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domenica 15 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/252: come un vento d’autunno il mondo mi vortica intorno, i libri mi danno respiro in quel vento

 


La domenica è sempre una giornata spezzata in due, due metà che si fronteggiano e si ostacolano a vicenda.

La prima metà è la mattina che significa non alzarsi per andare a lavorare, la spremuta d’arancia, i giornali intonsi che profumano d’inchiostro, almeno nella memoria perché mi sembra un po’ meno ora, il caffè con la moka grande, una passeggiata, la Messa per i credenti, il passaggio in pasticceria per un vassoio di pasticcini succulenti, il fiorista e un mazzo di fiori misti con le ortensie oppure una pianta di orchidea bianca o ancora una composizione a base di rose dai colori sfumati dell’autunno, dove tutta la gloria della natura impallidisce sino a spegnersi.

Poi il pranzo domenicale, un rito novecentesco con parenti di vario grado, la pasta al sugo o al forno, l’arrosto, le patate fritte. Un rito che ho compiuto centinaia di volte con la mia famiglia d’origine e che tengo vivo nel ricordo e nella nostalgia.

Dopo il rito del pranzo spesso seguiva quello del riposino e poi della lettura, si chiudeva così la prima mezza domenica.

La seconda metà di una giornata che ho sempre detestato, come accade a molti, e che invece ho ricominciato ad amare quest’anno dall’inizio della pandemia. Il risveglio dalla pennichella, per chi la fa, e l’inizio delle vere ore di libertà sono un tutt’uno.

Oggi non ho pisolato, benché ne avessi voglia, ma a letto ho fatto una cosa che non facevo da decenni. Ho letto lo stesso libro due volte di fila. E ho ritrovato la stessa gioia provata quando, a otto anni, avevo letto due volte di fila Il richiamo della foresta di Jack London. Che piacere, che stupore, che ansia e che festa quella lettura.

Oggi il libro che mi ha rapita è Vivere con i libri. un'elegia e dieci digressioni, un libro per amanti dei libri e per chi voglia diventarlo o che ancora non sa di esserlo.

Alberto Manguel, scrittore e bibliofilo, che già amavo per Una storia della lettura e Una storia naturale della curiosità, mi ha trasportata nel suo mondo di libri e biblioteche dove regnano i sovrani indiscussi Borges e Kafka, Flaubert e Dante.

Il racconto oscilla tra le innumerevoli biblioteche private e quelle pubbliche, tra le residenze nate per ospitare i libri, sino a quella che diede loro una dimora stabile per parecchio tempo.

"L’ultima biblioteca che ho avuto si trovava in Francia, all’interno di un’antica canonica in pietra a sud della valle della Loira, in una borgata tranquilla di meno di dieci case. Io e il mio compagno avevamo scelto quel posto perché vicino alla casa c’era un granaio, crollato in parte secoli addietro, grande abbastanza per sistemarci la mia biblioteca, che a quel tempo aveva raggiunto i trentacinquemila volumi. Pensavo che una volta che i libri avessero trovato il loro posto, anch’io avrei trovato il mio. I fatti mi avrebbero smentito. Capii di voler vivere in quella casa la prima volta che aprii i pesanti battenti di quercia del passo carraio, che dava su un giardino. Incorniciata dall’arco di pietra dell’ingresso, mi si presentò la vista di due antiche sofore che ombreggiavano la dolce distesa di un prato che arrivava fino a una lontana muraglia grigia. Ai tempi delle guerre contadine, ci dissero, sotto quel terreno erano stati scavati dei cunicoli a volta, che collegavano la casa a una torre distante, oggi fatiscente. Nel corso degli anni il mio compagno badò al giardino, piantò un orto e dei cespugli di rose e si prese cura degli alberi assai maltrattati dagli ultimi proprietari, che oltre a riempire di spazzatura un tronco cavo avevano trascurato i rami alti, lasciandoli indebolire pericolosamente. Ogni volta che passeggiavamo nel giardino ci dicevamo di esserne solo i custodi, non i proprietari, perché quel luogo, come tutti i giardini, sembrava posseduto da uno di quegli spiriti indipendenti che gli antichi chiamavano numi. Plinio, per spiegare la numinosità dei giardini, la riconduce al fatto che un tempo gli alberi erano i templi degli dèi, e che gli dèi non l’hanno dimenticato. Gli alberi da frutto in fondo al giardino erano cresciuti sopra un cimitero abbandonato del IX secolo; può darsi che anche lí gli antichi dèi si sentissero a casa."

I riti della vita quotidiana sono segnati dalla presenza non solo dei libri tanto amati, ma anche da quel giardino di cui la coppia si prendeva cura.

"In quel giardino cintato regnava una tranquillità straordinaria. Tutte le mattine, verso le sei, scendevo le scale ancora insonnolito, preparavo una tazza di tè nella scura cucina di travi e mi sedevo fuori sulla panchina di pietra con la nostra cagna a guardare la luce del mattino che risaliva lungo il muro in fondo. Poi, sempre con lei, andavo a leggere nella mia torre, di fianco al fienile. Solo il canto degli uccelli (e d’estate il ronzio delle api) infrangeva il silenzio. Al crepuscolo piccoli pipistrelli svolazzavano in cerchi, mentre all’alba i gufi nel campanile della chiesa (non abbiamo mai capito perché scegliessero di farsi il nido sotto le campane che rintoccavano) si lanciavano in picchiata a caccia della cena. Erano barbagianni, ma nelle notti di capodanno un’enorme civetta bianca, simile all’angelo che secondo Dante conduce la nave delle anime alla riva del purgatorio, scivolava silenziosa nel buio."

Miguel bambino ritorna uguale a se stesso, nella beatitudine del sistemare i libri nei loro scaffali.

"Uno dei miei primi ricordi (dovevo avere due o tre anni all’epoca) è una mensola piena di libri appesa alla parete sopra al mio lettino, da cui la tata sceglieva la storia per la buonanotte. È stata quella la mia prima biblioteca; quando ho imparato a leggere per conto mio, all’incirca un anno dopo, la mensola, spostata per maggior sicurezza a livello del suolo, diventò il mio regno privato. Mi rivedo a sistemare e risistemare i libri secondo regole segrete che inventavo a mio uso e consumo: tutta la collana «Golden Books» doveva stare raggruppata insieme, le voluminose raccolte di fiabe non dovevano toccare i libriccini di Beatrix Potter, gli animali di peluche non potevano occupare lo stesso ripiano dei libri. Mi dicevo che se queste regole fossero state violate, le conseguenze sarebbero state terribili. Superstizione e arte bibliotecaria sono strettamente intrecciate. Quella prima biblioteca si trovava in una casa di Tel Aviv; la mia collezione successiva si formò a Buenos Aires, nel decennio dell’adolescenza. Prima di tornare in Argentina, mio padre aveva chiesto alla segretaria di comprare tutti i libri che occorrevano per riempire gli scaffali della biblioteca della nuova abitazione; cortesemente, la signora ordinò caterve di volumi da un negozio di libri usati di Buenos Aires, ma si accorse, al momento di metterli a posto, che molti non entravano negli scaffali. Senza perdersi d’animo, li fece prima scorciare alle giuste dimensioni e poi rilegare in una pelle verde scuro, che accostata al legno di quercia donava all’ambiente l’atmosfera di una radura in un bosco. Da quella biblioteca sgraffignavo qualche volume per rimpolpare gli scaffali della mia, che coprivano tre delle quattro pareti della mia camera da letto. La lettura di quei libri circoncisi richiedeva lo sforzo supplementare di sostituire il pezzo mancante di ogni pagina, un esercizio che sicuramente mi allenò a leggere in seguito i romanzi «cut up» di William Burroughs."

Ecco che la passione accesa dai libri presenti in casa, diventa adolescente come il bibliofilo che inizia a mettere insieme una biblioteca che fosse davvero sua, ma che sua lo era fino a un certo punto perché:

"Poi venne la biblioteca della mia adolescenza, costruita negli anni del liceo, e che conteneva quasi tutti i libri di cui ancora oggi mi importa. A costruirla mi aiutarono insegnanti generosi, librai appassionati e amici per i quali il dono di un libro era un gesto supremo di intimità e fiducia”.

Chi ama i libri e le biblioteche, conversa con gli scrittori e vive in mezzo ai fantasmi.

Il giovane Alberto incontra Borges - che era diventato direttore della Biblioteca Nazionale e cieco nello stesso periodo nel 1955, di cui scrisse che “Dio, con magnifica ironia, mi aveva dato insieme i volumi e la notte” – e ne divenne lettore ad alta voce, amico e discepolo.

I libri ci fanno perdere nei loro intrecci ma fanno sì che ci ritroviamo nella nostra comune umanità smarrita. I libri danno conforto e ci fanno riconoscere i volti anche di chi non abbiamo mai incontrato.

"Quest’ansia di essere circondati dalle parole e dai volti degli altri permea tutte le nostre storie. Nella Roma di Petronio, Encolpio vaga per un museo osservando le immagini degli dèi nei loro intrecci sentimentali e capisce di non essere il solo a sentire le pene d’amore. In Cina, nell’VIII secolo, Du Fu scrisse di un vecchio studioso che nei suoi libri vedeva il popoloso universo vorticargli intorno come un vento d’autunno. Al-Mutanabbī, nel X secolo, paragonò la carta e la penna con cui scriveva all’universo mondo: al deserto con le sue insidie, alla guerra con i suoi scoppi violenti. Petrarca, più che possedere la sua biblioteca, ne è posseduto. «Mi possiede una passione insaziabile che sino ad oggi non ho saputo né voluto frenare. […] Non so saziarmi di libri», scrive. «I libri ci offrono un godimento molto profondo, ci parlano, ci danno consigli e ci si congiungono, vorrei dire, di una loro viva e penetrante familiarità. A chi legge non offrono soltanto se stessi, ma suggeriscono anche nomi di altri e ne fanno venire il desiderio»."

Così la mia mezza domenica pomeridiana è trascorsa in compagnia di un libro fatto di libri, nella terra dell’immaginazione e in quella della memoria e ne ho tratto davvero un grande, grande conforto.

Oggi è il quindici novembre dell’anno senza Carnevale e voglio chiudere questa Cronaca 252 con l’esergo del libro di Manguel che è una citazione dal De amicitia di Cicerone.

“Se qualcuno salisse al cielo e contemplasse la forma dell’universo e lo splendore delle stelle, tale spettacolo non gli darebbe alcun piacere, mentre sarebbe fonte di grande gioia se avesse qualcuno a cui raccontarlo”.

martedì 11 aprile 2017

Scrivere significa corteggiare la Musa dell'Impossibilità

LE VIRTÙ DELL'ARTISTA IMPERFETTO

Un giorno di dicembre del 1919, il ventenne Jorge Luis Borges, durante un breve soggiorno a Siviglia, scrisse una lettera in francese al suo amico Maurice Abramowics a Ginevra nella quale, quasi en passant, gli confessava i sentimenti contraddittori che nutriva verso la sua vocazione letteraria: «Talvolta penso sia stupido avere l'ambizione di essere un creatore più o meno mediocre di frasi. Ma questo è il mio destino». Borges sapeva fin da allora che la storia della letteratura è la storia di questo paradosso. Se da un lato c'è l'intuizione profondamente radicata negli scrittori che il mondo esista, per dirla con l'espressione abusata di Mallarmé, per sfociare in un bel libro (o almeno in un libro mediocre, come pensava Borges), dall'altro permane la consapevolezza che a governare quell'impresa sia quella che Mallarmé chiamava la Musa dell'Impotenza, (o, per usare una traduzione più libera, la Musa dell'Impossibilità). Nell'Autobiografia Mallarmé aggiunse che chiunque si sia cimentato nella scrittura, perfino i cosiddetti geni, ha tentato di completare questo Libro ultimo, il Libro con la L maiuscola. E tutti hanno fallito.
Questa doppia intuizione scaturisce dalla letteratura stessa. Vi è un momento, quando ci accostiamo per le prime volte alla lettura, in cui scopriamo che dalle macchie di inchiostro sulla pagina emerge un mondo compiuto e magicamente vero.
Questa esperienza ci trasformerà e, da quel punto in avanti, il nostro rapporto con il mondo tangibile e quotidiano non sarà più lo stesso. Dopo aver toccato con mano la capacità creativa del linguaggio, grazie alla quale le parole non soltanto riescono a comunicare e a etichettare, ma a dare vita a quanto etichettano e comunicano - quando siamo diventati cioè dei lettori - non potremo più percepire il mondo con innocenza. Una volta nominata, la cosa non è più se stessa, nel senso platonico che Borges avrebbe poi elaborato con grande passione: la cosa si desume dalla parola che la definisce, contaminata o arricchita dalla storia, dalle connotazioni e dai pregiudizi che tale parola porta con sé (...).
Così le nostre creazioni sono, nella migliore delle ipotesi, una copia approssimativa di una vaga intuizione della realtà, essa stessa un'imitazione imperfetta di un archetipo ineffabile. Questa è la nostra sola e umile prerogativa.
Perciò anche lo scrittore, che immagina un uomo e non può che crearlo a parole come un povero Golem, deve recitare la parte del Golem, una creatura imperfetta e capace soltanto di imperfezione, una creatura incompetente che in compenso solleva dubbi blasfemi sulla competenza del suo Creatore. In questo gioco di specchi mutevoli, il difettoso Golem diventa la nostra modesta, manchevole, onnicomprensiva letteratura, e la letteratura diventa il Golem, destinata a sbriciolarsi in un mucchio di polvere. «Il nostro scopo nella vita», scrisse Stevenson, «non è riuscire, ma continuare a fallire nella migliore delle intenzioni». E allora il fallimento, così come lo avvertono gli scrittori, non è soltanto l'unico esito possibile di un'impresa letteraria, ma ne è il fine, la massima realizzazione. (...) Ogni opera d'arte o di letteratura, che sfugga alla nostra comprensione, tanto da farcela chiamare grande è, in quanto tale, incompleta, perché deve mantenere vive le domande sulla sua essenza e incerta l'intuizione dell'insieme. Deve prevedere incrinature e varchi in cui il lettore possa spingersi a esplorare e interpretare. L'epilogo mortale dei racconti epici non pone mai fine alle eterne battaglie intraprese dagli eroi; le tragedie di Edipo e di Oreste rimangono insolute dopo Colono e Delfi; il padre di Amleto e lo spettro di Banquo continuano a vagare nel nostro immaginario, irrequieti, dopo la morte dei rispettivi oppositori; il lieto fine di molte narrazioni di Dickens è sopportabile solo perché poggia su una miriade di personaggi irrisolti che continuano la loro quest ben oltre l'ultima pagina del libro. Le uniche conclusioni assolute appartengono a storie di sola facciata, narrative prive di spessore e di profondità, sterili oggetti consumistici di fattura perfetta che assiepano gli scaffali di bestseller delle nostre librerie. «La stupidità», faceva osservare Flaubert, «consiste nel desiderio di concludere».
I modelli utopistici del mondo e le tabelle statistiche che misurano la realtà hanno una chiarezza rasserenante. In letteratura, però, le cose non funzionano così. La letteratura segue regole che prevalgono su quelle della fantasia e della realtà: non è fatta né di rosee speranze né di riscontri scientifici, né di arcadiche illusioni né di dogmi catechistici. Infatti, nonostante il desiderio di Dante, Beatrice alla fine - come sottolinea Borges in un saggio magistrale - sfugge al poeta; e Virgilio, fonte di ispirazione dantesca, deve mostrarsi fallibile, così come vuole la logica di sovvertimento delle cantiche; amici e nemici devono talvolta occupare posti inaspettati nell'Aldilà.E perfino il poema, la meticolosa, sorprendente, illuminata e illuminante Commedia, deve autodistruggersi. Le parole vengono meno a Dante e rifiutano di testimoniare la gloria ultima, lasciando il lettore abbagliato dal fulgore finale, quando volontà e desiderio si riassestano, con la muta consapevolezza che qualunque cosa sia o sia stata questa suprema rivelazione, essa «move il sole e l'altre stelle». (...) 

Alberto Manguel
frammenti dell'articolo pubblicato su Repubblica del 2 settembre 2011

domenica 6 novembre 2016

Mangiare il testo

Nella società ebraica medievale, per esempio, l'apprendimento della lettura era oggetto di un rituale esplicitamente celebrato. Nella festa del Shavuot, il giorno in cui Mosè ricevette la Torah dalle mani di Dio, il bambino che doveva essere iniziato veniva avvolto in uno scialle da preghiera e condotto al maestro dal padre. Il maestro faceva sedere il bambino sulle sue ginocchia e gli mostrava una lavagna su cui erano scritti l'alfabeto ebraico, un brano delle Scritture e la frase «Possa la Torah essere la tua occupazione». Il maestro leggeva ad alta voce ogni parola e il bambino la ripeteva. Poi la lavagna veniva spalmata di miele e il bambino lo leccava, affinché il suo corpo assimilasse le parole sacre. Si usava anche scrivere versetti della Bibbia su uova sode e su dolci al miele, che il bambino poteva mangiare dopo aver letto quelle frasi al maestro.

Alberto Manguel
Una storia della lettura
traduzione di Gianna Guadalupi
Mondadori 1997

domenica 31 gennaio 2016

è in una condizione di felicità che gli artisti lavorano meglio

Su Repubblica di oggi Alberto Manguel dedica un articolo molto interessante al rapporto tra genio e regolatezza e al mito che gli artisti debbano essere infelici e avere vite miserabili per poter creare. Il dolore indica la strada, permette di entrare in profondità in se stessi, nella vita e nelle emozioni. Ma si scrive bene quando si sta bene e scrivere aiuta a stare meglio.

Ecco alcuni frammenti dell'articolo:

L'idea che il tormento sia alla radice della mente creativa ha le sue origini in un frammento attribuito ad Aristotele, o meglio, alla scuola aristotelica. Oggi sarebbe smentita dalla ricerca di Kathryn Graddy della Brandeis University del Massachusetts. Prendendo in considerazione le opere di 48 artisti europei e americani – da Degas a Monet; da Pollock a Rothko – la studiosa ha scoperto che nei periodi più sereni della loro vita – non in quelli tormentati – questi maestri hanno realizzato i dipinti che oggi valgono di più. Ma da Aristotele in poi, filosofi, artisti, psicologi e teologi hanno tentato di trovare nello stato quasi indefinibile della malinconia la fonte dell’impulso creativo e perfino, forse, del pensiero stesso. L’essere malinconico, triste, depresso, infelice (secondo la credenza popolare) è una cosa buona per l’artista. Il tormento, si dice, produce la buona arte. 
(...)
 Naturalmente, a parte il fatto che le nostre emozioni sono meravigliosamente caleidoscopiche, sarebbe più giusto dire che è in una condizione di felicità che gli artisti lavorano meglio. Kafka trovava sollievo alla disperazione esistenziale e alla sofferenza fisica solo quando scriveva, ma se improvvisamente si sentiva felice e scriveva, o se cominciando a scrivere si sentiva improvvisamente felice, non lo sapremo mai. Possiamo dire che Dante, nel suo triste esilio, ebbe dei momenti di felicità, quando nel corso del poema incontra Casella sulla spiaggia del Purgatorio o Brunetto Latini sulla sabbia infuocata dell’Inferno, e possiamo supporre che dalla memoria del beato passato sorse il poema, nonostante quanto dice Francesca sul ricordo del tempo felice. Non furono gli attacchi di pazzia a portare Virginia Woolf a scrivere La signora Dalloway: fu piuttosto grazie ai momenti in cui ragionava con intelligenza e al suo orecchio attento alla musica del linguaggio.
Il mito secondo il quale l’artista ha bisogno di soffrire per creare, racconta la storia nel modo sbagliato. Non c’è dubbio che soffrire sia la sorte dell’uomo e, come disse Omero, gli dèi ci mandano le sofferenze perché i poeti abbiano qualcosa da cantare. Sì, ma il canto viene dopo, non nelle contorsioni del tormento, ma nel ricordo di quella sofferenza e nella tregua ad essa fornita dalla scrittura «Senza farsi mancare da bere e con un gran fuoco». Un secolo fa, Thomas Carlyle descrisse lo scrittore con queste parole: «Con i suoi copy-rights e i suoi copy-wrongs, in una squallida soffitta, nel suo vecchio cappotto; governa (perché questo è quello che fa), dalla sua tomba, dopo la morte, intere nazioni e generazioni che gli dettero, o non gli dettero, del pane quando era vivo». È molto più probabile, come tutti sappiamo, che non gliene abbiano dato. Quindi lui, o lei, si siede a un tavolino, e fissa una parete nuda, o magari piena di cose e cosette, di cartoline, di foto, di vignette e frasi memorabili, come la parete della cella di una prigione da cui non c’è scampo. Sul tavolo, gli strumenti del mestiere. Una volta erano carta e penna, o una traballante macchina da scrivere, ma oggi ovviamente parliamo di un programma di videoscrittura, di uno schermo che emana un misterioso bagliore verde come la kryptonite, che assorbe le energie di questo superman o di questa superwoman. Che altro c’è sul tavolo? Una collezione di figure totemiche che dovrebbero portare fortuna e allontanare gli spiriti maligni della distrazione, della pigrizia, del rimandare le cose... oggetti magici per proteggersi dalla maledizione dei gelidi spazi in bianco. Una tazza vuota di tè o caffè. Una pila di fatture non pagate. Da dove viene quest’immagine patetica dello scrittore? (...)

martedì 3 febbraio 2015

Borges voleva essere Ulisse e gli toccò essere Omero

Le sue osservazioni ora impregnano le letture anche di quanti non lo hanno letto, giacché formano il mondo di tanti altri scrittori, scrittori diversi come Marguerite Yourcenar e Umberto Eco, Italo Calvino e George Steiner, Salman Rushdie e José Saramago. Le sue rivelazioni sono essenziali. Ha saputo definire la ricca ambiguità che giace al fondo di ogni opera d’arte, autorizzando il lettore a godere di un testo e tuttavia a non capirlo del tutto. «L’imminenza di una rivelazione che non si produce», disse, «è forse il fatto estetico». Osservò che ogni scrittore crea i suoi propri precursori, spiegando così le curiose biblioteche che ogni libro amato crea nella memoria del suo lettore.
Conferì a ogni lettore il potere della creazione letteraria, e preferì non tracciare limiti fra chi legge e chi scrive. Fu un uomo modesto, profondamente etico, ammiratore del coraggio epico che sapeva essergli stato negato. Voleva essere Ulisse e gli toccò essere Omero. Con rassegnazione, credeva che il nostro dovere morale fosse essere felici.

J.L. Borges raccontato da Alberto Manguel
Repubblica martedì 3 febbraio 2015


mercoledì 25 giugno 2014

Scrivere è cercare l'istante in cui le parole appaiono, luminose e distinte

Una notte, una delle tante notti in cui giacque nel letto sputando sangue,
febbricitante e senza fiato, Robert Louis Stevensonaveva allora 38 anni, sognò una terrificante tonalità di marrone. Fin dalla sua prima infanzia, Stevenson aveva definito i suoi frequenti terrori notturni come «le visite dell’Arpia della Notte», che solo la voce della sua bambinaia poteva calmare con fiabe e canti scozzesi. Le apparizioni dell’Arpia della Notte, tuttavia, continuarono a ripetersi, e Stevenson scoprì che poteva trarle a suo vantaggio esorcizzandole con le parole. L’orrendo colore marrone del suo incubo si trasformò dunque in un racconto. E fu così, ci dice, che nacque la storia del Dr. Jekyll e del signor Hyde.
(...)
Dante, riconoscendosi colpevole del peccato di superbia, implora prima le muse e poi Apollo di ispirarlo, ma sebbene ponga queste invocazioni all’inizio del Purgatorio e del Paradiso, il lettore sente che si tratta di riflessioni successive, che i primi barlumi di quel viaggio prodigioso vengono da qualcosa
di meno elevato e di molto più banale, forse dal primo giorno in cui si rese conto che non avrebbe mai più rivisto la sua amata Firenze, forse dal primo momento in cui mandò papa Bonifacio all'inferno. Gli scrittori si stupiscono quanto i loro lettori dell’esistenza di creazioni letterarie di successo.
La storia del cavaliere errante in cerca di giustizia venne in mente a
Cervantes, come egli racconta, mentre l’autore languiva ingiustamente
in prigione; il racconto delle tragiche conseguenze, per Madame Bovary, del sogno di una vita diversa fu ispirato a Flaubertsi dice, dalla lettura di un articolo di giornale. Bradbury spiega che i primi indizi dello spaventoso mondo di Fahrenheit 451 si affacciarono nella sua mente nei primi anni Cinquanta, dopo aver visto una coppia camminare mano nella mano su un marciapiede di Los Angeles, ciascuno intento ad ascoltare la sua radiolina con l’auricolare.
(...)
Nella maggior parte dei casi, tuttavia, il momento della creazione letteraria ci è sconosciuto quanto quello dell’universo. Siamo in grado di studiare ogni istante dopo il Big Bang perché possiamo leggere (gli scrittori una volta le conservavano) ogni stesura di un libro come A la recherche du temps perdu o le varie versioni dell’Amletoma il momento della nascita della maggior parte dei nostri libri più amati è ancor più misterioso.
Possiamo venire a sapere ciò che un autore ci dice sulle circostanze che circondano l’atto della creazione, che libri ha letto, quali fossero le minuzie quotidiane della sua vita, il suo stato di salute, il colore dei suoi sogni. Tutto,
tranne l’istante in cui le parole apparvero, luminose e distinte, nella mente del poeta, e la sua mano cominciò a scrivere: «Nel mezzo del cammin di nostra vita...»

Alberto Manguel
frammenti dell'articolo 
Il grande mistero. Dai sogni di Stevenson ai giornali di Flaubert
Repubblica domenica 22 giugno 2014

lunedì 31 ottobre 2011

Una carovana di libri

Nel X secolo Abdul Kassem Ismael, gran visir del regno di Persia, per non far confusione con la sua collezione di 117.000 volumi, quando se li portava in viaggio, li faceva caricare su una carovana di quattrocento cammelli che dovevano marciare in ordine alfabetico.

Alberto Manguel Una storia della lettura Feltrinelli