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lunedì 20 maggio 2024

Il coro delle nuvole impazzite

Ho appena saputo che è mancato Renzo Favaron, un vecchio amico e poeta straordinario. Ci siamo frequentati parecchio in tempo remoto, ricordo i suoi racconti sulla Croazia, la mostra di Corot che avevamo visitato insieme a Maddalena Cavalleri a Verona nel dicembre 2009, è stato un amico, tanto che gli ho dedicato due poesie che copio qui per ricordarlo, insieme a quei giorni di sabato straordinari di un'estate di tanti anni fa.


Il coro delle nuvole impazzite

a Renzo Favaron

L’ora del tempo e la dolce stagione

non chiediamo altro al coro delle

nuvole impazzite e cortigiane

di questo vento che nega

la primavera ai fiori prima

ancora che a noi smemorati

e pieni di ogni luce negli

occhi caparbi nell’attesa

intenti nell’intagliare a

questo giorno una figura

memorabile nella teoria

degli anni, miserabili

frammenti delle stelle

che mai saremo, ma potremo

ricordare quel grande

albero in Croazia anche

se mai lo avremo veduto

e solo uno tra noi

lo ha cantato.


dalla raccolta Scrivere il vento

Atì editore 2016



Variazioni su nuvole, luce e ombra

a Renzo F.

Un presagio per il giorno che

verrà è un’invenzione di nuvole

in quel cielo che mai vedremo,

in un luogo privo di memoria,

ai nostri sguardi solo quel cielo

è rimasto della città antica,

il cielo che le mani capricciose

del tempo e della ragione

appendono sulla mia giornata.

Guardo ancora e le nuvole

di Corot si dissolvono con

l’eleganza di un segreto custodito

nel cuore della luce che veloce

si alza a oriente. È un mattino

nuovo, memoria della notte, fiato

lungo nei passi, sempre più

piano avvolti nella brina,

inondati di luce sino alla fine

della stessa strada.


dalla raccolta Figure del silenzio. Atì editore 2010

venerdì 3 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/817. Il sole mi interessa soltanto perché fa ombra

 


Mi piace sempre quando a un giorno di festa segue un altro giorno di festa. Ho finito di rivedere i tre film originali della saga Millennium e ho ricordato perché la storia di Lisbet e Mikahil mi era piaciuta così tanto: perché loro due combattono le ingiustizie, non si arrendono mai e se anche diventano vittime, trovano sempre il modo di rialzarsi e di continuare a combattere a prescindere da quanto siano feriti, malconci e delusi. Dopo un buon pranzetto alla trattoria Burla Giò in compagnia di mio nipote Marco, siamo andati a fare un giretto alla libreria American Bookstore in Cairoli, libreria che non è solo una miniera di libri in lingua, ma anche di oggetti vintage, soprattutto scatole e cofanetti, e di edizioni fuori commercio di tanti magnifici libri in italiano. Siamo stati a curiosare tantissimo, lasciato gli acquisti in deposito e poi siamo andati a vedere la mostra di Ferdinando Scianna a Palazzo Reale Viaggio RaccontoMemoria che ci è piaciuta moltissimo, soprattutto i ritratti, soprattutto quelli di Borges e Sciascia. Il payoff della mostra è una bella frase del fotografo: “Io guardo in bianco e nero, penso in bianco e nero. Il sole mi interessa soltanto perché fa ombra”. Le fotografie in bianco e nero hanno una potenza espressiva che difficilmente quelle a colori riescono a raggiungere. Forse perché noi umani sogniamo anche in bianco e questi sono i colori della memoria. Non vi è mai successo di vedere foto del passato, della Seconda Guerra Mondiale in particolare, e di provare un certo sgomento? Per ricordare questa esperienza notevole pubblico anche una poesia di Borges tratta da Storia della notte (a cura di Francesco Fava, Adelphi 2022)

 

Un sabato

 

Un uomo cieco in una casa vuota

logora circoscritti itinerari

e tocca le pareti che si allungano

e il vetro delle porte delle stanze

e sfiora i dorsi ruvidi dei libri

preclusi al suo amore e l’annerita

argenteria che fu degli antenati

e i rubinetti e le modanature

e alcune vaghe monete e la chiave.

È da solo e nessuno è nello specchio.

Va e viene. La sua mano tocca il bordo

di uno scaffale. Senza aver voluto,

si è disteso sul letto solitario

e sente che ogni atto che ripete

all’infinito in questo suo tramonto

segue le regole di un gioco oscuro

che è diretto da un dio indecifrabile.

Con alta voce e cadenzata, sillaba

frammenti di poemi antichi e tenta

variazioni nei verbi e negli epiteti

e bene o male scrive questi versi.

 

Oggi però è venerdì 3 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 817 scruta il cielo con occhi borgesiani.

giovedì 19 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/802. La luce mette in corsivo ogni cosa che tocca

 

 


 

Saccheggio ancora Balistica di Billy Collins per il titolo di questa Cronaca e poi mi metto a girovagare in questi versi:

 

E dovrei ricordare la luce

che entra dalle grandi vetrate a quest’ora del giorno

e mette in corsivo ogni cosa che tocca.

 

 

È davvero la luce che scrive il mondo, lo rende visibile. Ma senza l’ombra il lavoro è imperfetto. E qui ricorro a un maestro dell’ombra il giapponese Junichiro Tanizaki e il suo Libro d'ombra:

 

 

 

“L'inchiostro di china acquarellato (il sumi e) è, tra i generi della pittura, quello a cui vorrei paragonare la stanza giapponese. Dove l'inchiostro sfuma, la è lo shoji; dove si addensa, là è è il toko no ma. Ogni volta che mi accade di vedere un toko no ma di particolare eleganza, mi meraviglia la dimestichezza che i Giapponesi hanno con i segreti dell'ombra. Con quanta raffinatezza sono state distribuite luce e oscurità! Niente di maniera e di artificioso: solo uno spazio spoglio, la semplicità del legno, la nudità delle pareti. I raggi luminosi che vi penetrano provocano, ora in questo, ora in quell'angolo, il raggrumarsi dell'ombra. Osservate come minuscolamente annotti dietro i travicelli, o tra i fiori, o sotto una mensola. Non è altro che ombra, comunissima ombra; e tuttavia, com'è alto il silenzio nelle anfrattuosità dell'aria, e com'è inalterabile la quiete! Non sarà forse condensata, in quelle chiazze taciturne, la cosa che gli Occidentali chiamano: "il mistero dell'Oriente"? Anch'io da bambino, ero percorso da un brivido, quando il mio sguardo si sviava in quegli angoli del soggiorno, o del salotto, dove la luce non giungeva mai.

In verità, non esistono né segreti, né misteri: tutto è magia dell'ombra”.

 

Così, presa tra luce e ombra, tra casa e giardino, tra narrativa e poesia, continuo il mio imperfetto stare nella soglia, il luogo preciso dove nascono sillabe e versi.

 

Oggi è giovedì 19 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 802 è una perfetta sintesi degli opposti che si completano.

martedì 19 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/772. Non so come portare la luce tra le mani

 

 


Il canto del giardino oggi è intonato a quello della città. Il rumore del traffico non disturba i cespugli e i germogli, l’acqua che zampilla nella fontana allieta anche il groviglio dei passanti che non riescono a capire da dove arrivi quel suono gradevole che associano così alla primavera e al canto delle rondini che sfrecciano nel cielo. È dipinta su ogni ramo, su ogni foglia e su ogni muro la primavera. È quella luce di tutte le cose nuove, che ci fa comprendere che davvero la primavera è arrivata, anche se l’aria è fredda e i germogli sugli alberi sembrano ali ripiegate a proteggere piccoli corpi inermi. Raccolgo le mani a coppa per raccogliere questa luce mattutina e portarla in casa con me. Perché il cielo è limpido, ma l’aria è troppo, troppo fredda per essere già oltre la metà di aprile. Non so come portare la luce tra le mani, così la lascio scivolare tra le pagine del libro che ho in borsa. Una volta arrivata a casa, sfoglio con pazienza per trovare in quale anfratto cartaceo la luce si nasconde. Pare che anche a lei piaccia il profumo della carta stampata, tanto quanto piace a me. Quando finalmente si decide a scivolare fuori dal libro, in un attimo è un zampillo e in quello successivo spicca in volo che pare un’aquila.

 

 

Non cerco risposte già le intuisco

 

La luce ama gli anfratti

nei libri, occupa anche

il più piccolo pertugio

tra le sillabe e poi aspetta

che il libro venga aperto e

lei posso tornare a diffondersi.

Ma chi l’avrebbe detto che

la luce è così giocosa?

Mi scivola fuori dalle dita,

la lascio andare, me la

trovo in testa, mi scompiglia

i capelli come un vento

occidentale. È luce, mi dico,

solo luce, senza un nome

preciso, senza un itinerario.

Così arriva e si piazza sul

foglio per rendere chiaro

il pensiero e veloce ogni

parola. Ama la poesia,

la luce? O sa che la poesia

è figlia più ancora dell’ombra?

Lascio che le domande si

appendano al soffitto,

non cerco risposte, già

le intuisco.

 

 

Oggi è martedì 19 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra, noi ci proviamo a resistere, noi che non abbiamo problemi materiali. Noi siamo lì, con loro, col pensiero e con la speranza. Questa Cronaca 772 ha indossato il suo costume di rondine e svolazza qua e là nel cielo.

 

domenica 17 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/770. Come una preghiera, una meditazione e una pratica

 

 


 

Oggi è Pasqua, e la Cronaca sarà questa poesia che ho scritto per gli amici e le amiche di Philo. Una poesia che ho iniziato a scrivere domenica scorsa e che mi è passata tra le dita come un rosario, che ho sussurrato prima a me stessa come una preghiera, che ho accarezzato come una meditazione. Che ho scritto in bilico sul mio tavolo come una pratica intrecciata alla filosofia.

 

Trittico degli alberi e della pace

 

Milano 9-16 aprile 2022


Primo movimento

 

Gli alberi hanno un amico:

il vento che soffia gentile e

porta le voci tra i rami e

scompiglia ogni foglia che

nasce e accompagna ogni

foglia che cade. È una danza

la caduta, un movimento

gentile che apre alla trasformazione.

La foglia sarà terra, la pioggia

sarà linfa, la luce sarà colore.

 

Gli alberi hanno un nemico:

il vento che soffia impietoso

e strappa i nidi e i rami,

divelle le radici, scortica

la corteccia e cieco continua

la corsa da lupo inferocito.

Dopo la furia resta il silenzio,

gli alberi coricati sul fianco,

la grande quercia rossa piegata

nel cuore della città vecchia.

Il vento è tempo che reclama

il prezzo della vita.

 

Secondo movimento


Ogni albero è figlio del

caso, ogni albero è figlio

dell’intenzione. Chi ha

piantato il seme, chi

innestato la talea? Non

crescono frutti dove

l’esperienza non è intervenuta

a insegnare il gesto appropriato.

Le generazioni consegnano alle

generazioni la sapienza dei

semi e delle mani, noi impariamo.

 

Ogni albero è padre della

tempesta, ogni albero è

madre della notte. I rami

sono il setaccio del desiderio,

ci insegnano a scrivere nel

cielo, ci insegnano a

disimparare ogni regola

conosciuta. Perché l’alfabeto

dei cieli è nelle nuvole e

va appreso a ogni cambio

di vento e di luce.

 

Terzo movimento


Abbiamo camminato in

una città spoglia e

addormentata, abbiamo

cercato la giusta andatura,

i passi per dire pace, il silenzio

per dare vita alla pace,

una pace occidentale fatta

di intenzioni e pochi gesti.

Così ho imparato che

la via misteriosa che mi

porta nel luogo della condivisione,

nasconde una via parallela, di

affacci e cortili su una campagna

che conosce la pace dei decenni.

Ho guardato gli alberi e ho compreso

che la pace è loro amica, che

nella pace gli alberi sfidano

il cielo e i suoi significati.


Siamo ritornati dalla

quiete della campagna nascosta

dopo avere chiuso un cerchio.

I nostri pensieri erano grappoli

rimasti appesi negli alberi

pacificati della domenica mattina.

Non conoscono questi alberi

il clamore dei razzi e delle

bombe, non conoscono

i tronchi anneriti, le foglie

bruciate, i nidi sconvolti

e il silenzio dove nessun

uccello tornerà a cantare.

La guerra è nemica anche

degli alberi, di ogni ombra

e della sua luce. Ma restano

i pensieri buoni, le intenzioni

e quel salto verso l’infinito

altrove che cerchiamo sempre

insieme, ancora, insieme. 

 

 

Oggi è domenica 17 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 770 è più silenziosa e più poetica del solito.

martedì 12 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/765. Nelle mani del misterioso architetto la città trova la sua forma

 


 

È mattino, molto presto. In strada si sentono solo gli uccellini, nessuna automobile. Apro a caso il libro degli oracoli e leggo:

 

Aspetta che la luce entri nel suo regno

 

Comincia in un’aurora impenetrabile

e chiara il disegno del giorno

nuovo che si alza. Nelle mani del

misterioso architetto la città

trova la sua forma, diversa da

quella abitata dalla notte. Vaste

ombre lasciano gli scalini della

scuola di fronte e reclamano

un rifugio dove potersi riposare.

Io non so più se sono in una

pagina del libro o il libro

stesso. Mi spavento e vorrei

che la luce fosse più veloce.

Ma è l’ombra a darmi il tempo:

“Fermati, fermati, non farlo,

non ancora. Aspetta che la

luce entri nel suo regno e

poi parla, dì il vero”.

 

Lo so, sono intrappolata nel regno intermedio tra il sogno e la veglia e così ho passato l’intera giornata, questo mite martedì 12 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra.

giovedì 3 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/725. Quando è estate nella luce e inverno nell'ombra

 


Oggi sono stata in giro quasi tutto il giorno, lavoro, lavoro e  un sopralluogo a Sesto San Giovanni per un sopralluogo in vista delle conferenze che farò a fine mese sulle mie amate poetesse. In realtà non avevo proprio molto da fare, così ho continuato a rileggere Donne e fantastico di Giuliana Misserville per mettere a fuoco la presentazione che farò sabato prossimo alla Libreria delle donne di Milano. Dopo il sopralluogo pranzo in trattoria dove ho mangiato cicoria e purè di fave, buono come lo faceva la mia mamma pugliese.

“Era uno di quei giorni di marzo in cui il sole splende caldo ed il vento soffia freddo: quando è estate nella luce e inverno nell'ombra”, così scriveva Charles Dickens in Grandi Speranze ed era proprio quello che sentivo anche io, vedevo l’estate avanzare nelle lame di luce, negli alberi già fioriti e poi, all’improvviso, bastava svoltare all’ombra e di nuovo il gelo di questo inverno infinito mi assaliva. Prima di andare a casa, ho assistito alla presentazione di una bellissima collezione di cartoline della vecchia Milano, una delle mie passioni, immagini che mi emozionano sempre moltissimo e che mi riportano all’indietro in antiche atmosfere, molto prima che io nascessi, ma poi anche nella Milano degli anni Sessanta e Settanta, quella di cui ho più nostalgia. Nonostante l’angoscia per la guerra, lo stato d’animo plumbeo, non resto insensibile alla bellezza che mi circonda e cerco, seppure con grande fatica, parole che rendano conto di quanto accade, di quanto vedo e di quanto sento.

Oggi è giovedì 3 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 725 se ne sta silenziosa, seduta su una panchina, metà all’ombra, metà al sole.

mercoledì 16 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/710. Benvenuta notte, mio giorno più chiaro

 

 


 

Non cercherò vie di fuga da questa giornata di silenzio e gelo perché anche in quest’atmosfera rarefatta di fine inverno hanno trovato senso anche le prime ore del mattino che non sono riuscite a uscire dal grigio, né le ultime del giorno che hanno faticato a lasciare le strade e gli alberi con cui avevano appena iniziato a prendere confidenza. Anche le stagioni procedono tra queste tensioni, e poi all’improvviso, la mutevolezza della luce annuncia che tutto sta per cambiare, così come la telefonata di una nuova amica illumina il tardo pomeriggio di un sole siciliano. Così le lunghe ore di silenzio e lettura si illuminano di un racconto vivo e l’inverno sembra davvero meno inverno.

 

 

Dove non stavo guardando è arrivata l’ombra dei tuoi passi

 

Cerco un libro, lo sposto,

ne cerco un altro, lo trovo.

Pagina dopo pagina traccio

un sentiero, lascio dei segni

per poter ritrovare il senso

di marcia, per poter riconoscere

o vedere se non stavo guardando,

se stavo cercando l’ombra dei

tuoi passi e la tua assenza mi

ha distratto dal paesaggio

intorno. È fatto di piccole

cose questo giorno, piccole

che si restringono quando

la luce scema e posso

attraversare la soglia della

sera senza perdermi o

ritrovare cose che non

stavo cercando. Benvenuta

notte, mio giorno più chiaro

che non ha bisogno della

luce per declinare il senso

del nostro stare al mondo.

 

 

Parola dopo parola facciamo ordine nel mondo e ci confrontiamo con l’ordine del tempo che muta nella felicità dell’amicizia condivisa e del calore della vicinanza. Oggi è mercoledì 16 febbraio 2022, terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 710 brilla come una lucciola fuori stagione.

lunedì 7 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/701. Il manto della prima neve le foglie degli alberi, così ci appare la carta

 


 

Riprendo il filo del discorso di ieri sulla carta, gli alberi e la luce. Lo riprendo perché ho iniziato a rileggere un piccolo libro prezioso di Junichiro Tanizaki, il Libro d’ombra:

“La carta, dicono, è invenzione cinese. Io posso dire soltanto che la carta occidentale altro non mi trasmette che l’impulso a usarla; se, invece, mi chino a osservare una carta cinese, o giapponese, a poco a poco mi sento invaso dalla quiete e dal tepore. La bianchezza stessa è diversa. Se la carta occidentale sembra respingere la luce, quella cinese, o giapponese, la beve lentamente, e la sua morbida superficie è simile al manto della prima neve. È una carta cedevole al tatto, e che si lascia piegare senza rumore. È placida, delicata, leggermente umida. Somiglia alle foglie degli alberi”.

Mi piace molto questo approccio sensoriale alla carta. Alla sua bianchezza, alla sua capacità di offrirsi alla luce, al suo silenzio.

 

Dal mondo dell’immaginazione a quello della carta

 

Tace la carta, tace quasi

sempre, tace se noi non

la stropicciamo tra le dita,

tace quando la lasciamo

intonsa, senza figure e

senza parole. Tace la carta

ma ci ascolta nel suo

silenzio millenario e nelle

molte forme in cui l’abbiamo

plasmata ci attrae a compiere

quel gesto della mano, a

impugnare una penna o

una matita e a consegnarle

immagini e versi che smettono

di essere solo nostri, che

smettono di esistere nel

mondo invisibile della

nostra immaginazione.

 

 

Dopo avere scritto questa breve poesia mi soffermo ad accarezzare il libro di Tanizaki, il quaderno su cui sto prendendo appunti e poi annuso i fogli, anche gli odori sono molto diversi. Questa Cronaca 701 di lunedì 7 febbraio del terzo anno senza Carnevale ne è incantata e ancora non ha deciso quale preferisce

martedì 23 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/625. I filamenti di luce che accendono la giornata

 

 


 

Quando le stagioni arrivano è la luce che lo annuncia, muta intensità e colore, e noi non possiamo che piegare lo sguardo sotto le nuove tonalità. Amo la luce azzurra dei freddi tramonti novembrini e questo nuovo scarto della luce so che entrerà in una poesia, in una Cronaca o anche solo in un appunto che resterà nel suo quaderno. Vorrebbero unirsi al coro della luce anche gli alberi, ma non trovano modo di inserirsi in un canto che solo la luce conosce e capisce e tutte le altre creature possono solo intuire. La minima variazione fa vibrare le corde invisibili del creato, la luce è l’unica prova evidente che l’universo è energia prima ancora che massa, che il tempo è una nostra narrazione e che le nostre parole e immaginazioni riescono a rendere conto solo di una minima parte, una parte residuale, dell’immenso mistero che abitiamo e che ci abita. Mi piace tirare uno di questi fili luminosi che accendono la giornata e tirarlo per vedere dove mi porta. A volte diventa una storia nuova, a volte una poesia, la maggior parte delle volte diventa il filamento di luce che era già e resta sospeso nell’aria come una farfalla o una foglia, sino a quando non svanisce o non cade a terra. Un filamento di luce caduto sceglie di solito una foglia per cadere, è questo il motivo per cui le foglie autunnali si accendono di colori meravigliosi.

 

 

La luce che non ci appartiene

 

Se dico luce ognuno comprende

cosa annuncio: un giorno nuovo,

il sole che sale, un’intuizione,

una vita che nasce. Anche quando

pronuncio a voce bassa ombra,

ognuno comprende e vede

la luce infrangersi sui corpi

opachi di persone e cose. Ombra

non è buio, il buio arriva prima,

è la condizione originaria da

cui la luce scaturisce. Come lo

è il silenzio per la parola, è

il nido ed è anche lo scoglio

dove le onde del senso devono

infrangersi per permettere

alle parole di risplendere e dire

la luce, anche quella che non

ci appartiene, anche quella che

verrà dopo di noi.

 

 

 

La vita è fatta davvero di poco, di piccole contemplazioni, di ricordi che ci saltellano in testa come le rane nello stagno, di una buona conversazione con un amico, di una parola o di un gesto d’amore, di un libro nuovo appena comprato per irresistibile impulso. A volte il libro se ne sta da anni su un ripiano della nostra biblioteca ed è bello scoprirlo e riscoprire perché lo avevamo comprato.

Ci sono foglie secche e una tazza di tè sulla mia scrivania, una raccolta di racconti fantastici scelti da Borges, il manoscritto del nuovo libro di poesie di Danilo Bramati per cui voglio scrivere una nota di lettura, molte penne colorate, molti quaderni. Ho qui con me tutto il mondo che mi serve perché nelle fredde giornate novembrine sto chiusa in casa, lavoro, scrivo, penso, leggo e torno a scrivere, mi lascio portare dai pensieri e dalle immaginazioni. Anche questa Cronaca 625 di martedì 23 novembre del secondo anno senza Carnevale respira la mia stessa aria e contempla la mia stessa luce e dopo un giretto davvero breve, torna ad acciambellarsi nella sua cesta accanto al fuoco.

lunedì 11 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/582. Nell’ombra la luce è solo nascosta, nel buio la luce è assente

 


Amo quelle mattine chiare che l’alba disegna nel giardino addormentato. Amo anche i tramonti che stravolgono il cielo e strappano i colori dal cuore della luce. Amo la luce, senza condizioni, il mondo fragile che illumina, noi che non possiamo nasconderci. Siamo tutti come piccole parole sparse su un foglio troppo grande. Chi ha iniziato a scrivere e poi ha perso il filo? Ma non è importante scoprire chi sia il narratore, neanche queste piccole parole sono importanti, perché il foglio bianco è un campo innevato e le parole impronte di uccelli notturni che hanno preso il volo. Amo anche la grande luce gialla che annuncia la sera e invita il sole al ritiro notturno. E amando la luce non potevo rifiutare l’appello dell’ombra e del buio, che non sono la stessa cosa. Se nel buio la luce è assente, è altrove, nell’ombra la luce è solo nascosta ma è ancora nel suo regno che ci stiamo muovendo. Posso lasciare la casa bianca alle mie spalle e avventurarmi nel muto giardino, calpestare i miei stessi passi e restare in questo silenzio, in questa stessa attesa che mi hai insegnato quando l’estate era nel suo pieno fulgore.

 

 

Frammenti di ciò che ancora non è stato

 

Scriverò la lettera di questo

giorno solo quando sarai

arrivato, sarà una lettera

consegnata a mano e a

mano scritta, non ci sono

che le mie mani e il foglio,

la penna e l’inchiostro tra

il mio cuore e il tuo, e questa

luce che avvolge le parole,

una carta leggera, un desiderio

e il tuo sogno, senza descrizioni,

colto nel centro della notte e

trasportato in questo cerchio,

un’elegia, un cammino, tre nuvole

e queste poche parole, frammenti

di ciò che ancora non è stato.

 

Il giorno che sta passando l’ho trascorso a cercare indizi per la vita aperta che niente, non il tempo, non la distanza possono contenere. Non ci sono addii, non conchiglie, ma molte onde di questo mare. A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo, come scriveva Mandel’štam, ci incontreremo nel giardino della residenza invernale abbandonata dallo zar quando ancora le notti erano bianche. E tutti gli indizi, terrestri e celesti, mi portano sempre nello stesso luogo, dove potrò respirare la tua stessa aria, anche se sarà solo un sogno a rendere conto di questa lontananza.

Oggi è lunedì 11 ottobre del secondo anno senza Carnevale, e questa Cronaca 582 prosegue nella giornata a leggere i poeti russi e a decifrare il cielo.

sabato 9 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/580. Paesaggio d’infanzia: effetti sulla mente del poeta

 

 


 

Ritornare a camminare nei nostri passi bambini, costeggiare il Naviglio Grande e arrivare alla Darsena. Non ci sono più né le lavandaie né i barconi che trasportavano la sabbia. L’ansa finale verso via Gorizia, che dava un’aria così parigina, ha cambiato forma, sembra rimpicciolita. L’Edicola Radetzky l’hanno pitturato di un blu China elettrico, uno scempio per lo sguardo, ricordo i giornali, ma più ancora dei giornali credo di ricordare che negli anni Sessanta ci vendessero anche sigari e sigarette, ricordo di esserci andata con mio nonno materno. Ma forse è un falso ricordo, o un ricordo di qualcun altro. Ricordo la lavanderia proprio sull’angolo dell’Alzaia, dove ho rischiato di morire soffocata perché ho iniziato a saltellare per gioco, non appena messa in bocca una di quelle caramelle tonde di zucchero che mi aveva offerto la tintora, fu lei ad acchiapparmi e a scuotermi sino a che non sputai fuori quell’innocuo dolcetto. Accanto c’era un negozio di mobili e andando giù verso il Vicolo dei Lavandai, c’erano rigattieri, un fabbro, il prestiné dove ora c’è il Libraccio e un pizzicagnolo-salumiere con la vasca della salamoia dove ora c’è un altro Libraccio. E la latteria del signor Mario giù dal mio ponte – ora intitolato alla poetessa Alda Merini – il macellaio all’angolo di Via Magolfa e dall’altro lato del marciapiede il fruttivendolo. Passi bambini sono stati ricoperti da passi adolescenti e poi giovanili. So che è un privilegio ritrovare il proprio paesaggio d’infanzia quasi intatto, i palazzi ci sono ancora tutti, certo ora belli e ristrutturati, un tempo scrostati e ultra-popolari. Al mio guardare mancano più di tutto i rigattieri e quegli oggetti che risalivano a prima della guerra, piatti e posate scompagnati, vecchie borsette, scarpe e vestiti anni Trenta e Quaranta.

Questa mattina ho passeggiato su e giù per i Navigli, in piazza XXIV maggio, corso San Gottardo, mi sono fermata a contemplare Porta Cica, la grande quercia rossa che domina la piazza, gigante ferito e immortale. E poi corso di Porta Ticinese, piazza Sant’Eustorgio e il mercatino del sabato mattina, via Scaldasole e la bella libreria antiquaria Alfea, l’odore impagabile dei libri, un’edizione settecentesca di Montaigne e una degli anni Quaranta dei racconti di Virginia Woolf. Non ci sono ricordi, memorie, luoghi d’infanzia senza libri, senza le loro storie, senza la sapienza che racchiudono e la compagnia, i viaggi in altri mondi, la gioia di essere qui e altrove nello stesso momento.

 

 

 

Effetti del paesaggio d’infanzia sulla mente del poeta

 

Basta una piccola ombra

a riportare sul selciato

quelle che erano le ombre

grandi della mia famiglia,

i nonni e gli zii, i genitori

tutti in posa sulla scalinata

della chiesa di Santa Maria

delle Grazie al Naviglio. Dove

sono i vostri sorrisi, dov’è

la bella sposa? Sono tutti

nell’acqua del tempo e

scorrono, ritornano solo

quando li chiamo per nome,

io che non esistevo ancora

in quella foto, io, la testimone.

 

 

È stata una giornata così bella, gioiosa, è uscito il sole, mi ha riportato altre storie autunnali, ma il presente era già qui e il futuro pure in questo sabato 9 ottobre del secondo anno senza Carnevale e la sua Cronaca milanese 580 che finge di essere una lavandaia, giusto per poter mettere i piedi nell’acqua.