Visualizzazione post con etichetta Milano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Milano. Mostra tutti i post

domenica 19 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/833. Un libro che si cancella mentre lo scrivi

 

 


 

È bello non ricordare da un giorno con l’altro le cose fatte o pensate, è molto riposante. Così non penso a niente di quel che è accaduto di piacevole nei giorni scorsi e mi concentro sulla vita cittadina, con le sue incombenze e richieste continue di fare e fare. Milano è fatta così, non ha requie e non è facile staccarsi dai ritmi frenetici, anche se da quando hanno chiuso le scuole tutto si muove al rallentatore e il quartiere si è svuotato. Anche oggi mi sono immersa nella poesia di Brezmes e questa è la mia preferita:

 

 

Autobiografia

 

 

Vengo da un luogo

che mi insegue;

vado verso un luogo

che mi sfugge.

 

Tra questi due luoghi io esisto:

questo spazio tra parentesi,

questi puntini di sospensione

nella neve

delle pagine di un libro

che si cancella mentre lo scrivi.

 

Impronte di qualcuno

che dice che sono io.

 

 

Oggi è domenica 19 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 833 mi insegue per le vie vuote della città.

venerdì 6 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/789. Un giorno di piccole cose e di quiete

 

Cerco immagini dell’amore che mi aiutino a rasserenare l’anima in tumulto a causa della guerra e dell’orizzonte della pace che resta invisibile. Come se stessero giocano a un nuovo videogioco, politici e giornalisti, affastellano dichiarazioni e analisi che stanno costruendo, insieme alla crudele nudità delle immagini dei bombardamenti, delle case sventrate, dei carrarmati in fiamme, il nostro panorama interiore, non solo quello che ci circonda. Un panorama cui non si può sfuggire e al quale di finisce con l’assuefarsi. Forse è proprio vero che gli umani si abituano a vivere e sopravvivere in pressoché tutte le condizioni. Anche noi cittadini del Ventunesimo secolo, che qualche anno fa ci piaceva immaginare come il futuro della globalizzazione felice, facciamo invece parte di un incubo infinito iniziato con la Grande Guerra nel Ventesimo secolo. Ecco è proprio questa la cosa che mi fa impazzire e disperare, che il Ventesimo secolo non solo non è finito ma sta divorando anche il Ventunesimo. Come difendersi dalla sragione della guerra? Come portare gli aggressori a ritirarsi? Esiste un modo pacifico per farlo? Sono queste le domande che mi assillano e non ho risposte, perché insieme allo sgomento è proprio la mancanza di risposte il minimo comune multiplo di questi tempi di guerra e di violenza che spira come un vento su ogni terra. Per trovare immagini che escano da questa narrazione, posso rivolgermi al cielo e cercare il rapido passaggio delle rondini, posso affidarmi ai prati che anche qui nella città mai più silenziosa sono punteggiati di papaveri e fiordalisi. Posso per un’intera giornata stare lontana dalle notizie e dalle immagini di guerra. Posso camminare lenta per la città, guardare i cuccioli e i neonati nei passeggini, i garzoni che fanno le consegne del pane nei ristoranti del quartiere, l’aroma inconfondibile che si diffonde intorno. Dalle parti dell’albero bellissimo incrocio uno scoiattolo grigio, non ne avevo mai visti nella via e all’improvviso mi ritrovo in un bosco incantato come quello che c’era sulle rovine della fabbrica De Angeli-Frua. Mi piaceva molto di più una volta il borgo della Maddalena, mi piacevano le rovine, il bosco spontaneo, i negozietti di quartiere, l’assenza delle auto. Era un tempo di ragione e di speranze il tempo di trent’anni fa. Sono accadute così tante cose, è così cambiato il mondo, è così cambiato il mio sguardo su di esso. Lo scoiattolo ha trovato la noce che qualcuno che lo aveva già visto gli ha portato. Si ferma un attimo a guardarmi e poi rapido si infila tra i rami dell’acero accanto. È una Cronaca di piccole cose questa Cronaca 789, ma la quiete dei minuti trascorsi con lo scoiattolo mi hanno anche portato la quiete che stavo cercando e così mi accontento, oggi venerdì 6 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra.

martedì 26 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/779. A passeggio per le vie silenziose della mia città

 

 


 

Quando chiudono negozi vari, bar e ristoranti, nel giro di poco tempo non riesco a ricordare cosa ci fosse prima, a meno che non si trattasse di un posto che frequentavo con continuità. Qui nel mio vecchio borgo, sì mi piace pensare a questo quartiere come al vecchio borgo della Maddalena come si chiamava sino a pochi decenni fa, i cambiamenti sono stati tanti e anche veloci. Un tempo c’erano solo negozietti di quartiere, almeno quattro panettieri, due fruttivendoli, un ciabattino, un negozio di mobili rustici, un paio di bar, un paio di pizzerie e una gelateria soltanto, un negozio di intimo femminile, un negozio di giochi e uno di mobili e arredi etnici. Nella stazione del metro c’erano un acquario, un noleggio di VHS e un negozio di giocattoli, l’edicola era ancora aperta e gestita da una famiglia con tre figli. Poi il quartiere è diventato un posto alla moda, e lo è ancor di più dopo i vari lockdown degli ultimi tre anni, tutti i bar e ristoranti hanno piazzato dehors più o meno belli, c’è sempre gente ai tavoli, ma non dopo il venti del mese, lo noto da sempre che il traffico si dirada e c’è meno gente in giro, lo stipendio è finito, bisogna aspettare la fine del mese. Poi hanno chiuso anche la Mondadori e Photo discount, due pietre miliari, e il cinema Zenit, ma questo da più tempo ancora, dove avevo visto tutta la serie degli 007 con Sean Connery da ragazzina. La cosa che più mi è mancato negli anni è il bosco spontaneo che sorgeva sulle rovine della fabbrica De Angeli Frua, certo, ora c’è una bella biblioteca di quartiere, ma il bosco aveva un fascino tutto suo. Ma basta alle inutili comparazioni tra il paesaggio passato e quello contemporaneo, tutto passa, tutto muta, tutto cambia. Mi chiedo se la sensazione che il mondo fosse un posto più interessante e misterioso prima dell’avvento di Internet sia legato alla mia età che avanza e a quella deformazione dello sguardo che ci fa pensare al passato, spesso anche se non sempre, come a un luogo migliore, o se davvero un tempo fosse meglio. Intanto è di questi giorni che il geniale Elon Musk abbia fatto un’offerta non rifiutabile a Twitter che a breve sarà tutta sua. L’intero mondo si chiede come la gestirà, si interroga sui rischi di un unico proprietario per il social più importante per il mondo delle notizie e dei commenti. Confesso che ho sognato che quest’uomo avesse deciso di comprarsi questo costoso giocattolino per chiuderlo definitivamente. Così come ogni tanto sogno che quell’altro sogni di portare la gente a vivere in un mondo virtuale finisca in un flop colossale. Dopo due anni di pandemia, con la guerra in corso che non sappiamo se, come e quando finirà, chi ha voglia di stare ancora appiccicato a uno schermo? Io proprio no, per questo le lunghe passeggiate mattutine prima del lavoro sono un dono di cui apprezzo ogni istante. A dire il vero le passeggiate sono belle anche al tramonto, ma questa Cronaca 779 di martedì 26 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra mi ha confidato che le piace di più uscire il mattino presto.

sabato 23 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/776. Apparteniamo al paesaggio d’infanzia, gli altri paesaggi sono doni della comparazione e della differenza

 



Sono giorni che mi sveglio sempre prima della sveglia e prestissimo esco a godermi il silenzio della città, questa solitudine urbana che mi canta intorno come un intero coro di stelle o di folletti. Dopo la passeggiata sono andata in giro per commissioni con fratello e cognata e siamo andati a Baggio vecchia a fare la spesa da un fruttivendolo strepitoso che mi incanta ogni volta che ci vado. Ho fatto scorta di frutta e verdura per tutta la prossima settimana e comprato anche qualche delizia di fine stagione come le cime di rapa che ho deciso di fare fritte con olio evo e peperoncino rosso piccante, una delle ricette apprese da mia madre. È stata una giornata molto impegnativa, non di riposo, passata a selezionare oggetti, vestiti e libri. che sembra si moltiplichino da una volta all’altra. Sì è proprio così, le cose si moltiplicano per partenogenesi, non c’è nessun bisogno che le riproduciamo noi. Sono molto stanca, però è stato bello girare per le vie deserte e respirare quell’atmosfera che si trova solo nei vecchi quartiere di Milano, nei quartieri che un tempo erano comuni autonomi dalla grande città.

 

 

 

Il canto del città di sabato mattina

 

Vorrei comprendere in

quale lingua canta questa

mia città, ma non è una

lingua umana, così posso

solo immaginare e poi

cantare a squarciagola

la gioia semplice di essere

qui di essere viva, di

respirare, di camminare

e guardare la bellezza

umana che mi circonda.

 

 

 

Non c’è niente da fare, quando penso alla mia città divento sempre sentimentale e non riesco a non pensare com’era bello quando si tornava dalle lunghe vacanze estive e la pianura Padana ci accoglieva con la sua coltre di nebbiolina e smog, con l’odore della benzina nei distributori sull’autostrada, con la frenesia del casello di Melegnano e il cappuccino dell’ultimo Autogrill.

Forse è vero che apparteniamo soltanto al paesaggio della nostra infanzia, ai suoi colori, ai suoi odori. Tutti gli altri paesaggi li impariamo per comparazione e differenze.

Oggi è sabato 23 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 776 ancora gironzola per le viette di Baggio vecchia.

lunedì 14 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/736. Il vento ci spinge dove non ci sono ripari

 



 

 

Spira sempre un vento da Occidente verso ora di pranzo, un vento che non appartiene alla città non silenziosa, un vento che sconquassa i passanti, i rami ancora spogli e gli uccellini che si muovono perché già sentono la primavera. Ma neanche questo vento occidentale riesce a tenere a bada le spire della guerra che si levano dal fronte orientale e all’improvviso sembra che non siano passati i decenni, che la seconda guerra mondiale sia appena terminata, che non siano crollati il muro di Berlino e l’Unione Sovietica. Ma cosa ne può sapere il vento dei nostri tormenti terreni? Così mi lascio guidare dalle folate e dalla mia immaginazione per cercare tracce di una pace che stiamo perdendo e che davamo per scontata.

 


Nessun riparo

 

Il vento sceglie solo

il vento come compagno

di strada. Inutile cercare

di infilarsi tra le folate,

il vento sa sempre quando

è tempo di andare o tempo

di sparire. Solo noi restiamo

fermi, spaventati, non abbiamo

capito, non capiamo perché

il vento soffia quando noi

siamo distratti e ci porta

con sé prima che sappiamo

dire come. Alzo lo sguardo,

copro il viso. È una bufera

che si avvicina e non ci

sono ripari in questa città

e da nessuna parte nel

mondo intero.

 

 

Un altro lunedì di guerra è trascorso e questa Cronaca 736 di lunedì 14 marzo del terzo anno senza Carnevale si consola insieme a me scrivendo e leggendo poesia.

giovedì 3 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/725. Quando è estate nella luce e inverno nell'ombra

 


Oggi sono stata in giro quasi tutto il giorno, lavoro, lavoro e  un sopralluogo a Sesto San Giovanni per un sopralluogo in vista delle conferenze che farò a fine mese sulle mie amate poetesse. In realtà non avevo proprio molto da fare, così ho continuato a rileggere Donne e fantastico di Giuliana Misserville per mettere a fuoco la presentazione che farò sabato prossimo alla Libreria delle donne di Milano. Dopo il sopralluogo pranzo in trattoria dove ho mangiato cicoria e purè di fave, buono come lo faceva la mia mamma pugliese.

“Era uno di quei giorni di marzo in cui il sole splende caldo ed il vento soffia freddo: quando è estate nella luce e inverno nell'ombra”, così scriveva Charles Dickens in Grandi Speranze ed era proprio quello che sentivo anche io, vedevo l’estate avanzare nelle lame di luce, negli alberi già fioriti e poi, all’improvviso, bastava svoltare all’ombra e di nuovo il gelo di questo inverno infinito mi assaliva. Prima di andare a casa, ho assistito alla presentazione di una bellissima collezione di cartoline della vecchia Milano, una delle mie passioni, immagini che mi emozionano sempre moltissimo e che mi riportano all’indietro in antiche atmosfere, molto prima che io nascessi, ma poi anche nella Milano degli anni Sessanta e Settanta, quella di cui ho più nostalgia. Nonostante l’angoscia per la guerra, lo stato d’animo plumbeo, non resto insensibile alla bellezza che mi circonda e cerco, seppure con grande fatica, parole che rendano conto di quanto accade, di quanto vedo e di quanto sento.

Oggi è giovedì 3 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 725 se ne sta silenziosa, seduta su una panchina, metà all’ombra, metà al sole.

sabato 26 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/720. Un mattino di sole, una città degli anni Settanta, una città notturna

 



Alla ricerca di una normalità sempre più difficile, sconcertata come tutti per quanto accade in Ucraina, mi dedico alle faccende che mi ero ripromessa di fare. Scelgo oggetti, butto oggetti, mi fermo a ricordare con oggetti in mano che non so se tenere o eliminare. Poi vado al mercato di quartiere del sabato mattina con mio fratello e compriamo pollo arrosto, patate al forno, peperoni ripieni. Dal pizzicagnolo olive taggiasche denocciolate, olive greche, olive pugliesi e lupini di cui mia madre andava matta e che non mangiavo da anni. Sembra una giornata qualunque di pre-pandemia, c’è il sole, incontriamo persone conosciute. Scopro che la vecchia panetteria è chiusa per sempre e che non riaprirà. Sono qui, nella mia città, preparo il pranzo, scaldo un po’ di pollo eppure nelle orecchie sento il cigolio dei carri armati che avanzano e il fragore delle bombe che esplodono, troppa immaginazione come sempre?

Nel pomeriggio inizio a seguire un nuovo laboratorio con Fiammetta, ritrovo vecchi amici e un tema nuovo da affrontare con curiosità e passione. “Il romanzo del paesaggio. Sublime contemporaneo” è un percorso dove andremo a esplorare, osservare e narrare il paesaggio italiano a partire dall’osservazione di luoghi, paesaggi e opere che suscitano emozioni sublimi o il sentimento del sublime. Il paesaggio italiano è quanto di meglio ci sia al mondo, le tre ore filano via e riesco a non pensare a cosa a accadendo in Ucraina. Dopo il laboratorio vado a una prima visione privata del nuovo film di Valeri Finessi, Donnarte dedicato alla nota gallerista Gigliola Rovasino che è presente. Una balda ottantenne sorridente e disponibile che ha attraversato il secolo scorso a contatto con le avanguardie artistiche e che ha gestito per anni la nota Galleria di Porta Ticinese che ho visitato pure io. Tra le mostre da lei ospitate c’è n’è una che voglio ricordare: Solidarietà transatlantiche. La Mostra Incessante per il Cile a Milano (1973-1977).

Per arrivare nello studio di Alberto Calcinai che ospita la proiezione, prendo la famosa filovia 90, la circolare destra, per un certo numero di fermate. Una Milano antica si dispiega sotto i miei occhi e una volta di più sento quanto sia grande il mio amore per questa città. Il film è davvero bello, emozionante ritrovare le immagini di quella Milano che non esiste più. Il padrone di casa è un noto fotografo e decine di sue fotografie adornano i muri, un altro elemento di piacere estetico in una serata ben riuscita, dove il mondo reale del presente è rimasto fuori dal perimetro delle stanze dove ho abitato in questo strano sabato di fine inverno, il 26 febbraio del terzo anno senza Carnevale con questa Cronaca 720 che sta girovagando nella notte in cerca di ispirazione. Mi fermo qui stasera, perché nonostante tutta la bellezza che mi ha circondato, continuo a sentire i carri armati e le bombe. La fotografia della Galleria fa parte dell’archivio dell’artista Giovanni Rubino.

martedì 8 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/702. Come un lupo è il vento


 


 

Amo il vento, quello reale, quello cantato dai poeti, quello atteso quando si è in mare aperto. Ieri è stata una giornata di vento inatteso e inusuale qui a Milano, un vento cattivo che ha ferito persone, abbattuto alberi, cornicioni, danneggiato staccionate, muri e tetti. Per fortuna non dovevo uscire e non l’ho fatto, ma ho visto anche sui poveri alberi nella mia strada, l’effetto ventoso di questo evento anomalo. Una volta il vento a Milano era talmente raro da essere una festa, ne ho scritto talmente tante volte, sia nei romanzi che nelle poesie, soprattutto nelle poesie, dove il vento è spesso uno dei protagonisti dei miei versi e che ho anche usato nel titolo del mio quarto libro Scrivere il vento, per l’appunto. Quando c’è il vento qui nella città mai più silenziosa la prima poesia che mi viene sempre in mente è questa di Attilio Bertolucci tratta dalla raccolta Sirio del 1929:

 

Vento


Come un lupo è il vento
che cala dai monti al piano,
corica nei campi il grano
ovunque passa è sgomento.
Fischia nei mattini chiari
illuminando case e orizzonti,
sconvolge l’acqua nelle fonti
caccia gli uomini ai ripari.
Poi, stanco s’addormenta e uno stupore
prende le cose, come dopo l’amore.



Quando il vento smette di soffiare è proprio lo stupore che resta e il silenzio, un silenzio diverso dal silenzio precedente. Mi viene in mente una giornata ventosa e letteraria del settembre della terza media, quando avevo letto su una rivista femminile un racconto che si intitolava (forse) “Stasera scrivo una lettera a Mauro” e la protagonista femminile si chiamava Elena. Mi ero così emozionata, come se fosse un segno del destino, perché Mauro era il ragazzo per cui avevo una cotta, come qualche altra decine di ragazzine, perché lui piaceva a tutte, aveva i capelli biondi lunghi e suonava la chitarra. Tra le altre fan c’era una cattivissima compagna di classe, tale Antonella che con la sua sodale Laura (mi ricordo i cognomi di tutti, ma non sarebbe gentile scriverli), si appropriò del mio diario da me sbadatamente lasciato sotto il banco durante l’ora di ginnastica. Quando tornai in classe mi accorsi subito che il diario era stato spostato ma non mi aspettavo certo di trovare le pagine strappate. Credo di avere litigato con le due compagne di classe, quel racconto non riuscii mai più a recuperarlo e rileggerlo, ma quell’aura della giornata di settembre ventosa e amorosa è rimasto in me, intatta, come se davvero io avessi vissuto nel racconto. Non so che fine abbiano fatto gli altri protagonisti di questa breve storia, certo Antonella resterà la ladra di racconti e Laura l’aiutante stupida. E che dire di lui? Posso dire solo che era bello e che suonava bene la chitarra. Chiudo così questa giornata senza più vento, dove i ricordi tornano a posarsi come polvere e foglie secche nella città della memoria. 

Oggi è martedì 8 febbraio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 702 ancora corre nel vento.

domenica 6 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/700. Il legno, la carta, gli alberi

 



Che giorno strano è sempre la domenica, un giorno di riposo, non sempre, compresso tra la beatitudine del sabato e il lunedì, il giorno più noioso della settimana. Oggi il clima non era particolarmente mite nella città mai più silenziosa, ma era comunque gradevole fare una piccola passeggiata e poi fermarsi a contemplare il bianco-grigio ricamato non solo dai rami nudi di foglie, ma anche dalle prime gemme che cominciano a gonfiarsi e tendersi verso il sole. Così è stato bello immaginare di essere una gemma di ippocastano, avere cacciato fuori la sommità del capino e stare cercando di capire cosa sta succedendo intorno, essere un po’ timorosa, ma poi accorgersi di non essere sola sul ramo, che tante altre gemme si stavano affacciando, che tutte rispondevano al medesimo richiamo, a quell’imperativo biologico che le faceva rispondere alla variazione di luce e di calore nell’aria. Dove sono scritte tutte queste leggi se non nell’invisibile combinazione del DNA di ogni specie? Ho continuato a guardare le gemme cicciute sino a che gli occhi non hanno iniziato a lacrimare e poi ho terminato la mia passeggiata e sono tornata a casa a spolverare e spostare libri, attività che mi piace assai, perché così mi metto a sfogliare libri letti anni fa o ad aprire per la prima volta quelli che aspettano, ancora intonsi, che tocchi il loro turno.

 

 

Canto per il libro che era albero

 

Quando sfoglio un libro

mi capita spesso di

pensare agli strati della

corteccia, agli alberi che

ora sono carta, fogli e

che si riposano su scaffali

di legno chiaro, altri

alberi che ora ci fanno

compagnia in questa

diversa forma. Per questo

mi piace pensare che gli

alberi siano i custodi delle

parole ancora prima che

noi le abbiamo pensate e

scritte, così questa poesia

è dedicata a tutti gli alberi

sconosciuti che ora sono

libri e quaderno sulla

mia scrivania.

 

 

Sì, come scrivevo ieri, non c’è niente di meglio che starsene rintanati in un buon libro mentre il mondo fuori cerca di riprendere una forma. Oggi è domenica 6 febbraio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 700, ciò significa che sono passati 700 giorni dall’inizio del primo lockdown, si controlla i rami per vedere se anche lei sta iniziando a sbocciare.

sabato 5 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/699. E questo cielo, e queste nuvole

 

 

Giornata d’inverno di nuovo, ma chi se ne importa quando si può stare al calduccio in un buon libro di poesia? Leggo e rileggo torno indietro, sottolineo ancora, mi preparo con cura e poi vado alla Libreria delle Donne a presentare Così diviso il corpo di Paola D’Agnese. Gli dei della poesia non sono propizi all’inizio dell’incontro, il poeta Maurizio Cucchi, che ha scritto la prefazione al volume, non può partecipare, ma ha mandato un video. Che sul pc della libreria non si riesce a proiettare. Così Francesca corre a casa a recuperare il suo pc, ma poi non riusciamo subito a collegare gli altoparlanti, per fortuna dopo un po’ di tentativi tutto funziona ascoltiamo il suo intervento e poi tocca a me.

“Non conoscevo Paola D’Agnese e la sua poesia prima di questo libro ed è stata per me una felice scoperta.

Quando leggo un libro nuovo di poesie inizio con l’aprirlo a caso, mi fermo, sottolineo, metto le stelline, vado avanti e indietro.

Poi lo leggo in ordine per cercare di cogliere l’intenzione del poeta, la sua voce, l’architettura, il destinatario delle poesie, perché credo si scrivano sempre poesie avendo in mente qualcuno.

Quando mi sembra di avere trovato il punto d’ingresso in questo immaginario poetico, lo uso come punto di partenza per cercare di svelare i segreti della tessitura.

La voce poetica di Paola è molto chiara e precisa, non si sono astrazioni difficili da collocare nel nostro spazio interiore, ma precise immagini del mondo, gesti, considerazioni.

Così nella prima sezione Dove il sentiero si stringe appaiono in sequenza: strada – radura – sentieri  - un salto – il giorno – un altro salto - una piccola  baia – il mare – le navi – il mondo – il buio – il pane quotidiano – il sentiero – la croce -  il sasso – il prato -  il vento -  la preghiera… Le azioni sono: il guardare – il saltare – il pregare – il camminare.

 

È il corpo, corpo poetico, corpo immaginato e corpo reale che è il nesso tra la poesia e il mondo, le cose, gli avvenimenti, gli altri. Soprattutto un altro, qualcuno che ancora ci sfugge e verso il quale l’io poetico si dirige. È gennaio, è di nuovo il vento a indicare la rotta, e in un attimo siamo in estate, possiamo fermarci sotto “alberi immensi i cui rami sono state radici divenute alberi e poi radici e poi alberi”. La poesia di Paola D’Agnese è una poesia fatta di sostantivi e di verbi, di pochi aggettivi, dove tutte le parole sono utilizzate con la massima precisione e contribuiscono a definire la precisione scarna di ogni verso.

Traspare un’immensa solitudine in queste poesie, una solitudine metafisica che è propria della condizione umana e dove l’altro di noi è preso tra nostalgia, desiderio e perdita.

Soprattutto è un ricordo, un’invocazione o anche un’evocazione favorita da questa adesione dell’io poetico al mondo come se una carezza scorresse lungo la guancia e il poeta potesse lasciarsi andare con fiducia a ciò che vede e sente, perché sa che il mondo non lo tradirà.

Il mio punto d’ingresso in quest’opera è stata di certo la poesia dedicata “a mia madre”  (a pag. 26) forse perché ho perso la mia di recente e la potenza della poesia sta anche nel parlare ai molti sconosciuti che ci leggeranno e sentiranno di poter dire anch’io, anch’io sento questo, io ti capisco, noi siamo vicini.

 

Fuori il recinto dell’inverno

non vedo nessuno

 

nessuna cosa che ti somigli.

Non serve cercarti

 

stai sulla cima.

Lo sguardo verso il mondo

 

 

Nella seconda sezione Il suono della luce è proprio la poesia di pag.37 il cui verso finale presta il titolo alla sezione stessa

 

Ci sono boschi di pensieri

che attraverso in silenzio

mentre tu mi attraversi

lasciando mille oggetti

che riconosco tutti

uno ad uno.

 

Posso guardarti e udire stupefatta

il suono della luce.

 

 

Accade così il miracolo della poesia, quando l’incontro è così potente da scatenare una sinestesia e l’io poetico può ascoltare il suono della luce.

 

Notevole è la poesia di pag. 39

 

Finalmente fiori sul ramo.

Guardo dove incontro bellezza.

 

Poche cose al bisogno:

ginestre e vino sulla tavola

alberi a regalare ombra

acqua per le notti sfinite

mani in forma di sogni

 

poca ma buona terra

intorno alla casa

a consentire

le nostre piccole storie di poeti.

 

 

Una poesia che ha fatto risuonare in me i versi di  Velimir Chlebnikov in 47 poesie facili e una difficile a cura di Paolo Nori, Quodlibet 2009

 

Poco, mi serve.

Una crosta di pane,

un ditale di latte,

e questo cielo

e queste nuvole.

 

 

Perché la poesia è davvero lingua scarna che trasfigura la vita, è l’uso non comune della lingua comune che con un ritmo diverso dalla parola piana della prosa e della conversazione, costringe il nostro essere a sobbalzare e ad accedere in un altrove che capiamo di avere anelato solo quando ci siamo arrivati e chiamiamo chi ci è caro a raggiungerci. (pag. 40)

 

Dammi l’ossigeno

del tuo passo negli occhi

le tue dita che nell’aria

mi disegnano il mondo.

 

Il tuo nome in tempesta

nella casa che dorme il tuo

volto segreto dove riposo.

 

Sono il luogo vasto e

ventoso che ti accoglie.

 

Vieni.


È proprio nelle poesie di questa sezione che la solitudine si fa meno dura e la condivisione concreta: (pag. 42)

 

Bianco questo vano disegno di luce

striscia di terra sottratta alla marea.

 

Lascio la tenda che non dà più ombra

scendo le mie scale in salita.

 

Silenzio.

Le foglie d’argento dell’ulivo.

 

E un passo che nessuno ha sentito.

 

 

E sapere che solo con l’altro siamo stati capaci di segnare insieme l’infinito come nella poesia di pag. 44:

 

A Francesco

Spezzato il cerchio che ci teneva

ho smarrito la chiave e altro.

 

Ciò che ridà sorriso è scorgerti nell’ombra

venire su da sola all’altare di pietra

dove insieme segnammo

– ai nostri occhi di allora –

l’unico infinito.

 

Ma la perdita è inevitabile, perdiamo sempre qualcosa o qualcuno, perdiamo noi stessi a volte. (pag. 47)

 

Le mani scalze

il cuore riposato

i pensieri limpidi

la parola chiave per aprire l’amore.

Dove sono?

 

Mi sopraffanno piccole

esili risposte.

 

Ma resto sulle tue palme dolci

nella tua voce gelida pulita

perdendo colpi

perdendo anni.

 

Ti perdo finalmente.

 

 

È la poesia allora a darci la forza per disegnare un senso.

 

L’abbandono dell’arco è la terza sezione che si apre invece con una serie di aggettivi feroci sulle parole, perché è come se fosse il bianco della pagina a vincere sempre, a vincere anche la forza impetuosa della poesia, come se anche questa salvezza ci fosse negata (pag. 51)

 

Avide livide restie

fulgide frigide accecanti

furiose rassegnate feroci

trasparenti opache impavide

mute assordanti

solide liquide necessarie

inutili le parole.

 

Dissanguate dissolte

dal bianco della pagina.

 

 

E nella seconda poesia della sezione a pag. 52

 

Mille piani mondi di attese

nelle lunghe file per il pane.

Si è reso necessario

l’abbandono dell’arco

e quotidiano il gesto di affilare

le lame dei coltelli.

 

 

ho sentito risuonare la Russia feroce di Osìp Mandel'štam

 

Come acqua oscura bevo la torbida aria,

il vomere ha arato il tempo e la rosa

fu già terra.

 

 

E poi anche quella di Marina  Cvetaeva di cui ecco un frammento dal diario:

 

 

“Alle 10 la giornata è finita. Talvolta sego e taglio legna per il giorno dopo. Alle 11 o alle 12 vado a letto. Sono felice del lumino proprio accanto al guanciale, del silenzio, del quaderno, della sigaretta, talvolta - del pane. Scrivo malamente, in fretta. Non ho annotato né le ascensions in soffitta - niente scala (l'hanno bruciata) - mi isso con una corda - per prendere le travi, né le continue ustioni delle braci che (impazienza? esasperazione?) afferro direttamente con le mani, né le corse su e giù per i kommissionnye (che abbiano venduto tutte le mie cose?) e per le cooperative (che distribuiscano?). Non ho annotato la cosa più importante: l'allegria, l'acutezza di pensiero, le esplosioni di gioia ad ogni più piccolo colpo di fortuna, l'appassionata tensione di tutto l'essere - tutti i muri sono coperti di versi e di NB! per il taccuino.

In soffitta

(Dagli appunti moscoviti, 1919-1920)

 

 

 

È nella poesia di pag,. 56 che scopriamo il senso del titolo “Così diviso il corpo”, corpo che cerca l’altra sua parte:

 

Ad Andries

Ancora lontano il temporale

 

la tristezza nuda sul tavolo

tra il lampo e il lampo un altro

 

che separa gambe e braccia. Così diviso il corpo

cerca l’altra sua parte.

 

I pensieri non hanno più nome.


Siamo piccole stelle

sul volto osceno del mondo.

 

È questa la sezione più dolente dove le lacrime vengono usate per lavare gli specchi, le lacrime conservate per ogni ragione, come leggiamo a pag. 59:

 

Da tempo conservo lacrime

me le conservo tutte

me le costringo in petto

in ordine perfetto

con la data e un colore per ogni ragione.

 

Nell’umido d’un tratto

ho deciso di usarle

mi sono servite a lavare gli specchi.

 

 

Non so se questa mia intuizione è corretta, ma ho sentito che le poesie di questa sezione finale sono state scritte prima delle altre, perché vivono ancora di una rabbia e di un’amarezza che non appartiene a quelle precedenti. Ma se la rabbia è qui, è stato sottile mettere in fondo questi versi per creare così uno spiazzamento in noi lettori.

 

Ci sarà una festa? Ci sarà una riappacificazione con il mondo?

Sì, e a dirlo è la sorpresa, la poesia finale, nascosta dopo l’indice e altre pagine, dove è la nascita, una rinascita che chiude questo percorso a (pag. 79)

 

Aria.

Luccicare d’ardesia.

una stagione piccola

per i miei grandi occhi.

Fiore di una pianta

mai vista

nasci adesso,

nasco, mi vedi.

 

 

Ho poi scoperto che la mia intuizione era corretta e la grazia e la forza dei versi letti da chi li ha composti hanno accompagnato questi momenti di un pomeriggio milanese che ne è uscito trasfigurato.

Oggi è sabato 5 febbraio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 699 svolazza nella notte insieme alla poesia.

martedì 1 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/695. Parigi a Milano e New York accanto

 

 


 

Dopo una giornata trascorsa sul lago il rientro in città è sempre destabilizzante, soprattutto perché cambiano la qualità dell’aria e la qualità del silenzio che qui è sempre un silenzio che se ne sta nascosto in mezzo al rumore del traffico, a quello dei passi sul selciato e a quello delle voci umane. Certi giorni, come oggi, mi sembra quasi che il silenzio se ne stia a fluttuare nell’aria come avvolto in centinaia di bolle di sapone che scoppiano quando sfiorano le parole che aleggiano nell’aria e le rivestono di un abito nuovo. Le parole hanno bisogno di silenzio per tornare a scintillare e continuare a librarsi come se fossero nuvole o farfalle. Dopo la giornata lacustre sono andata alla Libreria delle Donne a cercare dei libri che mi interessavano e mi sono fermata un po’ a chiacchierare con le ragazze. Quando ho preso il tram per tornare a casa era già piuttosto tardi ed è successo l’imprevisto, un incidente ha bloccato la linea tra corso Magenta e piazzale Baracca, così il tram ha deviato dal suo percorso e ne ha intrapreso un altro che mi ha portato in zone della città che non frequento molto spesso. A un certo punto siamo sbucati ai piedi delle Tre Torri e una ventata di New York si è installata nell’aria luminosa della sera mentre ai loro piedi si stagliava l’ultima vestigia della vecchia Fiera Campionaria, cioè il Palazzo delle Scintille, noto ai più soprattutto per essere, al momento, un hub vaccinale. Così quel palazzetto in stile Liberty ha trascinato qui anche un pezzetto di Parigi, quella vera e quella solo sognata o letta. Come la Parigi Atlantide del meraviglioso romanzo Il testamento francese di Andrei Makine che sto rileggendo. A parte Milano, sono proprio Parigi e New York le mie due città preferite ed è stato bello averne il sentore così all’improvviso. Quando sono arrivata a casa, alla fine, era già molto tardi, ci ho impiegato più del doppio del tempo che il tragitto comporta di solito, ma sono stata contenta di avere visto le città nella città in maniera così inaspettata.

 

 

Le ombre che mi seguono silenziose

 

Nella mia città ideale non

trovo solo interi quartieri

della mia città natale e

aspri paesaggi calabresi

che si nascondono con

i Navigli, dietro anse segrete

che solo io conosco. Ci sono

interi palazzi e vie di altre

città amate, di epoche diverse

e di diversi cuori. Forse anche

frammenti della mia ombra

che ho lasciato in quei

luoghi e che continuano

a seguirmi silenziosi.

 

 

 

Oggi è martedì primo febbraio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 695 scintilla come Parigi ed è caotica come New York e molto milanese come la mia città.