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venerdì 22 gennaio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/320: il tempo è diventato una teoria di frammenti

 


Ogni giorno appena iniziato è un libro non scritto di almeno ventiquattro pagine, ogni pagina ha sessanta righe, ogni riga sessanta caratteri.

Queste costanti di ciascun giorno non avranno come esito la stessa densità, lo stesso slancio vitale, la stessa gioia.

Raccogliamo in un unico fascio le otto ore dove, almeno in teoria, dovremmo star dormendo. Otto ore di cui ricorderemo solo qualche frammento di sogno, se saremo fortunati, al risveglio.

Diamo otto ore anche al lavoro, allo studio, all’impegno quotidiano. Se lo studio ci consegna il senso di una crescita e di un apprendimento, molto diversi sono gli esiti di una giornata lavorativa. Che lascerà traccia se avremo fatto qualcosa di straordinario o incontrato qualcuno di straordinario. La maggior parte dei lavori che facciamo per vivere non sono straordinari, sono solo lavori fatti per vivere.

Restano otto ore per tutto il resto: l’amore, i figli, gli amici, i genitori e la famiglia. I libri, lo sport, le passeggiate, il cinema, le telefonate, la spesa, la cucina, la manutenzione della casa.

In tutti e tre questi ventagli fatti delle nostre ore, la tecnologia e i social media hanno fatto irruzione sconvolgendone i ritmi.

Mi ha sconvolto oggi la notizia della bambina palermitana che per rispondere a una “sfida”, come vengono chiamate le stupidaggini collettive cui ci prostriamo, ha perso la vita. Dieci anni appena e di chi è la colpa? Non so più chi, dal rumore di sottofondo dei media, ha urlato che sono i genitori a dover controllare l’uso che dei social fanno i figli. Troppo facile e troppo comodo accusare la famiglia della bambina. In quella famiglia sono tutti vittime della stupidità collettiva di noi esseri umani. È dalla stupidità tecnologica che i bambini vanno difesi, non possiamo difendere i bambini dalla vita, ma dalla nostra stupidità sì. E come collettività abbiamo il dovere di farlo. Se un social non è in grado di eliminare contenuti potenzialmente pericolosi va bloccato. Un paese civile dovrebbe farlo subito.

Sento già le voci di chi inneggia alla libertà e che la tecnologia in sé non è né buona né cattiva, che tutto dipende dall’uso che se ne fa.

Certo, questo vale per gli adulti, ma non tutti gli adulti ci arrivano; allora va organizzato un massiccio programma di educazione civica digitale. Perché la vita digitale è la prosecuzione della nostra vita reale con altre modalità.

Se ci fosse qualcuno fermo in un angolo della strada che cerca di convincere dei bambini a stringersi una cintura al collo per far vedere quanto siano coraggiosi, cosa faremmo? Non dubito che cercheremmo di fermarlo, che chiameremmo la polizia e auspicheremmo che uno psicologo si occupasse delle sue turbe. Perché allora dovremmo accettare che chiunque possa dire e fare qualunque cosa sui social?

I social non sono strumenti neutri, la dimostrazione definitiva viene dal fatto che abbiano deciso, troppo tardi, di bannare il penultimo presidenti americano solo dopo i fatti gravissimi del sei gennaio scorso. Dopo quattro anni di falsità e volgarità postate a decine ogni giorno senza conseguenze per chi le aveva scritte.

La religione è l’oppio dei popoli, scriveva nello scorso millennio Karl Marx, la citazione completa è più articolata, ma noi cittadini del suo futuro, noi che abbiamo secolarizzato il mondo, noi abbiamo i social, più potenti di qualunque altra cosa.

Il tempo è diventato una serie di frammenti a causa delle tecnologie. Siamo continuamente interrotti da mail, messaggi di varia provenienza, telefonate, newsletter e news.

Provate ad annotare cosa resta delle vostre ventiquattro ore vissute così. Proviamo a stare un giorno il più possibile lontano dai social, dalle piattaforme streaming, dai messaggi. Il più possibile lontano significa solo questo, perché abolirli dalle nostre vite non credo sia possibile, ma disciplinarli e auto-disciplinarsi, questo sì.

Oggi volevo scrivere delle ventiquattro ore che formano ogni nuovo giorno e lo rendono un libro non scritto. Forse lo farò domani, ma oggi la rabbia e il dolore per quella piccola vita spezzata hanno preso il sopravvento. Oggi che è venerdì 22 gennaio del secondo anno senza Carnevale, in Brasile hanno appena annullato il Carnevale previsto per febbraio. Che facile profezia la mia, quella di scrivere le Cronache dagli anni senza Carnevale e questa è la numero 320. Pubblicata sul mio blog (piattaforma tecnologica) e sul più diffuso social, come ne usciremo?

P.S. ho appena appreso che il Garante della Privacy ha bloccato TikTok, questo almeno pare un inizio.


giovedì 26 marzo 2020

Cronache dall'Anno senza Carnevale/18: un esame di maturità per il Novecento che scompare

Questa mattina avevo in mente di proseguire sulla falsariga delle due cronache precedenti ma, di tanto in tanto, lo spirito socio-antropologico che anima una parte importante di me, si impone sulla materia della scrittura e così stasera devio in alcune considerazioni alle quali sto cercando di dare un ordine.

Queste sono le notizie di questi ultimi giorni: l’emergenza non è finita e non abbiamo raggiunto il picco del contagio, non ancora. L’OMS dice che in Italia sarà la settimana prossima, a Londra temono il collasso delle strutture sanitarie, il sindaco di New York teme che metà della popolazione si infetterà, la Cina ha chiuso tutte le frontiere, la Russia chiude tutto per almeno una settimana, in Africa è caccia agli untori bianchi, a Madrid usano un campo di pattinaggio sul ghiaccio perché non c’è più posto negli obitori.

Il governatore della Lombardia è pessimista, quello del Veneto molto attivo, quello dell’Emilia Romagna lavora in silenzio, uno studio dell’Università di Harvard parla degli effetti del distanziamento sociale nella psiche degli italiani.

Alcuni adolescenti raccontano le loro vite, tutte molto simili tra loro, dove la didattica a distanza è il principio ordinatore di ogni giornata, insieme ai compiti, ai videogiochi, alle chat con gli amici e a quel poco di attività sportiva cui riescono a dedicarsi. I bambini sono scomparsi dal discorso pubblico e sono il tarlo dei genitori che non sono abituati di certo a interagire 24 ore al giorno in una situazione d’emergenza dove non è come in vacanza, dove mare, spiaggia, piscine e campi gioco li tengono impegnati buona parte della giornata. La giornalista e scrittrice Concita De Gregorio, scrive un dolente articolo sulla situazione degli anziani, soprattutto nelle case di riposo, che sono “il migliore prezzo della nostra assenza”, la causa, non lo dice ma si evince, di queste centinaia e centinaia di morti dolorose e solitarie. Nadia Fusini, studiosa di Virginia Woolf e scrittrice, rivendica la propria obbedienza all’autorità in virtù di un’etica condivisa, ma se la prende con chi esalta i benefici dell’isolamento e la scoperta della lettura e rivendica, di nuovo, il suo essere già una lettrice. Alessandro Baricco, scrittore e giornalista, invita gli intellettuali a passare all’audacia ed elenca, in 11 punti, la sua analisi del prima, durante e dopo di questa emergenza sanitaria.

Il tempo di prima sta assumendo già una dimensione mitica, il durante lo conosciamo perché nel mondo occidentale, qualunque adulto che abbia un lavoro, sta facendo i conti con la paura di perderlo, le tasse da pagare, la paura di non avere abbastanza denaro per arrivare alla fine del mese. Il dopo è un’immensa voragine arginata da date improbabili che si spostano ogni giorno più in là e non sarà certo il 3 aprile a decretare la fine di quanto sta accadendo. Probabilmente neanche maggio e giugno. Tant’è che il Ministro dell’Istruzione sta lavorando a scenari diversi per l’organizzazione degli esami di maturità. Con o senza commissari e presidente esterno? Con o senza le due o tre prove scritte?

Queste riflessioni su come si chiuderà l’anno scolastico le condivido con famiglia, con amiche e amici perché in molti hanno una ragazza o un ragazzo che si stanno preparando per il primo e unico rito di passaggio che è rimasto in questa società secolarizzata. Giusto oggi, la mia amica Rossana mi raccontava che suo padre Camillo non poté sostenere gli esami di maturità durante la Seconda Guerra Mondiale perché il suo liceo venne distrutto dai bombardamenti e lui si dispiacque per questo, ma anche perché era molto bravo in matematica e in fisica e avrebbe voluto sostenere gli esami.

Il senso dello studio e dell’impegno dei giovani sono stati continuamente mortificati in questi decenni a cavallo tra un secolo morente, il Ventesimo, e uno non ancora nato, il Ventunesimo.

Uno non vale uno, le competenze, acquisite con lo studio forsennato, sono una, e sottolineo una condizione, per acquisire autorevolezza. La scuola inginocchiata davanti ai dettati delle aziende ha svilito gli studi umanistici a favore nemmeno di quelli scientifici ma a beneficio della sola tecnologia, che ha reso il mondo globalizzato quello che conosciamo. Quello che è stato sino all’inizio dell’anno senza Carnevale.

Con la morte tragica di coloro che appartengono all’ultima generazione che ha vissuto in prima persona la Seconda Guerra Mondiale - mia madre scomparsa in gennaio prima dell’inizio della pandemia, sobbalzava quando sentivo parlare in tedesco e aveva paura dei cani-lupo perché li aveva visti circolare nel suo paesello in Puglia quando era bambina e non si fidava – muore il Novecento e non avrà prove di appello o seconde possibilità.

Noi baby-boomer, la generazione più fortunata della storia dovremo accettare il vuoto dietro di noi e il mondo che verrà e cui noi non apparterremo ma di cui dobbiamo assumerci la responsabilità.

La pandemia ha accelerato la diffusione dello smart working e della didattica digitale. Non credo che si potrà prescindere da queste esperienze che faranno scuola nell'organizzazione aziendale e in quella educativa e scolastica. La centralità dello Stato nazionale è un’altra delle sorprese che ci arrivano da questa situazione. È la sanità pubblica e gratuita che sta garantendo al più alto numero di persone di poter guarire dal contagio. 

La tecnologia sta offrendo alla luce il suo volto buono in questi campi ma, al contempo, quello orwelliano delle app che possono controllare gli spostamenti dei cittadini. Parimenti auspico che tutte queste belle app potranno aiutare efficacemente le istituzioni preposte a scovare le decine di migliaia di evasori ed elusori fiscali che vivono sulle spalle dei lavoratori dipendenti, dei pensionati e dei precari.

La deregolamentazione del mercato del lavoro con l’introduzione di contratti para-subordinati, a progetto e co.co.co non è un’invenzione della destra. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e, dovrebbe esserlo aggiungo io, anche sul pagamento delle tasse. Ma lo scardinamento dei contratti in nomi di efficienza, produttività e velocità ha solo favorito le aziende e gli imprenditori, non i giovani lavoratori e non le casse pubbliche che da un lato sostengono le agevolazioni fiscali e dall'altro i minori introiti dovuti a retribuzioni che sono, spesso, vergognose. Come avrebbero potuto le generazioni successive ai boomer amare il lavoro, credere nei sindacati, quando è la nostra generazione che ha contribuito a distruggere, in varie modalità, la centralità del lavoro?
Certo stiamo pagando un prezzo alto, non ci lasciano andare in pensione, perché le aspettative di vita e la vita media si erano allungati moltissimo soprattutto in Italia. Ma i nostri gloriosi anziani, che ora stiamo perdendo, sono cresciuti respirando aria diversa, mangiando cibi diversi, bevendo acqua diversa e le statistiche riguardano loro, non noi.

Noi, la generazione più fortunata di tutti i tempi, stiamo affrontando la nostra prova di maturità generazionale. I commissari sono tutti interni, perché sono in noi, nella nostra capacità di resistere e di ricominciare, di portarci Anchise sulle spalle e di lasciar scorrazzare Ascanio perché possa costruire insieme a Kore che sta sorgendo dagli Inferi, un mondo nuovo, un mondo diverso.

È notte ormai, è solo notte, ma io scrivo nel mio triangolo di luce e ti parlo perché dall'altro lato della città, tu possa raccogliere queste mie riflessioni senza pretese, scarne e forse imprecise ma che avevo l’urgenza di dire.