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mercoledì 26 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/444. Per fortuna è breve la memoria dei gelsomini



Quando lo spazio è denso di angoli e variazioni, non mi viene mai in mente di immaginarlo vuoto. La percezione del vuoto è qualcosa che la mente fatica a decifrare, soprattutto perché non c’è un solo tipo di vuoto, ogni sguardo coglie soprattutto il vuoto che gli è consono. Io cerco proprio il vuoto degli angoli che sono rifugio e punto di osservazione allo stesso tempo e poi nell’atto del guardare colgo elementi visivi, uditi e olfattivi che senza la giusta attenzione restano in sordina.

 

 

Lo sguardo invaso dai girasoli impazziti di luce

 

 

In questa piccola casa confluiscono

tutti i venti e le ragioni, si

incontrano le isole e i fiumi, pochi

passanti e tutte le conversazioni

che sono rimaste appese ai rami

degli alberi sotto le sue finestre.

Arrivano anche il profumo dei

gelsomini e le grida delle rondini

in picchiata, che ridono e gridano

come bambini nelle nostre orecchie

già estive e invadono lo sguardo

di girasoli impazziti di luce.

 

 

Dopo il lungo, ma ricco e fecondo, letargo della pandemia, in questa primavera che se ne sta nascosta nel mantello dell’inverno, pian piano abbiamo iniziato a uscire, come le marmotte e gli orsi dopo il letargo. Facciamo la conta del mondo intorno e noi, ci preoccupiamo di chi non abbiamo più visto e sorridiamo a tutti quei segni della vita che sta ritornando: un bambino di un anno e mezzo al massimo che insegue un piccione porgendogli una patatina, donne che cercano vestiti estivi in una bancarella, un pittore dilettante che ritrae la chiesa e la piazza, i gelsomini fioriti, davanti ai quali passo avanti e indietro inebriandomi del loro profumo, sino a quando non sento più nulla, il mio olfatto è talmente impregnato che ha smesso di funzionare. Così mi allontano un poco, poi ritorno, per fortuna è breve la memoria dei gelsomini, si sono dimenticati della mia presenza e si lasciano odorare.

Oggi è mercoledì 26 maggio del secondo anno senza Carnevale e questa al gelsomino è la Cronaca 444.

mercoledì 24 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/381. L’intenzione, l’opera, un’immagine e quello che ne rimane



Voglio scegliere una scultura come simbolo di questa pandemia, ci penso, sfoglio vecchi cataloghi e immagini su Internet e poi è la Pietà Rondanini di Michelangelo, conservata a Milano nel Museo del Castello Sforzesco, che mi strappa una volta di più gli occhi e il cuore.

Le figure sono appena accennate, ancora imprigionate nel marmo opaco e niente hanno della magnifica opulenza della ben più nota Pietà conservata in Vaticano, scolpita da Michelangelo tra i ventidue e i ventiquattro anni, l’opera di un genio senza dubbio.

Ma la Pietà Rondanini, frutto dell’opera di un vecchio che ci lavora e lavora sino alla morte, è straziante proprio perché incompiuta, perché il corpo della madre e il corpo del figlio sono ancora un tutt’uno nella stessa materia, come prima della nascita del Cristo.

A partire da quest’opera mi sono chiesta se amo di più l’incompiuto, il mai finito, il frammento incompleto o se mi attraggano di più le rovine, le statue senza braccia, i busti senza testa. Nel primo caso possiamo contemplare soprattutto le intenzioni dell’artista, nel secondo quello che il tempo non ha sbriciolato dell’opera e delle intenzioni. In entrambi i casi possiamo fantasticare intorno alla figura intera che non conosceremo mai.

Il morire, la morte, un verbo e un sostantivo che avevamo espunto dalla nostra lingua quotidiana per relegarli nei film e nei videogiochi, si sono riappropriati della nostra narrazione e ci costringono a fare i conti con la pandemia e con quanto stiamo facendo, o non facendo, delle nostre vite.

A causa del virus si sono ammalate e sono morte moltissime persone che ho conosciuto: ex-colleghi, genitori di amici e conoscenti, amici d’infanzia. Tra loro l’ultimo è stato Don Antonio Attanasio, mio coetaneo; frequentavamo la stessa parrocchia e lo stesso oratorio, le stesse scuole da bambini. Lui aveva cercato di insegnarmi a suonare la chitarra, con scarsi risultati visto il mio orecchio latitante. Me lo ricordo molto bene quando suonava e quando cantava, mi ricordo le conversazioni, la sua profonda spiritualità e la vocazione precoce. Nel tempo ci eravamo persi di vista, come spesso accade, ma il sapere della sua morte mi ha addolorato. Non so se sua madre sia ancora viva, ma posso immaginarla aggrappata a quel figlio non più carne viva, ma simbolo del sacrificio.

In questo momento siamo tutti opere incompiute, opere senza intenzione e senza autore. Alcuni tra noi, quelli che sono già mancati in questi quattordici mesi, quelli che cadranno sotto gli attacchi del virus prima che la campagna vaccinale sia efficace, resteranno tali per sempre. Certo anche prima morivano centinaia di persone al giorno per le più svariate cause, anche oggi non ci sono solo i morti a causa del virus, ma oggi stiamo affrontando un evento collettivo ed epocale, un trauma le cui conseguenze a livello psicologico, emergeranno con il tempo. La maggior parte tra noi ricomincerà a breve a progettare, a costruire la propria vita, a pianificare il futuro, perché questa è la nostra natura, uno slancio continuo verso il futuro.

 

Per noi che siamo forma e spazio

 

Non scegliamo il marmo, non

scegliamo né il basamento, né

lo scalpello, solo la forma e

l’intenzione sono frutto della

nostra volontà e del nostro

ingegno. Per questo vale sempre

la pena di iniziare l’opera, anche

se del marmo fatichiamo a intuire

le venature profonde e una rottura

improvvisa potrebbe impedirci di

terminare e di girare intorno per

guardare e sentire che siamo forma

e spazio, non solo tempo che ci

attraversa e frantuma.

 

Questa poesia inedita e scritta oggi pomeriggio, la dedico al mio amico poeta Danilo Bramati: la preferenza della scultura alla pittura “perché possiamo girarci intorno” è sua. Il suo sguardo mi ha fatto scoprire proprio la consistenza della materia e la consistenza della poesia: un’opera cui possiamo lavorare intorno e sopra e sotto sino a quando non ne potremo più. Come Michelangelo immaginava nel blocco di marmo la statua e poteva affermare che la sua opera avveniva “per forza di levare”, così il poeta immagina nell’invisibile i versi e li trascina in questa realtà per farli risuonare. Ma sempre mi chiedo: viene prima l’immagine o prima il suono? E il ritmo è solo suono o anche perfetta forma geometrica? Penso, ci penserò ancora, e con questi pensieri torno a sedermi davanti al mio camino nella Casa delle Parole, la mia casa.

Questa è la Cronaca 381 di martedì 24 marzo 2021, secondo anno senza Carnevale.


 

giovedì 4 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/361: dove il silenzio chiama la sua notte

 


 

Cosa sono gli anni? Cosa sono i giorni? Entriamo nel tempo sotto un cielo e lasciamo l’eternità dietro di noi. Usciamo sotto un diverso cielo e l’eternità è intatta, così come l’avevamo lasciata. Fare esperienza del mondo è dimenticare nel tempo l’esperienza dell’eternità che può essere solo un orizzonte di riferimento, un luogo che può esistere solo nella nostra immaginazione sino a che viviamo immersi nel tempo. Quel che il mondo fa di noi, ciò che noi facciamo al mondo, è il carico che ci porteremo dietro quando il tempo sarà finito. È crudele pensarlo, ma inevitabile. Siamo creature del tempo tanto quanto del sogno e dell’immaginazione. E crediamo nell’eternità perché sentiamo la sua potenza che si irradia in noi e intorno a noi.

Scrivo queste brevi note più per rassicurare me stessa che per condividerle, oggi. Ci sono giorni come questo, dove l’eternità ha scurito il cielo, dove sento onde sconosciute che attraversano il fiume e il giardino. Non posso essere muta testimone, così raccolgo qualche frammento e ne faccio poesia.

 

Quando l’invisibile ci indica il cammino

 

Nel regno del silenzio esistono

particelle invisibili e frammenti

delle nostre voci che vorticano

ancora cercando il centro, quel

centro immaginato che la poesia

reclama. Quando particelle e

frammenti si toccano, ecco che

una terza forma avanza e chiede

al sonno le sue ragioni. Sono di

polvere gli anni rimasti, sono di

polvere e luce riflessa. Tutto

intorno brilla l’eternità mentre

noi camminiamo a testa bassa

occupando tutte le rive del nostro

fiume e solo l’invisibile prende

forma e solo l’invisibile ci indica

il cammino. Poi è notte, poi è

silenzio.

 

Nel giardino risplende l’eternità questo pomeriggio, è la primavera che canta e turba il quieto dormire della stagione muta. Accolgo le ombre come fa il pastore quando il gregge ritorna per il ricovero notturno. Accendo il fuoco per farle danzare, le invito a riempire i muri e a sussurrare i nomi di quelli che verranno. Io sarò l’ospite inatteso in questo vagabondare tra le stelle e questa realtà, dove sono poche le luci, molti i misteri e dove gli anni si fanno densi e bisognosi di parole. Cosa sono gli anni? Cosa sono i giorni? Ombre, un’ombra, un sussurro, l’eternità che cerca casa.

Oggi è giovedì 4 marzo del secondo anno senza Carnevale. Quando l’invisibile ci indica il cammino, l’ho pensata e scritta per questa Cronaca 361.

venerdì 29 gennaio 2021

Cronache dall’anno senza Carnevale/327: la nostra posizione nell’aria è stare nel luogo di desideri e poesia

 


 

I nostri corpi, noi, occupiamo svariate posizioni nello spazio e solo una alla volta. Siamo immersi nell’aria o nell’acqua. Camminiamo e nuotiamo alla nostra maniera. Ma non possiamo volare senza un ausilio esterno. Riusciamo a staccare l’ombra da terra ma non abbiamo ali, solo il desiderio di averle.

Negli altri due elementi, terra e fuoco, non possiamo vivere. Il fuoco divora l’aria intorno e muta irrimediabilmente ciò che tocca. La terra possiamo scavarla, ma per viverci dobbiamo avere tutta aria intorno.

Nell’aria possiamo camminare, fermarci in piedi, sederci, inginocchiarci, sdraiarci, saltare, voltarci.

Una posizione più di tutte è consona ai sogni e alle fantasie, all’amore e al riposo. Sdraiati possiamo contemplare il cielo e coprire la nostra ombra tutta intera, per far sì che anch’essa possa trovare riposo.

 

 

Un luogo di desideri e poesia

 

Non mi importa il peso, non

il calore, sto al riparo dai

tuoi pensieri e guardo il mondo

solo con gli occhi dell’immaginazione.

Il tuo sguardo, invece, disegna

cerchi e traiettorie infinite, solletica

i rami e non si ferma là dove finisce

il cielo. Quel confine e il desiderio di

varcarlo sono un unico moto che

spinge l’anima a rotolarsi nel

prato come un cucciolo alla sua

prima uscita. Perché se il corpo

ha limite nei suoi stessi sensi, per

l’anima il gioco è altro. Perché

l’anima conosce i misteri del mondo

e se ne nutre, accarezza gli sguardi

degli amanti e dorme con il capo

sotto l’ala e sogna, sogna con tutte

le anime di essere in quel luogo che

noi creiamo con i desideri e la poesia.

 

D’inverno non è semplice sdraiarsi a contemplare il cielo, ma è bello farlo, anche per pochi istanti. Una vecchia coperta e il nido è pronto. Guardo il cielo azzurrino, le rade nuvole, ascolto il silenzio degli uccellini, il canto solitario della fontana e poi il gatto curioso che viene ad annusarmi e a ronzare nelle orecchie. Potrei quasi addormentarmi, finire congelata, ammalarmi, ma resisto finché posso e l’oscurità della notte, il mio inchiostro non ancora diventato parola, tinge il mio cielo cristallino e mi spinge a rientrare.

La casa è calda, i lupi e i gatti sono davanti al focolare, metto il bollitore sulla stufa per scaldare l’acqua e preparare il tè. Nel forno cuoce della pasta condita con ragù e verdure. Butto nel fuoco le bucce del mandarino e inizio a scrivere.

Oggi è venerdì 29 gennaio del secondo anno senza Carnevale che profuma d’inverno e di ricordi buoni e Un luogo di desideri e poesia è inedita, l’ho scritta per questa Cronaca 327.

lunedì 6 agosto 2018

Le vie delle parole


Come arrivano le poesie

Rigirale in bocca sottovoce
Poi lasciale vagare nella mente
Finché un significato prende forma.


Come l’amore, sono più forti se accolte alla cieca,
Giudicate all'istante, percepite con sensi acutizzati
Mentre ancora non è chiaro se siano necessarie.


L’emozione imprecisa – intensa
Quanto un’azione adrenalinica –
Si nutre di sé stessa, e a sua difesa


Si immagina un ruolo umanitario,
Ma le poesie, siano maschi o femmine, sono vanesie
E traggono le proprie soddisfazioni dall'interno,


Sfoggiano vocali, o esibiscono catene
Di elle ed emme d’argento per fare mostra
Di intimità o di biasimo, di gioia o di dolore.


Le vie delle parole sono strette ed egoiste,
Esige ognuna uno spazio adeguato al proprio peso.
Non serve scandire i versi ad ogni frase,


Ma una sorta di battito deve integrare
Il suono che la poesia fa quando è inventata.
Sennò, scrivi prosa. Oppure aspetta


Che arrivi e sia lei il proprio intento a dichiarare.

How Poems Arrive

You say them as your undertongue declares
Then let them knock about your upper mind
Until the shape of what they mean appears.


Like love, they’re strongest when admitted blind,
Judging by feel, feeling with sharpened sense
While yet their need to be is undefined.


Inaccurate emotion – as intense
As action sponsored by adrenaline –
Feeds on itself, and in its own defence


Fancies its role humanitarian,
But poems, butch or feminine, are vain
And draw their satisfactions from within,


Sporting with vowels, or showing off a chain
Of silver els and ms to host displays
Of intimacy or blame or joy or pain.


The ways of words are tight and selfish ways,
And each one wants a slot to suit its weight.
Lines needn’t scan like this with every phrase,


But something like a pulse must integrate
The noise a poem makes with its invention.
Otherwise, write prose. Or simply wait


Till it arrives and tells you its intention.

Anne Stevenson
Le vie delle parole
traduzione di Carla Buranello
Interno Poesia 2018

lunedì 1 maggio 2017

e tutto questo spazio è un’ombra di roseti

In giardino
... qui, da me. Da Creta, a questo cerchio
magico, incantato santuario
di meli, altari che profumano
d’odori dell’oriente.

Acqua freschissima chiacchiera tra i rami
dei meli, e tutto questo spazio è un’ombra
di roseti. dal bisbigliare del fogliame
quiete si distilla.

Nel prato pascola il cavallo, ed è una fioritura
di piena primavera. L’aria è tutta
aliti di miele...

Qui prendi le ghirlande, dea di Cipro,
e nei bicchieri d’oro, con finezza,
versa il tuo nettare frullato
di gaiezza...

Saffo

Traduzione di Ezio Savino 
Poesia n. 278 gennaio 2013

giovedì 9 marzo 2017

È quasi primavera. L’albero trattiene ancora le gemme.

Convalescenza di fine inverno
(a conclusione dei lavori di ristrutturazione)


Spiace lo squallore di questo paesaggio.
È quasi primavera.
L’albero trattiene ancora le gemme.
Il cielo trattiene una pioggia battente.
Le finestre chiuse trattengono
il caldo dentro le stanze.
Fuori da queste quattro cose
c’è uno spazio freddo
con sempre meno luce e senza vento.
La casa – sono sola –
mi cederebbe tutte le sue stanze,
è la stagione che si allarga
ma sono io che non le voglio, non le accetto.
È forse la stanchezza della malattia
che mi fa stare in guardia,
sebbene far la guardia sia per niente
visto che i buoi sono scappati
col carro pieno della roba mia.
Ma gli occhi, che mi restano fedeli,
continuano a inviarmi questi esterni,
stanze vuote, piene di spazio per l’ospitalità.
L’ospitalità mi chiede almeno un ospite
io sono invece un’altra stanza vuota
accanto a quella nuova appena sistemata.
Si chiamino ancora i muratori
che facciano a me controsoffittatura,
pavimento e diano il bianco
– almeno due mani, per favore –
adesso che si va nella stagione bella,
alle orme interne, vuote,
di stomaco, fegato, cuore, budella.

mercoledì 8 marzo 2017

dentro quest’albero spoglio ci sono foglie e fiori bianchi di ciliegio

Inverno


Vedi, dentro quest’albero spoglio, grigio
fra palazzi grigi e tetti,
ci sono foglie e fiori bianchi di ciliegio.

Dentro le facciate fredde dei palazzi
ci sono stanze, spazi che si aprono in spazi,
case che rifugiano uomini, sentimenti.

Vedi, questo striminzito cielo nuvoloso

ha sole, luna e innumerevoli stelle.


Annalisa Manstretta
Gli ospiti delle stagioni
Atì editore 2015

giovedì 2 marzo 2017

Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dell'infinito

Noia, malinconia, vibrazioni liriche

La noia è un blocco dell'atto, un vuoto tra due progetti, ma passa, perché lo spazio si riempie da solo. La coscienza umana non può restare vuota, si popola di versi di poeti, visi di donne, ricordi, e sensi di colpa. Si pensa sempre a qualcosa, e per me la malinconia prevale sulla noia, che diventa così una specie di rêverie mista a tristezza intorno alle cose che mi circondano. Da questo stato nasce la prosa dell'elegia, che è un modo di sfuggire al sadomasochismo dei rapporti umani troppo stretti.
La noia permette di contemplare quello che appare in lontananza, a metà strada tra il dolce e il funebre, e di sottrarsi in questo modo alla polemica e alla collera. Questa noia malinconica ci pone al di là dell'angoscia paralizzante, favorisce lo slancio dell'immaginazione e anche della lucidità, e dispensa dall'alzare il tono e lanciare delle grida: «Gettare il proprio cuore tra le cose e allontanarsene per meglio contemplarle e oggettivarle», diceva Camus.
La noia è più arida, la malinconia è più musicale, ha una vibrazione lirica. Sul mare l'aridità prevale. Per me, niente può essere concepito senza legame con il paesaggio, e quando le cose riappaiono sul mare, nel mezzo dei ricordi, hanno questo tono di spoliazione e di dolcezza, non tanto dal punto di vista della malinconia romantica quanto da quello dell'universalità. Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dell'infinito. Le rocce mi riportano alle cose antiche. Il minerale è più vicino all'essenza, mentre il deserto è più superficiale. La letteratura della mia regione è fatta di questo linguaggio aspro, teso verso l'essenziale. Oggi vedo scrittori che si buttano con rabbia nel bel mezzo della mischia, della lotta, della carneficina, del saccheggio. Non amo questo tipo di letteratura, preferisco la contemplazione.

Une manière de contempler le lointain, in «Magazine Littéraire», n. 400, luglio-agosto 2001, p. 32. Il testo, con quelli di altri scrittori, fa parte di un dossier dal titolo Variations sur l'ennui; la testimonianza è stata raccolta da Valérie Marin Le Meslée. La traduzione è dei curatori

Francesco Biamonti
Scritti e parlati
a cura di Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti
prefazione di Sergio Givone
Einaudi 2008

lunedì 6 febbraio 2017

Scrivere per non perdermi, per non disancorarmi da me stessa

È importante dire che, prima di trasferirmi a New York, non avevo mai scritto se non per dovere: temi al liceo, tesi di laurea e di abilitazione, documenti professionali.
La voglia o meglio l'urgenza di racconto è esplosa a New York, per colmare l'assenza delle persone con cui fino ad allora avevo diviso l'esistenza, forse per saturare un vuoto. In quella città che aveva imprevedibilmente spaccato in due la mia vita proiettandomi in un altrove dove mi sarei dovuta reinventare tutto, perfino la lingua della sopravvivenza, le cose che andavo scoprendo in una sorta di non indolore "festa mobile" imponevano di essere raccontate. Non solo perché ne valeva la pena, ma perché se non l'avessi fatto avrei rischiato di perdermi, di disancorarmi da me stessa. Per "stare" a New York avevo bisogno di non rimuovere quel che avevo lasciato, di tenermelo amorosamente accanto in un dialogo ininterrotto. 
La scrittura si è presentata come il solo strumento capace di cancellare la distanza, creando uno spazio di condivisione, facendosi ponte tra due estremi spaziali e temporali. La scrittura, nemica del silenzio.

dall'introduzione dell'autrice

Maria Nadotti
Prove d'ascolto
Incontri con artisti e saggisti del nostro tempo 
edizioni dell'asino 2011

sabato 4 febbraio 2017

Resteranno di me frammenti di parole

A mia moglie


Spossato dalla bellezza, che ho pescato ogni giorno
Con pupille e orecchie avidamente spalancate
Quando morirò, non piangere. Mi addormenterò sazio di vita
Che è grande, difficile, e burrascosa.
La divinità, che nel fuoco mi percorreva le membra
Volerà in alto o si dissiperà;
Il cuore che batteva così vivo - si irrigidirà
E la voce diverrà una lettera morta.
Allora penserai, che troppo sparsi
Resteranno di me frammenti di parole
Ma sappi che più d'una volta le ore di rapimento
La parola mi soffocarono nel petto troppo stretto
Il mondo era troppo bello, perché solo a te
Donassi i miei versi. O amatissima
Ho guardato nello spazio smisurato
Mi hanno preso sentimenti smisurati
Ma quando qui le persone, lì le stelle nel cielo
Il cuore mi svolsero con un eterno arcolaio
Tu sei rimasta fedele come l'acqua, immutabile
L'unica al mondo che mi abbia amato.

Jaroslaw Iwaszkiewicz

martedì 31 gennaio 2017

L'inverno, la sera:lo spazio sembra una stanza foderata in legno

L'inverno, la sera:
                          allora, talvolta, lo spazio
sembra una stanza foderata in legno
con dei tendaggi azzurri sempre più scuri
su cui si smorzano gli estremi riflessi del fuoco,
poi la neve si accende contro il muro
come una lampada fredda.

O sarà già la luna, che, levandosi,
si lava di ogni polvere
e del vapore delle nostre bocche?


Philippe Jaccottet
Alla luce d'inverno
traduzione di Fabio Pusterla
Marcos y Marcos 1997



L'hiver, le soir :
                        alors, parfois, l'espace
ressemble à une chambre boisée
avec des rideaux bleus de plus en plus sombres
où s'usent les derniers reflets du feu,
puis la neige s'allume contre le mur
telle une lampe froide.

Ou serait-ce déjà la lune qui, en s'élevant,
se lave de toute poussière
et de la buée de nos bouches?

giovedì 19 gennaio 2017

La notte è deserto

La notte è deserto? La notte è deserto. È il confine indistinto fra il corpo e lo spazio, è l'alleanza silenziosa fra ogni cuore di creatura e il buio del sangue che lo circonda. È la nudità il capolavoro del suo segreto, è l'impercettibile cammino il segreto della sua vertigine.

Antonella Anedda
La luce delle cose
Feltrinelli 2000

venerdì 16 dicembre 2016

La luce ama le carenze, i buchi neri che la attirano nel buio

CIME GRIGIE

A mano a mano che il giorno cala il paesaggio si
semplifica. Cancella alberi, scava ombre elementari, è
una terra più concisa.
La concisione è un grande pregio; ma dire meno,
meno ancora…
Lo spazio chiede silenzio. Tramonta. Guarda le
cime grigie, guarda le nubi che si disfano, gli strappi
scuri nella trama delle nuvole. Guarda la luce come li
riempie, come penetra nei vuoti…
La luce ama le carenze, i buchi neri che la attirano
nel buio.

Danilo Bramati
Il fiore dell'assenza
Atì editore 2016

mercoledì 9 novembre 2016

completamente sfinita completamente limpida

Come l'acqua prese a giocare

L'acqua voleva vivere
andò al sole ritornò piangendo
l'acqua voleva vivere
andò agli alberi essi la bruciarono ritornò piangendo
essi la fecero marcire ritornò piangendo
l'acqua voleva vivere
andò ai fiori essi la frantumarono ritornò piangendo
voleva vivere
andò al grembo v'incontrò sangue
ritornò piangendo
andò al grembo v'incontrò coltello
ritornò piangendo
andò al grembo v'incontrò larve e marciume
ritornò piangendo voleva morire

andò al tempo attraversò la soglia della pietra
ritornò piangendo
andò in cerca del nulla per tutto lo spazio
ritornò piangendo voleva morire

sino a che non le rimase più lacrima

si abbandonò sul fondo di tutte le cose

completamente sfinita completamente limpida.


Ted Hughes
Pensiero-volpe e altre poesie
a cura di Camillo Pennati
Mondadori 1973

How Water Began to Play

Water wanted to live
It went to the sun it came weeping back
Water wanted to live
It went to the trees they burned it came weeping back
They rotted they came weeping back
Water wanted to live
It went to the flowers they crumpled it came weeping back
It wanted to live
It went to the womb it met blood
It came weeping back
It went to the womb it met maggot and rottenness
It came weeping back it wanted to die

It went to time it came through the stone door
It came weeping back
It went searching through all time and space for nothingness
It came weeping back it wanted to die

Till it had no weeping left
It lay at the bottom of things

Utterly worn out utterly clear.

venerdì 21 ottobre 2016

il tempo che ha tenuto nel mio sguardo ogni luce

L’altro lato della bottiglia verde

Guardo una bottiglia verde
sul tavolo della mia
cucina, la guardo meglio
e ancora e in quella bottiglia
emergono prima le bolle
di aria e l’acqua ancora
più scura del vetro e poi vedo
la luce che taglia il confine
tra la materia dura e quella
mobile che la riempie
e guardo ancora e tutte
le bottiglie che ho guardato
ecco sono in un’unica sola
bottiglia, in un unico punto
di spazio e tempo e dove non
è la materia nelle sue tre
dimensioni a essere risucchiata,
ma è il tempo, tutto il tempo
che ha tenuto nel mio sguardo
ogni singola bottiglia di vetro.
Accanto alla bottiglia la tua
mano scrive parole rovesciate
che ancora non leggo e
il tuo sguardo attento,
genera il lato della
bottiglia che io non
sto guardando.

Elena Petrassi
Scrivere il vento
Atì editore 2016

sabato 23 luglio 2016

lento tra il murmure d’ulivi saraceni

Strada di Agrigentum

Là dura un vento che ricordo acceso
nelle criniere dei cavalli obliqui in
corsa lungo le pianure, vento che
macchia e rode l’arenaria e il cuore dei
telamoni lugubri, riversi sopra l’erba.
Anima antica, grigia di rancori, torni
a quel vento, annusi il delicato
muschio che riveste i giganti sospinti
giù dal cielo. Come sola allo spazio
che ti resta! E più t’accori s’odi
ancora il suono che s’allontana largo
verso il mare dove Espero già striscia
mattutino: il marranzano tristemente
vibra nella gola al carraio che risale
il colle nitido di luna, lento tra il

murmure d’ulivi saraceni.


Salvatore Quasimodo
Ed è subito sera
Mondadori 1942

giovedì 21 luglio 2016

Leggere è immergersi in uno spazio di folgorante illuminazione

L’esperienza della lettura è un’immersione in uno spazio stretto, tangibile, fatto di emozioni, crescita e momenti di folgorante illuminazione – come quando riusciamo a vedere perfettamente le fotografie che la scrittrice ci descrive oppure quando certi eventi storici sembrano parlare a noi, o di noi. Uno spazio affogato in un volume più grande, sovrastante, fatto di eventi lontani dal nostro percorso che incombono luminosi sul nostro progredire.  

Matteo Pericoli
in un bell'articolo dedicato al romanzo Gli anni di Annie Ernaux
La Stampa 26 giugno 2016

lunedì 27 giugno 2016

prendi un cielo e un albero grande come sono al solstizio d’estate

Ricetta estiva


A volte si procede tranquilli, sereni
e si arriva in un vicolo cieco;
camminando in modo armonioso
si mettono i piedi in un punto che fa eccezione
come quello di non ritorno.
Ed ecco che appaiono angoscia e sconforto,
si allargano attorno, minacciano.
Ma tu fa così: prendi un cielo e un albero grande
come sono al solstizio d’estate,
perché la chioma folta permetta che tu conti,
una ad una, le sue foglie;
perché il cielo di quei giorni,
che resta azzurro a lungo,
ti lasci il tempo per guardarti attorno
cosa per cosa, spazio per spazio,
tutto quello che c’è.
L’inverno scolpisce attento i profili,
chiarisce dove stai tu e cosa sta attorno.
Poi arriva, senza invito, l’estate
non ci pensa, occupa tutto, ride, ride e ti chiede
da che parte va visto il contorno.

Annalisa Manstretta
Gli ospiti delle stagioni
Atì editore 2015

venerdì 24 giugno 2016

Resta ora steso con me nella terra di giugno, confuso tra le lucciole nel buio profondo e remoto, silenzioso, immoto

Quando è successo che hai smesso di guardare il cielo, se non per cercarvi la pioggia e il sereno? Il giorno giusto per salire in groppa al cavallo e lanciarti al lungo viaggio? Quando è successo che non hai più veduto le costellazioni, con quello spazio nero lì, tra le stelle, che aspetta la tua Lira per colmarsi ancora? Senti ora le sfere celesti che ruotando su loro stesse ciascuna per il suo asse e la sua orbita producono una musica che solo ai poeti e agli uccelli e agli dèi è dato di ascoltare? Io non posso che suggerirtela, ma tu: se sei poeta tu, Orfeo: la senti. Resta ora steso con me nella terra di giugno, confuso tra le lucciole nel buio profondo e remoto, silenzioso, immoto, e aspetta che la volta si abbassi su di noi, che ci accolga fino a che la luna rossa all'orizzonte e bassa scacci via tutti gli astri e arrivi a raccontarci un altro tempo: un tempo che gli uomini intravedono e a esso tendono, e poiché sanno che sfugge loro, per esso si struggono.

Valeria Parrella
Assenza
Euridice e Orfeo
Bompiani 2015