venerdì 27 maggio 2011

Frammenti dei Frammenti del Tredicesimo Mese

12 mesi, 12 luoghi, 12 capitoli, un romanzo che ha la voce della città di Milano.



Elena Petrassi
Frammenti del tredicesimo mese
Atì editore 2007

Dicembre, Vicolo dei Lavandai

Arriva con sapore di nebbia e luce indecisa. Come riconoscere una nuova stagione, un nuovo mese in una città abitata da palazzi e strade? Guardare gli alberi a volte serve. Ci sono alberi inaspettati nelle mie strade, qualcuno dice ci siano anche aceri canadesi e magnolie giapponesi. La nudità dei rami è un buon indizio di stagione invernale. Gli alberi sono neri e si protendono verso il cielo come invocazioni. Ma questi segnali della natura passano inosservati.
Le stagioni a Milano si riconoscono dalle vetrine dei negozi, dalle verdure esposte sui banconi dei mercati rionali. Dicembre è forse il mese più facile da intuire. File di luci natalizie vengono sulle strade principali, anche se, a dire il vero, ora l’usanza arriva sino alle periferie più lontane. Archi di luce, girandole di luce, pioggia di luce. I negozi lussuosi del centro si vestono
di fiocchi e nastri dorati, babbi natale smagriti distribuiscono depliant, grandi magazzini in stile New England, danno un assaggio di natali bostoniani. Impossibile resistere, non importa quel che si pensi del Natale, del consumismo, dei rituali di fine anno. Il traffico si fa ogni giorno più congestionato, inutili réclame quelle dell’ATM. Nelle vetrine delle pasticcerie è facile capire il mese. Ci sono veneziane e panettoni avvolti in carta d’oro, centri tavola con rami di pino, noci, candele e cioccolatini, lussuosi pacchi natalizi che non restano invenduti. Ma più di ogni cosa sono belle le luci. Andare sul Naviglio e guardare gli archi di luce tesi da una riva all’altra, poi salire sul ponte di pietra rotondo all’angolo tra l’Alzaia e Via Corsico a guardare le piste di luce
che si perdono verso le periferie e le case che, nel riverbero, sembrano fondali dipinti. Se poi piove le gocce d’acqua si moltiplicheranno l’una nell’altra e non ci saranno che gocce di splendore. Il tempo smetterà di esistere, anche se non sarà come essere tornati bambini,
perché i bambini non sognano se stessi fermi sul ponte di pietra, incantati dalla luce.
Una bambina correva di nascosto da una parte all’altra del ponte negli anni sessanta e andava a vedere le lavandaie che ancora lavavano sulle pietre del vicolo un po’ più indietro. Oppure andava con il nonno fino all’edicola che sembra una pagoda cinese proprio in cima alla strada e poi dal tabacchino a comprare cinque sigarette sfuse e un toscano. Oggi camminando in dicembre per le mie strade, si possono incrociare cortei del Leonka mischiati con la folla pre-natalizia e file serrate di carabinieri che pare giochino alla guerra. Si può vedere in Via Mazzini un uomo arrivare alla fermata del 24, sedersi su un panettone di cemento, estrarre una chitarra dalla sua custodia e iniziare a cantare. Una canzone senza parole e senza voce, con la chitarra che ha due sole corde ed è stonata più di lui. Accanto al Duomo ci sono ancora gli zampognari in dicembre, che forse sono gli stessi da trent’anni, sono piccoli di statura e hanno il viso segnato e consunto come gli abiti blu da metalmeccanico che indossano. Quest’anno c’era una donna anziana che ha iniziato a ballare da sola al suono delle zampogne. Un gruppo di ragazzotti si prendeva gioco del suo impegno. Ma lei non sembrava accorgersene. Anzi, più questi ridevano e la scimmiottavano, più lei seguiva quel ritmo d’infanzia che le aveva preso le gambe. Sino ad arrivare poi di fronte agli imbecilli e a costringere il più scatenato
ad accompagnarla nel suo ballo solitario, indifferente alle risate, ai flash delle macchine fotografiche e delle videocamere degli immancabili giapponesi natalizi. Mentre la signora balla, dimentica degli sguardi della folla, qualche bancario in libera uscita cammina rapido e neppure si ferma a guardare i caricaturisti fermi sotto i portici. Proprio di fronte alla Rinascente, sotto un cielo artificiale blu, punteggiato di stelle e pianeti d’oro, un pittore dallo sguardo allucinato stende con le dita tempera rossa su una tela già dipinta. In fondo alla piazza, dei ragazzini giocano a tiro a segno con i delfini d’oro e plastica appesi all’Arengario. Un uomo con il cappotto nero attraversa la galleria, guarda le vetrine dei negozi di libri e separa imperioso gruppi di turisti intenti a fotografarsi in Piazza della Scala. Stranieri stanno seduti ai tavolini con grossi fornelli a gas, come funghi troppo cresciuti, a tenergli calore. Poi d’improvviso il cielo si ammanta di uno strano colore bianco e arancio. Sta per nevicare. I lettori di tarocchi di Via Fiori Oscuri smontano i tavolini, i senegalesi raccolgono le borse firmate nei loro sacchi di tela
e i coreani vendono comunque accendini senza fiamma e foulard di seta. Tutti camminano intenti e sembra sempre sappiano dove stanno andando. Poter seguire un passante, fermarlo e chiedergli: dove vai? Chi sei? Forse chiederlo all’uomo con il cappotto nero e al pittore che ormai ha anche il viso dipinto di rosso. Poi fermarsi a respirare nell’aria l’odore di castagne arrosto e di croccante, mentre i bambini si fanno trascinare da madri indifferenti alle proteste e ai piedi puntati. Ma basta pazientare sino a Natale, poi l’attesa si sgonfia come un palloncino e tutto tace. L’uomo con il cappotto nero è svanito nella folla, ora nevica, la signora che ballava, stringe tra le braccia un nuovo nipotino. Ci si può persino innamorare in dicembre, e sarebbe
bello perché gli amori nati d’inverno spandono il loro calore più a lungo negli anni.
D’inverno ti innamori degli occhi di una donna, delle sue mani, della sua bocca, il corpo è nascosto sotto i vestiti pesanti. Puoi fantasticare del momento in cui la spoglierai, puoi fantasticare del momento i cui sentirai le mani di lei, un po’ fredde, sulla pelle nuda. E intanto parlare dei propri ricordi di bambini di città, cresciuti con i piedi sull’asfalto anziché sulla terra nuda e sui prati. Scoprire di amare ancora le vecchie canzoni di Fabrizio De André e non vergognarsi di saperle a memoria. Ricordarsi le manifestazioni del ‘77, non ancora abbastanza
grandi per fare un vero casino, o essere vecchi abbastanza per avere fatto quelle del ‘68 e scoprire di avere partecipato alla stessa occupazione di Scienze Politiche. Rimpiangere quando i Navigli non li conosceva ancora nessuno, rimpiangere la cineteca di Via San Marco, l’Obraz, il Rubino. E il locale Ai Tre Morsi, quando c’era ancora il vecchio zio a fare i panini e li
riempiva come salsicce. Poi trovare tra i ricordi e i rimpianti di giovinezze quasi finite, un filo comune che liberi il presente da queste dolci malinconie e il futuro nello slancio di ogni amore nuovo. Camminare nel freddo, mano nella mano, con il fiato che sembra un fumetto, questa è una poesia per l’anno che finisce.




Elena Petrassi
Frammenti del tredicesimo mese
Atì editore 2007

Novembre, via dell’Orso

Interno con donna che legge. La grande stanza colma di libri è immersa nell’oscurità. Solo una piccola luce illumina il libro. Tutto tace intorno e dentro di lei. La nebbia è l’unica padrona di questa domenica già invernale. Farà buio presto, non c’è nessun motivo, buono o cattivo, per uscire. Come in un gioco di specchi, in altre case, altre donne leggono e sognano in silenzio. Pare che gli uomini siano scomparsi da questa città, come ci fosse una guerra lontana. Ma l’unica guerra che si combatte tra queste mura, è quella contro l’insensatezza di questi giorni sempre uguali. Mese delle ripetizioni, di litanie penitenziali, sospeso tra due estati, lontane come la meta più agognata. Ah novembre, mese delle foglie morte degli ippocastani,
del primo ghiaccio sul selciato, tintore di grigi artefatti, rapitore di quiete, mese dei silenzi.
Incontrare fantasmi per strada non è inusuale, camminano confusi tra folle distratte, calate dalle periferie. Nessuno li vede, non vedono nessuno. L’asfalto ulula come un cane ferito, troppo rischioso avventurarsi oltre i confini di case simili a rifugi. Case nate per stratificazioni successive, quelle degli stranieri poveri e malpagati, sono cataste di letti e di fredda desolazione, un fornello incrostato per trenta persone, un bagno sempre occupato per tutti quanti. Migliorano un poco le cose per gli studenti immigrati, mobili vecchi degli anni settanta, materassi sfondati, muti testimoni di amori di tempi finiti. Libri di studio accatastati sui pavimenti, le tazze del caffè di ieri, cenere di sigaretta sui tavoli unti, fumo sempre appeso nell’aria. E un via vai di amici, che portano tracce di sole nelle loro lingue natali. Lavori più che mai flessibili per pagarsi il cinema e la pizza il sabato sera, essere convinti che dopo tanta fatica, quel pezzo di carta, sogno di altre generazioni, porti un lavoro degno di tale nome.
Case di famiglia, desolanti quelle delle periferie, nessun albero a dividere i palazzi pesanti, incubi di architetti democristiani, televisori sempre accesi, madri sempre stanche, padri pensierosi che sorridono poco. Case di famiglia oltre la circonvallazione, i soldi levano la patina di tristezza, bei quadri alle pareti, tripudi di foto in bianco e nero, televisioni sempre accese,
madri sempre stanche, padri pensierosi che sorridono poco e tornano a casa ogni sera più tardi.
Solo di sera, casa per casa, l’odore di cibo cucinato di fresco, mangiato con poco gusto, l’oppio della televisione sempre in agguato, lo stesso stordimento dopo cena, i bambini senza Carosello a letto presto ogni sera. Più oltre ancora, dove le case non sono tali, ma custodiscono montagne di scartoffie fino al soffitto e l’ombra di vite impiegatizie senza passioni, se non una promozione o lo sguardo ammiccante di una collega. Inoltratevi ancora più nel cuore di questa città e non troverete nulla, cercate rifugio in una chiesa, tra le poche che sono aperte, aspirate l’odore di incenso, scrutate di nascosto la gente che va al Vespro e chiedetevi com’era, quando da bambini credevate ancora. Rivedetevi presi dall’entusiasmo della prima comunione, battezzatevi di nuovo con l’acqua benedetta all’ingresso della chiesa, sentitevi puliti dentro e fuori, come rinati. Sapendo di dovere tornare a casa per giustificare la testa bagnata, correte sotto la pioggia con l’ombrello chiuso stretto tra le mani. E saltate nelle pozzanghere,
cadete sulle ginocchia e non abbiate paura del raffreddore. A casa sottraetevi alle domande della mamma e scivolate in bagno nell’acqua calda, ricominciate il gioco da capo. Cercate rifugio in un grande magazzino, quasi impossibile camminare, sfiorate le stoffe dei vestiti appesi per
sentirvi vivi, provate un profumo nuovo che prenda alla testa e fuggite di nuovo a vagare nella nebbia. Comprate un cartoccio di castagne arrosto, un cono di panna montata, restate poco nei bar inospitali, passate per i Navigli e li troverete in secca per la pulizia semestrale.
Cercate rifugio in un cinema, quindi andate per forza in centro, perdetevi tra la folla e dimenticate da cosa stavate fuggendo: dalla vostre case vuote, dalla vostra vita colma di desolazione. Nel calore del cinema sentite l’ansia che si acquieta, lasciatevi trascinare dalla storia filmata. Dopo due ore sarete di nuovo per strada, chiedetevi quando si è perduto il bandolo, quando è iniziata quest’onda di tormento che vi divora. Scrutate con ansia il cielo per vedere se almeno arriva la pioggia, se i negozianti decideranno, anche quest’anno,
di accendere prima le luci di Natale. Incontratevi più volte per strada senza trovarvi mai.
Perdete ogni attenzione per il mondo intorno, pensate solo alla casa, solo a come tornarci il più presto possibile. In questo mese dove sembra non accada mai nulla, succedono invece troppe cose. Ma non inizia mai nulla. L’ultima volta in cui avete fatto l’amore con il vostro amante che viene dall’estate. Era novembre. L’ultima volta in cui avete parlato con vostro padre, prima che egli smarrisse il senno per le vie della città sempre più in rovina. Era novembre. L’ultima volta in cui vostra madre vi ha abbracciato come un tenero bambino, di certo è stato di novembre.
Che il signore del tempo ti frantumi e ti trascini via, mese di spine e buio senza consolazione, mese senza frutti, le cui notti divorano le menti degli incauti sognatori. Mese che confonde il cammino ai virtuosi e incita i malvagi al nuovo delitto. Mese dei deliri, delle armi disseppellite dal giardino, mese delle vendette e degli abbandoni, che il tuo tempo passi come un respiro,
come le pagine di un libro letto male. Così che la donna deponga il volume e, sola, se ne vada a dormire.




Elena Petrassi
Frammenti del tredicesimo mese
Atì editore 2007

Ottobre, via Molino delle Armi

La notte sale come un lamento, ora fa buio presto. Proibito restare in cortile dopo le sei. A quell’ora i genitori che lavorano stanno per arrivare a casa. I bambini finiscono i compiti e poi sono di nuovo incollati davanti al televisore. È proprio autunno, lo si vede dalle foglie che giacciono avvizzite per le strade. Sono così numerose che gli spazzini fanno fatica a starci dietro. Sotto le scarpe è tutto uno scricchiolare. Una bambina sta girovagando sotto degli alberi di betulla. Sta cercando le foglie perfette, una simile all’altra nella forma, ma di colore
digradante, così da poter illustrare la sua ricerca sull’autunno. Eccole, sono undici, sono proprio tutte uguali. La bambina torna in casa e le incolla con cura sul quaderno a quadretti grandi. In cucina sua madre sta cucendo un cappottino blu da bambino, tra poco le chiederà di provarlo. Con indosso il cappotto che non le appartiene, la bambina si chiederà chi è il bambino
che lo indosserà al suo posto, se gli piace andare a scuola, che cartoni animati guarda in TV.
In strada c’è qualcun altro che rovista, non tra le foglie secche, ma nei cestini della spazzatura. È un ragazzo i cui abiti hanno assunto un uniforme colore marrone. Porta i capelli lunghi e intrecciati, pronti per fare da nido ai passeri cittadini. Se esce un po’ di sole, si sentono ancora i loro cinguettii. Ma mancano le rondini e il cielo appare ancora più grande e vuoto. Il cielo di ottobre. Ha perduto ogni colore, è sempre bianco sporco per tutto il giorno e spesso lo è anche di notte. Un cielo bianco, a volte fa venire solo voglia di urlare. Ma le urla si perderebbero nel frastuono della città. Un cielo maledetto che ci tiene prigionieri, soffocati nell’abbraccio
senza calore di questa agglomerato di case, dove il caso ci ha destinato. Poi finalmente tutto quel biancore cede alla forza delle nuvole d’autunno, piove. Piove sulle foglie secche e ne fa macero, piove sulle macchine che sembrano nuove. Piove, ma è una pioggia senza sollievo, perché solo altra pioggia seguirà. Le tane sono state preparate. Possono camminare i miei
abitanti rasente ai muri e pensare solo al momento in cui chiuderanno la porta di casa dietro di sé. Come se in casa ci fosse qualcuno ad aspettarli, come se un tetto sopra la testa fosse un sollievo. Nel buio della casa vuota potranno raccontarsi che domani sarà diverso, che finiranno tutto quello che hanno iniziato. Che domani parleranno con la vecchia signora che incontrano
tutte le mattine sul tram. Qualcuno si schianta sotto il peso di ottobre e si contorce nel letto vuoto. Strano, inconsueto, attacco di nostalgia, la nostalgia è compito di settembre, l’estate graffia ancora le gambe in settembre. Ma ottobre? Se fossero felici tutto brillerebbe nell’oro delle foglie cadute, nella calda intimità di una vita quotidiana con un senso anche se senza un fine. Attimi di felicità, quanti ne toccano in una vita, quanto tempo passeranno a rimpiangerli, dopo? Ma se fossero felici proprio in questo momento, anche la pioggia non sarebbe il devastante lamento di questa città che muore, schiacciata tra il cuore metallico delle auto in circolazione e quello freddo dei suoi abitanti distratti. Io muoio, lo sanno? Lo sentono che sto morendo con loro? Camminate sotto la pioggia, tenete a bada la malinconia.
Ma ottobre ha bisogno di un ombrello rosso e di un amore sotto quell’ombrello. Gli amori scolastici nascevano in ottobre, lunghi percorsi dalle periferia verso la scuola a parlare della prossima interrogazione, gli occhi di lei che paiono smisurati e un desiderio di
sentirle la bocca che sale dalle gambe fino alla testa. Iniziavano anche le occupazioni delle scuole in ottobre, ai tempi in cui trovare un lavoro non era una preoccupazione.
Ai tempi in cui i vostri occhi avevano sguardi diversi su un mondo uguale. Erano occhi di sedicenni e ottobre il mese delle castagne arrosto mangiate per strada. Infaticabili nello stare il più lontano, per il più lungo tempo possibile, dalla scuola, a cronometrare le uscite dei genitori da casa e alle nove essere sicuri che fossero tutti al lavoro. Tornavate a casa di corsa senza
farvi vedere dalla portinaia e passavate la mattina nel letto grande a fare l’amore. Poi vi facevate trovare alle sette di sera ancora insieme, chini sui libri e bofonchiare qualcosa sulla giornata passata a scuola, la complicità tenuta insieme dalle ginocchia unite sotto il tavolo
della cucina. Vi davate un bacio sulla porta di casa e sentivate di avere un marchio stampato sulla fronte e le labbra: sono stata baciata tutto il giorno. Uscire di sera con la scuola era più difficile, meglio guardare un po’ di TV mangiando cioccolatini, fingendo coi vecchi che
andasse tutto bene, chiudersi in camera a leggere Ungaretti e Montale, Rimbaud e Baudelaire, perdersi con lo sguardo oltre la finestra, le parole che vi danzavano sulla lingua.
Ottobre, ottobre, il tuo nome come una pestilenza, come una malattia. Vagate miei prigionieri per le vie della città, insonni e immemori di ogni cosa, incapaci di ogni guarigione. Vedete negli occhi degli altri passanti la stessa malattia, lo stesso lamento da incurabili.
Dell’essere vivi prima di tutto e abbandonati alla foga del destino. Rifugiatevi in un cinema e nel buio della sala sperate che all’uscita sia tornata l’estate. Inutile speranza, vano gioco da bambino. Tornate a casa e riascoltate la collezione completa dei Genesis, sulla canzone del
carillon ricordare i capelli di lei buttati indietro nel momento del piacere. Svegliatevi di colpo e capite che non era un ricordo ma un sogno ad avervi afferrato la gola. Andate in cucina e mangiate gli avanzi di ieri. Sentitevi male al pensiero di dovere tornare in ufficio
domani. Chiedetevi che cosa ne sarà stato di quella compagna di scuola. Poi guardate il calendario e contate quanti giorni mancano alla fine dell’anno. Buttate i giornali della settimana passata, bevete una birra anche se non è stagione. Ben tornato autunno, stagione della malinconia. Ben tornato in questa città dove l’estate passa come l’ombra di un sogno, dove non c’è sollievo a nessuna tristezza, dove perdersi e non trovarsi mai è la principale occupazione
di chi in questa città dice di viverci e invece forse nemmeno ci respira. Ben tornato autunno, signore dal mantello grigio, ti combatterò con quell’ombrello rosso stretto tra le mani. Sarò sconfitta un’altra volta ancora, ma almeno saprò di non essermi arresa alla furia dell’inverno
che si avvicina, in questa cartografia che non ho scelto ma che non riesco a modificare. In queste strade dove cerco con i miei occhi invecchiati, di rivedere i colori della mia adolescenza, del tempo in cui tutto ancora sembrava possibile. E forse lo era davvero.




Elena Petrassi
Frammenti del tredicesimo mese
Atì editore 2007

Settembre, al Molinetto di Lorenteggio

Il mese delle tane. Nell’aria si sente l’odore dell’inverno che si avvicina. Nelle strade risuonano i passi di chi sta cercando rifugio. Le albe arrivano piano, ammantate dalle prime foschie. Odore di bagnato, è questo che regalo a settembre. Fermarsi nell’autogrill al casello di Melegnano, annusare l’aroma forte della benzina, nei bagni dietro la stazione, quello acre di chi ha trascorso la notte viaggiando. Entrare nel bar e ordinare un caffè e un cappuccino, comprare il giornale, leggere i progetti nei visi stanchi degli altri viaggiatori. Tra poco saranno a Milano, le vacanze
sono davvero finite. È questo l’inizio dell’anno nuovo. Rituali di un mondo in estinzione, si compiono di nuovo in questi inizio di mese. Riaprono le grandi fabbriche del nord, benché non si sappia fino a quando. L’aria già pesante si ispessisce ancora di più. Entrano gli operai, ormai
invisibili nelle statistiche e nella nuova sociologia. Finito il lavoro, finita la fabbrica come luogo di creazione di identità. Finito il modello fordista, dicono. Chi lo viveva, quel modello, ne sentirà davvero la mancanza? Non credo, come si può sentire la mancanza di otto ore di schiena
spezzata, a mettere insieme pezzi di oggetti destinati all’usura e in quei gesti consumare la propria vita? Ma almeno si poteva dire: sono un operaio dell’Alfa, della Breda, della Marelli, dell’Ansaldo. Ora sono un cassaintegrato, un pensionato, nessuno. Se non produco non sono nessuno, ecco la folla degli invisibili che sale, come un’onda di marea, per le vie deserte della città. Tra poco riapriranno anche le scuole, il traffico lieviterà come un fungo impazzito, madri frettolose e padri distratti porteranno i figli sino al portone delle elementari. I negozi hanno cambiato di nuovo colori. Ora è tutto un apparire di zaini sgargianti quasi sempre più grandi
dei bambini, di diari di eroi dei fumetti, uno in particolare dovrebbe traslocare a Milano, si chiama Dylan e qui in città lo leggono tutti. I suoi fantasmi, i suoi incubi, già ci abitano in questa città. Riappaiono puntuali anche i venditori ambulanti, tanto dopo un po’ non ci si fa più caso. Riappaiono gli strilloni dei giornali di strada, sono tanti, anche se forse il più famoso è Terre di Mezzo. Le terre abitate dagli invisibili, da quelli che noi vorremmo non vedere.
Ma ritornano, indisponenti come coscienze che non si arrendono allo spirito del tempo. Sono terre che i nostri passi rifiutano di calpestare, sono mondi che i nostri cuori rifiutano di conoscere. Ma sono una delle anime di questa città desolata che non spera in nessuna redenzione e cieca annega, nel lavoro e nelle apparenze, la sua umanità dolente. Ma se si ha questo piccolo coraggio, varcare quella soglia, quest’ora che pare avvolta in veli pesanti, può
placare le inutili preoccupazioni delle notizie lette sui giornali, dei pettegolezzi variamente mascherati da attualità e cultura che infestano anche i pochi di buon senso. Ecco che uno squarcio si apre sul mondo degli invisibili, un varco in uno degli universi paralleli che popolano
questa città. I più avventurosi, degli abitanti visibili della città, frequentano i ristoranti etnici che aumentano di giorno in giorno: eritrei, senegalesi, indiani. Qualcuno riesce anche a stupirsi della povertà di quelle cucine, meglio non andarci più di un paio di volte all’anno.
Ma queste porte sugli altri universi si chiudono tanto veloci quanto veloci si sono aperte. A nessuno è dato di abitare per più di qualche ora in un mondo che non gli appartiene.
Tutti tornano alla fabbrica, alla banca, all’ufficio, ai panini veloci, mangiati in piedi, tornano ai telefoni che squillano incessanti, tornano alle code serali del supermercato,
all’aperitivo rubato prima di tornare a casa, allo sguardo prolungato di un collega nuovo che lavora al secondo piano. Se avessi un respiro sarebbe il respiro di un sofferente.
A settembre non piove quasi mai, a causa dell’ozono si sconsiglia a vecchi e bambini di uscire per strada. Ma uscire di strada per fare cosa? Intrappolarsi in corso Vercelli o in Corso Buenos Aires a guardare i negozi, ecco che appaiono i primi vestiti invernali. Quest’anno ancora le scarpe con le punte quadrate, come quando eri bambina. Vedere tornare di moda capi d’abbigliamento di adolescenze e infanzie lontane, questo è segno dell’essere passati di moda. Grande intuizione e addio moda, tra poco cominciano le sfilate di non si sa mai quale futura stagione. Chissà se faremo vacanze l’anno che verrà. Cos’altro succede di questi tempi?
Escono i nuovi film nelle sale di prima visione, pare che ci sia più gente che in passato al cinema, soprattutto di pomeriggio. Escono mucchi di nuovi libri, è un po’ una rentrée,
anche se di consistenza di molto inferiore a quella francese o americana. Questo preteso cosmopolitismo è la mia più evidente malattia che finisce con il far risaltare tutti i tratti
da città di provincia che posseggo. Però riprendono anche le attività culturali, fioriscono le associazioni e questo è un tratto che della città piace, e non solo agli intellettuali.
Libreria Utopia, Casa della Cultura, Punto Rosso, Libreria delle Donne, Casa Zoiosa, Libera Università delle Donne. Ce ne sono tanti, ma non abbastanza per sfamare tutti i bisogni inconfessati dei divoratori di libri, degli affamati di idee. Ce ne sono più di quanti non si creda in questa strana città. Consumatori abituali di razioni massicce di parole stampate.
Leggere per essere altro da quel che si è, leggere per scoprire quel che si è, leggere per essere altrove, leggere per alzare gli occhi e non vedere intorno a sé solo palazzi e visi annoiati, ma scorgere la nuvola a forma di drago, i bambini che corrono tra passanti esausti, vecchi
che giocano con i cani. Ma è settembre, settembre, ripeterlo come una cantilena.
È settembre, le giornate si accorciano, gli amori finiscono. Meglio non innamorarsi a settembre, questi amori nascono difettosi, è raro che vadano oltre le lunghe nebbie dell’inverno.
Meglio prepararsi, preparare le tane, foderarle di libri e scorte contro il freddo e contro il buio. Chiudersi nelle proprie piccole malinconie, andare a letto presto la sera. Ma prima uscire a passeggiare poco dopo il tramonto, mentre i lampioni si illuminano e per un momento
quasi impercettibile tutto si acquieta e io divento silenziosa. Poi tornare in casa, ascoltare Köln Concert di Jarret e respirare l’aria umida della sera incombente. Indossare abiti neri e prepararsi a una notte di festa, anche senza molta voglia di stare in mezzo alla gente.

Agosto, il giardino di Piazza Sicilia

Una mappa del cielo estivo disegnata scivolando per le vie della città, per le mie vie. Ma non del cielo diurno perché in esso sono visibili solo nuvole di passaggio, le ombre metalliche delle auto rarefatte, il segno dei lamenti che salgono dall’asfalto incandescente. È il cielo notturno che offre una possibilità di navigazione e con esso la necessità di una mappa buona per ritrovare
la strada e il senno. Poche volte qui accade di scorgere sopra i tetti una luna rossa come le fiamme di una candela, un evento inaspettato che lascia i pochi residenti a bocca aperta.
Quando la luna piano si avvolge nel suo scuro mantello e l’aria non è gravida di umidità, si possono scorgere le stelle. Bello sarebbe impararne i nomi, quel che non abbiamo fatto da bambini. Ma le stelle non bastano a dare un senso alle forme del cielo oscuro. Di notte
i fantasmi abbandonano i loro sentieri terrestri e si lasciano trasportare dalle brezze sottili fin sulle cime dei palazzi più alti. Qui stanno seduti tutta la notte a ripetere, senza stancarsi mai, le storie che hanno udito durante il giorno uscire dalle bocche dei vivi. Questo è quel che più di ogni altra cosa i fantasmi invidiano, la possibilità di vivere, così da avere poi delle storie da raccontare. Nelle notti d’agosto e solo in quelle, la città è interamente avvolta nei sogni dei dormienti. Ogni sogno è il filo di un tessuto, ogni sognatore telaio e tessitore insieme. Cosa ne verrà da questa notte di estate, breve come un sospiro? Il primo sognatore cammina solo tra montagne altissime, le cui cime si perdono tra nuvole gravide di pioggia. Il secondo sognatore incontra sua madre giovane, abbracciata a un uomo che non sarà suo padre. Il terzo che viene avanti è una sognatrice perduta in un deserto di sabbia rossa che raccoglie e guarda un unico seme prima di piantarlo nel terreno. Poi è la volta di un uomo anziano che sogna, notte dopo notte, di tornare nelle terre che lo hanno visto bambino e lì ritrovare il padre che ha perduto prima di averne imparato il viso, la madre amorosa che gli portava cibo e panni caldi nelle lunghe notti di lavoro in campagna, i due fratelli maggiori partiti per il Brasile e mai tornati indietro. Di nuovo è una donna che lascia i suoi sogni liberi di vagare. Cammina in una piazza dalla forma circolare piena di mercanti e bancarelle colorate, di servi che fanno la spesa. Guarda se stessa nel sogno e scopre di abitare il corpo di un giovane uomo. I sogni di un bambino assomigliano a una favola che la madre gli ha letto la sera prima. Una bambina sogna
la strega di Biancaneve che cerca un’allieva, così si sveglia urlando nella notte.
Sognano tutti gli abitanti di questa città, ma mai nessuno che sogni di abitarci. E se sognano la città, è quella del passato, quella che li ha visti bambini ansiosi di diventare adulti. I fantasmi sono avidi di sogni, più di quanto non locsiano delle narrazioni dei vivi. Dei sogni ci si può appropriare e portarli con sé, perché si levano verso il cielo avvolti in sfere di cristallo.
Alcuni ne fanno incetta per farne collezione. Ma nessuno sa dove i fantasmi custodiscano i loro tesori, le case dei fantasmi sono ignote ai vivi. Man mano che il buio si attenua, i fantasmi scivolano giù dai tetti importunando i gatti ancora addormentati. Nell’ora incerta che tra la notte e il giorno sta, diventano per qualche attimo di nuovo tangibili. Così si lavano alle fontane che zampillano acqua fresca, camminano a piedi nudi sui prati, staccano le locandine delle edicole, sfogliano la prima edizione del Corriere della Sera. Dato che possono toccare le cose, qualcuno suona ai citofoni o fa suonare telefoni in case addormentate. Ma è solo questione di pochi momenti, non appena la luce sale, di nuovo diventano invisibili e anche i loro gemiti diventano inudibili alle orecchie umane. Chi erano i fantasmi che vivono nell’ombra dei miei cortili?
Forse quelli che hanno lasciato cose incompiute, saranno in molti a ritrovarsi su queste stesse strade in un tempo che chiamano futuro. Ora l’atmosfera è cambiata anche d’estate. Sarà perché
le grandi fabbriche non ci sono più, sarà perché la gente ha imparato a fuggire la città anche in altri mesi, non sono più un teatro di desolazione in agosto. Solo che ora si esauriscono molto più rapidamente sia idee che risorse. Visitati i pochi musei aperti, visti i film perduti l’inverno precedente, letti tutti i libri accumulati, privi a dire il vero di qualsiasi energia, dopo tanto vagare. Però i mie abitanti potrebbero ancora cercare piume d’angelo sui tetti delle case e scarpe dei fantasmi fuggiti all’alba. Possono cercare se stessi bambini in luoghi che, a occhi chiusi, sono sempre uguali così come accade solo quando si è bambini. Seduti ai tavolini all’aperto finiscono sempre con il chiacchierare con sconosciuti, come in altre stagioni non avrebbero fatto mai. Anche gli uffici aperti sono sonnolenti e inoperosi. Sfogliano il giornale sino a mezzogiorno, chiacchierano al telefono con l’amica che sta al mare. Contano i giorni che mancano alle ferie e rievocano quelle appena trascorse con i colleghi che si fingono interessati.
Soprattutto d’agosto possono godere di un silenzio sconosciuto in tutto il resto dell’anno. Di notte, con la finestra aperta, si sentono frusciare le foglie, si sente il ronzio dei lampioni e qualche sirena lontana che non allarma ma culla il sonno. E in questo silenzio ritrovano, poco a poco, il senso delle parole che credevano perdute e che invece ancora dimorano in loro. Così da alimentare i fili del telaio per i tessitori notturni e il fiato per i narratori diurni. Possono abbandonarsi alla furia del temporale e dimenticarsi di ogni cosa, e per questo farsi invidiare
dai miei palazzi, possono costruirsi una casa con i ricordi e le prime foglie cadute. Dare rifugio ai fantasmi e respirare l’odore di terra bagnata che sale sino alle finestre. Così cullati dal rombo del tuono e illuminati dalla folgore più vicina, possono avviarsi dentro se stessi, pronti a cercare la strada che porti alla scoperta del non ovvio e del non banale. E trovare così insediate molto in fondo, quasi vicino al loro cuore, molte città che stanno nell’attesa di essere scoperte, molte case che devono essere costruite, molte storie che vogliono essere vissute prima che narrate.
In questo scorcio di secolo che ha la fortuna di non avere bisogno di eroi. In questo tempo che si sforza di essere normale senza rivelare mai quale sia la pietra di paragone, quale lo scandalo da tacere. Agosto è l’ultimo mese dell’anno, qui in città lo sanno tutti che è settembre il mese degli inizi, l’inizio dell’anno nuovo. Ad agosto resta tutta la rassegna delle malinconie inspiegate, dei ricordi luccicanti d’acqua, dei cambiamenti repentini di direzione. Caterina in agosto non va mai via, i suoi occhi sono i miei occhi, i suoi passi quelli che non potrò segnare mai. Le regalerò temporali e una storia nuova da raccontare.

Luglio, via Anselmo da Baggio

Questo è il mese dei bambini anche a Milano. Finite le scuole le giornate si tendono come elastici e sembra non finiscano mai. Il mattino è bello svegliarsi presto sapendo che non ci sarà la scuola. Più felici di tutti sono i bambini delle periferie. Per quelli delle zone centrali, luglio è già mese di vacanze marine, magari con i nonni e la mamma. Tanti, è vero, restano in città, che non offre grandi occasioni di divertimento. Ci sono pochi giardini, il sole fa fondere l’asfalto, l’aria è quasi irrespirabile. Si può restare a giocare nei cortili però. Inseguirsi su e giù per i ballatoi e le scale, gridare da una ringhiera all’altra inseguiti dalla nonna che vuole solo silenzio. Fare merenda tutti insieme con un gelato e non vedere l’ora che la mamma torni a casa dal lavoro. In periferia, invece, questo mese estivo regala una libertà che nel resto dell’anno è impossibile persino da sognare. Corse a perdifiato nei prati dall’erba alta, così alta che ci si può giocare persino a nascondino. Poi sdraiarsi a riposare con il cuore che batte impazzito. Giocare
a cercare nel cielo gli animali delle favole invernali. Un drago, un unicorno, Topolino, un cane che corre, la strega cattiva. Finito anche questo gioco, si possono raccogliere quadrifogli per tutto il giorno, i prati ne sono pieni, come se il destino avesse cercato di regalare upo’ di fortuna anche chi abita in queste brutte periferie. Si può poi andare, di nascosto dalla mamma, a fare il
bagno nel fossetto, perderci una scarpa da tennis, essere costretti a stare sdraiati al sole senza niente addosso per fare asciugare i vestiti e non far capire quel che si è combinato.
Poi, prima di tornare a casa, correre fino al campo di granoturco. I contadini sono tornati alla cascina, le pannocchie non sono ancora mature, ma non ha importanza. Bisogna cercare la più bella, la più grossa, segnare il tronco con un segno speciale, così che a settembre si potrà fare un buon raccolto a dispetto dei padroni che saranno lì a fare la guardia. Si possono prendere i pattini e correre a perdifiato per la strada centrale del quartiere che è zona verde, non passano
le auto. Sembra quasi di volare, di avere davvero le ali ai piedi. Si può giocare nel fortino degli indiani costruito in mezzo al pioppeto che non darà mai legna ma solo molti ricordi per gli anni a venire. Poi si gioca anche a pallone, anche le bambine. Ma le bambine si annoiano e chiedono sempre di giocare a palla fuoco e a palla avvelenata. Palla fuoco è il gioco più eccitante.
Capire sempre un momento prima la traiettoria della palla e schivarla con un balzo, imprendibile come uno scoiattolo, felice come un gatto al sole. Ancora tutti insieme si può giocare alle belle statuine, a strega comanda colore, ad arimo con il fiato corto, al mondo con un
pezzo di mattone per segnare il percorso. Si può continuare con l’elastico, con le bambole e giocare con Marco alla mamma e al papà, promettendosi l’un l’altro per un futuro matrimonio.
Si possono inscenare le favole, ma tutte le bambine vogliono essere la principessa e tutti i bambini il cavaliere senza macchia e senza paura. Non preoccuparsi di avere finito le storie, perché c’è sempre il signore del piano di sopra che dorme di giorno e di notte lavora in una fabbrica. Ma Angelino ha detto di averlo visto rientrare molte volte avvolto in un mantello nero per cui in realtà il suo lavoro è fare il vampiro. Si può arrampicarsi sul balcone del primo piano nella cucina della signora Lidia a chiederle la merenda. Lei non dice mai di no, basta non farsi vedere dal marito che ha un occhio verde e uno marrone, sembra un drago e detesta i bambini. Si può stare in casa di Cristina a leggere Topolino, sfuggendo a sua madre che vuole sempre una mano per asciugare le posate e spolverare. Se si riesce a sfuggirle, si può andare in casa da Giuliana, tanto i suoi non ci sono mai, e rubare trucchi e calze di nylon dorate alla
zia Alice che è signorina e vive con loro. Nei cespugli dietro al bar c'è un’apertura che solo i bambini conoscono. In mezzo c’è una radura segreta, lì ci si può truccare in santa pace e anche accendere la prima sigaretta con i maschi che hanno scoperto il rifugio. Se c’è Simona in cortile si può chiederle di chiamare il suo papà, che è disoccupato, per fargli raccontare una volta ancora le storie degli dèi che vivono sul Monte Olimpo. Soprattutto la storia del furbo Ulisse che cerca di tornare a casa ma si perde ogni volta in avventure nuove e irresistibili. Ai bambini, a volte, viene il sospetto che Ulisse sia proprio lui perché conosce troppo bene le sue storie e Itaca sembra una via del quartiere anziché un’isola lontana. A forza di sentire storie, a qualcuno piacerebbe imparare a raccontarle. Così per un sacco di pomeriggi, Marco, Paola e Simona, non si fanno vedere perché stanno in casa a leggere e a provare a raccontare le storie che hanno letto. L’isola del tesoro, L’ultimo dei mohicani, Il richiamo della foresta, Il giro del mondo in ottanta giorni, I ragazzi dellavia Paal, Zora la Rossa, Ventimila leghe sotto i mari. Quando tornano a farsi vedere, gli altri bambini, all’inizio, sono timorosi e un po’ diffidenti. Le storie le
raccontano i grandi, mica i bambini. Eppure i loro tre amici sono proprio bravi. Qualche volta anche il papà di Simona si ferma con loro ad ascoltare e sorride compiaciuto dell’abilità della figlia. Un altro grande divertimento è quello di giocare a San Remo. Ognuno impara almeno due canzoni a memoria e a turno tutti interpretano il cantante, il membro della giuria, il presentatore, la valletta, il pubblico. La voce più bella ce l’ha Manuela, che è strano
perché non parla mai. Ma quando lei canta, la signora Lidia si affaccia al balcone e qualche volta si affaccia persino suo marito, anche se sembra un drago. I soldi che guadagnano con le loro esibizioni estive, li mettono in comune e comprano gazzosa, patatine, gelati e ghiaccioli. Nei momenti di magra devono far bastare un sacchetto di patatine per tutti quanti, ma nessuno si lamenta, gli amici dividono sempre tutto.
Alle sette, comunque, tutti a casa per la cena. D’estate carne Simmenthal e insalata, zucchine fritte, pomodori e frittate fredde. Niente pastina, meno male. Alle otto e mezza di nuovo tutti fuori. Di sera non si può uscire con le biciclette, però tutti i bambini del cortile prendono i pattini. Vogliono andare a vedere il tramonto sopra il campo di granoturco e ci vanno di nascosto. Si siedono sul prato di fronte al campo e guardano il sole che scende molto piano. Poi con gli occhi cercano la prima stella della sera e le costellazioni. Un bambino chiede se sono le stesse che vedeva Ulisse dalla sua imbarcazione. Il silenzio notturno è rotto solo dal canto dei grilli. Quando è proprio diventato tutto buio, scivolano via uno a uno senza dire nulla.
Non rimettono i pattini, non c’è nessuna fretta di tornare a casa. La notte sarà comunque breve e domani mattina tutto inizierà da capo.

Giugno, Via Morigi

All’improvviso le giornate si sono allungate, le notti sono un respiro corto d’amante, le albe un frullare di canti e voli d’uccello. É bello dormire poco nelle notti brevi dell’estate, io pure dormo poco e mi attardo volentieri nei cortili.
Ne scelgo uno nel quartiere Magenta, vicino a via Morigi, dove la strada svanisce come un sogno mattutino. Il portone è alto, di legno scuro e massiccio, si entra solo con la chiave perché non esistono citofoni. Il padrone del palazzo ha dimenticato di possederlo, il palazzo ha dimenticato di esistere e il tempo di trascorrere. Lampade fioche illuminano l’ingresso altissimo. La vecchia portinaia sonnecchia nella guardiola. Le cassette della posta sono vecchie e rose dai tarli e dal sale, più vecchie del palazzo stesso, perché il legno è stato recuperato da una nave affondata al largo di Genova e finito fin quassù con un vecchio marinaio che ha smesso di navigare. Lui pure vive in questa casa e ha quasi cent’anni, la sua memoria è la memoria del cortile. Ora che è così vecchio non esce più perché le scale sono una fatica insostenibile. Però non si sente prigioniero, ha una terrazza proprio all’ultimo piano e ogni primavera le rondini tornano a fare il nido sotto il suo tetto. La vista che si gode da lassù è incomparabile, ma questo non lo sa nessuno, perché un muro di piante cela la terrazza allo sguardo degli altri inquilini. Da lì, lui guarda a piacimento quel che succede in tutte le altre case. Le sue osservazioni sono facilitate dalla mancanza di persiane in molte finestre. Ciò è dovuto al fatto che un tempo la casa era il magazzino di una fabbrica di filati.
Le due terrazze gemelle del secondo piano sono in perenne gara, ogni estate, per quale delle due sarà la più fiorita. I proprietari hanno gusti diversi in fatto di fiori e questo rende ancora più bella la vista che il vecchio marinaio gode dalla sua postazione. Nell’appartamento più grande vive un architetto dagli occhi di fuoco verde e azzurro che ha smesso di invecchiare. Nel cuore degli anni sessanta, quando si è trasferito a vivere in quella casa, non era solo. Il numero
degli inquilini variava fra i tre e i quindici, a seconda dei periodi. Ora è rimasto l’unico abitante di quella grande casa sovraccarica di ricordi. Lui sembra non badarci e continua imperterrito a disegnare case che non costruirà mai e tavoli sui quali nessun banchetto verrà imbandito. A volte l’architetto e il marinaio si parlano, uno affacciato alla finestra e l’altro alla terrazza, ma solo d’estate, perché il marinaio non sopporta il freddo umido dell’inverno. Nell’appartamento di fronte abita un pittore con la sua terza moglie e un numero
incredibile di tele accatastate. Dipinge da trent’anni ma ama a tal punto le sue creazioni, da non essere mai riuscito a staccarsene e così non ne ha venduta neppure una. L’inverno scorso non aveva neppure i soldi per pagare le bollette e così, per scaldarsi, ha bruciato prima i mobili e poi le cornici dei quadri, utilizzando le stufe e i caminetti che prima non usava mai perché ha paura del fuoco. I soldi per la sopravvivenza gli arrivavano da collaborazioni con agenzie di pubblicità, ma in questo momento c’è molta crisi anche in questo settore, così stenta pure lui a tirare la fine del mese. Ma non per questo si metterà a vendere i suoi quadri, questo mai, meglio la fame. All’ultimo piano di fronte al marinaio, vive una donna bellissima che canta e insegna musica. Non è raro, verso il tramonto, tornare a casa e sentire la sua voce cristallina che si alza verso il cielo. Anche le rondini tacciono al suono della sua voce. Il vecchio pensa che quello doveva essere il canto delle sirene che lui ha sempre sperato di incontrare e non ha veduto mai quando, da giovane, navigava. Nell’ultimo appartamento, sullo stesso piano, vive un fotografo che è nato sotto altri cieli. Arriva da una terra lontana, separata dal resto del mondo da montagne altissime e da un oceano infinito. Porta nella sua voce un poco di quella
solitudine estrema e con il suo sguardo abituato a terre sconfinate vaga per la città, cercando di svelare i misteri che si dice certo esistono. Ha già catturato visi di donne tormentate e giovani inconsapevoli, di vecchi dimenticati dal tempo, di bambini dallo sguardo pieno di futuro. Da tempo cerca di ritrarre anche la cantante, ma lei si nega, più per gioco che per reale avversione.
Al primo piano ha lo studio e l’abitazione anche un analista junghiano dai capelli ormai bianchi da lunghissimo tempo. Se le sue mura potessero parlare quante storie, quante leggende, quanti miti ricreati in questa città di misteri evidenti. Anche lui è stato sposato più di una volta, ma da quando è morta la sua ultima compagna, ha deciso che non è più tempo per lui di dedicarsi all’amore. Quando non riceve i clienti, passa il tempo a studiare e a scrivere il suo nuovo saggio. Peccato che l’esperienza degli uni non serva mai agli altri, ognuno deve scendere da solo nel suo inferno personale e ritrovare poi la via di uscita. E smarrire il senno vagando tra i sogni altrui, oltre che nei propri, è rischio che sa di avere corso tutta la vita. Ora che è vecchio
non ne ha più paura, sa di sedere al centro di se stesso e in se stesso di avere trovato il proprio riposo e la propria ragione di essere al mondo. È grato a tutti quanti ha incontrato durante la sua lunga carriera. Ha imparato ad amare quelle donne e quegli uomini che gli hanno fatto dono della propria umana fragilità. Si sente retorico a volte, però è come se tutte le costellazioni
ruotassero nel suo cuore e tutti i cieli fossero visibili attraverso i suoi occhi. Questo è il suo concetto di felicità terrena. Accanto a lui abita, in una casa di libri e specchi, la rossa Caterina. Conosce tutti e tutti la conoscono, si ferma a fare chiacchiere per le scale e presta i libri a chi glieli chiede. Il resto del piano è occupato da una sartoria teatrale gestita da due sorelle anch’esse anziane. Loro vivono e lavorano tra quelle mura quasi da quanto il vecchio marinaio. Non danno molta confidenza agli altri inquilini, ma sono simpatiche e cucinano torte indimenticabili. Caterina si presta volentieri a indossare i costumi e a giocare alla bella dama dei tempi andati. Non è facile entrare in questo cortile perché è uno dei luoghi dove ogni cosa palpita, respira ed è viva. Altre storie si aggiungono a quelle degli abitanti del cortile, portate dallo sciamare degli amici della cantante e del fotografo che vanno e vengono per le scale, dai pazienti dell’analista, dagli attori che vanno a provare i costumi. Il modo migliore per
coglierle è predisporsi all’ascolto così come fa il vecchio gabbiere dalla sua terrazza invisibile nelle sere d’estate. Bisogna dormire nel pomeriggio, per accumulare molta energia. Poi ripescare dal frigorifero una bottiglia di vino bianco vivace, indossare abiti leggeri e telefonare all’uomo dagli occhi di fuoco dicendogli: “sto arrivando”. In terrazza ci saranno sedie a sdraio e lettini, una tavola già pronta per la cena e qualche altro naufrago estivo che non ha lasciato la città. A volte è possibile trovare, tra gli ospiti della terrazza, anche una poeta che dice i suoi versi con gli occhi chiusi: “Indovinare l’estate in un cortile del mondo, amore e solitudine, e vento”*. Qui nascono poeti e invecchiano, scrivono di me in continuazione, io li osservo e gliene chiedo conto. Su questa terrazza mi fermo stasera, la meraviglia sarà completa se il padrone di casa avrà molta voglia di raccontare. Si accenderanno le candele e la notte sarà chiara fino a molto tardi. L’uomo parlerà a lungo e tutti si lasceranno trascinare dalle sue parole. È estate, anche io, città malandata, lo so. Da una delle terrazze un uomo si affaccia ad ascoltare la nuova storia. Ma per poco percé le ultime nuvole screziate di viola attirano il suo sguardo e irrimediabilmente lo trascinano via. Si chiama Roberto, è l’unico che ancora non conosce
Caterina.

* Anna Lamberti Bocconi

Maggio, il chiostro di Sant’Ambrogio

Ecco, abbiamo quasi finito. Non c’è strada di Milano che non porti le impronte dei nostri piedi, non c’è casa dove non abbiamo posato il nostro sguardo, non c’è portone che non abbiamo tentato di varcare. Abbiamo toccato ogni albero e ritratto le mani sporche di nero.
Abbiamo incontrato impiegati all’uscita delle banche, operai davanti alle fabbriche, studenti che hanno bigiato in Piazza Duomo la mattina presto. Abbiamo incontrato vecchi vagabondi che frugano nei cestini della spazzatura, zingari con le mani tese, polacchi ai semafori, marocchini che vendono sigarette, senegalesi che vendono di tutto, coreani che vendono foulard di seta,
brasiliani che vendono se stessi. Vecchi soli che si trascinano tra i prati spelacchiati e i pochi giardini, madri stanche dallo sguardo distratto, bambini capricciosi e pallidi come il cielo, uomini frustrati da lavori noiosi, avventurieri politici che amano il colore verde e inventano
miti seduti all’osteria e altri politicanti padroni dell’etere. Non solo, abbiamo anche incontrato i fantasmi di coloro che in questa città hanno abitato o semplicemente almeno per un giorno ci sono passati. Era un ventinove maggio quando un ragazzo dal nome straniero baciava una ragazza con i capelli neri in ogni sala della galleria Il Diaframma. Poi con lei per mano
se ne andava per il quartiere di Brera cercando una città di artisti perduti nel tempo, ancora più fantasmi dei fantasmi veri. Ma di ognuno in questa città è rimasto un poco, fosse solo il ricordo di un sorriso riflesso nel metrò di mattina o l’eco di una voce che grida il tuo nome proprio
fuori da scuola. Alla fine, però, quel che resta di me è un mosaico venuto male. I pezzi non combaciano mai, anzi ne manca sempre qualcuno e non ci saranno disegni comprensibili, ma solo frammenti di quel che avrebbe potuto essere e invece non sarà mai.
Una cosa più di tutte in questa città hanno perduto: non tanto la capacità, quanto la necessità di immaginare. La capacità rende le cose possibile, la necessità le rende probabili.
Ora senza il senso della necessità nessuno di questi abitanti che ora conosciamo un po’ meglio, avrà mai davvero la voglia di cambiare. Si deve averne bisogno, non essersi rassegnati alla immobilità delle cose. Perché qui da me le cose non vengono progettate, semplicemente
accadono. Quel che io e i miei abitanti abbiamo di più vero è di essere inconsci. Ci svegliamo
ogni mattina, agiamo, ci agitiamo, costruiamo cose amate più dagli altri abitanti del mondo che da noi stessi, abiti e oggetti per lo più. I miei poeti se ne stanno chiusi nelle soffitte a scrivere
poesie che mi ritraggono sempre nella mia grigia immobilità, condannata in un quadro di Sironi in eterno, i pittori cercano rifugio verso i laghi come folaghe in autunno, gli scrittori scrivono di storie accadute in altre città, sotto altri cieli. Da una strada all’altra, da un cortile all’altro entrando a ogni passo nel sogno di qualcun altro. Camminare in un sogno, questo è possibile nelle sere di maggio. La città intera è avvolta in una nuvola di polline, la fioritura annuale dei pioppi, portata dal vento di periferia. Passare dai chiostri della Statale e ascoltare il suono
di un sax solitario alzarsi verso il cielo. Ma perché sta suonando neanche quell’uomo lo sa. Avventurarsi di notte per il Parco Sempione, cercando avventure e trovare solo disperati così inebetiti da essere ognuno l’incubo di se stesso. Dalle parti dei Bastioni fermarsi a guardare i visi lisci e imbronciati dei ragazzini che si prostituiscono. Vicino al Monumentale osservare i
corpi statuari delle brasiliane alte due metri. Scivolare lungo la circonvallazione e sbirciare nelle finestre dove le luci sono tutte accese. Perdersi in Brera tra lettori di tarocchi e vaticini a buon mercato. Stordirsi in discoteche dove la musica inghiotte ogni cosa viva, guardare i ragazzi che amoreggiano e ricordarsi com’era. Passeggiare lungo i Navigli ascoltando jazz & blues,
scintillare sull’acqua con le luci artificiali dei lampioni, sedersi a un tavolo e fingendo di sfogliare il giornale, origliare le conversazioni dei vicini. Ristrutturare case vecchie e scoprire nei muri nicchie e archi di mattoni, dare feste per centinaia di persone e non sapere più a chi lo si è detto e chi si è dimenticato. Essere una brava madre, portare i bambini a scuola, preparare la cena per tutta la famiglia. Essere di nuovo single a oltre trent’anni e non sapere come affrontare la cosa. Ora gli uomini ti danno il loro numero di telefono anziché chiederti il tuo.
Cercando un linguaggio comune le mie creature hanno smarrito la ricchezza di ogni singola parola. Per esprimere la sfumatura di ogni sentimento, per raccontare le vite sempre uguali che lasciano trascorrere come se la cosa non li riguardasse. Essi sono vissuti dalla vita più che vivere, non per scelta ma per incapacità di fare scelte. Eppure non c’è nessuno di coloro i quali abbiamo incontrato che non si sia scelto nella solitudine e poi perduto. Sarebbe bello di ogni storia poter narrare non solo quel che è accaduto ma anche quel che sarebbe accaduto se.
Modificare gli ingredienti, togliere gli anni, cambiare i nomi. Se Carlo, Nino, Roberto e Sofia non fossero Carlo, Nino, Roberto e Sofia e Caterina solo un nome da loro inventato? In questo flusso di storie interrotte, altre storie a decine avremmo da narrare. Iniziando magari dalle storie della metropolitana. Perché là sotto la mancanza di luce cambia molto la dimensione dello spazio e quella del tempo. Un bar, un’edicola, un noleggio di videocassette, un negozio di bigiotteria. Ma queste sono storie che, al momento, necessitano di altri narratori. Così Isa e la sua bambina continueranno a giocare tra i peluche, Giuliano a noleggiare videocassette di film che avrebbe voluto interpretare, nonna Lucia a infilare collane e leggere Novella 2000. Io sono un immenso labirinto a forma di spirale dove si finisce sempre per calpestare di nuovo i propri passi. Finire così una sera di maggio, seduti su un muretto a raccontare altre storie, perché sono le storie a farli umani e sono le storie a far vibrare l’intero universo di un’unica vibrazione. Ecco che cosa gli invidio, potersi mettere lì e iniziare a raccontare. Che importa stasera, se vivo e respiro non sapendo di essere solo il sogno di qualcuno che sta dormendo sotto altri cieli. Qualcuno che, proprio grazie al fatto di essersene andato, riesce a immaginare una città che esiste solo nella sua fantasia. Dunque io non esisto più, Milano non esiste più, questa è la conclusione. Chiamano Milano città che si intersecano e si sovrappongono. Chiamano milanesi persone che vorrebbero sempre essere altrove o magari solo essere. Sparite le nebbie di un tempo, cancellato il fiume artificiale, rimodernati i vecchi palazzi, chiuse le fabbriche delle periferie, offerta al mondo solo la bellezza sfacciata dei giovani che lavorano per la moda e politicanti malinconici di non abitare in una metropoli americana, così da poter giustificare ogni nefandezza e la necessità di vivere in uno stato di polizia, dove l’oblio generato dalla televisione, estende i suoi tentacoli ben oltre i confini esigui della città. Se Milano non esiste, quel che chiamano Milano, allora, è solo un luogo mentale.
E loro che ci abitano, se io non esisto? Loro, allora chi sono?

Aprile, la chiusa di via San Marco

Mese d’acqua, terra di nessuno nel mezzo della primavera. Gli austeri palazzi grigi si rilassano un poco, come se la pioggia tiepida sciogliesse le loro giunture tese dai difficili mesi invernali. Ora le foglie nuove sugli alberi sono più salde, i cuccioli stanno per nascere, le giornate si stendono pigre tra un’alba e un tramonto dai colori soffusi. Sembra quasi che una grande
pace sia scesa sulle cose e sugli uomini. Questi fanno capolino fuori dalle tane, qualcuno si guarda intorno con un po’ di sconcerto, ma è vero, l’inverno è finito.
Pure sono in pochi a crederci sul serio. Questo è il mese dell’incertezza, arriverà l’estate, riusciranno a lasciarmi i miei abitanti almeno nei fine settimana. Le risposte vagano nell’aria, portate da brezze capricciose. Sì è vero, ogni futuro è incerto, ma perché darsi pena per il domani? Ogni giorno porta con sé il peso della propria inquietudine, inutile affannarsi per quella del domani. Dunque è nell'incertezza che bisogna imparare a muoversi in questa città, tra le mie mura, quasi alla fine di questo secolo breve ma pesante come piombo.
Incertezza di ogni cosa, del lavoro, mutato nelle forme e diventato quasi più una regalia che un diritto. Incertezza di ogni scelta, non c’è nessun tipo di strada che porterà a un lavoro sicuro. Incertezza delle cose chiuse su se stesse e avare dei propri tesori. Ma la certezza è stata un dono beffardo di questo secolo davvero breve, lo spazio di due generazioni e tutto è di nuovo cambiato. Nessun timore per chi nell’incertezza è nato, paura per chi aveva la solida certa tristezza delle otto ore in fabbrica o in ufficio e una casa in periferia. Ora l’unica certezza è questo costante mutamento e un senso di impotenza difficile da controllare. In molti non si arrendono, nonostante la fatica, ancora in molti non volgono lo sguardo di fronte al portatore di lontananze che viene con la sua pelle scura e mercanzie, feticcio dell’inutilità di questa società alla fine del tempo. Aprile sembra tinteggiare con colori, acquatici e ariosi a un tempo, questi tristi abitanti che stiamo imparando a conoscere. Ecco, ora possono tirare il respiro fino in fondo e gioire dell’aria di nuovo luminosa, del sollievo che porta con sé il sole tiepido, della sensazione di tregua. Sì, l’inverno è proprio finito, camminano di nuovo aggiustando il loro passo a quello della primavera, camminano come gemelli, con la loro ombra che gli scivola accanto e gioca sui muri di pietra, muri comunque più teneri di quelli invisibili che tengono in scacco me e tutti i miei abitanti. Ma nella furia dell’andare attraversando i Navigli con passo di speranza, vedendo l’acqua sparire sotto l’asfalto compatto, ecco un’evidenza talmente grande che non l’abbiamo veduta mai. Guardatemi, io non ho un fiume, ecco perché le case soffrono, ecco perché gli abitanti si trascinano anziché camminare. Un fiume intorno al quale io fossi cresciuta nei secoli, un fiume sul quale far scivolare i pensieri tristi e quelli cattivi, un fiume che portasse con sé echi di montagne poco distanti e desideri di acque aperte da raggiungere solo facendosi trasportare. Una città nel mezzo della pianura e due mari tra cui scegliere.
Quello della parte orientale avvezzo ai mercanti dalla pelle più scura, ai turchi, ai barbari delle steppe. L’altro, quello d’occidente, aperto sulle bocche di cantori di tempi passati e naviganti genovesi, lingue salate e parole d’azzurro portate dal vento. Ma nell’incertezza, lo confesso, ho scelto la rinuncia, nessun fiume, nessun mare. È vero, si sono pentiti subito i loro antenati. Così hanno scavato per portare in città l’acqua di un fiume minore che scende verso il mare
d’oriente. Un fiume inventato è sempre meglio di nessun fiume. Pietra su pietra hanno costruito il Duomo, troppo orgogliosi per portare pazienza e riconoscenza ai maestri venuti da fuori. L’unica sapienza dei milanesi sembra essere quella delle mani: la città del fare. Dunque terra di artigiani, quando il fiume inventato è sembrato superfluo, niente di meglio che chiuderlo, coprirlo, soffocarlo e farne strade circolari, concentriche all’unico nucleo della città che è il Duomo. Ma un fiume, seppure finto non si lascia cancellare. Ora è un fiume fantasma, ma nelle profondità sconosciute del suo letto d’argilla, scorre tutt’altro che pacificato. Ulula l’asfalto, a volte ne abbiamo l’impressione, ma è il fiume a gridare sotto di esso. Barconi fantasma si aggirano con i loro carichi di sabbia mai consegnati, marinai stanno al timone, insensibili al buio e alla mancanza di una mèta. In superficie gradini di pietra, che scendevano nell’acqua, si perdono sul selciato, fontane giacciono dimenticate in magazzini polverosi o decorano giardini di amici degli amici. Ponti da fiaba si sporgono sul niente, sirene fuori luogo cercano l’acqua ma trovano solo prati. Una chiusa divide l’aria dall’aria, ma se si tende l’orecchio si sente ancora il fiume inseguire se stesso tra le fondamenta della case, nei sotterranei della metropolitana. Questo fiume avrà la sua vendetta, giorno dopo giorno la falda acquifera sale. Le fabbriche delle periferie sono chiuse, nessuno utilizza l’acqua, così cantine si trasformano in acquari, giardini in piccole paludi. Un giorno tutti i pianterreni saranno impraticabili e gli abitanti, ancora ciechi e sordi, si limiteranno ad abitare solo dal primo piano in su. Cammineranno nell’acqua e nemmeno se ne accorgeranno. I fantasmi sguazzeranno così senza più timore di essere scacciati. L’acqua continuerà a salire e annegheremo nella nostra indifferenza, io sarò presto dimenticata perché dimenticabile. Qualche bambino chiederà a una nonna un po’ svagata di raccontare ancora la storia della città fantasma e la nonna inizierà a inventare: - Dicono che un tempo, dove ora c’è questo grande lago, sorgesse una città dove di giorno vivevano e lavoravano milioni di persone. Ma dato che erano abituati solo a lavorare, il dio del fiume che scorreva sotto la terra, decise di punire la loro mancanza di giocosità e allegria facendo sprofondare la città nelle sue acque oscure. Ma nessuno se ne accorse, perché quegli abitanti pensavano solo alle scadenze, ai piani da rispettare e agli obiettivi da raggiungere. Così perirono tutti, e neppure se accorsero morti lo erano già in vita e nessuno li pianse, perché nessuno aveva gioito del loro passaggio sulla terra. Erano davvero creature un poco strane gli abitanti della città sottomarina. Nei giorni di bel tempo, se guardi proprio al centro del lago, puoi vedere un bagliore d’oro. È la dea che vegliava sulla
città che cerca di raggiungere la superficie ma, come tutti gli altri, è condannata a lavorare nell’acqua scura fino alla fine del tempo. Sulle rive di quel lago i bambini raccoglieranno oggetti dall’uso perduto, un campanello, una stilografica dalla cima bianca, lo schermo di una televisione, una spilla di metallo dalla quale un uomo sorride con un sorriso dai troppi denti. Giocheranno un poco con quei tesori sconosciuti, ma li getteranno nel lago prima che a qualche adulto venga la voglia di scoprire se davvero ci sono rovine nei fondali profondissimi.
Meglio giocare e chiedere alla nonna di raccontare di nuovo la storia della città senz’anima che, a causa della sua tristezza, era stata punita dagli dèi. Ora la pioggia ricomincia a scendere leggera, il futuro possibile si ripiega su se stesso ed è solo primavera e silenzio, tra le mie braccia pacificate, almeno per un poco. Caterina non è chiusa nel suo ufficio a lavorare,
in molti la cercano, in molti la pensano, vorrebbero sapere dov’è. Ma lei gira quasi di nascosto a cercare le tracce del fiume che non c’è. Segna su una mappa i gradini delle darsene, immagina barche scivolare lungo le strade, decide di andare a trovare Nino, un collega che la corteggia e che ha la passione delle mappe antiche. Vuole chiedergli consiglio, vuole condividere con lui questa piccola, segreta passione. Dai Bastioni scende verso la chiusa di San Marco, infila il portone e si ferma in portineria a chiedere il piano, sale le scale. Io la precedo, sono già nella casa dove lei sta per arrivare.

Marzo, Piazza della Scala

La strega di marzo appare all’improvviso. Sono mesi che si prepara, cura i capelli rosso fuoco e tinge le labbra dello stesso colore, prova e riprova le pose e le smorfie davanti allo specchio grande che tiene in cucina. Non ha bisogno di calendari, annusa l’aria ogni mattina e così sa quando è il momento di uscire. Dipinge di rosso anche le unghie dei piedi, ma di nero quelle
delle mani. È indecisa tra l’abito di velluto viola e quello di seta arancione. Ma questo colore fa troppo estate e non è suo compito occuparsi di quella stagione. Così sceglie quello viola che sembra rubato a un quadro rinascimentale. Lascia scoperte le caviglie sottili e il petto generoso.
Avventata com’è non indossa calze né scarpe, ma sandali alla schiava sui piedi nudi. Affonda gli occhi dietro profonde linee nere, profuma di muschio bianco i polsi, le orecchie e la piega tra i seni. Sceglie l’anello con l’ametista e la collana d’argento che arriva dal Tibet lontano.
Alla fine, prima di uscire, rimuove la coperta dal suo nuovo mantello nero. Ha passato l’inverno a prendere misure e ripiegarne gli orli, così che la lunghezza fosse quella perfetta. Poi ha ricamato nelle lunghe notti insonni, un ampio disegno sulla schiena. Un pavone dai colori più cangianti, la coda aperta a coprire le spalle, dalle sue ali chiuse tralci di frutti e fiori mai visti in natura, intrecciati con due serpenti belli quanto il pavone. Gli stessi serpenti intrecciati
anche davanti, sdraiati su un diverso tappeto di fiori. I frutti maturi sono melograni ricamati all’altezza del seno, gli occhi dei serpenti guardano a terra, due scarabei sono nascosti proprio dove c’è l’ombelico. Ora è pronta, si avvolge nel mantello, nasconde i capelli nel cappuccio e ancora davanti allo specchio, prova la scena. Abbassa un poco il capo, lascia che la massa fulva appaia come un bagliore sullo sfondo nero. L’effetto è assicurato, può uscire. Non ha ancora deciso, quest’anno, da che parte iniziare. Comincerà dal metrò, così che in
molti la potranno vedere. Eccola a Turro, come sapeva la gente la guarda, curiosa.
La sua sola presenza riscalda l’aria, tutti slacciano i cappotti chiusi. Sì, l’effetto è assicurato, non vista dai presenti, stacca uno spicchio di melograno dal suo mantello e lo porge alla bambina con la treccia, seduta accanto alla porta. Scende in Piazza del Duomo, cosa sarà mai marzo se non arriva la primavera? Il tempo minaccia ancora pioggia, ma lei sbuffa verso il cielo e le nuvole, piano, piroettano come ballerine e si sfilacciano nell’azzurro di smalto, rubato dall’occhio del dio serpente. Il sagrato è stracolmo di gente nata di certo sotto altri cieli.
La strega di marzo è curiosa, è da lunghi anni che non si allontana da questa città. Qua e là ruba colori che arrivano da terre lontane, dove il caffè cresce incoronato da nuvole regine.
Sono i rossi soprattutto ad attirare la sua attenzione, non ce ne sono molti nel suo ricamo, se non quelli un po’ cupi di mele e melograni. Per ogni colore rubato dai vestiti, regala al donatore ignaro il sorriso di una bella passante, lo sguardo ammirato di un giovane dalla bocca fatta per i baci, se è a una donna che ha preso il colore. Anche se a volte, bizzosa com’è, si diverte a mischiare attrazioni e amplessi, così che nessuno abbia più certezza del suo destino. Non sta ferma un istante, con il suo passo portato dal vento, attraversa ogni strada, si attarda però su quelle non asfaltate, dove ci sono cubetti di porfido e lastroni di pietra vera, dove camminare anche a piedi nudi, uno dei suoi principali divertimenti. Più di tutto però le piace immaginare lo stupore degli abitanti, troppo chiusi nella razionale percezione di quel che è evidente, se vedessero le magie che fa, sfiorando appena gli alberi con le mani.
Così si diverte a reiterare le sue apparizioni alle stesse ragazze sfacciate che hanno deriso i suoi piedi nudi qualche ora prima. Almeno, poverette, in vecchiaia avranno qualcosa da raccontare.
Le forsithie ora sono in piena fioritura, gialle più d’un pulcino, più dello stesso sole.
Spesso ne appunta interi rami sulle schiene piegate di compassati e affranti bancari, tutti vestiti di grigio. Che piccola rivoluzione quando fa saltare tutti gli orologi e al tramonto spegne i lampioni. Ha aspettato tutto l’inverno ascoltando i gemiti della città desolata e i pensieri inconfessati di questi tristi abitanti. Poi passa albero per albero, aggancia ogni foglia nuova, pesano poco perché sono ancora piccine, culla ancora le tenere foglie di cui sa tutti i nomi. Quando proprio vuole strafare, costringe il sole a risplendere più da lontano, così che l’aria si scaldi e il glicine, ben prima del suo tempo futuro, esploda nei colori della piena fioritura. Man mano che passano i giorni, il mantello perde i colori, ha già strappato tutte le piume del pavone, sgranato i melograni, messo in libertà gli scarabei che strisciano per la città cambiando colore agli occhi dei bambini. Solo i serpenti sono risaliti sino alla sua gola per adornarla come collane. Che fatica, i piedi sono una piaga, nel suo vagabondare alterna giornate di vento e sole a giornate di piccola pioggia, così che gli alberi non abbiano a soffrire. I visi ora sono più distesi, i cappotti vengono ingoiati dagli armadi, il suo lavoro è quasi finito. Per le strade ruba lo zucchero filato ai bambini, Il sole 24 ore a quelli che vanno troppo seri, rompe i ganci delle collane più belle dei suoi serpenti, raccoglie carte colorate per strada, strappa a una donna una ciocca di capelli di un rosso che non ha provato mai. Invisibile in
Galleria, fa razzia di libri svolazzando oltre gli ingressi vigilati. Ha bisogno di idee per l’anno che verrà, ruba anche un dente di perla a un bambino e un campanello da una bicicletta parcheggiata. Ora sa che è tempo di andare. Manca la scena di chiusura, un tramonto eccezionale, dai rossi mai visti, magenta e carminio, strisce di viola strappate dal suo vestito. Alla fine, poco prima che si illuminino i lampioni, tardi proprio davanti alla Scala, alte
strida rimbombano nei cieli: sono tornate le rondini. Qualcuno attratto dal richiamo, alza il capo e incantato si ferma a guardare, due donne dai capelli rossi, seppure diseguali, ridono gioiose in mezzo alle auto bloccate da un semaforo impazzito. Lei sorride compiaciuta, il lavoro è stato ben fatto. Con un gesto deciso lancia il mantello verso il cielo che si oscura e svanisce
nell’aria, mentre sta attraversando la strada. Caterina, Caterina quando smetterai di giocare e di travestirti? Eppure so che tu porti la primavera, vi riconosco dall’odore.

Febbraio, via Filo della Torre

Il vento, di nuovo. È così raro qui a Milano imbattersi nel vento che quando accade fa notizia. Soprattutto se è vento alto che spazza via la cappa di smog e tristezza che incombe sempre sulla mia schiena. Vento di febbraio ancora più inusuale e strano. Ha pulito il cielo che ora è azzurro e irraggiungibile, pare di smalto e acqua, immenso e intoccabile. Con il cielo pulito appare il sole pieno, altro evento che ogni milanese sa apprezzare. Il sole d’inverno non tocca ma sfiora, riscalda piacevolmente i cappotti e i capelli, illumina di luce improvvisa i palazzi che paiono meno grigi. Il grigiore di Milano non è un mito. Anche nelle vie più centrali e lussuose, i palazzi hanno perso il loro colore originale, per assumere tutti la medesima tonalità indefinita e opprimente. Qualche facciata ripulita, di tanto in tanto, spicca con le calde tonalità giallo senape e rosa pesca che si dice fossero i colori originari della città asburgica. Il vento continua a soffiare implacabile e cieco. Non ha più foglie da far turbinare, ma oggi si diverte con mucchi di coriandoli e stelle filanti. Ci sono molti bambini in maschera, la maggior parte viaggia saldamente agganciato alla mano della madre. Ogni passo è un capriccio, uno scherzo, un gioco. Voglio una stella filante rossa, voglio una chiacchiera, voglio un gelato.
In giorni lontani, eppure così vicini, degli anni sessanta, i gelati d’inverno non esistevano. Solo panna montata ricoperta di cannella o cacao zuccherato. Dal signor Mario, il gelataio proprio giù dal ponte tondo di pietra sul Naviglio Grande, le pale e i contenitori termici della macchina per fare il gelato, stavano coperti da un panno bianco fino al mese di giugno. Ora invece è gelato tutto l’anno, un desiderio in meno da coltivare nei lunghi pomeriggi d’inverno, facendo esperimenti con lo yogurt intero della Galbani, quello con il vasetto bianco a quadrettini blu, mescolato con cacao e zucchero in quantità grandiose. Due bambine piccole, vestite da principesse, camminano sole tenendosi per mano. Quella più alta ha lucidi capelli neri e occhi scuri. Indossa un vestito di raso azzurro e pizzo bianco, uno scialle di lana bianca e fili d’argento, tra i capelli una corona di perle e brillanti. Cammina impettita e al contempo protettiva verso la sua compagna più piccola. Questa ha i capelli rossi ricci e il viso lentigginoso, indossa un abito di broccato rosa e pizzi d’argento. Parlano fitto e ogni tanto scoppiano a ridere. Buttano manciate di coriandoli con aria birichina, soprattutto sui grandi, soprattutto se maschi. Hanno tolto i guanti, se no è difficile avere una buona presa sui pezzetti di carta colorata. Il vento però sta tagliando loro le mani. Così si infilano nel primo portone aperto sfuggendo allo sguardo sonnacchioso della portinaia. Una volta entrate appoggiano le mani aperte sul termosifone dell’atrio. Mille formiche si arrampicano dalle dita verso i polsi, le bambine ridono ancora. Quando si sono scaldate per benino, scappano fuori e scompaiono tra la gente. Il vento, intanto, continua il suo gioco con i coriandoli che sono ancora più divertenti delle foglie morte. Ma Carnevale passa veloce anche se qui a Milano dura più a lungo. Per fortuna pensa qualcuno, perché la città è così triste in febbraio e il Carnevale spezza l’attesa infinita della primavera. Ecco questa è un’attività impegnativa a Milano. Aspettare la primavera, contare i giorni. Febbraio è il mese più breve, eppure qui tra le mie strade e palazzi non passa mai. Ventottogiorni e ne mancano sempre venti alla fine del mese. L’unica differenza rispetto a gennaio sono le giornate di vento e sole. La discontinuità col mese precedente è data dalle settimane bianche, grande passione dei miei abitanti. Se queste giornate ventose tengono non è raro che disertino gli uffici e se ne vadano a sciare a metà settimana. Bello come bigiare la scuola da ragazzi e andarsene al cinema Rubino di mattina. Quel che però, più di ogni cosa è piacevole in queste giornate, è passeggiare, magari da Corso Vercelli a Corso Garibaldi. Una teoria di vecchi palazzi, spesso lussuosi, stazzonati dal tempo, belle donne eleganti che passeggiano e fanno shopping, negozi di generi voluttuari, tra cui molte gioiellerie e pizzerie. Non che le belle donne siano gli unici passanti, ma è così facile abituarsi alla presenza di mendicanti dalle età più svariate, di ragazzi senegalesi che vendono sempre le stesse inutili cose, di gruppi colorati di zingare con così tanti bambini al seguito da sembrare uno sciame. Non vedere è facile, loro ci sono, ma sono gli abitanti invisibili di questa città. In queste strade così centrali, continua comunque a vivere e muoversi una Milano poco reale ma molto visibile: quel che resta della Milano da bere degli anni ottanta, craxiana e spendacciona. Una città cicala che non conosceva inverni, illuminata dal sole artificiale del suo re, ormai caduto nell’oblio. Questa del centro è la Milano degli uffici, dei segreti bancari, delle corruzioni, del lavoro dirompente di un drappello di magistrati coraggiosi che avevano spazzato, più efficaci di qualsiasi vento, un sistema di potere radicato nella città come un’erba velenosa. Così pareva e non era vero. Quel che resta di quell’epoca di illusioni sono un teatro mastodontico e brutto, brutte strade piene di buchi, eredità questa, a dire il vero, raccolta dal sindaco bonaccione già famoso per la raccolta differenziata dei rifiuti e che aveva aggiunto al suo curriculum anche il primato di avere presenziato a un funerale sbagliato in veste ufficiale. Ma non è qui che vive la Milano poco visibile di quelli che non sono famosi, un’altra città parallela a quella degli invisibili.
Per cogliere qualche frammento della mia anima profonda e così poco amata anche dai miei abitanti, bisogna trasferirsi verso la periferia nord orientale, quella che ha inglobato un paese dopo l’altro. Paesi le cui tracce restano nei nomi delle fermate del metrò e nelle piazzette inaspettate, tipiche dei paesini lombardi.
Come Piazzale del Governo Provvisorio che si affaccia sulla Martesana, abbellito dalla strada acciottolata, dalle case di mattoni, dai comignoli, dal piccolo e accogliente ristorante rumeno. L’itinerario migliore da seguire, arrivati sin qui, è la direttrice che dalla nota Piazzale Loreto, si slancia verso nord, verso Viale Monza.
Bei palazzi di inizio secolo corrono lungo tutta la strada, un traffico assordante a qualsiasi ora ne è il coronamento perenne. Ma è proprio in questa fetta di Milano che si può giocare a non essere a Milano. Basta lasciarsi trascinare dai buchi spazio temporali di cui sono disseminata.
Questo è un gioco conosciuto a tutti i miei abitanti, spinti da un desiderio inappagato di essere altrove, quasi sempre inerti nei loro sogni. Una città diversa spezzerebbe l’incanto di questo gioco, forse è per questo che qui le cose non cambiano mai.
La prima fermata quasi obbligatoria è in Via delle Leghe, al Tempio d’Oro. Il nome da ristorante cinese non deve trarre in inganno, si tratta di un locale noto per i primi piatti e per i dolci, soprattutto per le facce di sinistra che di questi tempi sembrano evaporate. Vecchi adesivi di Radio Popolare tappezzano la porta di ingresso e la cassa. Quando i tavoli cominciano a riempirsi, è uso finire seduto accanto a sconosciuti, come succede nei bistrot parigini. Bisogna però dire che l’indefinibile tribù della sinistra milanese si riconosce a naso, è facile socializzare, magari incontrare qualcuno conosciuto ai tempi della scuola o in manifestazione.
Quasi sempre si finisce a cantare tutti insieme e ad affogare la sindrome da accerchiamento, da sinistra soffusa, nella mousse al cioccolato. Fino a qualche anno fa si poteva sfogare l’istinto della tribù poco lontano. Infatti poche centinaia di metri più in là, sul Naviglio della Martesana, c’erano ben due locali: lo Zelig, nome fatidico, che di questi tempi starebbe a ben indicare la schizofrenia e la crisi di identità di questa sinistra ogni giorno più somigliante ai potenti di sempre, e il Teatro Officina che, alla fine della sua carriera, era locale di pasteggio e socializzazione, e non di spettacolo, come invece il nome sta a suggerire. A ben ricordare il Teatro Officina era uno dei luoghi di ritrovo più vivaci e fuori dal tempo della città. Un covo di rivoluzionari, di vecchi compagni, di sognatori incalliti, di riformisti disillusi e di semplici pazzi.
L’arredo era composto da vecchi tavolacci da osteria con le panche, veri e uguali a quelli rifatti che usano nei locali sui Navigli, credenze traballanti, un ritratto di Marx e uno di Lenin, uno del Che e perfino uno di Bakunin che qualcuno, poco attento, aveva scambiato per un’altra versione del classico ritratto del vecchio Karl il rosso. Una sera c’era seduta una coppia a uno dei tavoli, lui portava occhiali neri da sole, lei aveva i capelli rossi e noi già la conosciamo, gli parlava cercando di farlo ridere, lui impassibile ingollava una penna all’arrabbiata dopo l’altra. I vicini di tavolo dicono che stessero parlando di poesia, ma facevano fatica a seguire i discorsi, presi com’erano dall’insalata di funghi e grana. Forse era solo lei che parlava di poesia e il ragazzo le rispondeva con parole d’amore, sue. Parole che lei non voleva sentire. Poi, d’un tratto, aveva inforcato un paio di occhiali da sole uguali a quelli del suo compagno e, in silenzio, si era concentrata sul piatto di pasta, ormai quasi fredda. Peccato che lei non lo amasse, amava le parole di lui, questo doveva bastargli si diceva sempre quando stavano insieme.
A un altro tavolo sedeva il segretario di una della più gloriose sezioni periferiche del PCI di Milano. La zona di Turro, infatti, confina con la fascia di ferro di Sesto San Giovanni che, ai tempi, era chiamata la Stalingrado d’Italia. Parecchi operai della Marelli di Sesto stavano di casa proprio lì, nella zona dietro Viale Monza.
Le sere d’estate se ne stavano in calzoncini, canotta e ciabatte, quella sì una vera divisa, così come di giorno indossavano le mitiche tute blu. Certi avevano muscoli come barre d’acciaio, credevano nel partito e nel sindacato. D’estate litigavano con il parroco del quartiere per ottenere il sagrato della chiesa per la festa dell’Unità.
Per farci la pista per il liscio, mica lo spazio per le carbonelle. Comunque, dopo anni di buoni esiti alle vivaci trattative, che erano ormai facenti parte del rituale festaiolo, il parroco se ne morì e quello nuovo proprio non ci sentiva di fare amicizia con i comunisti. Rifiutò il permesso e i compagni della sezione gli fecero una gettata di cemento nottetempo e chi s’è visto s’è visto.
D’inverno, invece, soprattutto dopo Natale, e febbraio era il mese peggiore, gli operai stavano rintanati nelle osterie, come quella di Gigi all’angolo di Via Rovetta, a bere vino rosso e giocare a carte con la TV in bianco e nero accesa di sottofondo. In un febbraio nebbioso, già infestato dall’ottimismo della volontà, un consigliere di zona filo-socialista e un tantino troppo zelante, decise di allestire una mostra di arte moderna in uno dei primi capannoni industriali dismessi. Subito dopo l’ingresso, l’artista aveva collocato una scultura di lamiere contorte, quasi a voler comunicare la fine dell’era della tecnica, con quelle braccia di metallo disperate e tese verso il cielo. Man mano che la gente entrava, cominciò ad appendere i cappotti sull’ammasso di ferraglia, causando indignazione nello scultore e disgusto nel consigliere, ormai convinto dai fatti, che la classe operaia proprio se lo meritava di restare nella sua buia ignoranza. Gli dispiacque soprattutto perché non ci sarebbe stata una mostra successiva a quella e i suoi quadri astratti sarebbero rimasti nel garage, faccia contro il muro. L’avvenimento più importate del quartiere però, dopo la fine della seconda guerra mondiale, quello di cui i nonni continueranno a raccontare ai nipoti fino allo sfinimento, fu quando il PCI diventò la Cosa e poi il PDS e alla fine si spaccò in due, più o meno. A chi sarebbe rimasta la sede, a chi le gloriose bandiere rosse? Quelli di Rifondazione, che all’epoca erano la minoranza, ma che ridiventarono maggioranza in quattro e quattr’otto, vista la piega che aveva preso il PDS, organizzarono un’azione notturna degna di un commando. Volevano pigliarsi loro le bandiere e tutti i cimeli ma i pidiessini che, nonostante i comunisti non pentiti pensassero il contrario, scemi non erano, si erano appostati in agguato nel buio della sezione. Qualcuno racconta che fu proprio in una notte di febbraio che i comunisti si avvicinarono, non visti, al portoncino d’ingresso favoriti anche dalla nebbia. Furono botte, tante e dure, come quando erano ragazzini. Quando finirono di azzuffarsi e qualcuno accese la luce si guardarono. Pesti e laceri com’erano, scoppiarono a ridere e non la smettevano più. Così decisero di coabitarenella sezione a giorni alterni e facevano una domenica per uno, anche perché tanti compagni erano pure delegati di fabbrica e iscritti alla CGIL dove si stava ancora tutti insieme. Tolti gli abitanti e le loro storie di normale vita quotidiana, resta da andare a vedere le vecchie ville padronali che una volta stavano in campagna. Se si vuole entrare in uno di quei buchi spazio temporali di cui si diceva prima, basta continuare a esplorare le rive della Martesana, che a volte sembra di essere sulla Senna e a volte proprio in campagna.
E se alla fine, esausti dal vagabondare, si vuole respirare nel silenzio d’acqua, basta ritornare in Piazzale del Governo Provvisorio. Lì ogni istante assume tratti di perfezione, anche d’inverno, anche in febbraio. Una nebbiolina leggera si alza dall’acqua e la casa dei fantasmi invita a fantasticare su chi ci abitava e a immaginare come sarebbe starci adesso.
Così Milano non sembra Milano, io mi sento diversa e mi piaccio e ogni storia è una storia buona da raccontare

Gennaio, via Fiori Oscuri

Una città è un sogno di cemento e pietra sognato da centinaia di anni: io sono il sogno.
Una generazione dopo l’altra il mio corpo è stato costruito da un passaggio di pietre e mattoni, desideri e speranze che hanno giustificato ogni esistenza.
Le strade hanno cambiato direzione cercando, per prime, vie di fuga che io non ho avuto mai. Dalla terra battuta, ai ciottoli di fiume, ai cubetti di porfido, al comodo asfalto che tutto copre e tutto cela, la mia pelle è mutata nei secoli. Così che tutto si è stratificato e questo è l’unico dono che il tempo mi ha concesso. Ma non è possibile per chi mi abita ora scavare tra queste mura cercando radici che affondano altrove.
Lingue si sono mescolate a lingue negli ultimi cinquanta anni ed è vero che solo pochi anziani si ostinano a parlare la mie parole antiche. E non è solo la lingua ad allontanarli uno dall’altro. Non si incontrano mai davvero gli abitanti di Milano, i miei abitanti. Affondano i piedi nell’asfalto, sciamano dentro e fuori fabbriche e uffici senza mai sapere dove sono e quel che stanno facendo. Si chiederanno mai chi sono? Io non smetto di chiedermelo, li osservo, li racconto, li immagino muoversi su un grande palcoscenico, tra le mie braccia, li avvicino e cerco di capire: ma sono così annoiati! Eppure eravamo pronti a una vita nuova nel dopoguerra e giù fino agli anni sessanta. Questa tardiva adolescenza non mi ha portato a una vera maturità. Lo so, la mia fragile facciata di città cosmopolita tiene grazie alle illusioni, è come una magia, è solo un gioco. Perché siamo implosi io e i miei abitanti, tutti aspettiamo un risveglio, una fiamma nuova. Accadrà qualcosa alla fine? Oggi mi sento come una bella addormentata che, nell’attesa del principe, ha perduto ogni attrattiva. A volte credo sia colpa della mancanza di vento, perché quando il vento scende dalle montagne come un lupo, tutto si scompiglia e diventa evidente. Scuoto il setaccio dei tetti e vedo attraverso i muri come vivono queste mie creature. Perché quando una città sbaglia a radicarsi, accadono eventi colmi di misteri per strada e nessuno può perdere nulla perché si è perso il poeta, mi sono persa io pure dentro tutto quel vento e mi sono lasciata parlare. Oggi è una giornata di tale silenzio che voglio raccontare io anche se ancora non ho deciso se iniziare dai cortili o dai balconi a dirvi queste vite.
Scelgo di portare un respiro diverso tra l’ansia dei balconi. Non si ritrovano i nidi abbandonati dell’anno prima, niente rifugi tra il muro di mattoni e le auto parcheggiate, questa è la sfida: declinare con sapienza il mio cielo immobile, quando immobile è soprattutto il pensiero. Non hanno sguardo i portoni, non scocca mai l’ora meridiana, l’ora di rimpiazzo tra il desiderio e il sonno. Qui lavoro un giorno dopo l’altro, porto il cesto mai colmo, la pagina mai piena. Io sono assenza e forse un’illusione, non lascio impronte, spezzo il ghiaccio coi denti, nella notte scrivo di pensieri mai pensati. O forse vi dirò dei cortili, del silenzio ineguagliabile dei miei cortili dove è necessario intrufolarsi e sedersi a guardare e ad ascoltare. Quel che non vi dirò per le strade, lo sussurrerò nella quiete di un androne. Niente è più silenzioso di un cortile d’inverno nel mese più freddo e più lungo. Non una poesia per l'anno nuovo e neppure un vero saluto. È solo un’abitudine iniziare da gennaio, solo un vecchio rito.
Non ho scelto la mia veste di prigione, le celle le hanno costruite altri, complice il cielo, acuminato e grigio, complice la tristezza di chi cerca senso dove invece è il vento a portare la ragione.
Sognano ancora i miei abitanti? E io come divento sognata da loro? A qualcuno ogni tanto lo chiedo, nei modi oscuri che hanno le città di rivelarsi. Ogni tanto mi accompagno a uno di loro e lo seguo, mi piace raccontare le loro storie ai miei vecchi palazzi che non si muovono mai.

mercoledì 25 maggio 2011

Il mondo è come appare dinanzi ai miei cinque sensi

Il mondo è come appare
dinanzi ai miei cinque sensi,
e dinanzi ai tuoi che sono
come l'approdo dei miei.
Nostro non è il mondo
degli altri: non è lo stesso.
Letto dell'acqua ch'io sono,
tu, noi due, siamo il fiume
che laddove è più profondo
più lento e limpido appare.
Immagini della vita:
via via che le riceviamo,
ci accolgono consegnate
più strettamente a un ritmo.
Ma le cose si formano
coi nostri stessi delirî.
L'aria ha la dimensione
del cuore che io respiro
e il sole è come la luce
con la quale io lo sfido.
Agli occhi degli altri, ciechi,
oscuri, sempre deboli,
guardiamo all'interno sempre,
vediamo dal più intimo.
Fatica e amore mi costa
così con me, con te vedere;
apparire, come l'acqua
con la sabbia, sempre uniti.
Nessuno mi vedrà intero,
nessuno è come lo guardo.
Siamo più di ciò che vediamo,
meno di ciò che indaghiamo.
Qualche vicenda di tutti
inavvertita trascorre.
Nessuno ci ha veduti.
Ciechi di tanto vedere,
nessuno abbiamo veduto.

lunedì 16 maggio 2011

Scrivere

Scrivere è passare una parte della propria vita senza testimoni, mostrando poi le prove (false) dei luoghi (immaginari) visitati.

Andrea Canobbio

Mostrarsi
Nottetempo editore 2011