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mercoledì 8 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/31: la gioia è vicina


La gioia sta all'eternità come la felicità sta all'istante.

Non ho nessuna prova se non la mia esperienza di vita, se non la poesia, di altri e mia.

Da decenni raccolgo citazioni e poesie, mi confronto con altri poeti e scrittori nel dialogo silenzioso che è la lettura, una delle attività umane che mi rende gioiosa.

Quando scrivo sono gioiosa, e non è solo un sentimento della mente, ma è qualcosa che parte dal corpo e vi ritorna, che scorre attraverso le dita sino all'inchiostro e alla pagina e ritorna attraverso le parole e la vista, giù nel profondo del cuore.

Antonella Anedda, una delle poetesse che sta in cima al mio personale Olimpo, ha intitolato uno dei suoi libri Il catalogo della gioia e in esergo ha citato il rabbino Nachman di Breslaw “A chi gli chiedeva quale differenza ci fosse tra l’essere tristi e avere il cuore spezzato, Nachman rispose che avere il cuore spezzato non impediva la gioia”.

Siamo tutti cuori spezzati in questo periodo storico, noi stessi con le nostre vite chiuse nell'intimo delle case, siamo diventati storia vivente. Forse non è mai accaduto prima di questa pandemia che la cronaca si facesse storia condivisa giorno dopo giorno.

Ma il nostro cuore spezzato, che insegue la gioia, sa ancora riconoscerla quando la prova.

Gli amori che nascono alle finestre della nostra clausura o sui balconi, gli amori che nascono nella condivisione di parole mai pronunciate prima, gli amori che resistono alla mancanza d’aria, alla lontananza, la scoperta di avere bisogno di poco per stare bene e che quel che manca non sono le cose ma le relazioni, le persone.

La gioia si manifesta quando le idee fluiscono e si preparano a trovare casa nello studio o in una lettera, quando il mistero della poesia irrompe nei gesti della vita quotidiana e li rende eterni con poche frasi.

Scriveva la poetessa russa Marina Cvetaeva, che visse in tempi tremendi, nei suoi taccuini moscoviti:

“Alle 10 la giornata è finita. Talvolta sego e taglio legna per il giorno dopo. Alle 11 o alle 12 vado a letto. Sono felice del lumino proprio accanto al guanciale, del silenzio, del quaderno, della sigaretta, talvolta - del pane.
Scrivo malamente, in fretta. Non ho annotato né le ascensioni in soffitta - niente scala (l'hanno bruciata) - mi isso con una corda - per prendere le travi, né le continue ustioni delle braci che (impazienza? esasperazione?) afferro direttamente con le mani, né le corse su e giù per i kommissionnye (che abbiano venduto tutte le mie cose?) e per le cooperative (che distribuiscano?).
Non ho annotato la cosa più importante: l'allegria, l'acutezza di pensiero, le esplosioni di gioia ad ogni più piccolo colpo di fortuna, l'appassionata tensione di tutto l'essere - tutti i muri sono coperti di versi e di NB! per il taccuino”.

Anche Oliver Sacks, neuroscienzato e narratore impagabile scrive nella sua autobiografia In movimento”:

“(...) l'atto di scrivere, quando va bene, mi dà un piacere, una gioia, che non somiglia a nessun'altra. Mi porta in un altrove che mi assorbe interamente facendomi dimenticare tutto, ansie, preoccupazioni e persino il passare del tempo. In quel raro, paradisiaco stato della mente arrivo a scrivere senza sosta fino a che non riesco più a vedere il foglio. E solo allora scopro che è scesa la sera”.
E solo allora scopro che è scesa la sera, in questo senso la gioia si rapporta all’eternità perché il tempo cessa di esistere, mentre la felicità è quella freccia che ci trafigge e ci inchioda all’attimo presente e subito ne abbiamo nostalgia, perché è passato.

Ancora Marina Cvetaeva scriveva a Rilke nell’epistolario che ho già citato in qualche Cronaca fa:

“Ti aspetto con gioia come se tu fossi un intero paese e completamente nuovo”.

Lorenzo Gobbi, poeta e scrittore che vi ho già presentato, ha scritto un piccolo meraviglioso libro, il Lessico della gioia, di cui riporto il brano iniziale del secondo capitolo:

“La gioia è l’esito di una liberazione: è sostanza di vita liberata. In essa, la nostra vita può parlarci con infinita libertà, cioè con una sincerità disarmante. È ragionevole credere che la gioia sia un rivelarsi fulmineo del mondo e del suo senso, e che scaturisca innanzi tutto dalla prossimità dell’essere stesso che si dona a noi nel linguaggio che più gli è congeniale: immagini, bagliori e luccichìi. Ce lo conferma Hölderlin, in uno dei suoi sorprendenti colloqui con Diotìma:

Vieni, è la gioia intorno. Al bosco i rami
sono vento nel fresco della brezza
come ricci alla danza, e il cielo
è uno spirito lieto
che al suono della lira
ritma sopra la terra
pioggia e luce di sole. Sulle corde
un brulichìo molteplice di suoni,
battaglia innamorata.
Luce e ombra s’alternano melodici,
dileguano oltre i monti.
Prima il cielo sommesso tocca il fiume
fraterno d’una gocciola d’argento.
Prossimo ora agita
la preziosa pienezza del suo cuore
sul bosco e il fiume.

Una pioggia primaverile, rapida e leggera, è l’immagine stessa della gioia. Il cielo la alterna sapientemente alla luce del sole, come due aspetti di un unico dono che ne svela la “preziosa pienezza” – quella stessa che si “àgita” in prossimità delle cose, pronta a rivelarsi in questa armonia”.

La dimensione fusionale con la natura è fonte certa di gioia, così come lo sono, per quanto mi riguarda, la vicinanza dei bambini, dei gatti, le conversazioni con gli amici, anche solo al telefono, le onde del mare, le nuvole, il vento che fa cantare gli alberi, l’aria intorno che muta e si fa fiutare come fossimo lupi appena scesi dalle montagne, spesso in coppia in quella fedeltà reciproca che solo i lupi conoscono.

È fonte di gioia la mia biblioteca, i libri che ancora non ho letto, i libri che ancora non ho scritto, mi danno gioia i tanti post intelligenti e riflessivi che leggo nella mia bolla social, le fotografie che mi mostrano la bellezza del mondo in questo tempo dove non posso andare in nessun luogo.

Tornerò a scrivere della gioia, perché oggi la sento fluire in me, nonostante tutto.

Il mio congedo odierno è una poesia che ho copiato tanti anni fa sul mio taccuino ma di cui, purtroppo, non conosco il libro da cui è tratta e il traduttore.

Le prime ore

Le prime ore del mattino. Ancora non scrivi
(anzi, non provi nemmeno a scrivere) leggi solo pigramente
Tutto è fermo, tranquillo, pieno, ma
come per un regalo della musa della lentezza,
come tempo fa, nell'infanzia, in vacanza, quando a lungo
si studiava una mappa colorata prima della gita, una mappa
che prometteva così tanto, stagni profondi nel bosco
come occhi luminosi di farfalla, prati di montagna
coperti di erba pungente;
oppure un momento prima di addormentarsi, quando
ancora non ci sono sogni,
ma già si sente il loro arrivo da ogni parte del mondo,
la loro marcia, il pellegrinaggio, la loro veglia al letto del malato
(malato per davvero) e il vigore tra sculture medievali
rannicchiate in sé nell'eterna immobilità sopra la cattedrale;
le prime ore del mattino, silenzio
- ancora non scrivi,
ancora non capisci così tanto.
La gioia è vicina.

Adam Zagajewski

venerdì 31 agosto 2018

Vedere le nuvole, amare le parole

Oliver Sacks, amato neurologo e scrittore, si è entusiasmato tutta la vita per tante cose: – le felci, i cefalopodi, le motociclette, i minerali, il nuoto, il salmone affumicato e Bach, tanto per citarne alcune – ma più di ogni altra cosa sono state le parole a riempirlo di entusiasmo. Quando dico che amava le parole, non mi riferisco al semplice fatto che scriveva e che ha pubblicato tanti libri diventati classici – Risvegli, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Musicofilia. Se non ne avesse scritto nessuno, sono sicuro che Oliver sarebbe stato in ogni caso lo stesso tipo un po’ stravagante che si portava a letto dizionari giganteschi da leggere, aiutandosi con una lente di ingrandimento. Lo appassionavano etimologie, sinonimie e antonimie, slang, turpiloquio, palindromi, termini anatomici, neologismi (ma, in linea di principio, era restio alle abbreviazioni). A tavola, conversava allegramente di analisi e differenze tra omonimie e omofonie, per non parlare di omografie. E, per inciso, adorava pronunciare quelle tre parole – quell'allitterazione di “H” aspirate (rispettivamente homonyms, homophones, homographs) – con il suo caratteristico accento britannico. «Ogni giorno sono sorpreso da una nuova parola», commentò un giorno, raggiante, a proposito di un vocabolo che, all'improvviso, gli era balenato in mente. Spesso questo fenomeno gli capitava mentre nuotava – «quando nuotava a dorso idee e interi paragrafi» si affacciavano distintamente, dopo di che lui si precipitava a riva o a bordo piscina per annotarle su carta – come ha colto Dempsey Rice in un affascinante film di prossima uscita intitolato The Animated Mind of Oliver Sacks. A casa, invece, di frequente – come ha fatto per anni – scriveva parole e idee direttamente sulle pagine dei libri che stava leggendo. Per buona parte della nostra relazione, durata sei anni, mi sono riferito spesso a Oliver chiamandolo “dizionario ambulante” (anzi, un OED ambulante da “Oxford English Dictionary”) perché ricordava l’ortografia e le definizioni delle parole con grande precisione. Malgrado ciò, Oliver rimase sempre umile, non si vantava mai del suo lessico straordinario e, in caso di dubbio, andava a controllare l’Oed (possedeva tutti i venti volumi che lo compongono), oppure il più compatto e sintetico Chamber’s Dictionary, una copia del quale gli era stata regalata dalla zia preferita in occasione del suo nono compleanno. Oliver adorava così tanto le parole che spesso le sognava e, in qualche caso, le inventava addirittura. Una mattina di sei anni fa trovai scritto sulla lavagnetta in cucina “ore 5. Nepholopsia.” «E che diamine vuol dire?» chiesi mentre preparavo il caffè. Oliver ridacchiò, poi si lanciò nella descrizione di un sogno molto complicato che aveva fatto quella notte nel quale, bloccato su un pianeta alieno, aveva visto alcune nuvole antropomorfe trasformarsi in modo minaccioso e riversarsi dall'alto “con intenzioni omicide” sulla Land Rover che stava guidando. Un “incubo nebuloso”, aggiunse, quasi si trattasse del primo che aveva. Per non dimenticarsene, lo aveva annotato alle cinque del mattino. (Parlò poi di questo suo sogno allo psicanalista freudiano da cui si recava due volte a settimana). «Nepholopsia – mi disse – significa “vedere le nuvole” oppure “essere avvolti dalle nuvole”». Poi aggrottò le sopracciglia. No, non ne era molto sicuro. «Controlliamo su un buon testo» disse, e insieme andammo a consultare l’Oed (la “mia Bibbia” lo chiamava spesso Oliver, ateo convinto). Nell'Oed trovammo “nefologia”, che significa studio delle nuvole (dalla radice greca nephos), ma non “nepholopsia”. Saltò fuori che per puro caso aveva coniato una parola nuova. 

(...)

«Il massimo che possiamo fare è scrivere – in modo intelligente, creativo, critico, evocativo – di quello che vuol dire vivere in questo mondo in questa epoca». (Oliver Sacks al suo compagno Bill Hayes)

Bill Hayes
Repubblica 31 agosto 2018

venerdì 17 febbraio 2017

Scrivere è "pensare su carta", per memorizzare e selezionare le cose più importanti

C'è il pianoforte nero che suonava ogni giorno: «Glielo regalò il padre dall'Inghilterra due mesi prima di morire». L'edizione Adelphi di Allucinazioni, El hombre que confundió a su mujer con un sombrero e tutti i suoi libri pubblicati all'estero. La locandina del film tratto da Risvegli, appoggiata a terra. Cechov, Faulkner, Auden, che aveva conosciuto in gioventù, una biblioteca sterminata di letteratura e saggistica. La moquette beige, come l'amorfa porta del suo appartamento. Il letto con la coperta azzurra, come lo ha lasciato. E poi l'adorato dizionario di inglese Oxford «che leggeva ogni sera a letto con me prima di addormentarsi». La foto seppia di Muriel Elsie Landau, madre amatissima e uno dei primi chirurghi della storia britannica. Gli scatti di lui nel suo studio, prima di un tuffo nel lago e quello con la t-shirt rossa di Musicofilia. «Questa foto con i lemuri invece è stata scattata durante il nostro ultimo viaggio insieme, nella riserva di Durham, in North Carolina. Era il luglio 2015, un mese prima che se ne andasse. Oliver studiava molto l'evoluzione, dunque i lemuri gli piacevano molto».
Il 30 agosto 2015, a 82 anni, Oliver Sacks è morto in questo appartamento di New York, nell'alternativo quartiere di Chelsea, a pochi passi dal Whitney Museum di Renzo Piano. Ma qui, in queste stanze semplici del secolo breve, c'è ancora una brezza di vita meravigliosa, di tenue immortalità. Il nostro Virgilio è Bill Hayes, unico vero amore di Sacks. Scrittore e fotografo americano di 56 anni che per la prima volta parla a un giornale dopo l'addio del compagno e che domani pubblica per l'editore americano Bloomsbury il meraviglioso Insomniac City. Il libro, che è nato l'anno scorso dopo un breve soggiorno a Roma, è un diario della vita di Hayes a New York, dove si è trasferito nel 2009, ma soprattutto della sua relazione con Oliver Sacks. Fino agli ultimi, drammatici istanti della sua vita.
(...)
Sacks e Hayes si sono conosciuti nel 2009, nella primavera di New York, davanti a un caffè. L'amore è sbocciato pochi mesi dopo, a dicembre, mentre Oliver salutava Bill in partenza verso Washington dove la sua famiglia lo attendeva per Natale: «Fu lui a cercarmi a inizio di quell'anno: gli era piaciuto molto il mio libro
The Anatomist e mi aveva scritto », spiega Hayes. «Così abbiamo cominciato una corrispondenza. Di carta, ovviamente, perché Oliver sino all'ultimo non ha mai avuto un computer, mai uno smartphone. Solo un cellulare minimale per le emergenze. Era di un altro tempo. Come il nostro amore».
Non a caso, Insomniac City, che allude a New York ma anche alle notti insonni dei due, è una collazione di appunti e scritti di Hayes sulla loro passione. «Una delle prime cose che mi disse Oliver fu: "Devi tenere un diario". Scriveva qualsiasi cosa su carta, in ogni momento, era maniacale. Per lui era cruciale "pensare su carta", per memorizzare e selezionare le cose più importanti».

frammento dell'intervista di Antonello GuerreraBill Hayes, compagno di Oliver Sacks

Repubblica lunedì 13 febbraio 2017

lunedì 7 settembre 2015

Scrivere significa vivere nel paradiso della mente

(...) l'atto di scrivere, quando va bene, mi dà un piacere, una gioia, che non somiglia a nessun'altra. Mi porta in un altrove che mi assorbe interamente facendomi dimenticare tutto, ansie, preoccupazioni e persino il passare del tempo. In quel raro, paradisiaco stato della mente arrivo a scrivere senza sosta fino a che non riesco più a vedere il foglio. E solo allora scopro che è scesa la sera.

Oliver Sacks 1933-2015

frammento tratto dal libro autobiografico On the move - In movimento che in Italia verrà pubblicato da Adelphi e citato nell'articolo che Livia Manera gli ha dedicato  
Corriere della Sera di lunedì 31 agosto 2015