivi, i campi di granturco con le pannocchie pendule tra le foglie, il greto argilloso dei torrenti in secca, le spiagge bianche che orlano le costiere.
Colore puro, cotto dal sole. E le strade di terra che viaggiano in mezzo al colore. Il celeste delle finestre chiuse sui muri ocra non intonacati. Il verde brillante dei castagni, il giallo dei covoni, il blu del mare. Perfino il mare, d’estate, sembra immobile, laccato, senza respiro.
La natura, sotto la luce del sud, ferma l’attimo e lo rende eterno nella sua silenziosa fissità.
Il silenzio ha i suoi rumori. Il martelletto delle cicale è uno di quelli. Quando sotto la calura la cicala arresta per un attimo il suo canto, il silenzio s’interrompe.
Un altro rumore del silenzio è l’abbaiare dei cani nella notte. Tu ti svegli quando tacciono e la luce della luna arriva con le sue ombre di tenerezza fino al tuo letto. Ti riaddormenti quando i cani riprendono ad abbaiare e il silenzio riempie di nuovo la notte sonora.

Dormono le cime dei monti
e le vallate intorno,
i declivi e i burroni.
Dormono rettili, quanti nella specie
la nera terra ne alleva,
le fiere di selva, le varie forme di api,
i mostri nel fondo cupo del mare.
Dormono le generazioni
degli uccelli dalle lunghe ali.

Così vorrei che ogni sera un canto come questo cullasse il mio riposo e quello delle creature che abitano nella mia mente e nel mio cuore.

Questo brano è una citazione del libro autobiografico di Eugenio Scalfari L’uomo che non credeva in Dio (Einaudi 2008). La poesia è il Notturno di Alcmane nella bellissima traduzione di Salvatore Quasimodo.
Ho letto il libro oggi d’un fiato, senza mai chiuderlo e senza avere mai alzato gli occhi dalla pagina. A volte mentre cerchiamo nella natura una corrispondenza al nostro stato d’animo, la risposta arriva da un libro e dal ricordo di qualcun altro. Un ricordo che mi è così familiare perché quella di Scalfari è anche la mia memoria della Calabria. Il libro è pieno di sottolineature e note ai margini. Lo riporrò nello scaffale dei libri da tenere e da rileggere. Ora me ne sto quieta ad ascoltare le cicale e a rammemorare le estati della mia infanzia.

lunedì 12 luglio 2010

Canto dello spirito della specie


La mia specie viene dall’ombra,
da un’alba di foglie e cenere,
il suo passo scavò la cenere
e il fango degli acquitrini.
La mia specie è vaso d’argilla
Plasmato da un fuoco interno:
il sasso, il legno, la pioggia
alimentano questo fuoco.
Il solco: la prima immagine.
La pioggia: il primo strumento.
Una fiamma lambiva il cerchio
di selci, crepitando nomi.
Io aleggiavo non visto
Sospeso sulle acque dense,
mi avvolgevo in vapori torpidi,
nel cuore verde del vento.
Chiuso nel fiore dell’ombra
mi innalzavo sulle pianure,
vegliando sulla mia specie
plasmavo forme dei sensi,
stringevo nodi inscindibili
fra stelle e volti celesti,
fra radici e demoni oscuri,
fra il respiro e la terra ardente.
Soglia, confine, incantesimo:
non il mio volto vero,
ma un fiume di forme aperte
nelle vene vive del tempo.
Ora verrà un’altra specie,
viene, incalza alle soglie,
avrà occhi, ali di aquila,
volti, balzi di tigre,
avrà cuori d’acciaio, sensi
nudi, menti di ghiaccio,
scioglierà la visioni splendide
in bagliori di cifre spente…
Era questo il mio, il nostro limite.
Qui mi dissolvo e verso
piogge più fosche e gelide
degli umori di conche e grotte
mi dissolvo, torno alle grotte
dove, in ombra, sognai la specie…
Tu, presenza che passi,
non pensare al mio sogno ingenuo,
non pensare: “questa è una lapide
di foglie e di poca cenere”;
tu salva: non quella nube,
quel campo, quel fiume, quell’albero,
quel tramonto; salva lo sguardo
che vide in volto quei nomi!


Questa poesia che amo e ammiro è tratta dal libro Idioti nell'ombra di Danilo Bramati, ATI' Editore 2010

sabato 10 luglio 2010

Ascesa al Monte Ventoso

 

Prima di iniziare la salita bisogna che la luce passi attraverso gli occhi, sbianchi lo sguardo e ci lasci immemori di chi ci ha preceduto. A Vaison la Romaine l’aria brillava come se una mano feroce avesse passato la mattina a lucidare il cielo. Il mondo riposava in quella luce che chiedeva coraggio, invocava la fatica della salita, il desiderio della cima, lo sguardo che infine poteva librarsi prossimo alle nuvole. L’aria profumava di lavanda, di timo, di sale e di miele. Le api ronzavano incrociando il volo delle rondini, e il vento ci spingeva nel luogo dove lo sguardo diventa acuminato e la luce rivela i suoi segreti. Dopo uno dei tornanti, una stradina laterale, quasi nascosta dagli arbusti, finiva vicino a tre minuscole case dai colori della terra e delle rose. Una porta era aperta e c’era infisso nello stipite un cartello che invitava a entrare. Nella zona d’ombra della stanza una donna giovane con lunghi capelli biondi e ricci, stava dipingendo un vaso fatto a mano. Indossava una tunica di lino color avorio dai complicati ricami in oro. Il tempo si fermò con me a guardarla lavorare. Alle pareti erano appesi quadri che la ritraevano e i colori erano gli stessi celesti e ocra che stava usando per quella decorazione. Non dubitai che anche la mano fosse la stessa. Un cane lupo dormiva nella lama di luce sotto la finestra, il muso appoggiato al fresco pavimento di pietra. La seconda stanza sembrava vuota, ma dal piano superiore un suono di pianoforte irruppe nell’aria, così intenso e improbabile perché era musica di un altro tempo remoto, ma sbagliato. Mi fermai ad ascoltare in silenzio, in un vaso trasparente rose bianche e gialle fiorivano e appassivano sotto i miei occhi.

Quando la musica tacque mi accorsi che la donna e il cane non erano più nella stanza. Uscii ma intorno alla casa non c’era nessuno e le imposte del piano superiore vennero sbarrate. Ripresi la salita senza mai smettere di cercare quelle case a ogni giro, le vidi sino alla fine della strada, sempre più piccole, sempre più simili a un mucchietto di sassi gettati con noncuranza. In cima mi accolse un vento impetuoso, mi inginocchiai per salutarlo e rimasi a guardare l’orizzonte oscillando a ogni folata.

Al ritorno svoltai verso le case perché volevo comprare un quadro. Ma c’erano solo un mucchio di mattoni e pietre e un muro che finiva con una finestra aperta su una stanza invisibile.

venerdì 9 luglio 2010

Il bastone di Virginia Woolf

DIARIO DI V.
Io e L. siamo tanto appagati dalla nostra vita privata. Benediciamo ogni giorno che passa. È un piacere preparare la cena, leggere, giocare a bocce. Nessuno slancio patriottico. Come faremo a sopravvivere durante questa guerra? Tutto il problema sta qua. Sì. È una deliziosa e tranquilla serata d’estate. Nessun rumore. Una rondine è entrata in salotto…
IN RIVA
Il sole è alto nel cielo. A causa di una brezza delicata, i rami degli alberi ballano il valzer e le foglie mormorano per puro piacere. Una madre con i suoi due figli passa, si ferma, contempla l’orizzonte poi continua la sua passeggiata. Davanti a loro un cane corre con un pezzo di legno in bocca. Un uomo vecchio si è seduto sulla sua panchina e ha aperto il giornale. Si apparecchia il tavolo dai Paddington. Rumore di coperti. Bellissima giornata per mangiare fuori. Sulla riva di fronte, all’ombra di un ponte, un pescatore, con un berretto bagnato ben fermo sulla testa, ha aperto il suo seggiolino pieghevole e si appresta a lanciare la sua lenza. Noi chiudiamo gli occhi. Tutto è così calmo.
DIARIO DI V.
Mi sforzo di dimostrare che tutti noi inscriviamo il nostro proprio solco su questa terra, mentre talvolta ho l’impressione che tutto questo sia stato soltanto un miraggio: velocemente sparito, vissuto a grande velocità, e di cui non rimarrà alcuna traccia se non questi pochi libriccini. Ed è precisamente questo che mi fa reggere ben salda sulle mie gambe e spremere il succo di ogni istante.
IN RIVA ALL’ACQUA
Caldo opprimente. Il fiume tace. Il silenzio inebria. Quest’anno l’estate è sorta senza preavviso. Il cielo è colpito da mutismo. Qui vicino, una coppia è venuta a distendersi alla nostra ombra. Sono abbracciati, non hanno più la forza di stringersi. Di tanto in tanto il ragazzo si alza per bagnare la mano prima di accarezzare la fronte della sua amica. Gli uccelli si dissimulano negli angoli segreti. Le imposte delle case: richiuse. Delle barche si abbracciano coi loro remi al pontone. Di tanto in tanto una macchina fila lungo la strada, con tutte le finestre abbassate, con la musica a tutto volume, fuggendo dal sole che la perseguita. Sul ponte, al riparo sotto il suo ombrellone, una giovane donna dipinge sul suo cavalletto. Nonostante la calura, rimane concentrata sul suo lavoro. Di tanto in tanto, alza la testa, ci fissa un istante prima di continuare a dipingere. Dal luogo in cui ci troviamo è impossibile vedere se siamo noi che rappresenta. Forse domani ci si avvicinerà?

Questi brani sono tratti dal libro Il bastone di Virginia Woolf di Laurent Sagalovitsch. La Tartaruga edizioni. 2009

Ho letto questo piccolo volume d’un fiato, in un’alba d’estate. Così ho condiviso gli ultimi giorni di Virginia Woolf attraverso le parole del suo diario, della sua domestica, del medico curante, del marito Leonard. L’ultimo gesto della scrittrice prima di entrare nelle acque limacciose del fiume Ouse fu di piantare sulle sue rive, che erano state il rifugio estivo, il suo bastone. Come a dire che quello era il punto d’arrivo, senza ritorno, del suo cammino terreno, che solo l’acqua, l’elemento materno, non l’aria, non la terra, sarebbe stato l’ultimo elemento. Nel marzo del 1941 l’Europa era devastata dalla guerra, e il terrore della Woolf era di ricadere preda della follia. Sentiva che non sarebbe riuscita a sopportare un’altra crisi e voleva risparmiarne l’orrore agli amatissimi Leonard e Vanessa. I suoi libri mi appassionano da trent’anni. La Woolf è un genio assoluto del linguaggio e dell’arte di narrare. Il suo diario è una lettura imprescindibile per chiunque voglia scrivere. Questo libro pieno di poesia so che mi porterà a rileggere i suoi libri, l’estate è appena iniziata, si slancia nel futuro ben oltre la fine dell’orizzonte, ho tutto il tempo del mondo.

    

giovedì 8 luglio 2010

La baia del silenzio

Prima dell’alba la voce del mare è la voce del mondo. Il nero colore della notte si sfuma per sottrazione, come se ogni filo scuro venisse sostituito da un filo d’argento sempre più tenue. La luce che plana da oriente risucchia le barche ormeggiate nella lontananza dello sguardo. Le case portano l’intonaco colorato come un vestito da sera e anziché correre a cambiarsi, attendono che le dita rosate dell’aurora le tingano, così che rispecchiate nel mare, appaiano come uno strano fiore che cinge il lato occidentale della baia. Dall’altra parte i profili degli scogli e dei pini marittimi, si stagliano contro il cielo muto nell’eterno cambiamento del giorno nuovo che si annuncia. Si svegliano i passeri prima degli umani, un uomo saggia la temperatura dell’acqua, nella terrazza che domina l’agglomerato di case, una donna devota ogni mattina innaffia le piante fiorite nei vasi. All’improvviso gridano le rondini, anche se per poco. Poi le voci, qualche risata, e appena il sole ha avvolto nella calda luce gialla ogni cosa, viva o inanimata, la voce del mondo è quella delle cicale che non taceranno sino a dopo il tramonto. Il mare ha onde piccole, le poseidonie danzano sul fondo, mentre pesci dalla schiena d’argento sfilano eleganti verso il largo. Le tre palme antiche sorvegliano la costa, le ore del giorno si passano il testimone pigre e languide, perché così sono i giorni d’estate. Aumentano i bagnanti sino al culmine dell’ora più calda, quando la spiaggia si svuota ed è bello tornare in acqua con l’eco di onde dell’infanzia che si sovrappone a quelle del presente. Ci si lascia rapire dalla corrente morbida, immemori e senza età, in una deriva dei sensi rapiti dalla luce e dalla quiete di quel momento che diventa assoluto e si ripete, onda dopo onda, verso il meriggio. Se si resiste all’ora meridiana, all’oscuro richiamo dei demoni del mezzogiorno che ottenebrano la mente, si ottiene il miele delle ore che precedono il tramonto, quando le rondini si riappropriano del cielo, lettere dell’alfabeto sconosciuto che scrive il romanzo delle nuvole e del tempo, non sopra di noi, ma per noi. Quando tacciono le cicale tutti sono pronti per la grande sera, la luce arruffa la coda disordinata nei cieli d’occidente e continua il viaggio per lasciare che mente e occhi trovino ristoro nell’ombra, il nostro vero mondo, l’opaca essenza di cui noi pure siamo fatti, creature prestate al visibile per poterlo raccontare. L’ora incerta tra il giorno e la notte si trapunta di luci artificiali sui bordi delle strade e di stelle danzanti nei cieli. Resta poco di tutto, ormai, un ramo secco portato a riva da un cane, le speranza del giorno che è passato, nessun rimpianto, nessuna malinconia. Solo la perfezione di un altro giorno d’estate.