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giovedì 30 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/53: l'aria del poema è l'inaspettato


C’era un tempo in cui i poeti davano parola a se stessi, in altri tempi i poeti davano parola al mondo e in altri ancora davano parola all'umanità, alle stelle o al silenzio.

La parola poetica è la parola detta, quella che resta incisa nella lingua e nella gola, che non abbandona più chi l’ha scritta prima e chi l’ha pronunciata dopo.

La solida permanenza della parola pronunciata si disperde però nelle parole di Osip Mandel'štam quando scrive che “l'aria del poema è l'inaspettato”.

Aria e inaspettato sono le due parole chiave di questa enunciazione il cui ponte è costituito dalla parola “poema”.

Mandel'štam è poeta - dei poeti e della poesia bisogna parlare al presente, perché a ogni lettura avviene la resurrezione di chi scrive e l’incarnazione di una parola che resta – dalle metafore ardite, come scrive Angelo Maria Ripellino:

accostando in misture inattese opposti campi semantici, rendendo tangibili con virtuosistici intarsi di abbaglianti similitudini e suoni, gli odori, le «meraviglie» dei versi altrui, dei paesaggi, di eventi lontani e dell’ambiente giudaico della sua infanzia. Per cogliere l’identità delle cose distanti, egli tende la vista «come un guanto di pelle di daino» (e riesce così a percepire e ad immettere nella densissima sigla d’una metafora tutto quello che sta fuori campo, attorno al punto focale, il contiguo), quasi il suo sguardo, asimmetrico come gli occhi di certi pesci, potesse simultaneamente imbricare differenti assi ottici”.

Padroneggiare le metafore è il primo segno distintivo dei poeti-lupo, quelli che attraversano la tempesta e il bosco, la bufera di neve e la notte più scura.

Fabio Pusterla scrive di Mandel'štam nel libro Il nervo di Arnold:

“Lo stlanik- cioè il pino siberiano – (…) può rappresentare laforza e la fragilità, la pacificacaparbietà dellaparola poetica? Meloauguro.
Tantopiùche, inmezzo ai boschi dove crescelostlanik, è passato davvero,molti annifa,ungrandepoeta, OsipMandel'štam,sulla via delladeportazioneche lavrebbecondottoallamorte; e allora quandopenso allo stlanika me viene subito inmente la figuradiun altropoeta,Philippe Jaccottet,cheuna voltaaFrancoforte,leggendo appuntolesuetraduzionifrancesidi alcunepoesie di Mandel'štam,si è alzato in piedi (lui, di solito così timido eriservato), e con voce piùaltadel normaleha detto che iversidi Mandel'štam sembrano dirci, ancora oggi: «In piedi,alziamoci inpiedi!Ancheneimomentipeggiori,anchenellepeggioricondizioni: su, inpiedi,camminiamo!»

Camminano, dunque, i poeti-lupo e scrivono e le loro poesie fioriscono anche in mezzo alle intemperie e alle avversità, forse se ne nutrono e fanno risplendere l’universo di metafore.

Lo stesso Mandel'štam scrive nelle sue Conversazioni su Dante:

“Quando pronunciamo, ad esempio, la parola “sole, non liberiamo un significato bell'e pronto, ma passiamo attraverso un ciclo tutto particolare. Ogni parola è un fascio di significati, e un significato affiora da esso per irradiarsi in varie direzioni, senza mai convergere in un solo punto ufficiale. Pronunciando "sole", noi compiamo una sorta di enorme tragitto a cui siamo talmente abituati che viaggiamo immersi nel sonno. La poesia si distingue dal linguaggio automatico proprio in quanto ci sveglia e ci riscuote nel bel mezzo della parola.
Questa risulta allora molto più lunga di quanto pensassimo, e ci rammentiamo che parlare significa essere sempre in cammino”. 
Ma il cammino dei poeti-lupo non si dispiega solo nel fango e nella neve. Spesso devono attraversare campi di stelle e strade di sillabe.

Come collegare tutte le lettere dell’alfabeto, tutte le sillabe, tutte le metafore e similitudini in un Oceano di senso?

Come fanno le stelle a parlare tra loro se hanno solo la luce e lo spazio per comunicare?

I lupi si sono seduti accanto a me mentre rileggo queste riflessioni scritte a mano.

Sembra che capiscano, hanno capito, conoscono la parola lupo in tutte le lingue, la abbinano alla parola poeta, alla parola stella, alla parola oceano.

I fili invisibili della poesia si annodano a quelli della comprensione.

Andiamo! Li esorto, andiamo a camminare in questo tramonto di nuvole e pensiero.

Conteremo la nuova notte ferita di nostalgie, declineremo una poesia nella lingua dei lupi, li lasceremo ululare e poi, a bassa voce, renderemo omaggio al nostro poeta.






La stessa rosa

Come acqua oscura bevo la torbida aria,
il vomere ha arato il tempo e la rosa
fu già terra.
Osìp Mandel’stam

Se la rosa fu già terra
e dall’aria torbida, dal sole
rinato alla terra ritornerà,
da quale inchiostro, da quale
carta nacquero quelle parole
così amate?
Come il legno genera fumo e
cenere dopo la fiamma,
così questa attesa divampa
nel nuovo inverno che batte
alla mia porta: imita il tuo
passo e scioglie il gelo che
assedia la mia fiamma e
la stessa rosa.

Elena Petrassi

Figure del silenzio
Atì editore 2010


mercoledì 4 gennaio 2017

la neve che parla sempre a bassa voce e la chiarità azzurra del tuo volto nascosto

Adesso su tutto questo
vorrei che scendesse la neve, lentamente,
posandosi sopra le cose lungo il giorno
- la neve che parla sempre a bassa voce -
e che facesse in modo che il sonno dei grani
fosse, così protetto, più paziente.

E noi sapremmo che il sole ancora,
intanto, passa oltre, che se la neve
si stanca, ritornerà visibile un momento
come candela dietro il suo schermo ingiallito.

Allora, io mi ricorderei di questo viso
che rimane, anche lui, dietro la lenta
caduta dei cristalli umidi, e cambia,
con i suoi occhi chiari oppure in lacrime,
impazientemente fedeli...
                         E, dalla neve nascosto,
di nuovo oserò lodarne la chiarità azzurra.

Philippe Jaccottet
Alla luce d'inverno
Pensieri sotto le nuvole
traduzione di Fabio Pusterla
Marcos y Marcos 1997

Sur tout cela maintenant je voudrais
que descende la neige, lentement,
qu’elle se pose sur les choses tout au long du jour
      – elle qui parle toujours à voix basse –
et qu’elle fasse le sommeil des graines,
d’être ainsi protégé, plus patient.

Et nous saurions que le soleil encore,
cependant, passe au-delà,
que, si elle se lasse, il redeviendra même un moment
visible, comme la bougie derrière son écran jauni.

Alors, je me ressouviendrais de ce visage
qui demeure, lui aussi, derrière
la lente chute des cristaux humides,
qui change, avec ses yeux limpides ou en larmes,
impatiemment fidèles...
                          Et, caché par la neige,
de nouveau, j’oserais louer leur clarté bleue.


Fidèles yeux de plus en plus faibles jusqu’à
ce que les miens se ferment, et après eux, l’espace
comme un éventail peint dont il ne resterait plus
qu’un frêle manche d’os, une trace glacée
pour les seuls yeux sans paupières d’autres astres.

Philippe Jaccottet
À la lumière d’hiver 
précédé de Leçons et de Chants d’en bas 
Gallimard 1977

giovedì 8 settembre 2016

La nostra voce si mescola alle stelle

à Henry Purcell
I.

Ascolta: com'è possibile
che la nostra voce torbida si mescoli
in questo modo alle stelle?

L'ha inerpicata al cielo
lungo gradini di vetro
con la grazia giovanile della sua arte.


Philippe Jaccottet
Alla luce d'inverno
Pensieri sotto le nuvole
traduzione di Fabio Pusterla
Marcos y Marcos 1997


Écoute: comment se peut-il
que notre voix troublée se mêle ainsi
aux étoiles?

Il lui a fait gravir le ciel
sur des dégrés de verre
pour la grâce juvénile de son art.


mercoledì 7 settembre 2016

Le stelle scintillano sotto i viaggiatori

à Henry Purcell

VI.

Non c'è dubbio, stavolta i viaggiatori
sono passati oltre l'ultima porta:

vedono il Cigno scintillare
sotto di loro.


Philippe Jaccottet
Alla luce d'inverno
Pensieri sotto le nuvole
traduzione di Fabio Pusterla
Marcos y Marcos 1997


Nul doute, cette fois les voyageurs
ont passé la dernière porte:

ils voient le Cygne scintiller
au-dessous d'eux

mercoledì 30 marzo 2016

quegli istanti di felicità che si ritrovano nelle poesie

Ci sarebbero delle cose che abitano le parole
più volentieri, e che si accordano con loro
- quegli istanti di felicità che si ritrovano nelle poesie
con felicità, una luce che oltrepassa le parole
cancellandole quasi - e poi altre cose
che si impennano contro di loro, le sconvolgono, che le distruggono:

come se la parola gettasse indietro la morte,
o piuttosto, come se la morte putrefacesse
persino le parole?

Philippe Jaccottet
Alla luce d'inverno
Pensieri sotto le nuvole
traduzione di Fabio Pusterla
Marcos y Marcos 1997


Y aurait-il des choses qui habitent les mots 
plus volontiers, et qui s’accordent avec eux 
– ces moments de bonheur qu’on retrouve dans les poèmes 
avec bonheur, une lumière qui franchit les mots 
comme en les effaçant – et d’autres choses 
qui se cabrent contre eux, les altèrent, qui les détruisent : 

comme si la parole rejetait la mort, 
ou plutôt, que la mort fît pourrir 
même les mots ?  

L’Encre serait de l’ombre, notes, proses et poèmes (1946-2008)

domenica 21 febbraio 2016

Alzate gli occhi, diceva, alzate il corpo, nel vento

Stlanik


Dopo due o tre giorni cambiava il vento,
e calde correnti d'aria portavano la primavera.
 Varlam Šalamov

Uno chiamava da un ponte, esile sulle correnti:
l'acqua, ancora, diceva senza dire: sempre qui 
l'appuntamento: nella luce dell'acqua,
qui accanto, nella luce. Sospesi.
Accarezzando qualcosa: ringhiere, cortecce 
d'alberi morti, schegge d'osso, pettini smangiati.
Con le mani, con gli occhi o con la voce: proteggere
quello che sale da dietro, da sotto,
non visto, nelle gole più cupe: l'improvviso 
guizzare di un uccello nella luce 
del botro. E dire grazie,
umilmente. Con cura.

Un altro andava portato dalle alghe:
contava sassi, asperità fluviali, voragini.
Schiacciato dal tempo, scivolava
nel flusso, annichilito.
Rinunciando a ogni cosa: niente occhi, niente dita,
e più nessuna memoria, o senso. Grida, forse,
grida scolpite su grate, graticci di dolore. Pietre
coperte di muschi, fanghiglie,
e luce cruda di ghiacci, serpenti
nei cunicoli. Rose senza radici. Masticava
del vetro, annegando per tutti.

Il terzo era distante, irraggiungibile.
In cammino, in cammino:
oltre la fatica e il deserto. Camminava
tradito, a testa alta, ancora in piedi.
Sotto le nuvole e contro le nuvole, marciando.
Sotto le nuvole e sopra le nuvole, con passo
barcollante, ma lo sguardo
fisso verso l'Amur, dove acqua sporca
trascinava carcasse verso il mare
vietato. C'è chi dice
recitasse Petrarca.
Alzate gli occhi, diceva, alzate il corpo, nel vento
cercate le ali.

Nevica. Il pino prostrato si rialza,
segna nel gelo la via del primo fiore.
Annuncia frutti, torrenti.

E l'armadillo cammina verso nord.

Fabio Pusterla
Corpo stellare
Marcos y Marcos 2010

giovedì 18 febbraio 2016

La pacifica caparbietà della parola poetica

Lstlanik(…) può rappresentare la forza e la fragilità, la pacifica caparbietà della parola poetica? Me lo auguro. Tanto più che, in mezzo ai boschi dove cresce lo stlanik, è passato davvero, molti anni fa, un grande poeta, OsipMandel'štam, sulla via della deportazione che lavrebbe condotto alla morte; e allora quando penso allo stlanik a me viene subito in mente la figura di un altro poeta, Philippe Jaccottet, che una volta a Francoforte, leggendo appunto le sue traduzioni francesi di alcune poesie di Mandel'štam, si è alzato in piedi (lui, di solito così timido e riservato), e con voce più alta del normale ha detto che i versi di Mandel'štam sembrano dirci, ancora oggi: «In piedi, alziamoci in piedi! Anche nei momenti peggiori, anche nelle peggiori condizioni: su, in piedi, camminiamo!»


(lo stlanik è il pino siberiano)


Fabio Pusterla

Il nervo di Arnold
Marcos y Marcos 2007


giovedì 12 novembre 2015

L'io lirico, sovrano e signore delle mie parole

(...) quando
 traduco
 un
 altro
 poeta,
 sono
 anche
 obbligato
 a
 dimenticare,
 o
 almeno
 a
 relativizzare,
 quella
 voce
 che
 credevo
 così
 mia,
 a
 farla
 per
 quanto
 possibile
 tacere,
 considerandola
 talvolta
 quasi
 nemica.
 Non
 io,
 il
 mio
 io
 lirico,
 che
 poco
 prima
 consideravo
 signore
 e
 sovrano 
delle 
mie
 parole, 
ma
 l’altro 
deve

parlare,
 quell'altro
 che
 ha
 una
 pronuncia
 e
 uno
 sguardo
 a
 me
 estranei.

Fabio Pusterla 
in Parola plurale
Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli
Luca Sossella editore 2005


domenica 25 ottobre 2015

in un istante abbraccio il cerchio intero del cielo



Oggi una poesia meravigliosa di Philippe Jaccottet in quattro diverse traduzioni: le prime di due tra i più grandi poeti italiani contemporanei: Antonella Anedda e Fabio Pusterla, la terza è mia e la quarta di Elisabetta Giromini.


Ed ora io tutto intero nella cascata celeste
avvolto nella chioma dell'aria,
qui, il manto delle foglie più lucenti,
sospeso meno in alto della poiana,
io guardo,
ascolto - e le farfalle sono altrettante fiamme perdute,
e le montagne fumi-,
un istante, il tempo di abbracciare intorno a me l'intero cerchio
                                                          del cielo,
forse, morte compresa.

Non vedo quasi più nulla, solo la luce,
gridi di uccelli lontani ne sono i nodi,

e la montagna?

Cenere lieve
ai piedi del giorno.

Philippe Jaccottet
Appunti per una semina
(Poesie e prose 1954-1994)
Lezioni (1971-1977)
traduzione di Antonella Anedda
Fondazione Piazzolla Roma 1994

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E io adesso intero nella cascata celeste,
avvolto nella capigliatura dell'aria,
qui, pari alle foglie più luminose,
appena meno in alto della poiana, sospeso,
che guardo
che ascolto
- e le farfalle sono simili a fiamme disperse,
le montagne a dei fili di fumo -,
per un istante, se abbraccio intero il cerchio del cielo
che mi circonda, vi credo la morte compresa.

Non vedo quasi più nulla se non luce,
i gridi di uccelli lontani sono i suoi nodi,

la montagna?

Leggera cenere
ai piedi del giorno.

Alla luce dell'inverno
Pensieri sotto le nuvole
Marcos y Marcos 1997
traduzione di Fabio Pusterla

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E io adesso tutto intero nella cascata celeste,
avvolto nella chioma dell’aria
qui, pari alle foglie più luminose,
volo in alto quasi come la poiana
io guardo
io ascolto
- e le farfalle sono come fiamme perdute
le montagne  fumo leggero
in un istante abbraccio il cerchio intero del cielo
intorno a me, forse la morte compresa.

Non vedo quasi altro che la luce
le grida di uccelli lontani ne sono i nodi

la montagna?

Leggera cenere

ai piedi del giorno.

traduzione di Elena Petrassi

E adesso io tutto intero nella cascata celeste
Avvolto tra i capelli dell'aria
Qui, pari alle foglie più luminose,
Sospeso subito sotto al rapace
Che guardo
Che ascolto
- E le farfalle sono altrettante fiamme perdute,
Le montagne altrettanti sbuffi di fumo -
Un istante baciare l'intero cerchio del cielo
Attorno a me, credo la morte sia compresa
Non vedo quasi più altro che luce
Le grida di uccelli lontani ne sono l'intreccio
Le montagne?
Leggera cenere
Ai piedi del giorno.

traduzione di Elisabetta Giromini
(aggiunta il 25/02/2022)


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Et moi maintenant tout entier dans la cascade céleste,
enveloppé dans la chevelure de l'air
ici, l'égal des feuilles les plus lumineuses,
suspendu à peine moins haut que la buse
regardant
écoutant
- et les papillons sont autant de flammes perdues,
les montagnes autant de fumées-
un instant d'embrasser le cercle entier du ciel
autour de moi, j'y crois la mort comprise

Je ne vois presque plus rien que la lumière
les cris d'oiseaux lointains en sont les nœuds

la montagne?

Légère cendre
au pied du jour.

sabato 3 ottobre 2015

così anche la mia favola cancelli, e veli del suo fuoco anche il mio nome

Preghiera tra la notte e il giorno


All'ora incerta in cui la muta dei fantasmi
fa ressa alle finestre, e in gran subbuglio
per un’esitazione tra ombra e giorno
minaccia bisbigliando la chiarezza,

un uomo prega: gli è distesa accanto
la splendida guerriera inerme e nuda;
poco distante giace il loro erede,
tenendo stretto come stelo il tempo.

«Una preghiera dentro la paura, ardua a esaudire,
specie senza soccorso dall'esterno; una preghiera
detta dentro il crollo delle città,
la fine della guerra, i morti in folla:

perché la dolce aurora, la tenace,
la luce quando giunge sui crinali, se allontana
la lieve luna, così anche la mia favola cancelli,
e veli del suo fuoco anche il mio nome».


Philippe Jaccottet
Il barbagianni. L’ignorante
traduzione di Fabio Pusterla
Einaudi 1992

***

Prière entre la nuit et le jour 

A l’heure vague où les fantômes en grand nombre
se pressent contre les fenêtres, ameutés
par une hésitation entre le jour et l’ombre
et menaçant de leurs murmures la clarté,

un homme prie: à ses côtés est étendue
la très belle guerrière désarmée et nue ;
non loin repose l’héritier de leurs batailles,
il tient le Temps serré dans sa main comme paille.

«Une prière dite dans la crainte, difficile
à exaucer, surtout sans le secours du dehors;
une prière dans l’ébranlement des villes,
dans la fin de la guerre, dans l’afflux des morts:

pour que l’aurore, avec sa tendresse tenace,
pour que l’entrée de la lumière au ras des monts,
comme elle éloigne la lune légère, efface
ma propre fable, et de son feu voile mon nom».

Philippe Jaccottet
Poésies 1946-1967
Gallimard 1971

venerdì 18 settembre 2015

A nessuno parlo, all'infuori dell’eco, a nessuno

Portovenere

Di nuovo cupo il mare. Tu capisci,
è l’ultima notte. Ma chi chiamo ? A nessuno
parlo, all'infuori dell’eco, a nessuno.
Dove strapiomba la roccia il mare è nero, e rimbomba
in una campana di pioggia. Un pipistrello
urta come stupito sbarre d’aria,
e tutti questi giorni sono persi, lacerati
dalle sue ali nere, a questa gloria
d’acque fedeli resto indifferente,
se ancora non parlo né a te né a niente. Svaniscano
questi « bei giorni »! Parto, invecchio, che importa,
il mare dietro a chi va sbatte la porta.

Philippe Jaccottet
Il Barbagianni. L’Ignorant 
(con un saggio di Jean Starobinski
a cura di Fabio Pusterla
Einaudi 1992

da L’Effraie 
Gallimard 1953

La mer est de nouveau obscure. Tu comprends,
c’est la dernière nuit.Mais qui vais-je appelant ?
Hors l’écho, je ne parle à personne, à personne.
Où s’écroulent les rocs, la mer est noire, et tonne
dans sa cloche de pluie. Une chauve-souris
cogne aux barreaux de l’air d’un vol comme surpris,
tous ces jours sont perdus, déchirés par ses ailes
noires, la majesté de ces eaux trop fidèles
me laisse froid, puisque je ne parle toujours
ni à toi, ni à rien. Qu’ils sombrent, ces « beaux jours »!
Je pars, je continue à vieillir, peu m’importe,
sur qui s’en va la mer saura claquer la porte.


sabato 8 agosto 2015

la poesia è quello che, in modo misterioso e accorto, resta

“Corridoio degli arrivi, crisi, estate dura”. Cocci e Frammenti, la tua ultima silloge, apre così. Nella tua poesia c’è un’abitudine alla frantumazione e, nello stesso tempo, un’attenzione ai resti. Resti di stelle, resti di parole, resti animali e umani. Dalle terre emerse sono rimasti cocci e frammenti? Che cosa vuol rappresentare la tua poesia oggi?
Spero proprio che non siano rimasti soltanto cocci e frammenti, anche se ogni tanto posso avere la tentazione di temerlo. Il fatto è che i “Cocci e frammenti” sono solo una piccola parte del lavoro recente, successivo a “Corpo stellare” e non ancora concluso. Appartengono a quella famiglia di testi che in me registrano qualche aspetto più materico, e talvolta più greve, della realtà. Di solito, questa modalità riesce poi a dialogare con l’altra, di natura diversa e meno implicata con la materia; chissà se anche stavolta sarà possibile.
Come hai iniziato a conoscere la poesia?
Ho iniziato da ragazzo, un po’ grazie alla scuola,  ma soprattutto grazie alle poesie di Dylan Thomas, che è stato credo il primo autore che ho letto per conto mio. Accanto a lui imparavo a conoscere un pochino Leopardi, Baudelaire, Pascoli e Montale. Poi è venuto il resto, adagio adagio. Ma il punto di partenza credo sia stato quello, insieme a qualche disavventura personale che mi ha spinto, in qualche modo misterioso, verso la poesia.
incipit dell'intervista di Maria Zanolli a Fabio Pusterla apparsa il 12 aprile 2013 su Nuovi Argomenti

domenica 14 giugno 2015

Io rimango nella mia stanza, e taccio (entra il silenzio come un servo che venga a riordinare)

L’ignorante

Più invecchio e più io cresco in ignoranza,
meno possiedo e regno più ho vissuto.
Quello che ho è uno spazio volta a volta
innevato o lucente, mai abitato. E il donatore
dov'è, la guida od il guardiano? Io rimango
nella mia stanza, e taccio (entra il silenzio
come un servo che venga a riordinare),
e attendo che a una a una le menzogne
scompaiano : cosa resta? Cosa rimane a questo moribondo
che gli impedisce ancora di morire? Quale forza
lo fa ancora parlare tra i suoi muri?
Potrei saperlo, io, l’ignaro e l’inquieto? Ma la sento
parlare veramente, e ciò che dice
penetra con il giorno, anche se è vago:
«Come il fuoco, l’amore splende solo
sulla mancanza, e sopra la beltà dei boschi in cenere…»

Philippe Jaccottet
Il Barbagianni. L'ignorante
traduzione e cura di Fabio Pusterla
Einaudi 1992

L’ignorant

Plus je vieillis et plus je croîs en ignorance,
plus j’ai vécu, moins je possède et moins je règne.
Tout ce que j’ai, c’est un espace tour à tour
Enneigé ou brillant, mais jamais habité.
Où est le donateur, le guide, le gardien?
Je me tiens dans ma chambre et d’abord je me tais
(le silence entre en serviteur mettre un peu d’ordre),
et j’attends qu’un à un les mensonges s’écartent:
que reste-t-il? que reste-t-il à ce mourant
qui l’empêche si bien de mourir ? Quelle force
le fait encore parler entre ses quatre murs?
Pourrais-je le savoir, moi l’ignare et l’inquiet?
Mais j’entends vraiment qui parle, et sa parole
pénètre avec le jour, encore que bien vague :
«Comme le feu, l’amour n’établit sa clarté
que sur la faute et la beauté des bois en cendres… »

martedì 19 maggio 2015

Scrivere poesia è proteggere il silenzio con parole minime, rispettose, memorabili

Quello che si può fare
è preservare i luoghi inaccessibili. Costoni
impervi striati di ghiaccio,
rive non accostabili, gole.
Tracce di vita animale che ci sfugge.
Proteggere il silenzio con parole
minime, rispettose, memorabili.
Fabio Pusterla
Corpo stellare 

Marcos y Marcos 2010

martedì 12 maggio 2015

La rosa solitaria, fuori dal tempo e dallo spazio

La rosa che non vuoi ricevere
quella che non puoi offrire
cresce nella sua gloria senza nome,
sopra scarpate o ghiacci
nel silenzio, ma cresce solitaria
fuori dal tempo, fuori dallo spazio
visibili; sta lì a ricordare la cosa
che hai visto una volta, sta lì
a ricordare la rosa.
Fabio Pusterla
Argéman 
Marcos y Marcos 2014

sabato 2 maggio 2015

così vicino, più largo del cielo

Parlare è facile, e tracciare parole sulla pagina
vuol dire, per lo più, rischiare poca cosa:
lavoro da merlettaia, ovattato,
tranquillo (perfino alla candela si potrebbe
domandare una luce più dolce, più ingannevole),
le parole sono tutte scritte con lo stesso inchiostro,
«fetore» e «fiore» per esempio sono quasi uguali,
e quando avrò ricoperto di «sangue» l’intera pagina,
lei non ne sarà macchiata,
o io ferito.
Capita dunque di provare orrore per questo gioco,
di non capire più cosa si voleva fare
giocandoci, invece di arrischiarsi fuori,
e di fare un uso migliore delle proprie mani.
Questo
è quando non ci si può più sottrarre al dolore,
quando il dolore somiglia a qualcuno che viene,
strappando il velo di fumo in cui ci si avvolge,
abbattendo uno per uno gli ostacoli, colmando
la distanza sempre più lieve – d’improvviso così vicino
che non si vede più che il suo muso più largo
del cielo.
Parlare allora sembra menzogna, o peggio: vigliacco
insulto al dolore, e inutile spreco
del poco di tempo e forze che ci resta.
Philippe Jaccottet
Alla luce d’inverno. Pensieri sotto le nuvole
traduzione italiana a cura  di Fabio Pusterla 
Marcos y Marcos, 1997

Chants d’en bas 
Payot, 1974
Parler est facile, et tracer des mots sur la page,
en règle générale, est risquer peu de choses:
un ouvrage de dentellière, calfeutré,
paisible (on pourrait même demander
à la bougie une clarté plus douce, plus trompeuse),
tous les mots sont écrits de la même encre,
«fleur» et «peur» par exemple sont presque pareils,
et j’aurais beau répéter « sang » du haut en bas
de la age, elle n’en sera pas tachée,
ni moi blessé.
Aussi arrive-t-il qu’on prenne ce jeu en horreur,
qu’on ne comprenne plus ce qu’on a voulu faire
en y jouant, au lieu de se risquer dehors
et de faire meilleur usage de ses mains.
Cela,
c’est quand on ne peut plus se dérober à la douleur,
qu’elle ressemble à quelqu’un qui approche
en déchirant les brumes dont on s’enveloppe,
abattant un à un les obstacles, traversant
la distance de plus en plus faible – si près soudain
qu’on ne voit plus que son mufle plus largeque le ciel.
Parler alors semble mensonge, ou pire: lâche
insulte à la douleur, et gaspillage
du peu de temps et de forces qui nous reste.
Parler alors semble mensonge, ou pire: lâche
insulte à la douleur, et gaspillage
du peu de temps et de forces qui nous reste.