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mercoledì 29 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/570. L’aquila, l’orso e il serpente, un bassotto giocoso e i quattro elementi

Stavamo facendo una passeggiata verso le Montagne della Nebbia, dopo questa lunga estate stanno ritornando le amiche e gli amici. Per prima è arrivata la sacerdotessa e mi ha proposto di accompagnarla perché doveva cercare certe erbe officinali che si trovano sull’Altipiano della Luna, in una zona non troppo lontana dalla nostra casa. Nella passeggiata ci hanno accompagnato i lupi, gioiosi e silenziosi come sempre. Allora la sacerdotessa mi ha raccontato una storia accaduta prima che io arrivassi in quella terra.

 

“Stavo passeggiando con la mia amica badessa e i lupi ci precedevano sul sentiero, poi si sono fermati di colpo. Un enorme serpente con occhi di fuoco ci sbarrava la strada. Ci ha fissato a lungo mentre i lupi hanno iniziato a ringhiare. Ma non c’è stato bisogno che lo attaccassero perché un orso nero si è avventato sul serpente. A tratti sembrava che fosse proprio lui, con le sue spire potenti, ad avere la meglio sull’orso. Poi è apparso un cane, minuscolo rispetto ai due contendenti ingaggiati in una lotta all’ultimo sangue. Era un bassotto nero focato che non ha esitato ad avventarsi sul groviglio di bestie feroci e ha morso il serpente alla testa. Subito le spire si sono sciolte, il serpente con un movimento brusco ha scagliato il cagnolino lontano e si è arrotolato su se stesso, inferocito e pronto ad avventarsi su di noi che eravamo bloccate, ipnotizzate da quella scena. Avrei voluto gridare, e se ci fossi riuscita avrei urlato “Mamma!” come se davvero lei avesse potuto intervenire e salvarci da quella minaccia. Ma non accadde nulla di quel che immaginavamo, perché dal cielo scese in picchiata un’aquila maestosa e colpì il serpente agli occhi col becco e poi lo afferrò con gli artigli e lo portò in volo con sé e non li abbiamo più veduti, tanto l’aquila era salita in alto. Solo dopo qualche giorno era ritornata e ci aveva deposto sul prato davanti a casa quella pelle lucida e nera che era appartenuta al serpente. La testa era squarciata come il ventre, mi faceva orrore, ma il sapiente guerriero la recuperò e mi disse che l’avrebbe utilizzata per ricoprire antichi manuali le cui copertine iniziavano a sfaldarsi. Non so se poi l’abbia fatto davvero, ma non potrò mai dimenticare la paralisi davanti a quella creatura ctonia che sembrava ci stesse aspettando. L’aquila tornò ancora e depose diverse penne sul prato della Casa delle Parole e anche l’orso venne a donare tre artigli all’antico sapiente. Scoprimmo poi che il bassottino era di proprietà delle tre sorelle che lo lasciavano scorrazzare in piena libertà e da quel giorno diventò un compagno costante delle mie passeggiate”.

 

Era una strana storia, piena di simboli, mi sono chiesta se davvero fosse accaduta quella lotta tra quei quattro animali. La dimensione simbolica era potentissima e così mi sono riproposta di analizzare con calma quelle presenze e il loro legame con i quattro elementi.

 

Mi piace stare in questa terra, è sempre piena di sorprese, di incontri. Ma sono dovuta tornare nella città silenziosa, avevo molte cose da fare, da scrivere. E così tornerò dalla sacerdotessa nei prossimi giorni. Oggi è mercoledì 29 settembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 570 sta ancora giocando con l’irresistibile bassotto.

giovedì 3 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/179: aprirsi al mondo è cosa dolorosa. E le rose non sanno gridare

 


Nelle fatiche e nel dolore di un anno micidiale, oggi si è aggiunta la notizia della morte di una gatta che amavo moltissimo.

Gattina era apparsa all’improvviso nel giardino che sarebbe diventato il suo regno alla fine di settembre di tre anni fa. Denutrita e malmessa aveva scelto la nuova casa e il suo nuovo padrone. Di sicuro era una randagia, chissà se fuggita o abbandonata, le mancavano alcuni denti ed era anche un po’ spelacchiata. La prima veterinaria dove la portammo decretò che Gattina era un gatto anziano di almeno nove anni, sterilizzata e con un tumore al polmone destro. Vista la situazione complessiva aveva suggerito di “addormentarla”. Ma chi l’aveva trovata decise di accompagnarla nelle ultime settimane di vita e di non darle un nome per non affezionarsi troppo. Così Gattina venne chiamata e Gattina rimase. Nel giro di poco tempo scoprimmo che mangiava con sempre maggior appetito, ingrassava e cresceva. La dottoressa Titti venne interpellata di nuovo e disse che era una specie di “miracolo” perché la “natura è meravigliosa”. Il problema al polmone non era un tumore, ma una forma di asma che poteva essere curato solo con il cortisone. Così fu fatto e l’animalino delizioso che era diventò punto focale della casa. Era affettuosissima, giocherellona, simpatica, curiosa. Salutava sempre quando tornava in casa dal giardino, adorava stare appollaiata sulla spalla del suo padrone, di notte dormiva abbracciata a lui.

 

Trascorsi i mesi dell’autunno e i primi dell’inverno, alla fine di gennaio, una sera Gattina iniziò a miagolare selvaggiamente. Al punto che il suo umano si sentì in dovere di farla uscire, tranquillizzato dalla diagnosi della dottoressa Titti, era un gatto sterilizzato. Gattina, invece, non era una gatta anziana e, soprattutto, non era sterilizzata. Dopo cinque notti di scorribande selvagge, nel giro di due settimane il suo pancino, prima si arrotondò, poi iniziò a sembrare che avesse ingerito un intero uovo di Pasqua. Il suo padrone si convinse che Gattina fosse incinta solo quando la pancia oscillò vistosamente da sinistra verso destro.

 

Il mattino successivo una visita dalla dottoressa Titti confermo la gravidanza, un “miracolo”, perché “la natura è meravigliosa” e, forse, non era stata operata bene. A quel punto l’umano decise di cambiare veterinaria e quella nuova confermo quanto evidente e che Gattina poteva avere al massimo un anno, quindi al suo primo calore aveva incontrato il micio con cui si era accompagnata. Il gatto in questione venne individuato in un gattone bianco e nero che viveva nel giardino accanto e che ogni tanto veniva a farsi un giretto nel giardino di Gattina.

 

Trascorsero così i mesi di febbraio e marzo e la trepidazione in casa cresceva. Allo scadere preciso della gravidanza, cioè il 3 aprile del 2018, il mattino alle 8 le si ruppero le acque. Avevamo dormito abbracciate, lei sulla mia spalla destra con il musino appoggiato alla mia guancia. Così scattai in piedi e la portai nella grande scatola predisposta con coperte, asciugamani e traversine. L’ecografia fatta dalla nuova veterinaria ci aveva anticipato che i micini sarebbero stati tre. Il primo a nascere fu il più grosso, aveva un capoccione striato come la mamma, il corpo bianco come il papà e qualche striscia sul dorso, quindi venne chiamato Tiger. La seconda era più piccola e tigrata come la mamma, ma con sfumature marroni e nocciola anziché grigie. Intorno agli occhi aveva due grandi cerchi di pelo bianco che sembravano gli occhiali della regista Lina Wertmüller e così venne scelto anche il suo nome, Lina. Il terzo era più piccolo e fragile, aveva una grande macchia color nocciola sul capino e io lo chiamai Spotty, e piansi alla sua morte anche se rimase con noi solo tre giorni.

 

Il parto durò fino quasi alla una, meno di cinque ore, i gattini si attaccarono subito a succhiare il latte e quel giorno fu un giorno di grande felicità. Potrei continuare a raccontare tutte le prodezze dei micini e della giovane mamma, magari lo farò in un’altra Cronaca. Oggi mi fermo qui e per celebrare la vita di quella “piccola persona”, come la scrittrice Anna Maria Ortese definiva gli animali, pubblico alcune mie poesie dove c’è, e ci sarà per sempre, Gattina.

 

Attraversata dal silenzio

 

Solo il passo del gatto è

amico del silenzio, ha

un alfabeto segreto fatto

di cenni nell’aria e poche

distrazioni.

Si alza, si abbassa, seguito

dal movimento della coda

e benché tutto sembri uguale,

una nuova melodia attraversa

gli spazi bianchi tra note e

sillabe.

Così vorrei scrivere, leggera

e pensierosa, attraversata dal

silenzio e da poche parole.

 

 

Il giorno fa germogliare l’estate

 

Le campane rintoccano le sei,

in giardino cantano gli uccellini

e il vento freme foglia a foglia,

mentre lontano latrano cani

sconosciuti. Se anche tu fossi

ancora più vicino, non ti conoscerei

più di quanto già non sappia.

Con lo sguardo sei intento a

tessere pensieri che cercano

parole cui lasciarsi andare, mentre

la gatta gioca sul davanzale e

il sole frantuma l’oscurità

di questa stanza, nel cuore

di un’estate che germoglia

nel giorno.

 

Le rose non sanno gridare

 

Mi duole questo pomeriggio di silenzio,

credimi avrei voluto scriverti altre parole.

Ma qui sento solo la voce del cardellino

e le api impazzite di luce che agitano

gli steli di lavanda. Le gatte stanno agli

opposti dei vasi coi fichi d’India e l’oleandro

ruba il colore alla casa dell’altro giardino.

Tutto fiorisce senza un perché e nemmeno

la più magnifica delle rose sceglie l’istante

esatto della fioritura. Aprirsi al mondo è

cosa dolorosa. E le rose non sanno

gridare.

Il cielo vuoto di nuvole e vento

Non cade, non sale, non crolla, non

ombreggia, non ripara. Ora c’è solo

un tronco senza foglie, la metafora

perfetta per la memoria scarna che

abita questo giardino.

Basta poco per sentire la gioia

allargarmi il respiro. C’è la gatta che

ronza appoggiata al mio petto, l’odore

dei fichi dietro di noi e il cielo vuoto

di nuvole e vento.

E qui sento solo il tuo cuore

battere sul mio.

 

 

Ecco quel piccolo cuore non batte più, ma io lo sento ancora risuonarmi sul petto. Adesso taccio e vado a piangere in silenzio, da qualche parte.

 

La Cronaca 179, scritta nel terzo giorno di settembre dell’anno senza Carnevale è dedicata alla mia Gattina adorata che non rivedrò mai più.

Le poesie fanno parte del mio ultimo libro Un’estate invincibile, Atì editore 2019.

sabato 16 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/69: bestiario della vita felice


La coscienza di sé, la parola e il pollice opponibile ci hanno resi quello che siamo, animali convinti di essere padroni del mondo, animali al momento sotto scacco a causa della pandemia da Covid-19, un virus, una creatura invisibile che l’epidemiologo Èmile Roux aveva definito nel 1903 “come “êtres de raison” o esseri teoretici: organismi la cui esistenza può essere desunta dai loro effetti, nonostante non siano mai stati rilevati direttamente”.

Dagli organismi infinitamente piccoli e invisibili, alle enormi balenottere azzurre, gli animali più grandi del mondo, tutti gli organismi animali stanno intorno alla scimmia pensante come una corte. Ma noi siamo solo una specie tra molte altre e forse sono proprio intelligenza, coscienza e parola che ci offuscano la ragione quando ci occupiamo delle altre creature viventi. Non voglio toccare qui il rapporto con le creature di cui ci nutriamo perché servirebbe una trattazione approfondita per cui non credo di avere le competenze e gli strumenti culturali idonei. Qui voglio invece parlare di due ordini di creature con le quali ci relazioniamo e che rendono la nostra vita degna di essere vissuta. Sto parlando degli animali immaginari, inventati e sognati che occupano il primo ordine di questo bestiario della vita felice e poi degli animali con cui viviamo, nel secondo ordine.

In questa lunga narrazione che sono diventate le cronache, ci sono ormai da qualche settimana due lupi felici che accompagnano la narratrice nelle sue passeggiate, ma per la maggior parte del tempo scorrazzano tra prati e brughiere, sonnecchiano davanti al focolare o stanno al riparo nella loro tana dove scambiano effusioni al riparo da sguardi indiscreti. Il lupo è l’animale che più mi ha affascinata sin da quando ero bambina e non ne ho mai avuto paura. Mio padre ci raccontava la storia del lupo Lobo e solo di recente ho scoperto che non si trattava di una favola, ma di una storia realmente accaduta nella regione di Currumpaw nel Nuovo Messico nel 1898. Lobo guidava un branco di 5 lupi che facevano i lupi, cioè assalivano il bestiame, i bovini in particolare, non sempre per mangiarli. Nel branco c’era anche Blanca, una lupa bianca che era la sua compagna, gli allevatori fecero di tutto per catturarlo e uno tra loro Ernest Thompson Seton, che diventò poi un naturalista e scrisse un libro sulla storia del grosso lupo grigio e della sua compagna, ci riuscì. Per farlo catturò e uccise prima la lupa che ormai in trappola, ululava a squarciagola per attirare il suo lupo. Quando Lobo si lasciò catturare, probabilmente perché aveva capito che Blanca era morta, Seton decise di non ucciderlo e di tenerlo in cattività. Ma Lobo si lasciò morire di fame. Come non amare i lupi che sfidano gli uomini per intelligenza e astuzia?

Ai due lupi felici si aggiungono oggi due aquile, altrettanto felici e altrettanto in coppia. Vivono in cima alle Montagne della Nebbia e rispondono al richiamo della sacerdotessa. Come i lupi anche le aquile si scelgono per la vita e una volta designato un territorio vi si fermano per molti anni costruendo ogni stagione un nido nuovo. Una leggenda indiana, ripresa dal poeta brasiliano Affonso Romano de Sant’Anna, racconta che a 40 anni l’aquila deve scegliere se lasciarsi morire o ritirarsi per abbandonare becco, artigli e penne in cima alla montagna strappandoseli di dosso. Le aquile che non hanno paura di affrontare questo dolore fisico e morale riescono poi a quasi raddoppiare gli anni della loro vita.

Le aquile della sacerdotessa avranno qualcosa da raccontarci, ma per oggi le salutiamo da lontano e diamo loro il benvenuto.

Oltre al bestiario immaginario introduco anche altri due animali che si sono manifestati in sogno in queste settimane di clausura. Nel sogno camminavo lungo una spiaggia in una giornata tiepida, il mare era appena mosso dal vento e in un istmo di terra dove mi avventuravo, incrociavo una giovane volpe e un puledro dal manto dorato che si fermavano a studiarsi, si annusavano e poi proseguivano insieme il cammino senza neanche accorgersi di me. Non ho riflettuto sul significato di questo sogno, i sogni hanno sempre un significato, ma lo farò e nel frattempo presenterò anche queste due creature all’affollata tribù che vive nella Casa delle Parole.

Poi ci sono loro, gli animali più o meno domestici con cui ho interagito nel corso della mia vita. Passerotti e merli caduti dai nidi, anguille tenute in vita nella vasca da bagno, tartarughe di terra e lumache, un numero imprecisato di pesci rossi tra cui il patriarca chiamato lo Squalo che morì alla venerabile età, per la sua specie, di quasi dieci anni dopo aver perso tutto il colore dalle squame ed essere diventato grossicello come una piccola trota. Poi, un pulcino tutto nero che è diventato la chioccia più longeva, dodici anni, del pollaio di mia nonna, un gattone tigrato grigio che avevo chiamato Tigre e che amava le cipolle rosse di Tropea in insalata. Alcuni cagnolini tra cui Black, spinone nero, e Diana bastardina dal mantello dorato che si riproducevano con regolarità teutonica; e ancora Ketty la cockerina color ginger del dottore che abitava al piano terra nel palazzo dei miei genitori e il barboncino nero Charlie che fuggivano insieme tutte le volte che lei andava in calore; negli ultimi anni il bassotto fulvo Beppe detto Beppino con cui duettavo tutti i giorni e il border collie nano Filippo detto Filippetto che si inventava giochi mettendosi seduto, incrociando le zampe o nascondendo il muso sotto la coperta per essere cercato. Li ho amati tutti, ma io sono una gattara, ho sempre avuto rapporti eccellenti con tutti i gatti delle mie amiche e amici, trovo meravigliosa la Micia di Grazia e Danilo, nera con pettorina e parte inferiore del muso bianche e le più lunghe e incredibili vibrisse mai viste; ho adorato la Spillo, gattona tigrata dodicenne e selvatica, e Nina, detta the Bloody perché non faceva altro che portare in casa animaletti morti in dono e si divertiva a tendermi i più feroci e improvvisati agguati, soprattutto quando eravamo in giardino e lei era convinta che io dormissi all’ombra della palma. E poi la Gattina, apparsa dal nulla in giardino, infangata e affamata. A detta della veterinaria dottoressa Titti, soprannominata “la natura è meravigliosa”, la gattina era destina a morte precoce e imminente, era una femmina di almeno nove anni e di piccola taglia, con una malattia polmonare incurabile e sterilizzata. Infatti, sei mesi dopo la Gattina, perché questo era diventato il suo nome, ci aveva mostrato quanto la natura fosse davvero meravigliosa e sorprendente, quando aveva messo alla luce tre gattini: il primogenito Tiger perché aveva un testone tigrato come la mamma e il resto del manto bianco come il papà, Lina così chiamata per via del pelo bianco e beige intorno agli occhi che davano l’idea che indossasse degli occhialoni stile Lina Wermuller e il più piccolo Spotty, con una grande macchia di pelo beige in cima alla testolina che però è sopravvissuto pochi giorni. Ho fatto da levatrice ai gattini, accarezzando un po’ la mamma quando capivo che gradiva le mie carezze. Ho assistito a tutte le fasi del parto e il cuore mi batte ancora forte quando penso a loro. Che non vivono soltanto in quel giardino perduto ma anche nelle mie poesie. Questa è dedicata alla Gattina che ho tenuto in braccio mentre scrivevo le ultime poesie del mio nuovo libro Un’estate invincibile. (Atì editore 2019)



Il cielo vuoto di nuvole e vento

Non cade, non sale, non crolla, non
ombreggia, non ripara. Ora c’è solo
un tronco senza foglie, la metafora
perfetta per la memoria scarna che
abita questo giardino.
Basta poco per sentire la gioia
allargarmi il respiro. C’è la gatta che
ronza appoggiata al mio petto, l’odore
dei fichi dietro di noi e il cielo vuoto
di nuvole e vento.
E qui sento solo il tuo cuore
battere sul mio.


Nel mio amore per i gatti, per quei gatti, c’è una dimensione che li lega direttamente alla poesia e al silenzio, al mistero della scrittura ed è con queste immagini che mi congedo questa sera.

Attraversata dal silenzio

Solo il passo del gatto è
amico del silenzio, ha
un alfabeto segreto fatto
di cenni nell’aria e poche
distrazioni.

Si alza, si abbassa, seguito
dal movimento della coda
e benché tutto sembri uguale,
una nuova melodia attraversa
gli spazi bianchi tra note e
sillabe.

Così vorrei scrivere, leggera
e pensierosa, attraversata dal
silenzio e da poche parole.