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venerdì 9 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/397. Nell’estate invincibile danzano le metafore



Il silenzio non esiste se non come luogo dell’immaginazione e della creazione. Il mondo e l’universo sono rumorosi, la realtà è una fitta tessitura tra onde luminose e onde sonore. Quel che di solito chiamiamo silenzio è l’assenza di rumori umani, delle nostre voci, dei nostri passi. Accogliamo come naturali, e in qualche modo facenti parte del silenzio, le voci degli animali e quelle create dal vento: le onde, gli alberi, i temporali, la pioggia che cade. Ma l’idea di silenzio è una condizione necessaria che guida e sostiene tutti gli atti creativi. Nei quadri resta l’eco dei pennelli, lo strisciare dei colori, nelle sculture lo scalpello e la caduta della pietra. Restano forti i suoni della tessitura, dell’acqua impastata con la farina che diventa pane, del fuoco che crepita, scoppietta, danza, divampa e brucia o cuoce. Il silenzio è come la luce, bianco perché contiene tutti i suoni e i rumori del mondo, basta un minimo scarto che ne escono zampillanti espressioni sonore. Il silenzio e la poesia sono strettamente connessi e grazie alla presenza o assenza dell’uno possiamo fare esperienza dell’altro. È un nido il silenzio, dove uova misteriose vengono covate da esseri invisibili. Ogni tanto nasce una poesia, creatura altrettanto misteriosa che strappa la trama dell’universo sensibile e intellegibile e ci propone un modo nuovo di stare al mondo, una diversa interpretazione di quella che chiamiamo realtà. La poesia è una continua sfida al silenzio ma ne è figlia come tutte le voci e i rumori del mondo. La poesia, le narrazioni, si allontanano dal silenzio e costruiscono e ricostruiscono, emozioni, sensazioni, percezioni, e le restituiscono al mondo con l’uso della parola scritta. La nostra è una civiltà che affonda le proprie radici nella parola scritta in maniera più potente che riferendosi alle sole immagini. Con le immagini la trasmissione è di sicuro più immediata, le emozioni sono garantite, chi non si emoziona davanti ai bei tramonti, ai bambini paffuti, ai gattini e ai cuccioli? Ma l’emozione da sola non basta, ci vuole un passaggio ulteriore per dire o non dire quello che abbiamo provato o che vorremmo avere provato. Se l’emozione è la testimonianza di un fatto accaduto, la scrittura e la poesia lo sono anche di fatti non accaduti, di cose desiderate, di improvvisazioni e di illuminazioni. Ciò premesso, ho iniziato a leggere poesie a sette anni con il Livro de poemas di Federico Garcia Lorca, un libro regalatomi da mio padre, che lessi subito, di cui non capivo le metafore, ma che ho amato follemente e che non mi hai mai più lasciato. All’epoca si imparavano a memoria le poesie e da brava scolara non mi sottraevo a questo compito. Ci sono però voluti i quindici anni, quasi sedici anni, per scrivere la prima poesia dedicata all’arrivo della primavera. Da allora non ho mai smesso e sono sempre andata in giro con un taccuino o un quaderno per scrivere. Scrivo sempre, tutti i giorni, seguo le illuminazioni, lascio che i versi mi accompagnino per tutto il tempo che vogliono, me li ripeto nella testa, poi scrivo seguendo il flusso interiore e intervengo poi per variazioni e cesellature. Quando so che una poesia è terminata? Quando la rileggo e non mi sembra più mia ma scritta da qualcun altro. Ho scritto per decenni in solitudine, confrontandomi solo coi poeti dei libri che amavo: Montale, Ungaretti, Quasimodo, Luzi e poi Baudelaire, Verlaine e Rimbaud per restare tra i classici. Poi gli incontri, prima coi loro libri e poi con le persone, che mi hanno condotto alla pubblicazione dei primi due libri: Danilo Bramati, che ha scelto con Giancarlo Pontiggia, Il calvario della rosa per la pubblicazione nella loro collana che curavano per l’editore Moretti&Vitali, Milo De Angelis che ne ha scritto la presentazione, Antonella Anedda che ha scritto la postfazione al secondo libro Sillabario della luce. Grazie al Calvario ho conosciuto a Milano, dopo una sua lectio magistralis, il poeta francese Yves Bonnefoy con il quale ho avuto uno scambio di mail, lettere e libri con dedica. Nel mio primo libro Le poesie di Bonnefoy lo chiama in causa come una sorta di nume tutelare e tale è rimasto e rimarrà per sempre perché amo la sua poesia. Le altre passioni sono rivolte a Philippe Jaccottet, Paul Celan, Rainer Maria Rilke, Sylvia Plath, Anne Sexton, Adrienne Rich, Adam Zagajevsky, Olav H. Hauge, Mark Strand, J.L. Borges, Marina Cvetaeva, Osip Mandelstam, Attilio Bertolucci, Emily Dickinson, Nathan Zach, Nina Cassian, Raymond Carver, Cesare Pavese, Valerio Magrelli, Wislawa Szymborska, Derek Walcott, Ted Hughes, Henrik Nordbrandt, Fernando Pessoa, Seamus Heany, Leonard Cohen,  Louise Gluck, Marianne Moore, Anne Michaels, Anne Carson e qui mi fermo per non diventare una specie di elenco telefonico.

Oltre a essere grandi poeti sono diventati negli anni anche grandi amici: non posso non ricordare di nuovo Danilo Bramati, Antonella Anedda e Milo De Angelis. E poi, Lorenzo Gobbi, Annalisa Manstretta, Edoardo Zuccato, Camilla Miglio, Giancarlo Montedoro, Nicola Gardini.

La poesia è per me una grande fonte di gioia e di speranza. Anche per questo credo che le mie Cronache dagli anni senza Carnevale, e questa è la 397, sono tutte intessute di poesie inedite. Non so quante ne ho scritte, credo almeno un centinaio, e mi piace immaginare ogni poesia come quella traccia di colore improvviso, non importa se arancione, rosso o violetto, che irrompe nelle albe e nei tramonti che abbiamo la fortuna di poter contemplare, qualcosa di memorabile è accaduto e noi lo abbiamo visto. La poesia è così anche una testimonianza del nostro essere al mondo, del nostro non volerci rassegnare al dolore e alla scomparsa. La poesia può avere anche una funzione terapeutica, ma non si scrivono poesie per stare bene. Lo stare bene può essere una conseguenza, per me non è lo scopo principale. Diverso è per la lettura della poesia, perché leggere poesia aiuta nella vita quotidiana a reggere i fardelli, a dare un senso alle nostre giornate. Quando leggo poesia, mi lascio trascinare dai versi e la loro bellezza la sento fin nelle ossa. Quando la scrivo mi fido della Musa e del mio orecchio interiore e cerco quel delicato equilibrio tra ritmo, forma, immagini e metafore, parole e sillabe. Servono tutte per fare buona poesia, ma il rapporto tra loro risponde a regole matematiche impossibili da spiegare, che però riconosciamo al volo.

Questa sera, venerdì 9 aprile 2021, ho presentato, online, Un’estate invincibile alla biblioteca di Borgosatollo, un incontro davvero bello e intenso di cui ringrazio Giancarlo Covella e Daniela Simone.

lunedì 8 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/365: nel cuore dell'inverno ho finalmente imparato che c'era in me un'estate invincibile.




Ecco che la sera è scesa anche su questo 365° giorno dall’inizio del primo confinamento. Non so perché un anno fa mi sia presa la pazzia di scrivere una Cronaca ogni giorno e di avere continuato a farlo, perché a maggio del 2020, dopo la prima riapertura, sapevo che non era  finita e non lo è ancora, non ancora. In realtà so perché scrivo ogni giorno, scrivo per rafforzare le memorie di questo periodo, scrivo per salvare frammenti di mondo e di umanità. Scrivo per il piacere dello scrivere, scrivo per dare testimonianza, per offrire il mio punto di vista sulle cose di questa realtà e su quelle della mia immaginazione che di realtà ne ha incontrate molte altre. Scrivo perché scrivere è una delle attività più belle della vita, perché così posso offrire e ricevere conforto e speranza attraverso le parole e sentire come risuona in me “l’invincibile estate” di Albert Camus.

Oggi, camminando come al solito, consideravo che la tecnologia, veleno della nostra società, in quest’anno di pandemia è stata la cura che ci ha permesso di non bloccare, almeno fino a un certo punto, il lavoro e la scuola. Smartworking e DAD (didattica a distanza) hanno salvato almeno in parte, le nostre vite. Avete provato a immaginare cosa sarebbe stata una pandemia del genere solo dieci anni fa? Io sì, e so che sarebbe stato tutto, ma proprio tutto, molto più difficile. È grazie alla tecnologia che questa sera ho potuto presentare, grazie all'invito del professor Giancarlo Covella grande appassionato di poesia, studioso e raffinato traduttore, il mio ultimo libro di poesie Un’estate invincibile all’Istituto Pascal-Mazzolari di Verolanuova. Circa 300 partecipanti con la presenza del sindaco e di un’assessora, la preside e la dirigente scolastica, molti professori e moltissime studentesse e studenti che hanno contribuito leggendo in lingua Sylvia Plath, Amelia Rosselli, Colette e Marguerite Yourcenar. Ho letto una poesia da ciascuno dei miei primi 4 libri e poi una scelta dal quinto. Nonostante gli schermi e la distanza, credo di avere sentito la presenza di tutte quelle giovani menti attente e curiose. Anche fare le presentazioni online è come gettare bottiglie con un messaggio in un oceano di cui non vedo i confini, né le isole, né le terre che lo delimitano.

Spero, spero davvero che i ragazzi e le ragazze stasera abbiano sentito la loro estate invincibile e che imparino a coltivare il loro giardino interiore.

Di seguito alcune delle poesie che ho letto stasera.

 

La stessa riva

Siamo rimasti fermi

sulla stessa riva, guardando

direzioni opposte tra la fine

e l’inizio della luce, accecati

intenti, pronti a riconoscere

il calvario della rosa

che fiorirà in novembre.

 

 

Il calvario della rosa

Moretti&Vitali 2004

 

 

L’opera del vento

 

Dovevo uscire dal gesto usuale

cambiare la foglia con l’acqua

piovana, non cercare presagi

sull’asfalto arroventato. Poco

molto poco, il calice non riempie

la brocca, il miele non addolcisce

l’ape, semmai ne fortifica il pungiglione.

Questo è il mio scrivere, ti confesso

mescolare polline e parole, il resto

è opera del vento.

 

 

Sillabario della Luce

Moretti&Vitali 2007

 

 

La rosa sapiente e profumata

 

Quella rosa, quella non un’altra

perfetta sull’orlo della sparizione

dove l’ultimo petalo esita a

proclamare la propria fioritura.

È quella la rosa che ha scolpito

il fondo della pupilla, immagine

pietrosa incisa in un occhio

che non sa il fondo perché

dentro l’abisso vive. Quello

è l’occhio scolpito, quella

vi dico, proprio quella rosa

aulentissima e perfetta, oh

mia mistica visione che a ogni

cosa doni il profilo di una

rosa. Quella rosa, quella

non un’altra. Dolorosa,

sapiente e profumata, mai

nata nel maggio odoroso.

 

Figure del silenzio

Atì editore 2010

 

 

In ogni passione avvengono prodigi

 

 

Le noci e il melograno

ancora intatti sul tavolo,

due parole opposte che si

attraggono, le sto cercando

quercia e pietra uniche

a sfidare il tempo

troppo simili nella pervicacia

meglio la pioggia e il vento

che passano e non sanno

il sollievo della sosta.

Così saranno la quercia

e il vento i primi opposti

e la pietra con la pioggia

ad accompagnare ogni ricordo

che avrai lasciato, ogni parola

che avrò perduto.

In ogni passione avvengono

prodigi.

 

Scrivere il vento

Atì editore 2016

 

 

Un muro, un tetto, il silenzio interiore

 

Quello che sta sopra di noi,

le nuvole, le stelle, i tetti delle

case, la luce del sole, la chioma

degli alberi, le foglie in aria,

la pioggia prima che cada.

Quello che sta intorno a noi,

il vento, la nebbia, la luce del sole,

la voce di ogni persona, la pioggia

mentre cade, il profumo dei tigli,

i ricordi che assediano i passanti.

Quello che sta sotto di noi,

la terra, la sabbia, le pietre,

l’erba che non è stata

tagliata, le foglie dopo che sono

cadute, l’acqua, la neve,

la carta gettata.

Dunque, sta sotto solo ciò che

possiamo evitare, ma il vento,

le voci, la stella marina e quella

appesa nel cielo, la luce del sole,

le nuvole, sono cose che non

possiamo scongiurare, se non

usando i poveri strumenti umani:

l’ombrello, il passo lungo, lo sguardo

chino e distratto, un muro, un tetto,

il silenzio interiore.

 

Un’estate invincibile

Atì editore 2019

 

 

Altre poesie da Un’estate invincibile, seguiranno nei prossimi giorni. Chiudo così questa Cronaca 365 di lunedì 8 marzo del secondo anno senza Carnevale

martedì 9 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/338: camminare e parlare, essere vicini, essere lontani

 


 

Oggi ho parlato a lungo, durante l’incontro organizzato con l’associazione Apriti Cielo, dell’amicizia tra le scrittrici Virginia Woolf e Katherine Mansfield che non mi stanco mai di leggere e rileggere.

Il loro mondo è stato catturato prima dall’unicità del loro sguardo e poi dalle loro parole. Se le scene della Mansfield mi fanno a pensare a una Polaroid, quelle della Woolf sono dei campi lunghi. Entrambe hanno doti straordinarie e le vite difficili che hanno vissuto, hanno contribuito, a rendere così nitida la loro scrittura che non invecchia mai.

Dai diari e dalle lettere di entrambe è possibile comprendere i termini dell’amicizia e della gelosia che di tanto in tanto le prendeva, ma era soprattutto la Woolf a provare invidia, Katherine fu l’unica scrittrice verso la quale provò questo sentimento. Insieme al rimpianto, dopo la sua morte, di non averla più come lettrice, come parte di quel “pubblico di due persone” che insieme costituivano.

Tanto ci sarebbe da scrivere ancora e, forse, lo farò.

Voglio chiudere questa Cronaca 338, di martedì 9 febbraio del secondo anno senza Carnevale, con una poesia che ho scritto qualche anno fa e che appartiene alla raccolta Un’estate invincibile (Atì editore 2019), di quella passeggiata è rimasta una traccia nei diari e nelle lettere, ma niente è stato scritto sul contenuto della loro conversazione.

 

Scena da una passeggiata di Katherine e Virginia

 

Tocco la corteccia dell’albero che

chiami platano, sull’angolo della

tua strada vedo la tua casa in

fondo e cerco un senso a questo

mio vagabondare.

Ogni senso è poroso e lascia

passare più sentimenti che

ragioni.

Sillabo il tuo nome con la punta

delle dita e il platano risponde

scuotendo i rami e vedo una

foglia perfetta staccarsi e in volo

arrivare sino alla tua finestra.

Ti vedo prendere la foglia, ti

vedo accarezzare la sua pelle

non liscia e poi ti vedo guardare

verso il cielo, in alto, più in alto.

Poggi la foglia sulla tua guancia,

la baci una volta e poi

ancora. E lasci che il vento

la strappi e io aspetto per

vedere se torna e abbraccio

il platano che conosce il nostro

segreto.

domenica 6 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/182: metafisica delle finestre aperte, a volte chiuse

 

Le finestre sono gli occhi delle case e anche il naso. La maggior parte delle finestre è a una via, possiamo cioè affacciarci dall’interno verso l’esterno ma non viceversa. A meno che non stiamo attraversando in treno una cittadina e, curiosi, sbirciamo vite che non sono la nostra ma che potrebbero esserlo.

Le finestre sono un assoluto nei climi temperati e un’assenza dove il clima non è mite, dove il vento soffia implacabile da Nord e ci fa voltare la schiena alle intemperie. 

Nella città silenziosa la mia finestra preferita si affaccia sull’albero bellissimo, sulle sue foglie danzanti, sui muri di una vecchia scuola e su quelli ancor più antichi di una fabbrica che non esiste più dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il davanzale è molto basso, quindi non posso affacciarmi in senso stretto, posso, però posso sdraiarmi sul divano e godere dell’alba argentata che arriva sempre più tardi in questo scorcio di fine estate.

Dalle finestre della casa dove vivevo da bambina contemplavo soprattutto il cielo e le vite dei bambini che abitavano nel palazzo di fronte. La maggior parte delle finestre della mia vita sono finestre sul mondo esterno, sul grande o piccolo paesaggio che in città si riesce ad abbracciare con lo sguardo.

A volte mi sono affacciata da finestre a piani molto alti e lo sguardo poteva correre libero verso l’intero orizzonte. Ma, quasi sempre, lo sgomento era più forte del piacere, perché veniva meno una delle funzioni fondamentali della finestra, cioè contenere il mondo in una cornice e favorire lo sguardo convergente che tanto piace alla poesia.

Anche potersi affacciare dall’esterno all’interno favorisce questo tipo di visione. Qui, nel giardino della Casa delle Parole, mi affaccio a tutte le finestre del piano terreno per cogliere la casa vuota in modalità “natura morta” e gli altri abitanti come se fossero quadri viventi, colti nei semplici gesti della vita quotidiana, attori inconsapevoli in una storia raccontata da altri.

O in una poesia che arriva da un passato ormai remoto.

 

Stelle alla finestra

 

Avvolge il silenzio questa casa

dove simuliamo infanzia. Un letto

verde, le ali sopra la finestra,

i libri che sono una torre e le parole,

ascolta, già sono fortezza. Si può

aspettare che l’inverno passi sapendo

che mai il suono delle voci sarà

uguale se viene meno un canto.

Tu custodisci questi quaranta anni,

la nostra traversata del deserto,

il tributo al Dio feroce cui non

cedemmo allora ma che oggi ci

impone la caduta. Manna o neve

o stella, nessuno resiste alle leggi

dell’attrazione. Di stelle inghirlando

la finestra, per dare gioia alla notte

che viene.

 

Da una passeggiata nel bosco dietro casa ritorno con un’altra poesia che appartiene a un episodio della vita di Mansfield e Woolf di cui entrambe raccontano nei rispettivi diari, ma senza svelare il contenuto della loro conversazione.

 

Scena da una passeggiata di Katherine e Virginia

 

Tocco la corteccia dell’albero che

chiami platano, sull’angolo della

tua strada vedo la tua casa in

fondo e cerco un senso a questo

mio vagabondare.

Ogni senso è poroso e lascia

passare più sentimenti che

ragioni.

Sillabo il tuo nome con la punta

delle dita e il platano risponde

scuotendo i rami e vedo una

foglia perfetta staccarsi e in volo

arrivare sino alla tua finestra.

Ti vedo prendere la foglia, ti

vedo accarezzare la sua pelle

non liscia e poi ti vedo guardare

verso il cielo, in alto, più in alto.

Poggi la foglia sulla tua guancia,

la baci una volta e poi

ancora. E lasci che il vento

la strappi e io aspetto per

vedere se torna e abbraccio

il platano che conosce il nostro

segreto.

 

Le finestre custodiscono molti più segreti di quanti non ne rivelino, quindi continuo a girare intorno a casa come una rondine impazzita e guardo e riguardo, ma non arrivo a capo di nulla.

Così mi arrendo, mi fermo, accetto i segreti e i custodi che li preservano, accetto il tempo che è una spirale, una scala e una finestra. Accetto la caduta e il sonno lieve, dove tutti i tempi e le creature amate stanno insieme in un luogo dove il male non può arrivare.

 

Cadere dalla scala del tempo


È una linea sottile rossa e non

un giorno, un mese o altro, è

un istante pieno, rotondo che

all’improvviso si affila e cade

dalla scala del tempo.


È il momento esatto in cui

capisci che il tempo non

esiste, perché la bambina e

la donna, camminano allo

stesso passo e il cuore che

batte è uno, soltanto uno.

 

Fuori dalla finestra la notte

si ammanta di nebbia e ricordi,

un intero cesto da cui pescare

a caso, a sentimento.

 

 

Ora che la notte scuote il mantello torno in casa e mi siedo a scrivere, ma prima parlo a lungo con un’amica che conosce la gioia e il tormento della scrittura. Una finestra è per te Edith, che ami i libri e le parole.

 

Questa Cronaca 182 è nata nella prima domenica di settembre, il sesto giorno del nono mese dell’anno senza Carnevale.

Le tre poesie della Cronaca odierna sono mie.

Stelle alla finestra è tratta dalla raccolta Figure del silenzio, Atì editore 2010.

Scena da una passeggiata di Katherine e Virginia e Cadere dalla scala del tempo sono tratte dalla raccolta Un’estate invincibile, Atì editore 2019.

 

giovedì 3 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/179: aprirsi al mondo è cosa dolorosa. E le rose non sanno gridare

 


Nelle fatiche e nel dolore di un anno micidiale, oggi si è aggiunta la notizia della morte di una gatta che amavo moltissimo.

Gattina era apparsa all’improvviso nel giardino che sarebbe diventato il suo regno alla fine di settembre di tre anni fa. Denutrita e malmessa aveva scelto la nuova casa e il suo nuovo padrone. Di sicuro era una randagia, chissà se fuggita o abbandonata, le mancavano alcuni denti ed era anche un po’ spelacchiata. La prima veterinaria dove la portammo decretò che Gattina era un gatto anziano di almeno nove anni, sterilizzata e con un tumore al polmone destro. Vista la situazione complessiva aveva suggerito di “addormentarla”. Ma chi l’aveva trovata decise di accompagnarla nelle ultime settimane di vita e di non darle un nome per non affezionarsi troppo. Così Gattina venne chiamata e Gattina rimase. Nel giro di poco tempo scoprimmo che mangiava con sempre maggior appetito, ingrassava e cresceva. La dottoressa Titti venne interpellata di nuovo e disse che era una specie di “miracolo” perché la “natura è meravigliosa”. Il problema al polmone non era un tumore, ma una forma di asma che poteva essere curato solo con il cortisone. Così fu fatto e l’animalino delizioso che era diventò punto focale della casa. Era affettuosissima, giocherellona, simpatica, curiosa. Salutava sempre quando tornava in casa dal giardino, adorava stare appollaiata sulla spalla del suo padrone, di notte dormiva abbracciata a lui.

 

Trascorsi i mesi dell’autunno e i primi dell’inverno, alla fine di gennaio, una sera Gattina iniziò a miagolare selvaggiamente. Al punto che il suo umano si sentì in dovere di farla uscire, tranquillizzato dalla diagnosi della dottoressa Titti, era un gatto sterilizzato. Gattina, invece, non era una gatta anziana e, soprattutto, non era sterilizzata. Dopo cinque notti di scorribande selvagge, nel giro di due settimane il suo pancino, prima si arrotondò, poi iniziò a sembrare che avesse ingerito un intero uovo di Pasqua. Il suo padrone si convinse che Gattina fosse incinta solo quando la pancia oscillò vistosamente da sinistra verso destro.

 

Il mattino successivo una visita dalla dottoressa Titti confermo la gravidanza, un “miracolo”, perché “la natura è meravigliosa” e, forse, non era stata operata bene. A quel punto l’umano decise di cambiare veterinaria e quella nuova confermo quanto evidente e che Gattina poteva avere al massimo un anno, quindi al suo primo calore aveva incontrato il micio con cui si era accompagnata. Il gatto in questione venne individuato in un gattone bianco e nero che viveva nel giardino accanto e che ogni tanto veniva a farsi un giretto nel giardino di Gattina.

 

Trascorsero così i mesi di febbraio e marzo e la trepidazione in casa cresceva. Allo scadere preciso della gravidanza, cioè il 3 aprile del 2018, il mattino alle 8 le si ruppero le acque. Avevamo dormito abbracciate, lei sulla mia spalla destra con il musino appoggiato alla mia guancia. Così scattai in piedi e la portai nella grande scatola predisposta con coperte, asciugamani e traversine. L’ecografia fatta dalla nuova veterinaria ci aveva anticipato che i micini sarebbero stati tre. Il primo a nascere fu il più grosso, aveva un capoccione striato come la mamma, il corpo bianco come il papà e qualche striscia sul dorso, quindi venne chiamato Tiger. La seconda era più piccola e tigrata come la mamma, ma con sfumature marroni e nocciola anziché grigie. Intorno agli occhi aveva due grandi cerchi di pelo bianco che sembravano gli occhiali della regista Lina Wertmüller e così venne scelto anche il suo nome, Lina. Il terzo era più piccolo e fragile, aveva una grande macchia color nocciola sul capino e io lo chiamai Spotty, e piansi alla sua morte anche se rimase con noi solo tre giorni.

 

Il parto durò fino quasi alla una, meno di cinque ore, i gattini si attaccarono subito a succhiare il latte e quel giorno fu un giorno di grande felicità. Potrei continuare a raccontare tutte le prodezze dei micini e della giovane mamma, magari lo farò in un’altra Cronaca. Oggi mi fermo qui e per celebrare la vita di quella “piccola persona”, come la scrittrice Anna Maria Ortese definiva gli animali, pubblico alcune mie poesie dove c’è, e ci sarà per sempre, Gattina.

 

Attraversata dal silenzio

 

Solo il passo del gatto è

amico del silenzio, ha

un alfabeto segreto fatto

di cenni nell’aria e poche

distrazioni.

Si alza, si abbassa, seguito

dal movimento della coda

e benché tutto sembri uguale,

una nuova melodia attraversa

gli spazi bianchi tra note e

sillabe.

Così vorrei scrivere, leggera

e pensierosa, attraversata dal

silenzio e da poche parole.

 

 

Il giorno fa germogliare l’estate

 

Le campane rintoccano le sei,

in giardino cantano gli uccellini

e il vento freme foglia a foglia,

mentre lontano latrano cani

sconosciuti. Se anche tu fossi

ancora più vicino, non ti conoscerei

più di quanto già non sappia.

Con lo sguardo sei intento a

tessere pensieri che cercano

parole cui lasciarsi andare, mentre

la gatta gioca sul davanzale e

il sole frantuma l’oscurità

di questa stanza, nel cuore

di un’estate che germoglia

nel giorno.

 

Le rose non sanno gridare

 

Mi duole questo pomeriggio di silenzio,

credimi avrei voluto scriverti altre parole.

Ma qui sento solo la voce del cardellino

e le api impazzite di luce che agitano

gli steli di lavanda. Le gatte stanno agli

opposti dei vasi coi fichi d’India e l’oleandro

ruba il colore alla casa dell’altro giardino.

Tutto fiorisce senza un perché e nemmeno

la più magnifica delle rose sceglie l’istante

esatto della fioritura. Aprirsi al mondo è

cosa dolorosa. E le rose non sanno

gridare.

Il cielo vuoto di nuvole e vento

Non cade, non sale, non crolla, non

ombreggia, non ripara. Ora c’è solo

un tronco senza foglie, la metafora

perfetta per la memoria scarna che

abita questo giardino.

Basta poco per sentire la gioia

allargarmi il respiro. C’è la gatta che

ronza appoggiata al mio petto, l’odore

dei fichi dietro di noi e il cielo vuoto

di nuvole e vento.

E qui sento solo il tuo cuore

battere sul mio.

 

 

Ecco quel piccolo cuore non batte più, ma io lo sento ancora risuonarmi sul petto. Adesso taccio e vado a piangere in silenzio, da qualche parte.

 

La Cronaca 179, scritta nel terzo giorno di settembre dell’anno senza Carnevale è dedicata alla mia Gattina adorata che non rivedrò mai più.

Le poesie fanno parte del mio ultimo libro Un’estate invincibile, Atì editore 2019.