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domenica 13 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/189: le sere blu d’estate e le risposte del mare

 

Estate, una manciata di giorni rinchiusi tra le stagioni di mezzo, tra l’impazzire della vita che rinasce e il lento cadere della vita che cede e si ripiega.

Pioggia, la pioggia d’estate, il petricore nell’aria che rapisce il naso, le foglie del fico che danno riparo agli uccellini, noi due insieme sul letto ad ascoltare la pioggia cadere.

Ciclone, compagno della pioggia, ti abbiamo visto avanzare dal filo dell’orizzonte sino alla spiaggia, la sabbia ha danzato felice e tutti siamo scappati al riparo.

Pane, lo spezziamo ogni giorno per rendere grazie al creato. Lo impastiamo anche, di mattina presto, per averne il profumo sospeso nell’aria per la colazione.

Sentiero, noi siamo nel mezzo, se lo imbocchiamo a destra andiamo verso la spiaggia, se lo imbocchiamo a sinistra attraversiamo il bosco e poi saliamo verso le montagne.

Vergogna, pudore, pentimento. Cosa ne sappiamo di questi sentimenti noi che viviamo immersi in un mondo di ordine e grazia?

Il poeta continua a tacere mentre leggo ad alta voce quel che le sue parole mi hanno suggerito. Questa lista muterà ogni giorno che la compileremo perché il tempo sarà diverso e noi pure che avremo attraversato questa estate e impregnati di pioggia, avremo affrontato il ciclone, spezzato il pane, imboccato il sentiero e provato vergogna per non averne provata mai.

Ora andiamo, sono le ultime sere, camminiamo nel blu del mare che colora le nostre impronte e la nostra fronte, leggera di ali e forte come la poesia.

 

Le sere blu d’estate, andrò per i sentieri

graffiato dagli steli, sfiorando l’erba nuova:

ne sentirò freschezza, assorto nel mistero.

Farò che sulla testa scoperta il vento piova.

Io non avrò pensieri, tacendo nel profondo:

ma l’infinito amore l’anima mia avrà colmato,

e me ne andrò lontano, lontano e vagabondo,

guardando la Natura, come un innamorato.

 


Oggi è la penultima domenica d’estate, abbiamo cercato il mare e le onde. Ci siamo riposati e abbiamo aspettato che una risposta arrivasse sino a noi. Ma il mare porta solo domande, domande, domande….

Il giorno della Cronaca 189 è il tredicesimo del nono mese dell’anno senza Carnevale.

Le parole iniziali dei primi sei paragrafi:

estate pioggia ciclone
pane sentiero vergogna


sono una citazione da Abraham B. Yehoshua, Il poeta continua a tacere, traduzione di Alessandro Guetta, Giuntina 1988.

La poesia Sensazione è di Arthur Rimbaud.


venerdì 22 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/75: non esistono persone silenziose, ma solo persone che dialogano con l’invisibile


La casa ha fondamenta nelle nuvole per questo non la si trova mai nello stesso posto.

Ridiamo insieme quando ciò accade e tu mi dici che la tua casa ora è dove noi siamo insieme.

Le nuvole sono molto solide e possono contare sulla complicità del vento.

La sacerdotessa governa entrambi i mondi e spinge la tempesta nel passato dove il re ancora non aveva conosciuto la sua regina.

Chiamo la casa che appare in cima alle Montagne della Nebbia e un attimo dopo le aquile la portano dove noi siamo insieme.

Non è questo il regno dei tuoi libri, poesie millenarie corrono di bocca in bocca e tu ti ostini a volerle trascrivere nei tuoi taccuini che poi conservi per me.

Il giardino non è completo – mi dici – non basteranno gli arbusti e il gelsomino di Spagna per confinare il labirinto nella sua giusta dimora.

Qui tutti hanno un palazzo dell’immaginazione, niente può fermare questo desiderio.

Tracci i primi passi del labirinto in modo tale che ogni uscita mi porti da te.

I poeti hanno voci oblique che cercano spazio dove solo il tempo continua a regnare.

Ti ascolto e vedo, anziché sentire, il nitore di ogni tua parola.

Il re chiama a raccolta i lupi che non tornano, sono già chiusi nella loro tana.

Solo le aquile eleganti e silenziose si aggrappano alle braccia regali.

È proprio del silenzio che volevo parlarti – ti dico –, ho capito solo oggi che non esistono persone silenziose, ma solo persone che dialogano con l’invisibile.

Così se siamo lontani e tu parli con gli alberi dalle radici profonde e trai linfa vitale da tutta quella vita sotterranea che a poco a poco si rivela, tu potrai scrivere quelle parole necessarie in un taccuino intonso che un giorno leggerò.

La muta rivoluzione delle stelle evoca una danza notturna che danzerò per te con la sacerdotessa.

Tutto diventa notte se le stelle aspettano il primo passo, anche i pescatori si vestono di nero e portano le lucciole al posto delle lampare.

Che la sfida abbia inizio, proclama il re!

Ma questo regno non gli appartiene, lui regna sulla luce e sull’oro che discende dal sole.

Senti come profumano i gelsomini?

Le luci danzanti fanno a gara per mettersi in mostra e io non so se brillino di più le lucciole, le stelle o le lingue di fuoco che incendiano anche le tue parole.

Così non è mai stato prima, così sarà per sempre, eternamente, vaticina la sacerdotessa.

Entro nella casa che è tornata sull’altipiano e ha preso radici nelle radici degli alberi, ultima sapienza cui pochi possono accedere.

La quarta fiamma che danza nell’oscurità è quella della candela che contende la mia attenzione a quel silenzio popolato di assenti.

Io pure trascorro molto del mio tempo a conversare con chi era e con chi un giorno sarà.

Tra questi due lembi del tempo che diciamo eterno, stanno le nostre vite, più splendenti ancora nelle parole che scriviamo e che sappiamo troveranno la loro eco in altre parole gemelle che da sempre si stavano cercando.

Quoi? L’éternité.

Questo suggerì il poeta e la scrittrice accolse nelle mani queste poche sillabe a raccontare una vita.

L’eternità non arriva e non parte, siamo noi a uscirne per una manciata di scintille che chiamiamo giorni.

Abbiamo solo bisogno di un miracolo domestico che segni i confini perché ogni anima ne possiede molti, molto più di tutta la terra.

I confini non escludono, i confini proteggono quel germoglio appena sbocciato che splenderà nel tempo e che ci chiamerà per nome.


Quoi? L’éternité è un verso di Arthur Rimbaud da cui Marguerite Yourcenar ha tratto il titolo per il terzo volume dei suoi romanzi autobiografici.


domenica 17 luglio 2016

I maestri di un poeta

Com'ero da giovane? Ero già postmoderno dopo le ubriacature della Neoavanguardia letteraria; straparlando di morti e rinasciteEro postmoderno nel sesso visto come vuoto residuo di un'incarnazione passata; nel sapermi diverso-nondiverso in tutte le contaminazioni degli Eros e degli Stili. Questi vecchi versi racchiudono oltre al sapore della mia trascorsa giovinezza anche un modo di concepire la poesia assoluto e intrigante, certo vicino a Rimbaud e a Dylan Thomas, a Kavafis e a Pasolini: i miei maestri del tempo. Ora metterli insieme mi sembra rendere omaggio ad un me stesso che non c'è più, oltre che ai miei maestri: mi sembra di voler adorare il passato: questo passato inimitabile che è l'infanzia di un poeta e di una poesia. 

Dario Bellezza
Colosseo 
Pellicanolibri 1985

sabato 20 luglio 2013

I profumi, i colori e i suoni si rispondevano

Arthur vive a Parigi con arido distacco. Nelle spelonche dove gli capita di abiatre scrive fino alle cinque del mattino, imbambolato d’assenzio. Così passa le notti nella mansarda di Rue Monsieur le Prince, sospesa sul giardino del liceo Saint-Louis. Davanti alla stretta finestra vibra una cortina di fronde, le cimase dei grandi platani. Tutti gli uccelli sui rami gridano insieme. Alle tre di notte la candela agonizza. Lavora alle sue visioni inimmaginabili. Sul foglio più che scrivere accorda ritmi, tra musica e pittura. Il linguaggio poetico deve coinvolgere tutti i sensi, l’anima per l’anima che riassume tutto: profumi, suoni, colori. Come Baudelaire. “I profumi, i colori e i suoni si rispondevano” è il distico che Arthur sceglie per la sua poesia Les Chercheurs de poux. Guarda gli alberi, il cielo sospeso all’ora indicibile vicina all’alba. Attraverso le alte finestre del liceo esplora le camerate, assolutamente sorde. E così ascolta l’intermittenza del brulichio sonoro delizioso delle carrette che trabalzano sul selciato dei viali. Fuma la pipa, sputando sulle tegole grigie. Accompagnato dallo scricchio da scarpe nuove della lunga scala di legno del caseggiato, alle cinque scende a comprarsi del pane. È l’ora in cui sfornano. Gli operai formicolano marciando ovunque. È anche l’ora, per lui, di ricominciare a stordirsi di vino. Rientra e si butta sul letto sfatto, proprio quando il primo sole, scaldandole, fa uscire gli onisco da sotto le tegole. Il primo mattino, in estate, e le sere di dicembre, ecco ciò che lo turba sempre.

Giuseppe Marcenaro
Una sconosciuta moralità
Quando Verlaine sparò a Rimbaud

Bompiani 2013

venerdì 19 luglio 2013

La visione s'è trovata in tutti i climi

Visto abbastanza. La visione s’è trovata in tutti i climi. Avuto abbastanza. Rumori di città, la sera e al sole e sempre. Conosciuto abbastanza. Le decisioni della vita. Oh rumori e visioni! Partenza in affetto e fragori nuovi! Via, chiederò perdono per essermi nutrito di menzogna. E andiamo.

Arthur Rimbaud

giovedì 18 luglio 2013

Nelle chiare azzurre sere d'estate

Sensation

Par les soirs bleus d'été, j'irai dans les sentiers,
Picoté par les blés, fouler l'herbe menue:
Rêveur, j'en sentirai la fraîcheur à mes pieds.
Je laisserai le vent baigner ma tète nue.

Je ne parlerai pas, je ne penserai rien:
Mais l'amour infini me montera dans l'âme,
Et j'irai loin, bien loin, comme un bohémien,
Par la Nature, — heureux comme avec une femme.


Sensazione

Nelle chiare azzurre sere d'estate, andrò per i sentieri,
Punzecchiato dal grano, a pestare l'erba tenera:
Trasognato, ne sentirò la frescura sotto ai miei piedi
Lascerò che il vento bagni il mio capo nudo.

Io non parlerò, non penserò a nulla:
Ma l'amore infinito mi salirà nell'anima,
E me ne andrò lontano, molto lontano come un gitano,

Nella Natura, - felice come con una donna.

Arthur Rimbaud
traduzione di Elena Petrassi


mercoledì 17 luglio 2013

Ho abbracciato l'alba d'estate

Aube

J'ai embrassé l'aube d'été.
Rien ne bougeait encore au front des palais. L'eau était morte. Les camps d'ombres ne quittaient pas la route du bois. J'ai marché, réveillant les haleines vives et tièdes, et les pierreries regardèrent, et les ailes se levèrent sans bruit.

La première entreprise fut, dans le sentier déjà empli de frais et blêmes éclats, une fleur qui me dit son nom.

Je ris au wasserfall blond qui s'échevela à travers les sapins: à la cime argentée je reconnus la déesse.

Alors je levai un à un les voiles. Dans l'allée, en agitant les bras. Par la plaine, où je l'ai dénoncée au coq. A la grand'ville elle fuyait parmi les clochers et les dômes, et courant comme un mendiant sur les quais de marbre, je la chassais.

En haut de la route, près d'un bois de lauriers, je l'ai entourée avec ses voiles amassés, et j'ai senti un peu son immense corps. L'aube et l'enfant tombèrent au bas du bois.

Au réveil il était midi.


Alba

Ho abbracciato l'alba d'estate.

Nulla si muoveva ancora sulla fronte dei palazzi. L'acqua era morta. Le zona d'ombra non lasciavano la strada del bosco. Ho camminato, ridestando gli aliti vivi e tiepidi, e le pietre preziose guardarono, e le ali si alzarono senza rumore.

La prima impresa fu, nel sentiero già pieno di freschi e spenti chiarori, un fiore che mi disse il suo nome.

Risi alla bionda cascata che si lasciava cadere attraverso gli abeti: dalla cima argentata riconobbi la dea.

Allora alzai uno ad uno i veli. Nel sentiero, agitando le braccia. Nella pianura, dove l'ho denunciata al gallo. Nella grande città fuggiva tra i campanili e le cupole, e correndo come un mendicante sui sagrati di marmo, la incalzavo.

In cima alla strada, vicino a un bosco di alloro, l'ho avvolta nei suoi molti veli, e ho sentito un poco il suo corpo immenso. L'alba e il bambino caddero in fondo al bosco.


Al risveglio era mezzogiorno.

Arthur Rimbaud
traduzione di Elena Petrassi