sabato 4 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/118: quella luce dorata sul bordo delle cose che lascia tutto come sospeso nell’aria…




Si svegliò quella mattina con in testa un’idea che si era impossessata di ogni angolo conscio e inconscio della sua mente.

Aveva sognato di essere all'ombra del grande fico che c’era nell'orto di sua nonna e il profumo di quell'albero immenso ai suoi occhi di bambino lo aveva avvolto una volta ancora.

Anche quando aveva aperto gli occhi quel profumo gli aleggiava intorno e gli confermò che esiste nella memoria un unico luogo che conserva insieme alle immagini e ai suoni, anche i sapori e gli aromi del mondo.

Una biblioteca dei profumi, degli aromi e degli odori. Se le prime due parole evocavano solo cose piacevoli, l’ultima parola conteneva in sé anche cose sgradevoli che non avevano nulla di buono.

Se nella sua testa la biblioteca andava prendendo forma e assomigliava a un’antica farmacia che aveva visto a Parma, capì che in quell'angolo di mondo reale, a Gerusalemme, doveva trovare un sistema altrettanto efficace di classificare e mostrare che ogni cosa del mondo reale e del mondo sognato si specchiano l’una nell'altra e sono altrettanto potenti e misteriose.

- Ma allora la biblioteca degli odori è davvero esistita? Chiese la sacerdotessa al misterioso architetto.

Non solo è esistita ma esiste ancora dietro le finestre murate della casa del mio amico figlio del vento del deserto e delle nuvole.

Per ogni profumo, aroma e odore che ricordava, chiedeva al mastro vetraio di soffiargli un flacone o una bottiglietta che dovevano contenere nella trasparenza del vetro “anche quella luce dorata sul bordo delle cose che lascia tutto come sospeso nell'aria”. È così che si riesce a intrappolare le particelle volatili delle cose che vagano nella memoria e a replicarle ogni volta che si vuole.

Il primo aroma fu quello della pelle di sua madre quando lo allattava, un aroma dove si mescolavano quello del latte e quello della sua pelle.

Il secondo aroma, come il primo, era ancora legato al cibo, erano il sapore e l’odore di una pesca matura che la madre gli passò sulle labbra quando aveva cinque mesi.

Fu così che olfatto e gusto vennero addestrati per puro istinto da quella giovane madre alle prese con il suo primo figlio. Ogni cibo passava davanti al suo naso, poi sulle labbra e, mano a mano che cresceva, nella sua bocca.

Il fico maturo aveva seguito dopo qualche settimana la pesca. L’ombra contornava la luce dorata delle cose, il fico era nero-viola all'esterno e all'interno e aveva un sapore che avrebbe continuato a cercare ogni nuova estate nella sua vita.

- Ma è impossibile creare così una biblioteca che possa servire a qualcosa! Esclamò il re che cercava sempre il risvolto verificabile delle cose.

Il mio amico lo sapeva – proseguì l’architetto misterioso – ma non poteva fare a meno di completare la sua opera. Per ogni odore evocato e rievocato le piccole bolle di vetro si allineavano sulle mensole della sua biblioteca. Perché dovete sapere che alcune volte andava dal mastro vetraio e raccontava al vetro incandescente il profumo che aveva ricordato e il vetraio sigillava la bolla e lui poteva scrivere la nuova etichetta sulla pergamena e sistemare i due oggetti nello spazio che aveva preparato con un piccolo sostegno fatto di materiali che cambiavano di volta in volta: legno, vetro, pelle di capra, velluto, pietra, frammenti di luna, un cactus vivo, argilla, pane raffermo, un cestino di fiori essiccati, una rosa che non era sbocciata, una fotografia in bianco e nero, carta per scrivere, ma anche carte da gioco, libri sventrati, libri mai aperti, un taccuino dalla copertina di pelle rossa. È dalla sua scorta che arrivano i miei taccuini rossi, e poi ancora foglie di vite, un lembo del suo stesso mantello, il vestito verde e oro della giovane che aveva amato nell'oasi dietro le palme. Con molti appostamenti era riuscito a catturare le sfumature del mare a ogni ora del giorno e il mastro vetraio aveva riprodotto il colore preciso nel vetro, e le onde si erano piegate al destino ed erano rimaste intrappolate in tutta la loro stessa impetuosità. Aveva odori diversi il mare, odore di sale, giglio, alghe, pesci morti, ancora alghe, legni putrefatti, legni verdi non ancora morti, molluschi, sabbia, le orme dei suoi passi, l’ombra di una vela al largo che filava verso l’orizzonte, il vestito azzurro che la fanciulla si sfilò prima di entrare nell'acqua, l’odore marino del suo sesso, quello dei capelli che sapevano di chiodi di garofano e farina bianca.


Nel mio naso riposa una biblioteca fatta
di niente, perché è nella natura delle
cose restare nell'istante preciso dove
le abbiamo incontrate per la prima
volta. Quello che ci segue nella corsa
del tempo è solo lo strascico della cosa
originaria, una replica infinita che si
divide tra il naso e lo sguardo e a
prevalere saranno sempre il mirto e
la rosa contro il vento e la nuvola.
Solo il profumo della tua pelle attraversa
i millenni e dice la verità del sale e delle
onde.


Anche il vento aveva mille odori, come mille voci che abbiamo già udito, perché scolpisce la superficie di ogni creatura e cosa e ci affida il momento imprescindibile che abbiamo cercato nell'ombra del tempo. Il vento si è affidato al vetro, lo ha gonfiato e poi ha smesso di soffiare e ha scelto di abbandonarsi alla potenza di quelle forme umane scelte dal caso e dall'amore.

- Come vorrei visitare quella biblioteca! Esclamarono all'unisono la sacerdotessa e la regina.

Il vostro desiderio è esaudito nel momento stesso in cui lo avete formulato. Ora quella biblioteca è in una delle stanze della Casa delle Stelle. Prima di andare, dovete scegliere nella vostra memoria un profumo che volete rendere eterno e una volta laggiù entreremo insieme nella stanza, prenderemo una delle mille forme di vetro e ciascuno regalerà al tempo e al nostro sguardo quanto di più intimo possegga.

In un momento, dalla spiaggia ci trovammo nella stanza immersa nella penombra. Quando l’architetto accese le luci, le pareti si dilatarono al punto che sembrava non esserci una fine alla profondità delle pareti occidentale e orientale.

Ognuno degli abitanti della terra che sta ai piedi delle Montagne della Luna, scelse la forma che più si confaceva e sussurrò il segreto dei nomi e dei profumi al vetro e alla memoria.

Toccò anche a ma fare questa scelta e fu il fico dell’orto di mia nonna a colare dal mio olfatto alla mia lingua. Cui seguì il fico maestoso del giardino che avevo perduto e poi l’aroma dei pomodori appena raccolti, dei campi bruciati tra gli ulivi, dell’ombra scura della grande quercia, dell’acqua piccola che scorreva davanti a casa, dei baci che non avevo dato, dei baci che non avevo preso. 

Era estate e il suo profumo era rosso e verde e il vetro lo sapeva e si adattò, ma solo in parte, perché anche l’azzurro e il blu erano estate e avevano un suono.

Voglio costruire una biblioteca dei suoni e delle voci - disse il poeta.

E io mi accomodai nella sua scia e tesi i lembi del mantello dove le intenzioni erano già cose in corso e insieme iniziammo ad abbinare i suoni ai colori.

Non basterà questa vita a completare l’opera, ma almeno abbiamo iniziato.

Qui, ai piedi delle Montagne della Nebbia, che hanno un profumo incerto di mattino e notte insieme, di passato che sfuma e di avvenire che si avvicina, di mirtilli e anguria, di pomodori e pane appena sfornato, di gelo e di tramonto, di sogno e di risveglio, perché le dimensioni non sono solo due, ogni istante si replica e diventa ricordo, ma lì, nel momento preciso è primigenio, eterno e profuma di cose nuove e di promesse, di alba e di mare salato.


Quella luce dorata sul bordo delle cose che lascia tutto come sospeso nell'aria e l’unica verità in questo giorno che, dolcemente, dolcemente, cambia mantello e si veste di buio e di nostalgia.


La poesia di questa Cronaca 118 l’ho scritta nel corso di questo pomeriggio.

Il titolo è un frammento di Alvaro Mutis, dal Trittico di mare e di terra, Einaudi 1997.

La biblioteca delle voci è nel mondo di qua il progetto #voiceportraits della poetessa Giovanna Iorio.


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