domenica 31 marzo 2013

Scrivere a mano crea l'ombra della scrittura

Non c'è niente di più bello che scrivere a mano, al massimo a macchina e poi ritagliare, incollare. Ho sempre scritto a mano, poi battevo a macchina, correggevo, ritagliavo, incollavo, correggevo a mano e poi ribattevo tutto.
Vedere il foglio di carta devastato dalle correzioni è un piacere impagabile, è un lavoro spirituale che instaura con il testo e con te stesso una conflittualità che solo il continuare a correggere stempera.
Le correzioni fanno corpo con la pagina, quello che c'è sotto non è cancellato, resta traccia della lotta, non c'è annientamento. Ma dove combatti il "nemico", che è la versione precedente, non c'è ancora il testo nuovo corretto e potrebbe non esserci mai. Quando il foglio si infittisce lo guardi e dici "questa è la mia lotta", perché la scrittura è anche un lavoro fisico, il segno della sofferenza.
Solo dopo una nuova battitura la versione precedente, il foglio macerato, può scomparire, il campo di battaglia è esaurito, quel foglio può essere buttato.
C'è tutta una strategia del correggere a mano che l'uso del computer annulla, perché si perde la visione del campo di battaglia, non restano tracce.
Scrivere a mano è un metodo barbaro che invece lascia tracce, il computer è asettico, inodore, poco rumoroso, a colori ma triste e freddo, elimina qualunque slancio nervoso e spirituale. Invece se guardi il foglio corretto, vedi la psicologia dietro la correzione, così soltanto puoi vedere il lavoro che hai fatto. Lo schermo del computer rispetto a un foglio scritto a mano è come il volto di un manichino della Standa rispetto a un volto vivente.
Scrivere con il computer fa scomparire l'ombra della scrittura, quell'ombra che solo la scrittura a mano crea.

Danilo Bramati
(da una conversazione di sabato 30 marzo 2013)

sabato 30 marzo 2013

Scrivere nell'aria

Tolstoj, agonizzante, scriveva nell'aria.

Albert Camus
Taccuini 1951-1959
traduzione di Ettore Capriolo
Bompiani 1992

venerdì 29 marzo 2013

Chi scrive non si limita a usare le parole, le scopre

Chi scrive, a differenza di chi parla, non dispone liberamente delle parole, non si limita a usarle; le scopre: meglio questa, meglio quella, una sola parola, e solo in quel momento, in quel punto del testo, senza mai ripeterla meccanicamente.

Peter Handke
Sulle parole preferite
Lentamente nell'ombra
traduzione di Silvia Zanetti
Christian Marinotti Edizioni 2005

giovedì 28 marzo 2013

Le dieci parole preferite di Camus


Questa è la prima lista, che non mi convince perché non sono solo singole:

1) Natura
2) Storia
3) Felicità e Giustizia
4) Dolore e Miseria
5) Amore per la vita 
6) Rifiutare
7) Ironia
8) Verità
9) Creare
10) Breve

Questa seconda lista è più verosimile:

1) Mondo
2) Dolore
3) Terra
4) Madre
5) Uomini
6) Deserto
7) Onore
8) Miseria
9) Estate
10) Mare

Da Handke a Camus e ritorno

Ricomincio a leggere i Taccuini di Albert Camus spinta da un breve scritto di Peter Handke Sulle parole predilette dove inizia confessando di avere perso le parole preferite di Camus.
In rete ho trovato due liste, quindi in attesa di quella originale, che sta da qualche parte nelle pagine dei Taccuini, le traduco entrambe.

E.P.

mercoledì 27 marzo 2013

Un libro è una moltitudine di consiglieri

Un libro è un giardino, una serra, un magazzino,
una festa, un compagno di strada, un consigliere,
una moltitudine di consiglieri.

Henry Ward Beecher

martedì 26 marzo 2013

Un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi

Ma noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti dai boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi.

Franz Kafka 
Lettera a Oskar Pollack
27 gennaio 1904

lunedì 25 marzo 2013

Grazia Livi raccontata da me

Sull'Enciclopedia delle donne è appena uscita la voce che ho dedicato a una delle mie scrittrici contemporanee preferite.

Grazia Livi

Firenze 1930 - vivente


Nata in una famiglia fiorentina di intellettuali e docenti universitari, Grazia Livi sente in tenera età il richiamo di una vocazione. «Avevo sette anni quando dichiarai in famiglia che volevo diventare scrittrice. Per una serie di coincidenze e di scelte ho poi onorato quel sogno ingenuo, che mi permetteva di salvarmi dai naufragi della sensibilità, mi spingeva a rafforzarmi nella disciplina, mi avviava verso un progetto di indipendenza. La parola scritta ha così dominato la mia vita. Tuttora la domina. Anche se la figura di scrittrice che immaginai da bambina si è trasformata, a causa dei profondi mutamenti sociali: omologazione, potenza dei media, mercato trionfante, globalità; ormai non coincide più con quel ruolo, quel mito. Non esiste più. Al posto di quella figura c’è una donna come tante, la cui particolare inclinazione è di farsi assorbire dalle parole scritte e la cui esigenza è di cercare una sintesi che valga per la conoscenza e per la solitudine». Inizia con questa dichiarazione la raccolta di saggi di Grazia Livi Narrare è un destino. La proclamazione di se stessa come scrittrice è dunque coronata da un’intera esistenza consacrata alla scrittura e dedicata a interpretare e avvicinare il mistero della scrittura femminile. 
Dopo essersi laureata in filologia romanza con Gianfranco Contini e avere avuto come maestri anche De Robertis, Longhi, Salvemini e Migliorini, intraprende una vita da donna sposata ma già emancipata, in anticipo sui tempi e con la volontà precisa di «sottrarre la mia identità all’informe destino femmineo». Il lavoro di giornalista e inviata per «La Nazione», «Epoca», «Il Mondo» e «L’Europeo» le fa incontrare alcune tra le più eminenti figure del Novecento, come Le Corbusier, Menuhin, Schweitzer, rimanda solo di poco il confronto con la grande sfida della scrittura, l’esigenza che «le parole mettessero ordine, conferissero un senso, una lucidità, una ragione». L’intensa attività giornalistica finì quando Grazia sentì che era arrivato il momento di “rientrare a casa. La casa del linguaggio e approdo e permanenza... e come scrisse Gianna Manzini a proposito di Virginia Woolf, il problema sarà «imparare a raccogliersi l’anima e a tenerla in fronte come la lampada dei minatori»". La bambina distratta e sognatrice si desta dunque da un sogno lungo una vita ed entra nella realtà della scrittura, nella pagina non più bianca dove la parola scritta regna e rimedia il disordine e le lacerazioni dell’anima. La fame di parole veniva saziata da letture precoci di scrittrici e scrittori che saranno poi i compagni della vita, i modelli e una fonte altissima di ispirazione. La lettura sarà, così come accade per una delle protagoniste di uno dei suoi racconti, un’isola di beatitudine e di pace. Lo studio tenace prima e la concretezza del lavoro di giornalista le diedero parte degli strumenti che, uniti al carattere determinato e all’amore per le parole, le permisero di dedicare la vita alla scrittura. Le tappe della consapevolezza e della maturazione segnano il giro dei decenni. A venti anni «il sogno di diventare scrittrice si radicò in me come una priorità»; passati i trent’anni «capii che dovevo affrontare me stessa, dando ascolto alle mie vere aspirazioni e organizzando i miei talenti». Il primo romanzo Gli scapoli di Londra venne recensito sul «Corriere della Sera» da Eugenio Montale che affermò «che poche donne sanno scrivere come Grazia Livi». Anche il poeta Mario Luzi le scrisse una lettera di apprezzamento che preconizzava «intravedo nel suo lavoro un destino d’artista». Tra gli incontri significativi della sua vita vanno senz’altro ricordati quello con Anna Banti, cui ha dedicato un bellissimo saggio nel libro Le lettere del mio nome. La Banti, altera e tranchant nei giudizi, era un’autorità letteraria riconosciuta, certo non era una donna materna ma amava incoraggiare persone che riteneva avessero valore. Lontana per età e censo dalle rivendicazioni femministe, rimproverava un po’ alla Livi il suo essere femminista, ma fu lei a incoraggiarla a scrivere e le commissionò i primi articoli per la rivista «Paragone» a partire da quello dedicato a Virginia Woolf che la Banti definì “bellissimo”. Tra le tante amicizie importanti ne ricordiamo due anche perché da anni segnano un rapporto di scambio artistico e letterario. Le due scrittrici sono Marisa Bulgheroni, studiosa e traduttrice di Emily Dickinson, e Gabriella Fiori autrice di una bellissima biografia della filosofa Simone Weil e studiosa di Maria Zambrano. La consapevolezza di sé è conquistata anche grazie all’analisi junghiana, leggere un saggio di Jung le diede «un senso di rivelazione. Più ancora dei concetti, mi colpì la dimensione nei quali erano immersi: vasta, feconda gratificante. Sentii un’aria di perennità». Fu così grazie all’analisi che «venni a patti con le mie aspirazioni: nessuna parola scritta avrebbe esaurito la verità tutta intera. Di conseguenza divenni più aperta al lato notturno della vita: ambiguità, contraddizioni. Anche la mia scrittura subì a poco a poco dei cambiamenti. Due almeno mi sono chiari. Uno è il ritmo che si fece più mosso e ondulato, come spinto dall’interno verso l’esterno da un’energia ridestata. L’altro riguarda il lessico che perse certe angolosità e forse si aprì all’ingresso di vocaboli più impuri e polivalenti». Da questa apertura sono nati alcuni dei libri italiani più belli degli ultimi decenni, come Da una stanza all’altra, dedicato a Jane AustenKatherine Mansfield, Caterina Percoto,  Emily Dickinson, Anaïs Nin, Virginia Woolf; Le lettere del mio nome, un romanzo-saggio dove incontra, straordinarie figure femminili, alcune già raccontate nel libro precedente, come Colette, Virginia Woolf, Gertrude Stein, Anne Frank, Gianna Manzini, Anna Banti, Ingeborg Bachmann, Carla Lonzi, Agnes Bojaxhiu. Leggendo Grazia Livi accade che i suoi libri ci parlino dal profondo e profondamente di noi, non tanto di quanto già sapevamo e condividiamo con la scrittrice, ma di quanto non sapevamo di essere e di sapere. Con i racconti del volume Il vento e la moto, una volta di più si sente la sua capacità di suscitare meraviglia. Accettando l’assioma che la vera esperienza è indicibile e il silenzio la sua lingua, in questa indicibilità lei è capace di cogliere il cuore muto e luminoso della verità. Capace di raccontare la verità delle esistenze femminili come pochi altri scrittori contemporanei, Grazia Livi racconta poi gli uomini, figli e padri in particolare, con un lento avvicinamento che rivela la radicale alterità del genere maschile. È con il romanzo Lo sposo impaziente, dedicato a Tolstoj e alla moglie Sof’ia Andreevna e in parte ispirato dai loro diari, che lei narra, con tono febbrile, il viaggio e la prima notte di nozze della coppia, l’atmosfera russa, i tormenti dell’anima, il conflitto tra artista e comunità, la passione della scrittura: «Sentiva un furioso bisogno di annotare, ma temeva di non avere niente indosso per farlo». Per poter parlare di questo grande scrittore Livi è stata in Russia, è partita dai documenti e ha messo in relazione due psicologie per arrivare a dire nell’intimo la realtà di un’anima maschile. Sempre piena di stupore e curiosità sa accogliere con impazienza e generosità le richieste di chi inizia a muovere i primi passi nel mondo della scrittura. E più che raccontarsi fa domande perché ha un interesse genuino nei confronti degli esseri umani. Continua a scrivere, circondata dai libri più amati perché «la parola scritta, ha esercitato su di me un particolare incanto. Questo incanto è stato accompagnato misteriosamente, da una specie di obbligo interno, a cui ho obbedito, negli anni facendo dello scrivere la mia professione. Nessuno mi ha mia chiesto, né imposto di scrivere, tranne io stessa. Anzi le circostanze mi hanno spesso scoraggiata. L’assoluta gratuità di questa mia scelta è l’unico segno della sua necessità». Riservata per quanto riguarda gli aspetti della vita privata, Grazia Livi è stata sposata due volte. La vita di coppia e la nascita del figlio Gabriele non le hanno impedito di raggiungere il destino agognato, essere una donna che scrive. Scrivere «è una continua presenza a se stessi… perché la scrittura non è un altro.. la scrittura è permeata dai miei pensieri». 
Fonti, risorse bibliografiche, siti
G. Livi, La distanza e l’amore, Garzanti 1978
G. Livi, L’approdo invisibile, Garzanti 1980
G. Livi, Da una stanza all’altra, Garzanti 1984
G. Livi, Le lettere del mio nome, La Tartaruga edizioni 1991
G. Livi, Vincoli segreti, La Tartaruga edizioni 1994
G. Livi, La finestra illuminata, La Tartaruga edizioni 2000
G. Livi, Narrare è un destino, La Tartaruga edizioni 2002
G. Livi, Lo sposo impaziente, Garzanti 2006
G. Livi, Il vento e la moto, Garzanti 2008

domenica 24 marzo 2013

Setacciare lo stile

Bisogna setacciare lo stile, dialogare, dire in due parole quanto veniva detto in dieci , in una sola quanto veniva detto in due, e che ogni parola sia sincera e che dica bene ciò che vuol dire, insomma che dica più di quello che vuole dire.

Irène Némirovsky

sabato 23 marzo 2013

Una giornata perfetta

Oggi ho trascorso una bellissima giornata Brescia, il mattino a passeggio per le vie del centro e il mercato del sabato. Poi ho attraversato contrada delle Cossère per arrivare in Contrada del Mangano dove ci sono alcuni dei palazzi più belli della città. A pranzo sono andata in un'antica osteria bresciana La Colonna, con Ivan, editore e formatore, e soprattutto uno dei miei più vecchi e cari amici. Con lui anche un semplice pranzo diventa un turbine di discussioni appassionate e di riflessioni condivise. Le prime ore del pomeriggio le ho trascorse in raccoglimento nella sede della casa editrice Atì  per prepararmi all'incontro presso la libreria Rinascita, dove ho parlato davanti a un pubblico, a netta maggioranza femminile, attento e appassionato di Irène Némirovski. L'intreccio tra vita e letteratura, tra osservazione della realtà e capacità di portare il lettore nel luogo e nel tempo esatto di cui narra, sono uno dei tanti doni di questa scrittrice che amo intensamente. Mi piace parlare delle scrittrici e degli scrittori che leggo e rileggo, delle nuove scoperte, perché lo scambio di idee e la passione per i libri di carta continua a essere contagiosa e inarrestabile. Grazie Elena Piovani per avermi invitato! E grazie alle donne curiose e simpatiche che condividono questa passione.
Una giornata perfetta.

E.P.

venerdì 22 marzo 2013

Scrivere consiste nel complicarsi la vita

Ogni scrittore serio si trova di fronte a un paradosso: più scrive, più facile gli risulta scrivere; ma, quanto più facile gli risulta scrivere, più sospettosa gli risulta la facilità, fino a quando scopre, infine, che è proprio la facilità il peggior nemico del suo lavoro. Quando qualcosa viene al primo tentativo, brutto affare; quando una frase suona troppo letteraria, peggio ancora: la letteratura è precisamente ciò che non suona come letteratura. La scrittura è un mestiere strano. In sostanza, consiste nel complicarsi la vita. Per impararlo, bisogna dimenticarlo ogni giorno. 

Javier Cercas
La Stampa 4 marzo 2013

giovedì 21 marzo 2013

La scrittura è più difficile

Lo scrittore è qualcuno per cui la scrittura è più difficile che per gli altri.

Marcel Reich-Ranicki 
(critico letterario tedesco, citato da Javier Cercas nell'articolo che ho segnalato ieri)

L'ultima notte d'inverno

Anche quando l'inverno non si arrende al calendario e un vento siberiano spazza le vie della città, anche quando la notte sembra infinita, si può trovare consolazione e condividere momenti di felicità con gli amici più cari. 
Questa sera Amerio, il fondatore della casa editrice Atì, e sua moglie Clorinda sono venuti a cena a casa mia. Una cena improvvisata, scaldando nel forno carciofi e patate, apparecchiando con le stoviglie di tutti i giorni, e tante candele in giro, abbiamo mangiato cose semplici, formaggi tipici, un prosciutto di Parma strepitoso, bevuto Negroamaro e soprattutto parlato e parlato e parlato. Di politica, di libri, di amore, di amicizia, di politica, di politica, di libri, di libri.
L'inverno è scomparso nella sua ultima notte mentre noi ridevamo scaldati dal cibo e dalle candele.

E.P.

mercoledì 20 marzo 2013

La scrittura non lascia trasparire la realtà: la crea

Per il lettore, la scrittura deve essere come il vetro di una finestra, che è lì senza che ce ne accorgiamo, e che non richiama l’attenzione su di sé, ma piuttosto su ciò che traspare (un vetro che attira l’attenzione su di sé non è un umile vetro, ma una vanitosa vetrata); ovviamente, questa è solo un’impressione, e oltretutto falsa – la scrittura non lascia trasparire la realtà: la crea –, ma è un’impressione necessaria: in questa magia consiste parte importante dell’incantesimo della letteratura.

Javier Cercas
La Stampa 4 marzo 2013

martedì 19 marzo 2013

Scrivere è un mestiere pericoloso

Oggi Philip Roth compie 80 anni. Di seguito i frammenti di una lunga intervista apparsa sulla Lettura del Corriere della Sera di domenica 17 marzo 2013.

E la sofferenza? È proprio necessario soffrire per essere un bravo scrittore?
«Non hai scelta. Non hai bisogno di andare a cercare la sofferenza se vuoi essere uno scrittore. Puoi star tranquillo che sarà lei a trovarti. Scrivere è senza dubbio un mestiere pericoloso. O per ragioni intrinseche o per il temperamento di chi lo sceglie. Che cosa abbia portato tanti scrittori di qualità a suicidarsi, come Levi, Hemingway e Mishima, non lo so. So che non ho intenzione di aggiungere il mio nome alla lista».
Tu perché hai scelto questo mestiere?
«Perché scrivo? Non lo so. So che i miei momenti peggiori sono quando non scrivo. Allora tendo a essere infelice, depresso, ansioso, e così via. Ne ho disperatamente bisogno».
(…)
Com’è la frase di Czeslaw Milosz sulla famiglia che mi hai citato una volta?
«Quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita».
E quella di Flaubert che hai trovato sulla scrivania di William Styron?
«”Devi vivere una vita ordinata e regolare come un borghese, se vuoi essere scatenato e originale nel tuo lavoro”. C’è della verità, in questo. Alcuni sono stati capaci di esser scatenati e originali sia nella vita sia nel lavoro. Non io. Io ho bisogno di molta quiete, molto tempo e di una grande regolarità per scrivere».

lunedì 18 marzo 2013

Le citazioni sono la cassaforte dell'ispirazione

Quando ero alle scuole superiori cominciai a tenere un diario su cui scrivevo le mie citazioni preferite tratte dai libri. Doveva servire da cassaforte. Volevo salvare le parole sussurratemi all'orecchio dagli autori che più amavo e immagazzinarle per il giorno in cui avrei avuto bisogno di riascoltarle. 
Come mi avevano ispirato quando li avevo letti per la prima volta, avrei potuto rivolgermi nuovamente a loro in caso di bisogno, per riaccendere l'ispirazione.
Speravo che grazie a quelle parole sarei diventata più forte, più saggia, più coraggiosa e più gentile. Le citazioni che avevo conservato nel mio diario erano la prova, e al tempo stesso la guida per affrontare ogni sfida e superare qualunque difficoltà.

Nina Sankovitch
Se per un anno una lettriceLa vita. Un libro alla volta
BUR 2011

I grandi scrittori spezzano il cuore

Ti si è mai spezzato il cuore per avere finito di leggere un libro? 
Uno scrittore ha mai continuato a sussurrarti lungamente all'orecchio anche dopo che avevi voltato l'ultima pagina?

Elizabeth Maguire
The open door

Un romanzo inedito in italiano, ispirato alla vita della scrittrice vittoriana Constance Fenimore Woolson che ebbe con Henry James un'amicizia ispirata dall'arte e al contempo molto conflittuale che fa parte dell'anno di letture e recensioni online di

Nina Sankovitch
Se per un anno una lettrice
La vita. Un libro alla volta
BUR 2011




sabato 16 marzo 2013

Le mie storie vivono in me a lungo

Da dove le arriva l'idea del film?

L'origine per me, è sempre un mistero, è così per tutti i film che ho scritto e diretto finora, come se il tema mi si imponesse da sé. All'inizio scrivo una decina di pagine, butto giù quello che ho in testa, liberamente e in pochi minuti. Se mi rendo conto che l'argomento m'interessa abbastanza, continuo a prendere appunti, scrivo note ogni volta che capita, in modo disorganizzato. Ci vogliono due, tre anni per rimaneggiare quel materiale e tirarne fuori una storia vera e propria. È per questo che non posso lavorare su commissione. Le mie storie vivono in me a lungo, maturano un po' alla volta.

Pedro Almodovar
intervistato da Enrica Brocardo
Vanity Fair n. 11 20 marzo 2013

venerdì 15 marzo 2013

La vita anteriore del romanzo


Irène Némirovsky ha spiegato spesso che, prima di iniziare a scrivere, riempiva interi quaderni di dati biografici su ogni singolo personaggio - la fase che lei definiva la «vita anteriore del romanzo». Poi rileggeva, censurando e commentando, ed esprimendo appassionanti riflessioni sul suo mestiere di scrittrice.

Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt
La vita di Irène Némirovsky
traduzione di Graziella Cillario
Adelphi 2009


giovedì 14 marzo 2013

Il mondo che accade


Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C'è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei. Nel rumore del vento tra i pini, il mondo viene alla luce, in modo irreversibile, e il ragno resta attaccato alla regnatela agitata dal vento.
Quell'ultima mattina accadde che fossero insieme in cucina, e si sfiorassero di continuo per prendere oggetti dagli armadi e dai cassetti, e poi si fermassero al lavandino o al frigorifero l'uno in attesa dell'altra, ancora un po' vischiosi della materia dei sogni, e lei fece scorrere l'acqua del rubinetto sui mirtilli che teneva in mano e chiuse gli occhi per inalarne il profumo.

Don DeLillo
Body Art
traduzione di Marisa Caramella
Einaudi 2001

mercoledì 13 marzo 2013

La traduttrice perfetta


Portando al di qua

Per ogni parola che ho portato al di là, ne ho portate dieci
al di qua.
Più che tradurre, il mio lavoro è stato cisdurre.
Dall’estraneo al familiare, dallo straniero al noto.

La norma è questa. Pochissimi i traduttori, milioni i cisduttori.
Compresi bilingui e trilingui, che viaggiano meglio verso
casa pur ignorando dove sia di preciso.

O le migliaia che vedono il mondo in traduzione
di lingua ignota che per intuire consumano la vita. Cisduttori
supremi della perfezione, compilano dizionari umanese-
angelese la cui parte seconda resta sempre incompiuta.

Il medio patrono dei traduttori, non Girolamo ma Caronte,
porta i vivi nel regno dei morti e ogni tanto, per bilanciare
la barca, si fa cisduttore e ricarica un morto per il
regno dei vivi.
Perciò pure lui è un traduttore incompleto.

Traduttrice perfetta ne esiste una sola, patrona vera di quel
mestiere, che viaggia sempre in un senso, senza ritorno e
ti trasporta in silenzio nella lingua dell’acqua e terra e aria.

Edoardo Zuccato
Il dragomanno errante 
Quaderno di traduzioni
Atì editore 2012

martedì 12 marzo 2013

La parola dei maestri e la poesia


La parola dei maestri coincide almeno in un punto con quella dei poeti: nell’effetto di illuminazione, di evidenza, che essa suggerisce e produce. Accanto alla questione dell’esemplarità, la poeticità della parola dei maestri – e l’ascolto “fluttuante”, il transfert che in questo modo richiama e produce – ha un effetto insieme traumatico e di beatitudine, di sensazione terribile e di sorriso della mente (come lo choc di riconoscere la “parola giusta” in una poesia). 
Come la poesia, la parola dei maestri “crea di continuo delle sinonimie anche con parole che non c’entrano l’una con l’altra, finché i contrari diventano la stessa cosa”. 
I maestri allargano il campo della sinonimia, trasformano le contraddizioni in sinonimi, cioè in evidenze.

Beppe Sebaste
Il libro dei maestri
Porte senza porta rewind
luca sossella editore 2010

lunedì 11 marzo 2013

Risposta a Elizabeth Bishop


Siamo noi la coppia di gufi spaventata dall’incendio
– tu li hai visti – occhi fissi, gridavano attorno,
volavano in cerchio.
E siamo l’armadillo stanato dal fuoco:
all’improvviso appare, silenzioso, rigido di paura,
e coda tra le gambe scappa.
E l’alce notturna siamo, gigantesca, informe
sotto la luna piena, che ti annusa e odora di selvaggio.
E questa pioggia fredda, battente, triste
che oggi scende dal cielo di Milano – che tu non vedi –
siamo noi.

Altri gufi a coppie nei nidi tra le rocce dietro casa tua
adesso fanno uova, cacciano i rospi di notte quando piove.
Dalle foreste del nord, nella notte, con la luna
altre alci sbucano sulle strade degli uomini. Li annusano.
Riconosciti, siamo noi. Non scappare più. Non precipitare.

Questa è la poesia - inedita -  che Annalisa Manstretta ha dedicato a Elizabeth Bishop per lo spettacolo Nel grembo di ogni voce, andato in scena lo scorso 2 marzo a Bergamo.

domenica 10 marzo 2013

Il maestro e l'allievo

Il maestro, quale che sia e quando che sia, se è un maestro, è colui che restituisce il discepolo  a se stesso e alla sua condizione di autenticità attraverso trasformazioni ed elaborazioni di pensiero, perché si sa che - per quanto possa risultare incredibile - per diventare se stessi occorre inventarsi.

Aldo Giorgio Gargani
Il maestro e l'allievo in Il filtro creativo
Laterza 1999

sabato 9 marzo 2013

I vaghi termini generici nascondono il significato

Ars poetica - IV

Buttate fuori tutti i critici che usano vaghi termini generici; non solo quelli che usano vaghi termini generici perché sono troppo ignoranti per dar loro un significato, ma quelli che usano vaghi termini per nascondere il significato; e tutti quei critici che usano i loro termini in modo così vago che il lettore può immaginare siano d'accordo con lui e gli diano ragione mentre non è così: col che intendo dire che i loro articoli possono sempre apparire in solide e rispettate riviste senza scatenare una zuffa o provocare le proteste degli abbonati. La prima credenziale che noi dobbiamo esigere da un critico è la sua ideografia del bello, di ciò che egli considera scrittura valida e di tutti, tutti i suoi termini generici. Allora sapremo a che punto si trova.
Non potrò mai ripetere troppo spesso o con troppa energia la mia diffidenza (caution) per i cosiddetti critici che parlano tutto intorno all'argomento e non definiscono i loro termini e non sanno dire francamente che certi autori sono una scocciatura maledetta. Fatevi dire da un uomo prima, e con tutti i particolari, quali sono per lui i buoni scrittori: solo dopo ne ascolterete le spiegazioni.


Ezra Pound
tradotto da Cristina Campo
in La tigre assenza
Adelphi 1991

Poesia è l'arte di caricare ogni parola del suo massimo significato.

Ars poetica - III

Poesia è l'arte di caricare ogni parola del suo massimo significato.


Ezra Pound
tradotto da Cristina Campo
in La tigre assenza
Adelphi 1991

venerdì 8 marzo 2013

Il compito del poeta


Ars poetica - II

Concisione, ovvero stile, ovvero dire ciò che s'intende dire col minor numero di parole e le più chiare.
Effettiva necessità di creare o costruire qualcosa; di presentare un'immagine o più immagini di oggetti concreti, disposti in modo da toccare il lettore.
Al di là di questi oggetti concreti si possono fare semplici constatazioni  del sentimento sui fatti; come "sono stanco" o "alla morte non può seguire peggior male", ecc.
Io credo vi debbano essere più, molti più oggetti che constatazioni e conclusioni, essendo queste ultime puramente ipotetiche (optional), non essenziali, spesso superflue e quindi pessime.
Ma bisogna che vi sia l'emozione, o la cadenza e il ritmo saranno vapidi e senza interesse.
Il compito del poeta è definire e ancora definire finché il particolare alla superficie sia in accordo con la radice nella giustizia.
In nessun caso la costipazione del pensiero, sia pure nel particolare, consentirà bella scrittura.
Lucidità...

Ezra Pound
tradotto da Cristina Campo
in La tigre assenza
Adelphi 1991

giovedì 7 marzo 2013

Un'attenzione concentrata a ciò che si sta scrivendo

Ars poetica - I

La poesia dev'essere scritta altrettanto bene quanto la prosa.
La lingua dev'essere bella e in nessun modo allontanarsi dalla parola detta, se non per un'accresciuta intensità (cioè semplicità).
Non devono esservi parole libresche, niente perifrasi, niente inversioni.
Dev'essere semplice come la prosa di Maupassant e dura come quella di Stendhal.
Non sono ammesse le interiezioni, non le parole che volano via nel nulla.
Ammesso che non si può ad ogni colpo far centro, sia almeno questa l'intenzione.
Il ritmo deve avere un significato. Non può essere una semplice partenza, senza presa, senza stretta sulle parole e il senso.
Niente clichés, niente frasi fatte, stereotipie giornalistiche.
Il solo modo di sfuggire a questo è la precisione, che è il risultato di un'attenzione concentrata a ciò che si sta scrivendo.
La prova di uno scrittore è la sua capacità di simile concentrazione e la sua facoltà di rimanere concentrato finché non sia arrivato alla fine del suo lavoro, siano due versi o duecento.
Oggettività e ancora oggettività ed espressione.
Niente code al posto delle teste, niente aggettivi a cavalcioni (come "putridi muschi fradici"). 
Niente, niente che non si possa in qualche momento, nella stretta di qualche emozione, effettivamente dire
Ogni letteralismo, ogni parola libresca sgretola via un pezzetto della pazienza del lettore, un po' del suo sentimento della vostra sincerità.
Quando uno sente e pensa veramente, egli balbetta le parole più semplici.
La lingua è fatta di cose concrete.
Espressioni generiche in termini non-concreti sono pigrizia; sono conversazione non creazione.
Il solo aggettivo che valga la pena di usare è l'aggettivo essenziale al senso del passaggio.
Mai l'aggettivo decorativo.

Ezra Pound
tradotto da Cristina Campo
in La tigre assenza
Adelphi 1991

mercoledì 6 marzo 2013

Una specie di canto

Attenda il serpente sotto
la gramigna
e la scrittura
sia di parole, lente e rapide, affilate
a colpire, quiete ad attendere,
insonni -

a conciliare con metafore
le persone e le pietre.
Componi. (Niente idee
se non nelle cose) Inventa!
Sassifraga è il mio fiore, che spacca
le rocce.

W.C. Williams
da The collected later poems
tradotto da Cristina Campo
in La tigre assenza
Adelphi 1991

martedì 5 marzo 2013

A un poeta più anziano

Saper fare
e non fare

Quieto come un fiore

Non fuoco,
un fiore spento
nel calore -

fiore
adorabile, appeso 
nella pioggia

                   Mai!

Sobriamente

Più candido del giorno

Per sempre attendi
scosso
dalla pioggia
       per sempre

W. C. Williams
tradotto da Cristina Campo
in La tigre assenza
Adelphi 1991

Oltre il tempo, oltre un angolo

What sorrow
beside your sadness
and what beauty
W.C. Williams

Troppe cose hanno accolto le tue palpebre
l'attenzione t'ha consumato le ciglia.
Troppe vie t'hanno ripetuta,
stretta, inseguita.

La città da secoli ti divora
ma per te travede, sogno e sfacelo
di luci e piogge, lacrime senili
sulla ragazza che passa
febbrile, indomabile, oltre il tempo, oltre un angolo.

Ritorna! Gridano i vecchi di Santa Maria del Pianto,
la ronda della piscina di Siloè
con i cani, gl'ibridi, gli spettri
che non si sanno e tu sai
radicati con te
nel glutine blu dell'asfalto
e credono al tuo fiore che avvampa, bianco -

poiché tutti viviamo di stelle spente.

Cristina Campo
La tigre assenza
Adelphi 1991

lunedì 4 marzo 2013

Qui il tempo è una sfera limpida

Qui il tempo è una sfera limpida. E la piccola luna gli ruota intorno. Io ho ridotto la vita alla mia stanza perché tutto il lavoro è sul tavolo, e anche questo fa blocco con il resto, in un macigno che chiude la caverna.

Cristina Campo
Lettere a Mita 
frammento di una lettera dell'11 ottobre 1957
Adelphi 1999

sabato 2 marzo 2013

Le cose che facevano parte di me


a Etty Hillesum
Le cose che facevano parte di
me erano nel tuo lento accumulare:
api che ronzavano alla finestra,
il ramo di glicine addormentato
nel bicchiere, il libro d’ore di Rilke,
l’acero rosso che contava le stagioni,
il desiderio di poter dominare
tutte le parole e tutto mettere in
parole, suoni, immagini per
dare conto a quelli che verranno
della tua esperienza amorosa
con una primavera.

“Ma ci sono anche dei giorni in cui
egli invecchia, i minuti gli passavano
sopra come anni” scriveva il poeta
all’amico Ewald. E ora che gli anni
sono passati sui tuoi giorni ritornati
nella sabbia, come l’ultima onda prima
del tramonto seppellisce il mare,
tu che capivi la certezza della fine e
hai scelto di restare per essere il balsamo
di molte ferite.

“I cieli si stendono dentro di me
come sopra di me” scrivevi, sapendo
che tu sola potevi essere misura a
te stessa: la ragazza che non voleva
inginocchiarsi, che aveva iniziato
a costruirsi una casa pietra su pietra.
Incantata dal glicine odoroso, hai aperto
le mani e lasciato rotolare melodiosamente
il mondo fino alla mano di Dio e ti sei 
immersa per cercare nel profondo i tesori
che vi giacciono senza possedere gli strumenti,
sapendo fabbricarli dal nulla delle parole.

Oggi io sono qui nel cuore luminoso
di un giorno invernale, a indovinare
il glicine che sarà fiorito nella tua
primavera amorosa.

Elena Petrassi
gennaio- febbraio 2013

Nel grembo di ogni voce

Questa sera a Bergamo sarà in scena uno spettacolo, ideato e curato dallo scrittore Alessandro Bottelli dedicato alla creatività femminile dove verranno interpretate venticinque poesie dedicate da alcune poetesse e scrittrici italiane contemporanee ad altrettante donne per loro importanti: 


Antonella Anedda, Donatella Bisutti, Silvia Bre, Maria Grazia Calandrone, Chandra Livia Candiani, Rosita Copioli, Marina Corona, Alba Donati, Biancamaria Frabotta, Milli Graffi, Mariangela Gualtieri, Jolanda Insana, Vivian Lamarque, Paola Loreto, Franca  Mancinelli, Annalisa Manstretta, Dacia Maraini, Giulia Niccolai, Elena Petrassi, Laura Pugno, Maria Pia Quintavalla, Gabriella Sica, Maria Luisa Spaziani, Ida Travi.

Le donne sono tra le altre Rita Levi Montalcini, Simone Weil, Elsa Morante, Ildegarda di Bingen e Etty Hillesum cui è dedicata la mia poesia.





venerdì 1 marzo 2013

Mio primo alfabeto


“Biancospino in fiore, mio primo alfabeto”. 

Così Vittorio Sereni traduceva il frammento poetico di René Char 

“L’aubépine en fleurs fut mon premier alphabet”. 

dal volume Due rive ci vogliono. Quarantasette traduzioni inedite
con una presentazione di Pier Vincenzo Mengaldo 
Donzelli editore 2010