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lunedì 20 maggio 2024

Il coro delle nuvole impazzite

Ho appena saputo che è mancato Renzo Favaron, un vecchio amico e poeta straordinario. Ci siamo frequentati parecchio in tempo remoto, ricordo i suoi racconti sulla Croazia, la mostra di Corot che avevamo visitato insieme a Maddalena Cavalleri a Verona nel dicembre 2009, è stato un amico, tanto che gli ho dedicato due poesie che copio qui per ricordarlo, insieme a quei giorni di sabato straordinari di un'estate di tanti anni fa.


Il coro delle nuvole impazzite

a Renzo Favaron

L’ora del tempo e la dolce stagione

non chiediamo altro al coro delle

nuvole impazzite e cortigiane

di questo vento che nega

la primavera ai fiori prima

ancora che a noi smemorati

e pieni di ogni luce negli

occhi caparbi nell’attesa

intenti nell’intagliare a

questo giorno una figura

memorabile nella teoria

degli anni, miserabili

frammenti delle stelle

che mai saremo, ma potremo

ricordare quel grande

albero in Croazia anche

se mai lo avremo veduto

e solo uno tra noi

lo ha cantato.


dalla raccolta Scrivere il vento

Atì editore 2016



Variazioni su nuvole, luce e ombra

a Renzo F.

Un presagio per il giorno che

verrà è un’invenzione di nuvole

in quel cielo che mai vedremo,

in un luogo privo di memoria,

ai nostri sguardi solo quel cielo

è rimasto della città antica,

il cielo che le mani capricciose

del tempo e della ragione

appendono sulla mia giornata.

Guardo ancora e le nuvole

di Corot si dissolvono con

l’eleganza di un segreto custodito

nel cuore della luce che veloce

si alza a oriente. È un mattino

nuovo, memoria della notte, fiato

lungo nei passi, sempre più

piano avvolti nella brina,

inondati di luce sino alla fine

della stessa strada.


dalla raccolta Figure del silenzio. Atì editore 2010

lunedì 8 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/365: nel cuore dell'inverno ho finalmente imparato che c'era in me un'estate invincibile.




Ecco che la sera è scesa anche su questo 365° giorno dall’inizio del primo confinamento. Non so perché un anno fa mi sia presa la pazzia di scrivere una Cronaca ogni giorno e di avere continuato a farlo, perché a maggio del 2020, dopo la prima riapertura, sapevo che non era  finita e non lo è ancora, non ancora. In realtà so perché scrivo ogni giorno, scrivo per rafforzare le memorie di questo periodo, scrivo per salvare frammenti di mondo e di umanità. Scrivo per il piacere dello scrivere, scrivo per dare testimonianza, per offrire il mio punto di vista sulle cose di questa realtà e su quelle della mia immaginazione che di realtà ne ha incontrate molte altre. Scrivo perché scrivere è una delle attività più belle della vita, perché così posso offrire e ricevere conforto e speranza attraverso le parole e sentire come risuona in me “l’invincibile estate” di Albert Camus.

Oggi, camminando come al solito, consideravo che la tecnologia, veleno della nostra società, in quest’anno di pandemia è stata la cura che ci ha permesso di non bloccare, almeno fino a un certo punto, il lavoro e la scuola. Smartworking e DAD (didattica a distanza) hanno salvato almeno in parte, le nostre vite. Avete provato a immaginare cosa sarebbe stata una pandemia del genere solo dieci anni fa? Io sì, e so che sarebbe stato tutto, ma proprio tutto, molto più difficile. È grazie alla tecnologia che questa sera ho potuto presentare, grazie all'invito del professor Giancarlo Covella grande appassionato di poesia, studioso e raffinato traduttore, il mio ultimo libro di poesie Un’estate invincibile all’Istituto Pascal-Mazzolari di Verolanuova. Circa 300 partecipanti con la presenza del sindaco e di un’assessora, la preside e la dirigente scolastica, molti professori e moltissime studentesse e studenti che hanno contribuito leggendo in lingua Sylvia Plath, Amelia Rosselli, Colette e Marguerite Yourcenar. Ho letto una poesia da ciascuno dei miei primi 4 libri e poi una scelta dal quinto. Nonostante gli schermi e la distanza, credo di avere sentito la presenza di tutte quelle giovani menti attente e curiose. Anche fare le presentazioni online è come gettare bottiglie con un messaggio in un oceano di cui non vedo i confini, né le isole, né le terre che lo delimitano.

Spero, spero davvero che i ragazzi e le ragazze stasera abbiano sentito la loro estate invincibile e che imparino a coltivare il loro giardino interiore.

Di seguito alcune delle poesie che ho letto stasera.

 

La stessa riva

Siamo rimasti fermi

sulla stessa riva, guardando

direzioni opposte tra la fine

e l’inizio della luce, accecati

intenti, pronti a riconoscere

il calvario della rosa

che fiorirà in novembre.

 

 

Il calvario della rosa

Moretti&Vitali 2004

 

 

L’opera del vento

 

Dovevo uscire dal gesto usuale

cambiare la foglia con l’acqua

piovana, non cercare presagi

sull’asfalto arroventato. Poco

molto poco, il calice non riempie

la brocca, il miele non addolcisce

l’ape, semmai ne fortifica il pungiglione.

Questo è il mio scrivere, ti confesso

mescolare polline e parole, il resto

è opera del vento.

 

 

Sillabario della Luce

Moretti&Vitali 2007

 

 

La rosa sapiente e profumata

 

Quella rosa, quella non un’altra

perfetta sull’orlo della sparizione

dove l’ultimo petalo esita a

proclamare la propria fioritura.

È quella la rosa che ha scolpito

il fondo della pupilla, immagine

pietrosa incisa in un occhio

che non sa il fondo perché

dentro l’abisso vive. Quello

è l’occhio scolpito, quella

vi dico, proprio quella rosa

aulentissima e perfetta, oh

mia mistica visione che a ogni

cosa doni il profilo di una

rosa. Quella rosa, quella

non un’altra. Dolorosa,

sapiente e profumata, mai

nata nel maggio odoroso.

 

Figure del silenzio

Atì editore 2010

 

 

In ogni passione avvengono prodigi

 

 

Le noci e il melograno

ancora intatti sul tavolo,

due parole opposte che si

attraggono, le sto cercando

quercia e pietra uniche

a sfidare il tempo

troppo simili nella pervicacia

meglio la pioggia e il vento

che passano e non sanno

il sollievo della sosta.

Così saranno la quercia

e il vento i primi opposti

e la pietra con la pioggia

ad accompagnare ogni ricordo

che avrai lasciato, ogni parola

che avrò perduto.

In ogni passione avvengono

prodigi.

 

Scrivere il vento

Atì editore 2016

 

 

Un muro, un tetto, il silenzio interiore

 

Quello che sta sopra di noi,

le nuvole, le stelle, i tetti delle

case, la luce del sole, la chioma

degli alberi, le foglie in aria,

la pioggia prima che cada.

Quello che sta intorno a noi,

il vento, la nebbia, la luce del sole,

la voce di ogni persona, la pioggia

mentre cade, il profumo dei tigli,

i ricordi che assediano i passanti.

Quello che sta sotto di noi,

la terra, la sabbia, le pietre,

l’erba che non è stata

tagliata, le foglie dopo che sono

cadute, l’acqua, la neve,

la carta gettata.

Dunque, sta sotto solo ciò che

possiamo evitare, ma il vento,

le voci, la stella marina e quella

appesa nel cielo, la luce del sole,

le nuvole, sono cose che non

possiamo scongiurare, se non

usando i poveri strumenti umani:

l’ombrello, il passo lungo, lo sguardo

chino e distratto, un muro, un tetto,

il silenzio interiore.

 

Un’estate invincibile

Atì editore 2019

 

 

Altre poesie da Un’estate invincibile, seguiranno nei prossimi giorni. Chiudo così questa Cronaca 365 di lunedì 8 marzo del secondo anno senza Carnevale

lunedì 8 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/337: andare in luoghi scelti dalla penna e dal silenzio, solo poi dalla ragione

 


Pensiamo di essere soli quando scriviamo, ma la scrittura ha un compagno indivisibile, un gemello siamese che è impossibile separare, un co-autore che ne è condizione primaria.

Parlo del tempo, tutta la scrittura ne viene forgiata, plasmata e formata. Il passato vince sempre, perché ogni scrittura viene dal passato, luogo dell’origine e del ritorno. Possiamo anche scrivere del futuro, immaginarci in un tempo che sarà, ma sono i fili del passato che stiamo tirando. E li tiriamo nel nostro presente, istante dopo istante e poi, come scintille, lasciamo che vadano a illuminare la pagina o il nostro cielo.

Con questi frammenti in testa cammino e cammino tra la città non più silenziosa, luogo principale delle mie storie, e la terra ai piedi delle Montagne della Nebbia, dove mi piace costruire, Cronaca dopo Cronaca, un luogo dove potermi rigenerare insieme alle parole e ai libri, intenzioni realizzate di altri scrittori che portano il loro passato nel mio presente.

 

Il gelo che assedia la corteccia è assedio della parola stessa

 

Così come i nomi nascono

dai nomi, così nascono queste

nostre storie, istante dopo

istante. Mi fermo a osservare

il mio albero bellissimo che

ombreggia la finestra nelle

giornate estive e la scherma

anche con la nudità dei rami

nella stagione fredda. Anche

se sono in casa, al riparo, sento

quel freddo che assedia la corteccia

e vorrei proteggere i germogli che

intravedo dalle indecisioni del

vento settentrionale. Ma

l’albero mi rassicura, accadrà

ciò che è necessario e il tempo

scenderà su di noi e saremo di

nuovo nello stesso mosaico,

turchese e quarzo, azzurrite,

a ognuno il posto agognato,

all’albero la sagoma nel cielo

e la promessa di non andare

in luoghi che non siano stati

amati o scelti prima dalla

penna e dal silenzio, solo

poi dalla ragione.

 

Torno nella Casa delle Parole e tutto è come deve essere, la zuppa bolle sul fuoco della stufa, nel camino bruciano ciocchi tagliati l’estate scorsa. Convoco le ombre a questa tavola spoglia, è con loro che spezzerò stasera il pane.

Oggi è lunedì 8 febbraio del secondo anno senza Carnevale, la poesia è inedita e l’ho scritta per questa Cronaca 337.

mercoledì 27 gennaio 2021

Cronache dall’anno senza Carnevale/325: è così che voglio scrivere, con altrettanto spazio intorno a poche parole



 

Oggi sto in silenzio e in compagnia del Diario di Etty Hillesum. Così questa Cronaca 325 del 27 gennaio del secondo anno senza Carnevale, è una tessitura di alcuni suoi frammenti e delle poesie che le ho dedicato negli anni trascorsi.

 

 

Esperienza amorosa con una primavera

per Etty Hillesum

 

Dio è la sorgente sepolta dalla

sabbia, non sarà facile arrivare

nel centro della polla e ammirare

l’acqua che sgorga pura e incontaminata.

Possiamo scavare solo a mani nude e

nudi nella polvere, scalzi i piedi.

Se non tieni la terra ben salda contro

l’intero corpo, non potrai inginocchiarti

a scavare. Allora l’ombra che siamo si

ridurrà e darà sollievo alle mani ferite che

dividono sasso da sasso, il sì dal no.

I ciottoli che feriscono le ginocchia

saranno il monito, il memento del

tempo a dire che possiamo vivere

o lasciarci vivere, dal tempo farci

molare e frantumare, o resistere.

Quando la sabbia sarà fresca e umida

nelle mani il vento visiterà la terra e

asciugherà il nostro sudore sotto

la sabbia antica, sotto i frantumi dei

giorni che siamo stati, ci saranno ancora

rocce a difendere la sorgente. Allora

potremo spostare ogni pietra a lato e

circondare lo scavo da noi compiuto e farne

un bacino dove l’acqua potrà sostare

prima di dissetare una gola riarsa, incapace

di parole e di farsi attrarre dal sole e seguirne

i raggi fondersi nella nuvola pensierosa

e ricadere nel mare, guizzante tocco

ai pesci che mai conosceranno la vita

dell’aria. E così poter amare la fresca

carezza della mano di Dio che ci

soccorre, dopo che noi lo avremo

aiutato.

E tenere nell’incavo del ricordo

l’acqua, la sabbia, la nuvola

l’impronta di quelle ginocchia

e la preghiera che non ascende

al cielo, ma nella materia oscura

canta una ripetizione e la nostra

nostalgia contornata dall’ombra di

Dio.

 

 

L’albero rosso-sangue di Etty

 

Ricordi il faggio rosso-sangue, quello

con cui avevi adolescente un rapporto

speciale? Io pure lo ricordo, ti vedo

prendere la bicicletta e andare per

mezz’ora veloce sino ai suoi rami.

L’incanto era la tua vista, le tue

parole oggi anche la mia nostalgia.

So come lo sapevi tu, che è possibile

avere, un’esperienza amorosa con

una primavera. Ricordi ancora?

 

Ora un brano dal diario della Hillesum.

 

"Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner*. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono soltanto per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell'illustrazione con il ramo fiorito nell'angolo in basso: poche, tenere pennellate - ma che resa dei minimi dettagli- e il grande spazio tutto intorno, non un vuoto ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d'anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò - e chissà poi che cosa?-, mi piacerebbe dipingere poche parole su uno sfondo muto. E sarà più difficile rappresentare e dare un'anima a quella quiete e a quel silenzio che trovare le parole stesse, e la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra le parole e il silenzio - il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme. E in ogni novella, o altro che sia, lo sfondo muto dovrà avere un suo colore e un suo contenuto, come capita appunto in quelle stampe giapponesi. Non sarà un silenzio vago e inafferrabile, ma avrà i suoi contorni, i suoi angoli la sua forma: e dunque le parole dovranno servire soltanto a dare al silenzio la sua forma e i suoi contorni, e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo, lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure. E' buffo: potrei riempire dei volumi su come vorrei scrivere, ma può darsi benissimo che a parte le ricette non scriverò mai nulla. Però le stampe giapponesi mi hanno fatto capire a che cosa io aspiri, e mi piacerebbe camminare una volta attraverso paesaggi giapponesi, per capirlo ancor meglio. Del resto credo che un viaggio in oriente lo farò, in futuro - per trovare in quei luoghi, vissute ogni giorno, quelle cose in cui qui ci si sente soli, in dissonanza."

 

5 Giugno 1942 da Diario 1941-1943, Etty Hillesum, Adelphi

 

*Evariste Edgar Glassner era un musicista e organista tedesco. Avendo perso il proprio impiego come organista di chiesa a Berlino, (era un mezzo ebreo, secondo la classificazione nazista) era emigrato ad Amsterdam: qui conobbe Julius Spier, partecipando ai concerti organizzati dagli ebrei dopo la loro esclusione dalle sale pubbliche

 

Di seguito la poesia che è scaturita dalla lettura di questo brano.

 

Invocazione alla luce

per Etty Hillesum, da una sua annotazione

Ti accompagniamo nella tua

crescita, silenzioso Glassner

e dall’altro capo dei giorni

io tendo l’orecchio alle

tue note e bevo la luce di

quella estate mai respirata:

cedi all’oscuro impulso

e rendi ebbra l’anima

di questa invocazione

“fa che torni primavera

dammi ancora quelle

note e la sua voce

che le ha precedute”.

 

 

Le mie poesie sono tratte da Figure del silenzio, Atì Editore 2010

 

Ora Un frammento di Etty tradotto da Lorenzo Gobbi, Il bene quotidiano. Breviario dagli scritti. (1941-1942), Edizioni San Paolo 2014

 

Prima, quando stavo seduta alla mia scrivania, mi sentivo sempre molto in ansia, come se stessi perdendo qualcosa della vita. Così, non sapevo concentrarmi bene sui miei studi. E quando ero nella "vita vera", tra la gente, avevo sempre molto desiderio di tornare alla scrivania, e non ero per nulla felice tra la gente. Questa separazione innaturale tra lo studio e la "vita vera", ora è scomparsa. Adesso, alla scrivania ci "vivo" davvero. Lo studio è diventato un'autentica "esperienza di vita" e ha smesso di essere qualcosa che riguarda soltanto la testa. Alla scrivania sono immersa totalmente nella vita, e nella "vita" porto la pace interiore e l'equilibrio che ho acquisito dentro di me. Prima, ero obbligata a ritirarmi ogni volta dal mondo perché le sue troppe impressioni mi confondevano e mi rendevano infelice. Dovevo fuggire in una stanza silenziosa. Adesso, porto con me questa che possiamo chiamare "stanza silenziosa", e posso rifugiarmi là in qualsiasi momento, anche se mi trovo se un tram affollato o su un treno che si ferma con tutto il suo peso. (...)

9 gennaio 1942

 

La poesia che segue è mia ed è tratta dalla raccolta Scrivere il vento, Atì editore 2017

 

Le cose che facevano parte di me

a Etty Hillesum

Le cose che facevano parte di

me erano nel tuo lento accumulare:

api che ronzavano alla finestra,

il ramo di glicine addormentato

nel bicchiere, il libro d’ore di Rilke,

l’acero rosso che contava le stagioni,

il desiderio di poter dominare

tutte le parole e tutto mettere in

parole, suoni, immagini per

dare conto a quelli che verranno

della tua esperienza amorosa

con una primavera.

 

“Ma ci sono anche dei giorni in cui

egli invecchia, i minuti gli passavano

sopra come anni” scriveva il poeta

all’amico Ewald. E ora che gli anni

sono passati sui tuoi giorni scomparsi

nella sabbia, come l’ultima onda prima

del tramonto seppellisce il mare,

tu che capivi la certezza della fine e

hai scelto di restare per essere il balsamo

di molte ferite.


“I cieli si stendono dentro di me

come sopra di me” scrivevi, sapendo

che tu sola potevi essere misura a

te stessa: la ragazza che non voleva

inginocchiarsi, che aveva iniziato

a costruirsi una casa pietra su pietra.

Incantata dal glicine odoroso, hai aperto

le mani e lasciato rotolare melodiosamente

il mondo fino alla mano di Dio e ti sei

immersa per cercare nel profondo i tesori

che vi giacciono senza possedere gli strumenti,

sapendo fabbricarli dal nulla delle parole.

 Oggi io sono qui nel cuore luminoso

di un giorno invernale, a indovinare

il glicine che sarà fiorito nella tua

primavera amorosa.

 

 

Ecco ho trascritto i frammenti e le poesie, posso tornare a leggere il Diario e a guardare l’unica rosa che tengo sulla scrivania e a pregare perché la prossima primavera sia un tempo di libertà rifiorita.

domenica 6 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/182: metafisica delle finestre aperte, a volte chiuse

 

Le finestre sono gli occhi delle case e anche il naso. La maggior parte delle finestre è a una via, possiamo cioè affacciarci dall’interno verso l’esterno ma non viceversa. A meno che non stiamo attraversando in treno una cittadina e, curiosi, sbirciamo vite che non sono la nostra ma che potrebbero esserlo.

Le finestre sono un assoluto nei climi temperati e un’assenza dove il clima non è mite, dove il vento soffia implacabile da Nord e ci fa voltare la schiena alle intemperie. 

Nella città silenziosa la mia finestra preferita si affaccia sull’albero bellissimo, sulle sue foglie danzanti, sui muri di una vecchia scuola e su quelli ancor più antichi di una fabbrica che non esiste più dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il davanzale è molto basso, quindi non posso affacciarmi in senso stretto, posso, però posso sdraiarmi sul divano e godere dell’alba argentata che arriva sempre più tardi in questo scorcio di fine estate.

Dalle finestre della casa dove vivevo da bambina contemplavo soprattutto il cielo e le vite dei bambini che abitavano nel palazzo di fronte. La maggior parte delle finestre della mia vita sono finestre sul mondo esterno, sul grande o piccolo paesaggio che in città si riesce ad abbracciare con lo sguardo.

A volte mi sono affacciata da finestre a piani molto alti e lo sguardo poteva correre libero verso l’intero orizzonte. Ma, quasi sempre, lo sgomento era più forte del piacere, perché veniva meno una delle funzioni fondamentali della finestra, cioè contenere il mondo in una cornice e favorire lo sguardo convergente che tanto piace alla poesia.

Anche potersi affacciare dall’esterno all’interno favorisce questo tipo di visione. Qui, nel giardino della Casa delle Parole, mi affaccio a tutte le finestre del piano terreno per cogliere la casa vuota in modalità “natura morta” e gli altri abitanti come se fossero quadri viventi, colti nei semplici gesti della vita quotidiana, attori inconsapevoli in una storia raccontata da altri.

O in una poesia che arriva da un passato ormai remoto.

 

Stelle alla finestra

 

Avvolge il silenzio questa casa

dove simuliamo infanzia. Un letto

verde, le ali sopra la finestra,

i libri che sono una torre e le parole,

ascolta, già sono fortezza. Si può

aspettare che l’inverno passi sapendo

che mai il suono delle voci sarà

uguale se viene meno un canto.

Tu custodisci questi quaranta anni,

la nostra traversata del deserto,

il tributo al Dio feroce cui non

cedemmo allora ma che oggi ci

impone la caduta. Manna o neve

o stella, nessuno resiste alle leggi

dell’attrazione. Di stelle inghirlando

la finestra, per dare gioia alla notte

che viene.

 

Da una passeggiata nel bosco dietro casa ritorno con un’altra poesia che appartiene a un episodio della vita di Mansfield e Woolf di cui entrambe raccontano nei rispettivi diari, ma senza svelare il contenuto della loro conversazione.

 

Scena da una passeggiata di Katherine e Virginia

 

Tocco la corteccia dell’albero che

chiami platano, sull’angolo della

tua strada vedo la tua casa in

fondo e cerco un senso a questo

mio vagabondare.

Ogni senso è poroso e lascia

passare più sentimenti che

ragioni.

Sillabo il tuo nome con la punta

delle dita e il platano risponde

scuotendo i rami e vedo una

foglia perfetta staccarsi e in volo

arrivare sino alla tua finestra.

Ti vedo prendere la foglia, ti

vedo accarezzare la sua pelle

non liscia e poi ti vedo guardare

verso il cielo, in alto, più in alto.

Poggi la foglia sulla tua guancia,

la baci una volta e poi

ancora. E lasci che il vento

la strappi e io aspetto per

vedere se torna e abbraccio

il platano che conosce il nostro

segreto.

 

Le finestre custodiscono molti più segreti di quanti non ne rivelino, quindi continuo a girare intorno a casa come una rondine impazzita e guardo e riguardo, ma non arrivo a capo di nulla.

Così mi arrendo, mi fermo, accetto i segreti e i custodi che li preservano, accetto il tempo che è una spirale, una scala e una finestra. Accetto la caduta e il sonno lieve, dove tutti i tempi e le creature amate stanno insieme in un luogo dove il male non può arrivare.

 

Cadere dalla scala del tempo


È una linea sottile rossa e non

un giorno, un mese o altro, è

un istante pieno, rotondo che

all’improvviso si affila e cade

dalla scala del tempo.


È il momento esatto in cui

capisci che il tempo non

esiste, perché la bambina e

la donna, camminano allo

stesso passo e il cuore che

batte è uno, soltanto uno.

 

Fuori dalla finestra la notte

si ammanta di nebbia e ricordi,

un intero cesto da cui pescare

a caso, a sentimento.

 

 

Ora che la notte scuote il mantello torno in casa e mi siedo a scrivere, ma prima parlo a lungo con un’amica che conosce la gioia e il tormento della scrittura. Una finestra è per te Edith, che ami i libri e le parole.

 

Questa Cronaca 182 è nata nella prima domenica di settembre, il sesto giorno del nono mese dell’anno senza Carnevale.

Le tre poesie della Cronaca odierna sono mie.

Stelle alla finestra è tratta dalla raccolta Figure del silenzio, Atì editore 2010.

Scena da una passeggiata di Katherine e Virginia e Cadere dalla scala del tempo sono tratte dalla raccolta Un’estate invincibile, Atì editore 2019.