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giovedì 2 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/816. Ciò che chiamiamo pace ha solo il breve sollievo della tregua

 


 

Non volevo nomi per morti sconosciuti

eppure volevo che esistessero

volevo che una lingua anonima

– la mia –

parlasse di molte morti anonime.

Ciò che chiamiamo pace

ha solo il breve sollievo della tregua.

Se nome è anche raggiungere se stessi

nessuno di questi morti ha raggiunto il suo destino.

 

Non ci sono che luoghi, quelli di un’isola

da cui scrutare il Continente

– l’oriente – le sue guerre

la polvere che gettano a confondere

il verdetto: noi non siamo salvi

noi non salviamo

se non con un coraggio obliquo

con un gesto

di minima luce.

                                                                        

 

 

Considero Antonella Anedda una delle voci poetiche più significative del secondo dopo guerra e il suo libro Notti di pace occidentale (Donzelli, 1999) è quello che più amo. Mentre rileggo gli appunti che ho preso negli anni intorno a questa poetessa, noto che ho usato in modo automatico “secondo dopo guerra”, proprio come se scandire il tempo tra guerra e pace fosse in qualche modo normale. La mente umana ama esprimersi per diadi, coppie e binomi: guerra e pace; bianco e nero; vittime e carnefici; sole e luna; giorno e notte; proprio come se i forti contrasti contenessero l’unica verità plausibile e gli spazi intermedi, le sfumature tra i due estremi fossero poco interessanti o poco contassero.

Notti di pace occidentale è stato scritto tra il 1993 e il 1999 e raccoglie 48 poesie raggruppate in cinque sezioni. La prima sezione, quella eponima, è stata ispirata dalle guerre di fine Novecento, a partire dalla guerra del Golfo del 1991 sino alla dissoluzione della Jugoslavia e alla guerra del Kosovo. Tutto il libro di Anedda è un lungo brivido che evoca la solitudine del poeta che si rispecchia nella solitudine dei morti sconosciuti le cui immagini ci sfiorano da Internet, dalla televisione, dai giornali, oggi ancor più di allora.

“Ciò che chiamiamo pace / ha solo il breve sollievo della tregua”, scrive Anedda e rileggendo questi versi di potenza per me inaudita, i brevi decenni di pace nel territorio europeo, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, sono diventati un intermezzo felice in un mondo la cui storia è storie di guerre, sconfitte e vittorie, come se non ci fossero altre plausibili possibilità di esistere se non diventando vittima o carnefice. “Noi non siamo salvi”, scrive ancora la poetessa, non lo eravamo neanche durante gli anni di una pace illusoria dove non ci sono stati eserciti e battaglie a insanguinare la terra d’Europa, ma dove le logiche spietate e implacabili del Potere si sono comunque manifestate attraverso le regole dell’economia e ancor più della finanza globalizzate. Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina lo scorso 24 febbraio, mi chiedo perché questa guerra in particolare mi abbia colpito in maniera così profonda. Anche le altre guerre citate portarono sconvolgimenti emotivi nelle nostre vite a suo tempo, così come le guerre infinite che si combattono in ogni luogo della terra, ma perché proprio questa guerra ha avuto questo impatto così forte anche a livello di immaginario? Provo ad azzardare qualche spiegazione, con tutti i limiti di un punto di vista individuale di una donna di età ormai matura che appartiene alla generazione privilegiata dei baby boomers. Noi nati dopo il 1945 abbiamo ascoltato racconti di prima mano di chi la guerra l’aveva vissuta e subita. Racconti che possiamo ascoltare ancora dalla voce degli ottuagenari che all’epoca erano solo bambini. La Russia, che allora apparteneva all’Unione Sovietica, faceva parte della schiera dei buoni, di quelli che avevano contribuito a sconfiggere Hitler e il Nazismo, cioè l’incarnazione del Male Assoluto nella Storia. Uso volutamente tutte le maiuscole in questa frase perché anche quella guerra è stata qualcosa di assoluto, un momento che avrebbe dovuto sancire l’inizio di un’epoca definitiva di ragione e prosperità, come in parte è stato. Ma seguendo la logica binaria che tanto amiamo, i buoni si divisero in due blocchi antitetici che si sono schierati sui due lati d’Europa e sfidati, minacciati durante i lunghi anni della Guerra Fredda, la guerra non combattuta anche se, nei fatti, dichiarata, tra il mondo sovietico e quello occidentale protetto di nuovo dagli Stati Uniti e dalla Nato. Io non riesco a dimenticare tutti i giovani che sono caduti nelle guerre di tutti i tempi e ci penso ancora di più oggi che giovane non sono più. Ricordo lo sgomento e il dolore che provai quando andai a visitare per la prima volta Omaha e Utah Beach, le spiagge dello sbarco degli Alleati in Normandia. Ricordo la distesa infinita e semplice delle croci e delle stelle di Davide bianche su un’altura che si affaccia proprio su Omaha, le lapidi sono 9.387. Anche vicino a noi c’è un piccolo cimitero di guerra dove riposano i 417 caduti delle nazioni del Commonwealth che contribuirono alla liberazione di Milano, la nostra città che si è salvata dall’annientamento totale solo perché gli inglesi della RAF, capitanati dal comandante in capo Arthur Travers Harris, soprannominato Bomber Harris, decisero all’ultimo momento di andare a bombardare Dresda il 13 e 14 febbraio del 1945. La città venne rasa al suolo, le vittime furono all’incirca 235 mila e la Germania nazista subì un colpo fatale. Ma oggi è la Russia, in questa nuova guerra d’Ucraina, a essere il Paese aggressore, è come se il mondo si fosse rovesciato. E noi cittadini del quieto Occidente assistiamo impotenti a quanto accade. Impotenti e consapevoli, quasi all’improvviso, della fragilità di questo mondo globalizzato dove dipendiamo per il gas dalla Russia e per il grano dall’Ucraina. Difficile prevedere oggi cosa accadrà nei prossimi mesi e come e quando la guerra finirà. Potrebbe finire malissimo, con un conflitto nucleare? Purtroppo sì, la tremenda verità è questa. Ma cosa possiamo fare noi qui e ora? Poco, molto poco, possiamo cercare quei gesti di minima luce che Anedda evoca alla fine della poesia, possiamo continuare a vivere le nostre vite come meglio riusciamo, non farci sconfiggere dalla paura e dall’angoscia, continuare a vivere, studiare, lavorare e scrivere dando il nostro contributo quotidiano al benessere della nostra comunità di prossimità, perché è anche dai piccoli gesti e dal loro valore che il nostro contributo si allarga a macchia d’olio, consapevoli che il Male è insito nello spirito di noi umani e che il Bene è la lotta quotidiana che ciascuno di noi deve compiere, l’unica guerra accettabile da cui è impossibile prescindere.

All’inizio della sesta poesia del libro di Anedda leggiamo questi versi:

 

Non esiste innocenza in questa lingua

ascolta come si spezzano i discorsi

come anche qui sia guerra

diversa guerra

ma guerra – in un tempo assetato.

 

Per questo scrivo con riluttanza

con pochi sterpi di frase

stretti a una lingua usuale

quella di cui dispongo per chiamare

laggiù perfino il buio

che scuote le campane.

 

 

Non esiste innocenza nella lingua che usiamo, in quello che accade, ma esiste una forza che nasce dalla volontà di fare il bene comune, di costruire la pace, di sottrarre il futuro delle giovani generazioni alle logiche della guerra e alla sua devastazione. Con l’invasione dell’Ucraina, Putin si è avventato sul Ventunesimo Secolo come uno zombie sfuggito dal Ventesimo, da un’epoca che credevamo estinta, quella in cui i giovani vanno a morire in guerre comandate dai vecchi. Una sera recente in giugno, la mia amica Rossana, russa moscovita per parte di madre, mi ha raccontato di questa cugina con cui non è più in contatto, e che ha sposato un uomo ucraino. I due hanno una fattoria dove allevano mucche e i due figli maschi, ancora molto giovani, vivono, o meglio vivevano, uno a Kiev e uno a Mosca, rischiano cioè di trovarsi schierati a combattere l’uno contro l’altro. Come fermiamo la guerra allora? Continuando a credere nella forza della pace e della ragione, con l’unico mezzo non guerresco per trovare una mediazione accettabile, cioè la politica. E continuando a leggere e scrivere, poesia prima di tutto, ma anche narrativa e saggi, perché i libri, la parola scritta, ci aiutano a entrare in sintonia con gli altri da noi, a provare empatia, pietà e amore, anche per tutti quei nomi sconosciuti che tali resteranno.

 

Oggi è giovedì 2 giugno 2022 festa della Repubblica Italiana, terzo anno senza Carnevale e primo anno di guerra. Questa Cronaca 816 festeggia la nostra Repubblica e piange per questa guerra.

lunedì 30 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/813. Non una tregua – un dono per questa terra folgorata

 

 


 

Libri, montagne di libri, enciclopedie. Ti chiedi perché non li hai ancora letti tutti, ma no, forse li hai durante quei meravigliosi e interminabili pomeriggi d’infanzia, quando il tempo si tendeva come un elastico e come un elastico ti lanciava in mondi vasti e sconosciuti. Quanto ho viaggiato durante quegli anni, quanto mi sono appassionata alla lettura, quanto è stato difficile prendere commiato da quella cameretta e dai sogni generati dai libri e dall’attesa. Ma ora tutto è compiuto, le cose hanno trovato altre destinazioni, i libri nuovi lettori e la casa avrà una nuova vita, una nuova famiglia. La vera natura delle cose è il mutamento, l’essere create e usate, poi trasmesse o gettate. Quasi niente di ciò che pertiene noi umani è eterno, ma non siamo capaci di resistere al fascino degli oggetti, alla loro importanza affettiva, prima ancora che al valore intrinseco o d’uso. Gli oggetti ci parlano, si parlano da una generazione all’altra, ci accompagnano, a volte ci opprimono, a volte ci servono. Prendo con me un’edizione dei Promessi Sposi illustrata da Giorgio De Chirico, trascino un frammento di passato nel futuro e mi accontento. È così strana la vita in questo scorcio di tempo e di spazio, è così difficile dare un senso alle cose che accadono a prescindere da noi e dalla nostra volontà, cioè quasi tutte.

Apro a caso Antonella Anedda e leggo:

 

 

XIII

 

          a Nathan Zach

 

 

 

Anche questi sono versi di guerra

composti mentre infuria, non lontano, non vicino

seduti di sghembo a un tavolo rischiarato da lumi

mentre cingono le porte di palme

anche questo è un canto verso Dio

che chini lo sguardo sui suoi vermi e ci travolga

amati e non amati.

Non una tregua – un dono

per questa terra folgorata.

 

 

 

Il poco della poesia è il dono più grande, è la preghiera laica che arriva a credenti e non credenti. E questo mi basta per oggi, lunedì 30 maggio del terzo anno senza Carnevale e per la sua Cronaca 813, folgorata da questa poesia.

domenica 29 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/812. Forse l'anima non esiste ma esistono i suoi luoghi

 

 


La poesia di Antonella Anedda è tra le mie preferite in assoluto, così anche per oggi ne scelgo una tratta da Notti di pace occidentale:

 

 

Irgendwo in RuBland ist meine Seele.
Gertrud Kolmar

In qualche luogo in Russia esiste la mia anima
se anima si chiama
questo ascolto del corpo a gola tesa: voce – e libri
libri simili a ferri tra le pietre di un monte
metalli su cui posare i piedi lentamente.
Dunque non solo carta – immagini:
steppa, slitta, sonagliera
ma in quell'uscire del corpo dall'infanzia
colori netti come mai accade da bambini
non un dio ma un'orma nelle cose
come se a ogni forma potessimo levare il suo sigillo.

 

Forse l'anima non esiste ma esistono i suoi luoghi
la distanza: verste da percorrere a ritroso
una lingua capace di dire ciò che preme
suono, frontalità, selvatiche radici
respiro di pianure
sì respiro – per lo stretto di un´isola
e al posto delle rime
il ritmo di un pensiero
mai udito
inaudito
come sempre è cercare concisione nell'altezza.

 

 

 

Mi è sempre piaciuto come le steppe russe si confondono con i paesaggi rocciosi della Sardegna settentrionale, come lo sguardo poetico e le lingue si confondano e cerchino redenzione in un unico paesaggio immaginario che sta solo nell’anima del poeta.

Questa Cronaca 812 se ne sta accanto a me sul tavolo, acciambellata come un gatto, e oggi è domenica 29 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra.

sabato 28 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/811. Chiamo lingua questo destino della forma, l’azzurro dei suoi segni

 

  


Oggi a Milano soffiava un ventaccio anomalo che sembrava la Bora triestina, forse è così che la città mai più silenziosa protesta perché non ha il mare. Era talmente forte questo vento che faticavo a tenere gli occhi aperti, e così sono uscita per andare a passeggio e poi fermarmi a leggere in qualche baretto del quartiere e me ne sono tornata a casa senza neanche avere fatto la spesa, perché era quasi impossibile stare all’aperto. Così me ne sono tornata a casa, ma ero contenta lo stesso perché sto leggendo i Diari di Virginia Woolf, il primo volume per la precisione, e quando leggo VW sono sempre felice anche se per ora non è successo ancora niente di rilievo. La seconda contentezza di questo sabato e che ho buttato via ancora un po’ di vecchie carte ormai inutili, la terza contentezza è che ho deciso di rivedere i tre film di Millennium, la saga originale di Lisbeth Salander, che mi piace molto. Perché mi piace molto? Perché Lisbeth è una che non si arrende mai e poi mai, un’anima solitaria avanza nella vita come una nave rompi-ghiaccio. E poi scelgo un’altra poesia di Antonella Anedda:

 

a Franco Scataglini

 

Anche per me la Russia

Era lunarità dolente

- tundra senza alture –

cupole radenti

al deserto dei prati.

 

Anch’io sono uno scriba

con un tavolo breve che si piega

la schiena indifesa – la cera rappresa tra le dita.

 

Chiamo lingua questo destino della forma

l’azzurro dei suoi segni, il foglio

come luna tra le foglie.

 

Nel vetro di un vagone

vedo me stessa buia

venire col suo pegno

di ombra e di paura

fino allo spazio ardente

del nome che si perde.

 

 

Ecco che ora posso salutare questo sabato 28 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e la sua Cronaca 811, azzurra e ventosa.

giovedì 26 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/809. Il vento cade. Le mani spostano nel buio le tazze per la sera

 


Guardare Milano dall’alto e dal bello delle terrazze a casa del mio amico Luciano. Chiedere i nomi delle piante e dei fiori, respirare il profumo dei gelsomini, ammirare la luce che avvolge la città dall’alto mentre i rumori arrivano attutiti, gustare insieme un’ottima cena a base di parmigiana di melanzane, asparagi con le uova, insalata di pomodori, finocchi e cipolle di Tropea, crema pasticcera con le fragole fresche. Raccontarsi molto del proprio passato, dei primi amori, vedere la luce che scema lenta e dolce, in una di quelle belle serate estive come a maggio non se ne vedevano da anni. Ecco un’altra giornata da extra-mondo, dove dopo il lavoro ci sono le cose vere e importanti come l’amicizia. Porto sempre con me Notti di pace occidentale e lo leggo e rileggo:

 

Di colpo il giorno perde il suo rancore. Gli alberi

lo stretto cortile. Ombre di muri a picco

e cupo bianco di uccelli

trascinati con altro bianco tra i meli.

Fissa il tuo corpo nell’asta della siepe

in questa umiliazione di fogliame abbassato

falce di ramo, cespuglio di qualcosa

che da lontano ci tormenta.

Un battito leggero di bastoni, forme ardenti e veloci

strette a un incubo segreto

l’arancia, lo sferico inganno di quel rosso

in un cesto di ferro.

 

Il vento cade. Le mani spostano nel buio le tazze per la sera.

È questo che ci fa tremare?

questo spazio che non saprà mai nulla, la notte che si compie

qui dove il cibo si addensa?

Guardo il tuo piede scostare un lembo scuro

forse un dorso di bestia ormai sottile

e la terra ritrarsi anche lei, buia, leggera.

Ora tutto è vicino incustodito

forse basterebbe uno scatto per capire – qui

contro i sassi – nell’aria, nell’aiuola.

 

Ma è solo notte

notte l’angolo esatto che ci stringe la nuca.

 

 

Poi si è fatto tardi, sono ritornata a casa con l’ultimo metrò, la città era ancora piena di gente, e oggi era giovedì 26 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 809 vorrebbe mangiare ancora le fragole con la crema pasticcera.

mercoledì 25 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/808. Il vento di maggio soffia dall’Isola al Continente

 


 

Nel poco e nel difficile di questi giorni, sfoglio libri di poesia come fossero oracoli. Cerco poesie che ricordo, rileggo poesie che ho dimenticato. Questa è di Antonella Anedda, tratta da Notti di pace occidentale:

 

Maggio, notte

                                                                             a mia madre e mio padre

 

 

Vento di maggio da Bonifacio a Corte, maestrale dalle Bocche a ritroso fino a Santa Teresa e a sud del sud fino al Campidano. Arcipelaghi a stella e furore di bellezza senza dei. Le mucche sfilano per la festa di Sant'Efisio con le corna circondate di fiori, avanzano con il mare luce-bianca sul dorso.

 

Laggiù - l'orizzonte. Qui - nella stanza - muore il cane più amato con il muso socchiuso alla luce quasi finito da una mano invisibile.

 

 

È tutta chiusa nel vento questa giornata che è mercoledì 25 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa sua Cronaca 808 soffia in tutto questo vento.

mercoledì 2 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/724. Non riconosco le stanze ma incido lettere immense lungo le pareti



Non importa quanti siano i chilometri che ci separano dai territori dove la guerra è in corso, la guerra è entrata in noi, ci ha invaso la mente e i cuori. Il peggio del Novecento, il secolo che non finisce mai, è piombato tra di noi con il suo carico di ideologie malate, carri armati, bombardamenti, famiglie nei rifugi, giovani soldati ignari mandati a combattere senza sapere perché. Non c’è niente che giustifichi gli atti del dittatore, niente. Passo un sacco di tempo a leggere articoli per farmi un’idea, mi angoscio, decido di non continuare a leggere. Poi mi capita sotto il naso la notizia che allo scrittore Paolo Nori viene bloccato un corso su Dostoevskij all’università Bicocca di Milano. Non ci credo, mi sembra tutto così assurdo, e lo è. Il pro-rettore si rimangia la decisione e Nori decide comunque di andare altrove a tenere il corso, bravo. Siamo tutti sospesi su un abisso che abbiamo tenuto a bada in questi due anni di pandemia e abbiamo imparato che basta la folle volontà di pochi uomini a decidere il destino di milioni. Smetto di leggere le notizie, vado a cercare Notti di pace occidentale il libro in cui Antonella Anedda combatte con la poesia le atrocità del Novecento. Queste nuove notti di pace occidentale sono ancora più insensate, più atroci, dove possiamo far sentire le nostre voci sui social, ma dall’altra parte non c’è nessuno ad ascoltare. La poesia che ho scelto per oggi è uno dei Notturni:

 

marzo, notte

 

Nel solco di meli duri che scava la settimana di marzo

con lo sguardo al muro di cucina

dove ho inchiodato un verso mai finito che leggo e leggo

trascinandomi acqua sulle dita.

Nell’alba spezzata dalla sete, quando corro sul pavimento

e nell’oscurità non riconosco le stanze ma incido –

con la stessa mano che forse mi sbarrerà l’orecchio nel dolore – lettere immense lungo le pareti.

 

 

Ci saranno altre notti insonni, altri versi incisi sui muri, altro dolore e altro silenzio. E noi saremo qui, chiusi nella nostra attesa, nella speranza di una parola diversa, di un giorno nuovo.

Oggi è mercoledì 2 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Questa Cronaca 724 è triste e zoppica, non ha neanche acceso il camino questa sera. 

martedì 14 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/555. L’autunno che replicava stelle, la finestra e la cornice di abete

 

 



Oggi tante cose da fare, incontri, conversazioni, impressioni. Ho dovuto tralasciare le Cronache, salvo che per la ricerca di una poesia giusta per questa giornata. E l’ho trovata.

 

Settembre, notte

 

Ora solo il linguaggio può ridire quei gesti

scriverne piano ripetendo l’ardore con cautela

fissando perché restino ancora in questa stanza

le grandi ombre di allora.

 

Schianta ancora il tuo petto contro il mio

perché questa è l’unica orma dell’amore

l’autunno che replicava

stelle quasi da un mondo uguale

la finestra, la cornice di abete

l’addolorato trattenersi delle schiene.

 

 

Antonella Anedda, da Notturni, in Notti di pace occidentale, Donzelli, 1999

 

Oggi è martedì 14 settembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 555, si gode la sera in compagnia di uno dei più bei libri di poesia del secondo Novecento.

giovedì 26 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/263: da due continenti viene il vento che mi vortica intorno

 


Questo infinito, o che appare come tale, tempo tra il tempo di prima e il tempo che verrà è un tempo che ha bisogno di essere raccontato.

È un tempo, soprattutto, che ha bisogno di simboli, di un simbolo almeno per ciascuno di noi, perché l’io che eravamo possa consegnare all’io che saremo una traccia di ciò che era e ciò che non è più.

Portiamo nel tempo futuro che già ci appartiene quel che di noi appartiene al passato. Riusciremo a trovare il modo di far coincidere le due metà? O forse i pezzi sono più di due e potremo rimetterli insieme solo copiando la tecnica giapponese del kintsugi? Di che materia sarà fatto l’oro necessario a riempire le crepe?

Saremo di nuovo uno o saremo, in maniera ancor più evidente, un insieme di frammenti che ricordano l’unità di un tempo ma che esaltano la nostra molteplicità?

Dal mio io passato ricevo un libro di versi e un quaderno già scritto. L’io presente si trasforma ogni giorno nella scrittura di una Cronaca, l’io futuro si gira distratto verso di noi, perché abita un tempo e uno spazio che ancora non ci appartengono.

Il presente è come una chiusa sul fiume, ferma l’acqua, la fa rifluire, lascia che scorra e raggiunga il luogo dove il destino si compie. Le chiare, fresche e dolci acque possono essere il ristoro della terra assetata, possono fuggire di nuovo nelle nuvole e aspettare la prossima pioggia per ritornare. O possono lasciarsi andare, immemori, distratte, quiete fino al mare.

È lì che la bocca cambia sapore e in maniera così violenta, il troppo sale diventa amaro, ci ottenebra il gusto, a stento riconosciamo i sapori e i profumi.

Sale e corbezzolo, mirto e miele, sapori di una terra antica cui Antonella Anedda ci ha ridato la voce

 

Contra Scaurum

 

No ischio iscrivere de Roma.

Meda belluria, dechidu, mutas 'e linu.

Forzis gòi – sunt binti seculus – pessaint cuddos sardos

bennitos a dimandare zusstissia contra Scauro.

 

"Zente chene ide... terra ue peri su mele est 'ele"

 

Gòi nàrriat Cicero in faeddu suo. Ora, in mesu petras

bortat suo lumene, lestru, minutu. Ma sicutera

morint sos distimonzos, s'ape tribulat.

Reghet su mele: limba e 'lidone, gardu et sale.

 

 

*

 

Contro Scauro

 

Non so scrivere di Roma.

Troppa bellezza, eleganza, tuniche di lino.

Forse così – venti secoli fa – pensarono quei sardi

venuti a chiedere giustizia contro Scauro.

 

"Gente senza fede... terra dove perfino il miele è fiele"

 

Così diceva Cicerone nella sua orazione. Ora il suo nome

gira tra le pietre, minuscolo, veloce. Ma come allora

muoiono i testimoni, l'ape si affatica.

Resiste il miele: la lingua di cardo, corbezzolo, sale.

 

 

Qual è il simbolo di questo anno che si avvia all’ineludibile fine?

I balconi affollati di gente che canta, maratoneti solitari che girano intorno allo stesso giardino, il silenzio diurno che le città non hanno mai conosciuto, le scuole chiuse, il lavoro diventato un affare privato.

Quale miele addolcirà la nostra bocca? Quale ape tornerà dall’invisibile a portarci poesia e conforto?

Apro a caso il libro Luce ovunque di Cees Noteboom e una voce risuona subito, alta e chiara, una voce muta che arriva dall’immaginazione.

 

Albero


Sii me, diventa me

almeno una volta nella tua vita inquieta.

Da due continenti

viene il vento che mi vortica intorno

e che danza con me come un uomo.

 

Io non ho anima,

io sono la mia anima.

Nel linguaggio del mio ininterrotto pensare

oscillo e mi piego e mormoro,

albero esemplare

con la sua lingua di una sola parola.

 

Non sono solo i monaci

a cantare, con la loro voce di esseri umani,

ci sono anch’io, sempre qui in attesa

soffrendo per il male del mondo

nella mia forma irripetibile

senza colpa.

 

 

Il mio albero bellissimo, davanti alle mie finestre sarà il simbolo dello sgomento e della poesia di questi mesi, della poesia che da lui mi arriva e fluisce, che a lui ritorna e nutre questa terra malata.

Questa Cronaca 263 è frutto di un giorno intenso di lavoro e studio, di pensieri di libertà, di suggestioni arrivate dalle parole di Chiara Mirabelli e Romano Madera: “Il simbolo è reso possibile dalla mancanza”. In queste mancanze di futuro e vita vissuta in tutte le sue innumerevoli potenzialità, in questa vita cerchiamo il senso e creiamo laddove c’è una mancanza, una crepa, il luogo attraverso cui la luce può filtrare come scriveva l’amato poeta e cantautore Leonard Cohen. La poesia di Antonella Anedda è tratta dalla raccolta Dal balcone del corpo, Mondadori 2007.

 

mercoledì 14 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/220: dove le parole sembrano poche, ma ottobre è dolce nei pensieri

 


Quando in me la poesia fa il nido e riposa, non cerca una strada da percorrere, non cerca di essere per il mondo, mi fermo e ascolto, mi fermo e guardo quel che mi accade intorno.

Mi fermo e leggo e rileggo poesie che amo e che oggi voglio condividere con voi. Parto con Antonella Anedda.

 

ottobre, notte

 

Accetta questo silenzio: la parola stretta nel buio della gola come una bestia irrigidita, come il cinghiale imbalsamato che nei temporali di ottobre scintillava in cantina. Livido e intrecciato di paglia, il cuore secco, senza fumo, eppure contro il fulmine che inchiodava la porta, ogni volta nel punto esatto in cui era iniziata la morte: l'inutile indietreggiare, il corpo ardente, il calcio del cacciatore sul suo fianco.

Chiudi gli occhi. Pensa: lepre, e volpe e lupo, chiama le bestie che cacciate corrono sulla terra rasa e sono nella fionda del morire o dell'addormentarsi sfinite nella tana dove solo chi è inseguito conosce davvero la notte, davvero il respiro.

 

 

 

Dopo la Anedda scelgo un’altra poetessa, Cristina Campo.


E mentre indugia tiepida la rosa

                                          1945

 

 

Si ripiegano i bianchi abiti estivi

e tu discendi sulla meridiana,

dolce ottobre, e sui nidi.

 

Trema l'ultimo canto nelle altane

dove il sole era l'ombra ed ombra il sole,

tra gli affanni sopiti.

 

E mentre indugia tiepida la rosa

l'amara bocca già stilla il sapore

dei sorridenti addii.


E poi chiudo con un poeta: Attilio Bertolucci.

 

Sereno d'autunno

Non ricordavo un ottobre
così a lungo sereno,
la terra arata
pronta per la semina,
spartita da viti rossastre
molli come ghirlande.

Ma non ditemi non ditemi
che è una stagione clemente:
il fumo che la stria
sale da foglie che non sono più,
le cene brillano sparse.
Perché non si aspettano i morti?


Ecco, tre poesie bastano per accompagnare questa giornata verso la sua fine. L’aria è fredda, il cielo pieno di nuvole in cammino.

Ci sono giorni come questo, dove non c’è bisogno di dire molto e di scrivere. Guardarsi intorno e leggere, sembra poco ma è il senso del mondo che ci invade.

Questa Cronaca 220, pigra e meditativa, accompagna il quattordicesimo giorno del decimo mese dell’anno senza Carnevale.

Questi sono i libri da cui ho preso le poesie.

Antonella Anedda, Notti di pace occidentale, Donzelli editore 1999.

Cristina Campo, La tigre assenza, da Passo d'addio, Adelphi 1991.

Attilio Bertolucci, Il viaggio d'inverno, Garzanti 1971.