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giovedì 30 gennaio 2020

Ma quando si muore non si va da qualche parte. Ci si risveglia accanto al fuoco. Non più ingannati dal vento.


Ognuno di noi abita una "casa" chiamiamola così. Attorno, a perdita d'occhio la  brughiera. Il fuoco è acceso, la tavola imbandita. Ma capita, guardando verso la finestra, che il vento ci faccia credere di trovarci là fuori - e ci si dimentichi di dove siamo davvero. Si è "a casa". Sin da prima dell'inizio dei tempi. Ci rimarremo in eterno, la casa sarà sempre più accogliente. E invece crediamo di vivere nella terra inospitale che ci ha ghermito col vento. Stando là fuori diciamo: "Ecco il mondo, questa è la vita che ci è toccata". Ci crediamo mortali. Ma quando si muore non si va da qualche parte. Ci si risveglia accanto al fuoco. Non più ingannati dal vento. Né intimoriti. Delle ombre e dal gelo della brughiera.
Una povera favola? Non direi, ma una metafora sì: dello Spettacolo che da gran tempo tento di indicare.

Emanuele Severino
Corriere della Sera 13/1/2014

sabato 28 gennaio 2017

il mare ha tutta un'altra apertura di sogno

Genova non ha i giorni tutti uguali; sono io che le chiedo di tornare ai nostri giorni tutti uguali. Anche i liguri sono un po' ritrosi come noi; ma il mare ha tutta un'altra apertura di sogno. E la luce è completamente diversa.

Paolo Conte intervistato da Aldo Cazzullo in occasione del suo 80° compleanno
Il Corriere della Sera
sabato 28 Gennaio 2017

sabato 16 luglio 2016

Il paesaggio di un'altra lingua

... per me sarebbe inconcepibile scrivere in un’altra lingua, ad esempio in tedesco, l’unica in cui potrei farlo (ma solo, come mi è accaduto, per quel che riguarda testi critici o articoli, non testi letterari, di invenzione). Non si tratta soltanto di padronanza di un’altra lingua. Il mio modo di vedere, organizzare, sentire, rappresentare il mondo è legato inesorabilmente alla sintassi italiana. Ma il passaggio da una lingua all'altra, la scissione fra lingua madre e lingua dell’esilio, di cui ci sono tanti grandi esempi, mi hanno sempre affascinato...


frammento della conversazione di Claudio Magris con Manuel Poppo Lopes Cardoso sul Corriere della Sera 
sabato 16 luglio 2016

domenica 31 gennaio 2016

Se è vero che noi siamo ciò che amiamo, allora posso affermare di essere una busta della spesa stipata di romanzi

Conoscevo uno slavista assai in gamba che alla soglia dei quarant'anni decise di sbarazzarsi della sua biblioteca. Migliaia di volumi che occupavano per intero le pareti della grande casa in centro ereditata dal padre. Quando gli chiesi cosa avesse ispirato un gesto così drastico, mi spiegò che qualche mese prima si era reso conto di aver finito lo spazio. Continuava a ricevere libri dagli editori, a comprarli, ma non sapeva più dove metterli. Si era sentito costretto a dividerli in due gruppi — essenziali e trascurabili —, deciso a tenersi i primi e regalare gli altri. Era stato più o meno allora, nel pieno dello sfiancante censimento, che gli era venuta quell’idea bizzarra: conservare solo cento libri.Detto fatto. Da allora aveva preso a chiamarli con una certa pompa «I cento libri dell’umanità». Da Omero a Kafka. Aveva preso talmente alla lettera l’idea di canone da conferirle consistenza plastica. In realtà continuava a leggere un po’ di tutto: classici, gialli, poesie, saggistica, primizie editoriali. Per un po’ soggiornavano sul fratino di mogano all’ingresso, pronti a essere implacabilmente sfrattati.
(...)
Chi vive di libri e per i libri, chi li maneggia dalla mattina alla sera, si fa tentare dalle tassonomie, dai canoni, dalle classifiche. Vizi perniciosi che cambiano la natura stessa dell’amore esponendoci all'idolatria. Dopotutto i libri sono strumenti di piacere, non il fine ultimo della vita. Che poi io dico libri, ma di fatto penso ai romanzi. Quando i miei occhi devono scegliere fra un tramonto sul mare e una pagina scritta non vacillano mai, virando decisi verso il basso. Se è vero che noi siamo ciò che amiamo allora posso affermare di essere una busta della spesa stipata di romanzi, non sempre indimenticabili.
(...)
Il mondo dei romanzi, sebbene gli somigli parecchio, non ha niente a che fare con quello in cui viviamo. Nelle sue lezioni Foster notava come i personaggi romanzeschi possano stare anche diversi giorni senza mangiare. Non dormono mai. In compenso scopano molto più di noi. I romanzi obbediscono alle leggi delle fiabe. I paesaggi sono posticci come le città dei film western. Il narratore cerca la sintesi, se ne infischia della completezza. Il realismo è un’aspirazione, una tensione di chi scrive e di chi legge, non certo un fine realizzabile.
(...)
Dice bene Cheever: la narrativa deve illuminare e ristorare.

frammenti dell'articolo Un bel romanzo è come un cheeseburger di Alessandro Piperno su La Lettura di domenica 31 gennaio 2016

lunedì 7 settembre 2015

Scrivere significa vivere nel paradiso della mente

(...) l'atto di scrivere, quando va bene, mi dà un piacere, una gioia, che non somiglia a nessun'altra. Mi porta in un altrove che mi assorbe interamente facendomi dimenticare tutto, ansie, preoccupazioni e persino il passare del tempo. In quel raro, paradisiaco stato della mente arrivo a scrivere senza sosta fino a che non riesco più a vedere il foglio. E solo allora scopro che è scesa la sera.

Oliver Sacks 1933-2015

frammento tratto dal libro autobiografico On the move - In movimento che in Italia verrà pubblicato da Adelphi e citato nell'articolo che Livia Manera gli ha dedicato  
Corriere della Sera di lunedì 31 agosto 2015

mercoledì 3 giugno 2015

Faccio il mercante persiano, il venditore d’acqua e di fumo, di fumate di zolfo e decotti ipnotici, di lampade magiche e incantesimi

Quando Goffredo Parise giunse a Roma nell'aprile del 1960, a trent'anni, scrisse una bellissima lettera a Giovanni Comisso. «Freneticamente vivo ciò che avevo voglia di vivere e che Milano mi aveva soffocato, ossia la mia fantasia… Mi intano in questa Roma di papi e di topi, mi imbuco nelle baracche e nelle strade, guardo le nuvole che passano sopra alle cupole di questa città di Aladino, rapide e gonfie quasi di sangue, con un leggero ma costante fruscio come di marina. Vivo intensamente ancora i giovani anni che mi restano, nel modo che mi è più congeniale, nell'estro e nel disordine dell’avidità, nel sogno e nell'avventura. Faccio il mercante persiano, il venditore d’acqua e di fumo, di fumate di zolfo e decotti ipnotici, di lampade magiche e incantesimi». Era veloce: supremamente veloce nelle sensazioni, nei sentimenti e nei pensieri: veloce nello slanciare il corpo e l’intelletto in ogni possibile avventura, già annoiato dal successo che lo aveva raggiunto troppo presto e sazio persino del proprio talento di artista.
Aveva conosciuto qualche tempo prima Carlo Emilio Gadda; e fu affascinato da lui come da nessun altro essere umano. Lo ammirava: la sua ammirazione si scioglieva in una sorta di rapida liquidità dell’animo, in una ineffabilità senza precetti. Lo rappresentò in una bellissima prosa, L’ingegnere. «L’ingegnere si fermò sulla porta, interdetto. Iniziò qualche passo verso l’esterno, al passo, senza avanzare, come a preparare l’avvio di un moto a venire: ma subito il pensiero rallentò il ritmo di una tale propulsione e i piedi nelle scarpe si ritrovarono fermi sullo zerbino, più fermi di prima. Sgranò gli occhi chiari e pensosi, come a dire: “E adesso?” Di là, e ancora di là, oltre la grande aiuola deserta, da attraversare per giungere a casa, di là stava l’improbabile, l’esterno: che non aveva voglia di incontrare; con cui non intendeva discutere».


incipit della recensione di Pietro Citati 
all'epistolario di Goffredo Parise e Carlo Emilio Gadda sul Corriere della Sera del 31 maggio 2015
Se mi vede Cecchi, sono fritto
corrispondenza e scritti 1962-1973
Adelphi 2015

sabato 16 maggio 2015

Quando trovo una pagina bianca da scrivere, respiro

Tra il 1955 e il 1990, Elena Croce e Maria Zambrano scambiarono moltissime lettere, che ora vengono raccolte in un bel libro curato da Elena Laurenzi, A presto, dunque, e a sempre (Archinto). 
Erano molto diverse: nella mente, nella cultura, nelle inclinazioni; ma tra loro nacque subito un'amicizia, che affondava nelle regioni più intime e segrete dell'animo. Erano legate, senza che noi possiamo dirne esattamente la ragione. Bastava che l'una pronunciasse una parola, perché nell'altra si risvegliasse un'emozione, a volte quasi estatica, di cui non finiamo di raccogliere gli echi.
Maria Zambrano aveva una geniale immaginazione filosofica, che cominciò a sviluppare all'ombra di Ortega y Gasset, e che si nutriva di una ricca fantasia lirica e ritmica. Per il suo pensiero, la scrittura era essenziale. "Il tono, il ritmo e la melodia e, se la si ottiene, la cadenza - la musica insomma, è essenziale nella comunicazione del pensiero". Le parole scritte si immergevano nella fluida mobilità della vita. "Tu sai - scriveva - quanto mi piace immergermi tra la gente, camminare per le strade, mescolandomi, essere come una spugna che si imbeve di quel che c'è nell'ambiente". "Quanto ho scritto in vita mia! Quando trovo una cartella bianca respiro".

incipit della recensione, pubblicata sul Corriere della Sera di venerdì 8 maggio 2015, che Pietro Citati ha dedicato all'epistolario di Maria Zambrano e Elena Croce.

mercoledì 17 settembre 2014

Scrivere è la costruzione lenta e laboriosa di un'immagine del mondo

Ancora prima di accennare ai suoi argomenti, mi sembra che La sposa di Mauro Covacich (Bompiani) sia un libro da lodare per come è stato concepito dal punto di vista formale. Purtroppo, si parla sempre meno di questi aspetti, per così dire, artigianali e di bottega della scrittura, che invece sono sempre interessanti e rivelatori. Tendiamo spesso a dimenticare che la letteratura per essere efficace è un’opera d’arte, la costruzione lenta e laboriosa di un’immagine del mondo, e non semplicemente una serie di argomenti, di storie più o meno ben scritte.
Ebbene, l’esperimento tentato da Covacich, in questo suo ultimo libro, è molto
ben riuscito. 
La strada scelta è quella di un discorso narrativo che è a metà strada fra la raccolta di racconti e il romanzo
Utilizzando con intelligenza un vecchio trucco (i vecchi trucchi sono i soli che funzionano), Covacich ha costruito un libro di storie autonome, ma legate tra loro da fili sottili e tenaci, così che il protagonista di un racconto può apparire sullo sfondo di un altro, dando all'insieme un effetto di realtà unicaconsiderata da vari punti di vista.
Lo scopo dichiarato dell’autore non è però quello di aggredire la famigerata «realtà » in quanto tale, ma di dare un certo ordine e un certo significato a un «flusso di pensieri sul presente». 
Anche se è una confusione facile e quasi naturale, non dobbiamo mai confondere l’interesse per il presente e quello per la realtà. 
Così come la realtà genera molti tentativi di realismo artistico,
così l’idea del presente ispira qualcosa che, per analogia, potremmo definire
«presentismo». 
Ma non è che il presente sia più facile da rappresentare della
realtà. Lo scrittore spronato da questo interesse è sempre costretto a confrontarsi con la natura più intima e reale del presente, che è quello di essere effimero, e quasi privo di sostanza, prossimo all'illusione.

Le storie autonome legate tra loro da fili sottili e tenaci sono la mia passione, il mio primo romanzo Frammenti del tredicesimo mese l'ho scritto usando questo "vecchio trucco".

Dal Corriere della Sera sabato 13 settembre 2014 questo è l'incipit della recensione di Emanuele Trevi al nuovo romanzo di 
Mauro Covacich
La sposa
Bompiani 2012

domenica 27 luglio 2014

Scrivere per cinquantatré giorni di indemoniata dettatura

Henri Beyle terminò la Vita di Henry Brulard nel marzo 1836, raccontando il suo primo arrivo a Milano nella primavera del 1800, a diciassette anni. Era una giornata di maggio. Entrò a cavallo nel magnifico cortile della Casa d’Adda, ammirando tutte le cose. Salì per uno scalone superbo: era la prima volta che l’architettura produceva il suo effetto su di lui. Presto gli portarono delle eccellenti cotolette impanate, che per molti anni gli ricordarono Milano. 
«Dalla fine di maggio al mese di ottobre o di novembre, conobbi un intervallo di felicità celeste, folle e completa».
Il 4 novembre 1838, trentotto anni dopo, Stendhal era a Parigi, nella sua abitazione di Rue Caumartin 8, dove cominciò a dettare La Certosa di Parma ad August Dupont. Non sopportava i progetti, i piani, le lente, sistematiche, faticose costruzioni: progettare un romanzo — diceva — gli «ghiacciava l’ispirazione». Dettare, invece, faceva emergere l’immensa fluidità orale della scrittura: gli dava estro, velocità, felicità, leggerezza, quell'allegro , in cui vedeva l’unico tono possibile della letteratura.

incipit dell'articolo di Pietro Citati

La Certosa di Parma. Quei cinquantatré giorni di indemoniata dettatura
Corriere della Sera domenica 15 giugno 2014

sabato 26 luglio 2014

Scrivere sulla carta è vivere in un mondo più personale

La parola «ipnosi» lui non la usa, ma Don DeLillo sembra pensare a qualcosa di simile mentre mi parla della sua diffidenza nei confronti della tecnologia e della sua capacità di cambiare in profondità l’individuo e le sue relazioni sociali: 
«Più ancora della rapidissima evoluzione» spiega il grande romanziere americano di origine molisana, «a lasciare senza fiato è la sua capacità di alterare i comportamenti umani, il nostro senso della necessità. Qualunque novità offerta dalla tecnologia, che sia o no significativa, diventa immediatamente la cosa di cui abbiamo disperatamente bisogno. Se la tecnologia ci consente di alterare la realtà con le sue novità e i suoi trucchi, noi siamo assolutamente determinati a battere queste nuove strade senza preoccuparci delle conseguenze, senza porci alcun quesito etico. La tecnica prevale su ogni scrupolo»
(...)
«Posso solo dirle che la tecnologia non ha impatto sul mio lavoro. Continuo a usare una macchina da scrivere meccanica: lavoro manuale, i caratteri impressi sulla carta. Significa molto per me», spiega il celebre artigiano delle parole, convinto che solo in questo modo può dare consistenza scultorea alle frasi: 
«Così ho la possibilità di studiare la pagina non solo per il significato delle parole e dei periodi, ma anche per il loro effetto visivo. Una parola su carta ha un effetto diverso rispetto allo schermo. Quello della carta è un mondo più personale, intimo rispetto all'universo digitale». 

incipit e frammento dell'intervista di Massimo Gaggi a Don DeLillo
Corriere della Sera lunedì 23 giugno 2014
.

domenica 18 maggio 2014

Il narrare è l'atto stesso in cui si esalta la magia della parola

Il narrare è l'atto stesso in cui si esalta la magia della parola, la sua capacità non solo informativa, ma performativa, cioè la sua efficacia trasformatrice e liberatrice... Il racconto è, dunque, una atto di fiducia e l'ascolto partecipe un atto d'amore. È «un cammino verso il senso» che scopri dipanando sia le fila della tua storia sia creando una vicenda esemplare pur se fittizia.

Gianfranco Ravasi
frammenti dell'articolo "A Dio piacciono le storie. Sant'Agostino, Sharazad, Proust, Calvino: narrare è salvarsi. Perché ogni racconto è un atto di fiducia che libera dal dolore".
Corriere della Sera domenica 18 maggio 2014 

lunedì 5 maggio 2014

La creatività è un campo coltivato a maggese

...leggere con gli occhi fissi può essere una necessità
(...)
vorrei invitarli (i lettori) a scovare un autore. Un principe indiano scomparso nel 1989, allievo di Winnicott, faceva lo psicoanalista a Londra e si chiamava M. Masud R. Khan. Ha scritto poco, ma ogni suo libro è un po' una pietra miliare. In un saggio intitolato: The Privacy of the Self, pubblicato a Londra nel 1974, diceva, tra le altre cose, che "la creatività è un campo coltivato a maggese". Un luogo dove si aspetta. Si aspetta per capire le cose. Si fa riposare il campo per poi seminarlo con miglior profitto. Aspettare è dunque tutto. Soprattutto nella lettura, e nella comprensione dei testi; aspettare che gli occhi si fermino su un segno, su un verbo, su un termine palindromo, a guardarlo. Lasciando che il tempo ci regali il senso delle cose.

Sette Corriere della Sera giovedì 1 maggio 2014

Ci vuole tempo per leggere, per capire, per imparare. 
Ci vuole tempo vuoto e anche la noia per rendere fertile la nostra immaginazione.
Grazie a Roberto Cotroneo che ci ha regalato le sue intense riflessioni sul valore del tempo e della lentezza e la bella citazione di Masud Khan

sabato 8 marzo 2014

Qualunque cosa sembrava all'improvviso materia per la poesia

"Caro Robert, se sapessi quante conversazioni immaginarie faccio con te tutto il tempo".
"Quando penso a come mi sembrerebbe il mondo e la mia vita se tu non fossi presente in tutti e due - mi sembrerebbe molto vuoto, credo".
"Da quando ho visto alcune delle tue poesie ho sentito un meraviglioso senso di sollievo, come se le avessi scritte io".
"Tutte hanno quella presa sicura, come se tu avessi attraversato un periodo in cui qualunque cosa sembrava all'improvviso materia per la poesia - neanche materia, sembravano essere poesia, e tutto il passato era illuminato qua e là da lunghi raggi, come l'alba lungamente attesa".
(...)
Elizabeth Bishop parlava molto meno volentieri di se stessa di quanto lo faceva Lowell: un vero poeta, pensava, doveva nascondere l'ego e le sue, quasi sempre infelici vicissitudini. 

frammenti della recensione che Pietro Citati ha pubblicato sul Corriere della Sera di martedì 25 febbraio 2014, dedicata all'epistolario di

Elizabeth Lowell e Robert Bishop
Scrivere lettere è sempre pericoloso
Corrispondenza 1947-1977
Adelphi 2014


venerdì 7 marzo 2014

Il romanzo della nostra vita è un grande mare conradiano

I più grandi romanzi del Novecento, ha scritto Raffaele La Capria, sono dei «capolavori falliti». Non certo per difetto dei loro autori, fra i maggiori di ogni epoca - Musil, Kafka, Faulkner, Joyce, Svevo e altri, fra i quali alcuni sudamericani - ma proprio per la loro grandezza e la loro verità. 
Sono le grandi narrazioni che hanno affrontato, raccontato e assunto su di sé, nella loro stessa struttura, la verità della loro e nostra epoca, la disgregazione del mondo, l’eclissi di un significato centrale capace di dare unità e razionalità alle vicende individuali e collettive, la distruzione della concezione lineare del tempo. Il romanzo della nostra vita è un grande mare conradiano; un gorgo che risucchia, frantuma e disperde le storie e l’io stesso che le vive. Si è aperto un abisso fra scrivere la Storia e scrivere storie. Mentre lo storico e ogni persona, quando cercano di capire ciò che è accaduto e sta accadendo, non possono fare a meno di tentare di ordinare i fatti e il loro significato, quando invece si racconta - secondo le parole di Manzoni - come il singolo individuo, l’Io, vive quei fatti e ne viene intessuto o disgregato, il narratore non può narrare la Storia vissuta se non come quell’incubo di cui parlava Joyce o come la sconnessa serie di eventi stravolti nel Tamburo di latta

(...)

Per citare, in un altro senso, il titolo di un libro di Corrado Alvaro, oggi i maestri possono essere solo maestri del diluvio; 
(...)

Uno di questi sconcertanti, affascinanti, sconvolgenti maestri è oggi António Lobo Antunes. 
(...)
La scrittura, per Lobo Antunes, è un fiume in piena, una mareggiata di tante opere che è quasi impossibile elencare tutte insieme ai loro traduttori. La memoria - come nel capolavoro Arcipelago dell’insonnia (2008) - è una surreale, folle abolizione del tempo. 
(...)
Lobo Antunes spinge quasi all'estremo la dilatazione e la compressione del tempo, falce inesorabile e rugginosa, il gorgo del monologo interiore e del flusso di coscienza che tutto risucchiano e macinano, anche se ogni grido di dolore è inestinguibile e screzia l’aria in eterno. La prospettiva narrativa, la punteggiatura, l’unità della frase, la sintassi, lo stesso spazio grafico vengono scompaginati in un rimescolamento che è quello della vita intera. Tutto è un brulichìo di frammenti, ma tutto è sempre presente; non c’è differenza fra i vivi e i morti, come nel romanzo Pedro Páramo del grande messicano Juan Rulfo e come forse nella mente di Dio, in cui non c’è differenza fra ieri e domani. Antunes è un grande epico, perché coglie la totalità. 
(...)
Credo che per lui vivere sia scrivere, solo scrivere, sempre scrivere, tessere un’enorme ragnatela di parole sperando di non poterne mai uscire; vivere per scrivere e scrivere per non vivere, costruire labirinti senza bisogno di un Minotauro al loro centro, perché la vita è piena di Minotauri, ce ne sono dappertutto pronti a divorare le vittime. Forse lo scrittore, nel labirinto delle sue parole, è proprio il Minotauro.

frammenti dell'articolo Lobo Antunes, minotauro nel suo labirinto"
Claudio Magris
Corriere della Sera
mercoledì 22 gennaio 2014

lunedì 11 novembre 2013

La vera letteratura secondo André Aciman


Quali altri scrittori l'hanno influenzata?
«A parte Marcel Proust e Jane Austen, l'autore che ha plasmato la mia scrittura è Dostoevskij. Adoro la sua capacità di penetrare l'animo umano fin dal primo sguardo, come avviene ne L'idiota, dove i personaggi si analizzano costantemente a vicenda. Henry James, che pure amo, non è mai stato capace di arrivare a tanto. Il mio scrittore preferito è però Tucidide
La Guerra del Peloponneso è il libro che prediligo in assoluto, perché al centro dell'opera non vi è soltanto una tragedia storica, ma anche le sue motivazioni umane. Non mi piace invece Tolstoj, perché penso sia superficiale».

Che cosa pensa degli scrittori contemporanei?
«La vera letteratura si è fermata a Max Sebald e al suo Austerlitz, il libro
più autorevole degli ultimi 40 anni. Il resto ? la generazione dei Safran Foer, Jonathan Franzen, Toni Morrison, Jonathan Lethem, persino Orhan Pamuk non è degno di menzione, incluso Philip Roth, con le sue opere futili e dal linguaggio poco ricercato. In questo mi sento in perfetta sintonia col brillante ed esigentissimo Harold Bloom: anch'io non tollero l'idiozia e m'interesso soltanto all'eccellenza». 

Perché un giudizio così severo?
«Oggi non esistono più scrittori, soltanto prosatori incapaci di raggiungere, come si faceva un tempo, il livello aulico della poesia. Le opere contemporanee non insegnano più nulla ai lettori. Sembrano tutte reportage di cronaca, oppure sceneggiature di film. Neppure i cosiddetti grandi si salvano. Penso a Ernest Hemingway: un pessimo scrittore che ha rovinato intere generazioni di giovani autori, convinti che il suo stile fosse da imitare».

Quali autori allora consiglia ai suoi studenti della City University di New York? 
«Stendhal, Dostoevskij e Flaubert: maestri delle lettere che, a differenza dei contemporanei, erano tutti eruditi. Oppure i due grandi della letteratura italiana del XX secolo: Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Italo Svevo. 
Il Gattopardo è un capolavoro, anche se all'inizio fu bocciato da Elio Vittorini, un altro scrittore che amo molto. I primi romanzi di Svevo non sono in realtà molto interessanti, a parte Una Vita e Senilità. La coscienza di Zeno è
un bellissimo libro, ma più francese che italiano. E poi Cesare Pavese: preferisco La bella estate a La luna e i falò. Anche Gli indifferenti di Alberto Moravia è uno splendido romanzo, ma lui come scrittore non è abbastanza complesso».

frammenti dell'intervista di Alessandra Farkas a André Aciman
Corriere della Sera 10 agosto 2013

lunedì 15 aprile 2013

Mentre lui la scriveva la pagina si scriveva

Proust era infaticabile, dove lo trovava il tempo per scrivere tanto e darsi alla vita mondana è per me un mistero. Traduceva Ruskin, scriveva saggi critici, un romanzo, Jean Santeuil , e poi lettere, diari... Scriveva la Recherche e la correggeva nello stesso tempo. Dalle correzioni che Proust faceva alle bozze del suo romanzo - che soltanto a guardarle sulla pagina per gli infiniti richiami, riporti e ghirigori facevano impazzire i tipografi - si capisce che la pagina cresceva quasi per conto suo, come una pasta che sta lievitando. Mentre lui la scriveva la pagina si scriveva. E le sue correzioni nascevano da una mai soddisfatta osservazione del mondo, delle persone, della società, degli oggetti, che lui guardava con lo sguardo con cui guardava i campanili di Illiers, le sue epifanie...

Raffaele La Capria
(Proust, maestro senza allievi italiani, Corriere della Sera del 26/11/2012)

martedì 7 agosto 2012

Tradurre è trovare la nota giusta

Magris - Quando mi capita, in qualche città all’estero, di presentare un mio libro tradotto, spesso, mostrando l’edizione italiana, dico che quel testo l’ho scritto io, aggiungendo che l’altro, la versione nell’altra lingua, l’abbiamo invece scritto in due, io e il traduttore o la traduttrice. La traduzione letteraria infatti è una vera e propria ri-creazione; è un lavoro linguistico e poetico, la trasformazione di qualcosa in qualcosa d’altro, che pure mantiene la sua originalità e la sua unicità. Dire quasi la stessa cosa, ha scritto Umberto Eco; quel quasi è lo spazio avventuroso del ricreare. Tradurre è impossibile e necessario, scrivevano tanti anni fa due germanisti triestini, Guido Cosciani e Guido Devescovi; in questo senso assomiglia alla vita e alla necessità di afferrarne il senso sempre sfuggente. Come diceva Schlegel, l’inventore del Romanticismo, è la prima forma di critica letteraria, perché scopre inesorabilmente i punti di forza di un testo e quelli deboli, dove un testo tiene e dove annaspa o bara. Ne parlo con una maestra di quest’arte singolare, Ljiljana Avirovic, studiosa croata vivente da decenni in Italia e docente di Teoria e pratica della traduzione dall’italiano in croato e di Teoria e pratica della traduzione specialistica in italiano e in croato presso la Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori dell’Università di Trieste, scuola di cui costituisce una colonna portante...«Ho tradotto anch’io — le dico tornando insieme a lei a Trieste da un convegno a Zagabria — anche se non posso certo paragonarmi a te, e so che la versione creativamente fedele estrae da ogni libro qualcosa d’altro che ha ancora da svilupparsi, da crescere… Per entrare nel vivo del lavoro di bottega, come procedi quando attacchi la versione di un libro? Ci sono varie fasi?».
Avirovic — Sì, procedo per fasi. La teoria della traduzione propone tre fasi: la comprensione, l’interpretazione e la stilizzazione. Lo studio che precede la traduzione (le prime due fasi) è molto utile; permette al traduttore di farsi un’idea su cosa sarà, o cosa vorrebbe fosse, il risultato finale. La terza fase è originata dal talento: esso è un dono che consente la nuova creazione di un’opera preesistente e, nel contempo, è lo specchio delle brame traduttive. Ad esempio, con le tre differenti letture del tuo romanzo Alla cieca prima di iniziare la traduzione, ho afferrato il ritmo narrativo e ricreato spero degnamente la tua opera nella mia lingua. Nell’angolo creativo del mio animo sento ancora il timbro musicale di quelle frasi...

Claudio Magris in conversazione con Ljiljana Avirovic
Corriere della Sera 6 agosto 2012