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martedì 9 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/338: camminare e parlare, essere vicini, essere lontani

 


 

Oggi ho parlato a lungo, durante l’incontro organizzato con l’associazione Apriti Cielo, dell’amicizia tra le scrittrici Virginia Woolf e Katherine Mansfield che non mi stanco mai di leggere e rileggere.

Il loro mondo è stato catturato prima dall’unicità del loro sguardo e poi dalle loro parole. Se le scene della Mansfield mi fanno a pensare a una Polaroid, quelle della Woolf sono dei campi lunghi. Entrambe hanno doti straordinarie e le vite difficili che hanno vissuto, hanno contribuito, a rendere così nitida la loro scrittura che non invecchia mai.

Dai diari e dalle lettere di entrambe è possibile comprendere i termini dell’amicizia e della gelosia che di tanto in tanto le prendeva, ma era soprattutto la Woolf a provare invidia, Katherine fu l’unica scrittrice verso la quale provò questo sentimento. Insieme al rimpianto, dopo la sua morte, di non averla più come lettrice, come parte di quel “pubblico di due persone” che insieme costituivano.

Tanto ci sarebbe da scrivere ancora e, forse, lo farò.

Voglio chiudere questa Cronaca 338, di martedì 9 febbraio del secondo anno senza Carnevale, con una poesia che ho scritto qualche anno fa e che appartiene alla raccolta Un’estate invincibile (Atì editore 2019), di quella passeggiata è rimasta una traccia nei diari e nelle lettere, ma niente è stato scritto sul contenuto della loro conversazione.

 

Scena da una passeggiata di Katherine e Virginia

 

Tocco la corteccia dell’albero che

chiami platano, sull’angolo della

tua strada vedo la tua casa in

fondo e cerco un senso a questo

mio vagabondare.

Ogni senso è poroso e lascia

passare più sentimenti che

ragioni.

Sillabo il tuo nome con la punta

delle dita e il platano risponde

scuotendo i rami e vedo una

foglia perfetta staccarsi e in volo

arrivare sino alla tua finestra.

Ti vedo prendere la foglia, ti

vedo accarezzare la sua pelle

non liscia e poi ti vedo guardare

verso il cielo, in alto, più in alto.

Poggi la foglia sulla tua guancia,

la baci una volta e poi

ancora. E lasci che il vento

la strappi e io aspetto per

vedere se torna e abbraccio

il platano che conosce il nostro

segreto.

domenica 6 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/182: metafisica delle finestre aperte, a volte chiuse

 

Le finestre sono gli occhi delle case e anche il naso. La maggior parte delle finestre è a una via, possiamo cioè affacciarci dall’interno verso l’esterno ma non viceversa. A meno che non stiamo attraversando in treno una cittadina e, curiosi, sbirciamo vite che non sono la nostra ma che potrebbero esserlo.

Le finestre sono un assoluto nei climi temperati e un’assenza dove il clima non è mite, dove il vento soffia implacabile da Nord e ci fa voltare la schiena alle intemperie. 

Nella città silenziosa la mia finestra preferita si affaccia sull’albero bellissimo, sulle sue foglie danzanti, sui muri di una vecchia scuola e su quelli ancor più antichi di una fabbrica che non esiste più dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il davanzale è molto basso, quindi non posso affacciarmi in senso stretto, posso, però posso sdraiarmi sul divano e godere dell’alba argentata che arriva sempre più tardi in questo scorcio di fine estate.

Dalle finestre della casa dove vivevo da bambina contemplavo soprattutto il cielo e le vite dei bambini che abitavano nel palazzo di fronte. La maggior parte delle finestre della mia vita sono finestre sul mondo esterno, sul grande o piccolo paesaggio che in città si riesce ad abbracciare con lo sguardo.

A volte mi sono affacciata da finestre a piani molto alti e lo sguardo poteva correre libero verso l’intero orizzonte. Ma, quasi sempre, lo sgomento era più forte del piacere, perché veniva meno una delle funzioni fondamentali della finestra, cioè contenere il mondo in una cornice e favorire lo sguardo convergente che tanto piace alla poesia.

Anche potersi affacciare dall’esterno all’interno favorisce questo tipo di visione. Qui, nel giardino della Casa delle Parole, mi affaccio a tutte le finestre del piano terreno per cogliere la casa vuota in modalità “natura morta” e gli altri abitanti come se fossero quadri viventi, colti nei semplici gesti della vita quotidiana, attori inconsapevoli in una storia raccontata da altri.

O in una poesia che arriva da un passato ormai remoto.

 

Stelle alla finestra

 

Avvolge il silenzio questa casa

dove simuliamo infanzia. Un letto

verde, le ali sopra la finestra,

i libri che sono una torre e le parole,

ascolta, già sono fortezza. Si può

aspettare che l’inverno passi sapendo

che mai il suono delle voci sarà

uguale se viene meno un canto.

Tu custodisci questi quaranta anni,

la nostra traversata del deserto,

il tributo al Dio feroce cui non

cedemmo allora ma che oggi ci

impone la caduta. Manna o neve

o stella, nessuno resiste alle leggi

dell’attrazione. Di stelle inghirlando

la finestra, per dare gioia alla notte

che viene.

 

Da una passeggiata nel bosco dietro casa ritorno con un’altra poesia che appartiene a un episodio della vita di Mansfield e Woolf di cui entrambe raccontano nei rispettivi diari, ma senza svelare il contenuto della loro conversazione.

 

Scena da una passeggiata di Katherine e Virginia

 

Tocco la corteccia dell’albero che

chiami platano, sull’angolo della

tua strada vedo la tua casa in

fondo e cerco un senso a questo

mio vagabondare.

Ogni senso è poroso e lascia

passare più sentimenti che

ragioni.

Sillabo il tuo nome con la punta

delle dita e il platano risponde

scuotendo i rami e vedo una

foglia perfetta staccarsi e in volo

arrivare sino alla tua finestra.

Ti vedo prendere la foglia, ti

vedo accarezzare la sua pelle

non liscia e poi ti vedo guardare

verso il cielo, in alto, più in alto.

Poggi la foglia sulla tua guancia,

la baci una volta e poi

ancora. E lasci che il vento

la strappi e io aspetto per

vedere se torna e abbraccio

il platano che conosce il nostro

segreto.

 

Le finestre custodiscono molti più segreti di quanti non ne rivelino, quindi continuo a girare intorno a casa come una rondine impazzita e guardo e riguardo, ma non arrivo a capo di nulla.

Così mi arrendo, mi fermo, accetto i segreti e i custodi che li preservano, accetto il tempo che è una spirale, una scala e una finestra. Accetto la caduta e il sonno lieve, dove tutti i tempi e le creature amate stanno insieme in un luogo dove il male non può arrivare.

 

Cadere dalla scala del tempo


È una linea sottile rossa e non

un giorno, un mese o altro, è

un istante pieno, rotondo che

all’improvviso si affila e cade

dalla scala del tempo.


È il momento esatto in cui

capisci che il tempo non

esiste, perché la bambina e

la donna, camminano allo

stesso passo e il cuore che

batte è uno, soltanto uno.

 

Fuori dalla finestra la notte

si ammanta di nebbia e ricordi,

un intero cesto da cui pescare

a caso, a sentimento.

 

 

Ora che la notte scuote il mantello torno in casa e mi siedo a scrivere, ma prima parlo a lungo con un’amica che conosce la gioia e il tormento della scrittura. Una finestra è per te Edith, che ami i libri e le parole.

 

Questa Cronaca 182 è nata nella prima domenica di settembre, il sesto giorno del nono mese dell’anno senza Carnevale.

Le tre poesie della Cronaca odierna sono mie.

Stelle alla finestra è tratta dalla raccolta Figure del silenzio, Atì editore 2010.

Scena da una passeggiata di Katherine e Virginia e Cadere dalla scala del tempo sono tratte dalla raccolta Un’estate invincibile, Atì editore 2019.

 

martedì 14 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/37: di ogni istante la mente s’innamora


Non ci importa sapere se la mente è un prodotto del cervello, come ci insegnano i neuroscienziati, non ci importa se mondo e coscienza siano in realtà un’unica cosa come ipotizza il filosofo e psicologo Riccardo Manzotti, né se davvero Proust fosse un neuroscienziato come dichiarava il titolo di un bellissimo libro di Jonah Lehrer, raffinato giornalista scientifico caduto in disgrazia per essersi inventato un’intervista con Bob Dylan, non ci interessa qui confutare l’errore di Cartesio, dove mente e corpo sono irrimediabilmente scissi e dove sul tema Antonio Damasio ha scritto un bellissimo libro. O meglio mi interessano da morire tutti questi temi, ma oggi voglio riferirmi alla mente nella sua dimensione poetica e creativa, nient’altro.

La mente si innamora di ogni istante ha scritto Attilio Bertolucci ed è proprio così. Alla mente del poeta non sfugge nulla, è come se fosse un setaccio, una calamita, un oceano profondissimo quando cattura il mondo che noi percepiamo al di fuori di noi.

La direzione contraria, quelle parole che arrivano da un altrove sconosciuto, è l’altra faccia della mente innamorata, è il canto delle Muse che scelgono il loro cantore senza prima spiegare le regole.

La mente poetica conosce già quelle regole, è stata conformata dalla lettura folle, è stata cesellata dalla scrittura nel deserto, ha vissuto con il proprio corpo tutto quelle esperienze che l’anno scolpita, ha percepito il mondo e lo ha inglobato e se non lo ha riconosciuto lo ha ricreato.

Virginia Woolf, in una bella recensione ai diari di Katherine Mansfield, contenuta nella raccolta Voltando pagina, coglie lo spettacolo di una mente sensibile:
“Nel suo diario non interessa la qualità della sua scrittura o l’ampiezza della sua fama, ma lo spettacolo di una mente – una mente terribilmente sensibile – che recepisce e registra una dopo l’altra tutte le impressioni casuali e disparate di otto anni di vita. Per la Mansfield il diario era un compagno, qualcuno con cui aveva un rapporto di tipo mistico. «Vieni amico mio invisibile, sconosciuto» dice nell'iniziare un nuovo volume. In esso annotava dei fatti: il tempo, un impegno preso; descriveva brevi scene; analizzava il suo stesso carattere; descriveva un piccione, o un sogno, o una conversazione. Niente avrebbe potuto essere più frammentario; niente più intimo. Sentiamo, leggendolo, che stiamo osservando una mente sola con se stessa; una mente che così poco pensa a un pubblico da usare un tipo di scrittura stenografica di sua invenzione e che, come è incline a fare la mente quando si chiude nella sua solitudine, si divide in due e conversa con se stessa. Katherine Mansfield parla di Katherine Mansfield”.

Per questi motivi i racconti della Mansfield ci toccano e sconquassano come uragani anche a cento anni dalla loro scrittura, per l’abilità di quella mente luminosa che in poche stagioni ha condensato tutta la bellezza, durezza e crudeltà del mondo.

Nel Catalogo della gioia Antonella Anedda annota:
“1.
Il senso vivo dell’arte e della poesia, il significato che non
può che essere vivo, stanno nel rimando, nel cortocircuito,
nel punto d’incrocio, nella visione tanto precisa quanto
imprevista e imprevedibile. Il quotidiano con la sua
modestia è anche l’unica realtà forte capace di sostenere la
rete di simboli che attraversano la mente, l’unica realtà
capace di dare radice a ciò che altrimenti sarebbe vacuo
riferimento senza sostanza. E qui la sostanza è nel continuo
rovesciamento delle parti tra l’elaborazione storico-formale 
e l’annotazione, l’appunto, l’istantanea”.

Sia con Anedda che con Mansfield torniamo all’intuizione di Bertolucci, della capacità della mente di innamorarsi di ogni istante come condizione necessaria allo sgorgare della poesia e della scrittura.

Una conversazione notturna su Facebook con Anna Simone mi ha indotta a chiedermi perché la mente cerchi rifugio nei film e nelle serie tv anziché nella lettura, tanti lettori forti stanno raccontando delle difficoltà che provano in questa fase. Forse perché la funzione immaginativa della mente è meno sollecitata guardando film e serie tv, mentre sono iper-sollecitati i neuroni specchio. Leggendo, l’immaginazione galoppa e produce i nostri scenari e paesaggi mentali quindi è più facile distrarsi dalla trama e trovare un altrove rassicurante. (Comunque sia, viva i film e le serie tv. Ho appena visto Martin Eden e la serie Netflix Unhortodox, entrambe storie della lotta dell’individuo creativo contro la società dominante).

La mente creativa dell’individuo cerca sempre di sfuggire ai luoghi comuni, alle bugie consolatorie e crea un mondo alternativo dove poter vivere e respirare.

Così spiega questa dimensione la scrittrice Anaïs Nin, caduta nel dimenticatoio come tanti e tante altri autori e autrici del passato, nella sua raccolta di saggi La mistica del sesso:

“Perché si scrive è una domanda a cui posso rispondere facilmente, dato che me lo sono chiesto così spesso. Penso che un autore scriva perché ha bisogno di creare un mondo in cui poter vivere. Io non potrei mai vivere in nessuno dei mondi che mi sono stati offerti: il mondo dei miei genitori, il mondo della guerra, il mondo della politica. Dovevo crearne uno tutto mio, come un luogo, una regione, un'atmosfera in cui poter respirare, regnare e ricrearmi quando ero spossata dalla vita. Questa, credo, è la ragione di ogni opera d'arte. L'artista è l'unico a sapere che il mondo è una creazione individuale, che c'è una scelta da fare, una selezione. É una materializzazione, un'incarnazione del suo mondo inferiore. Quindi spera di attirarvi altri. Spera di riuscire a imporre il suo modo di vedere le cose e di poterlo condividere con altri. E quando non riesce a raggiungere questa seconda fase, l'artista continua tuttavia coraggiosamente a tentare. Pochi momenti di comunicazione con il mondo valgono la pena, perché è un mondo per altri, un'eredità per altri, un dono. Ma scriviamo anche per accrescere la nostra consapevolezza della vita. Scriviamo per lusingare e incantare e consolare altri. Scriviamo per fare “serenata ai nostri amanti. Scriviamo per gustare la vita due volte, nell'istante presente e nel ricordo. Scriviamo, come Proust, per rendere tutto eterno, e per convincere noi stessi che è eterno. Scriviamo per poter trascendere la nostra vita, per arrivare al di là di essa. Scriviamo per insegnare a noi stessi a parlare con gli altri, per testimoniare il viaggio nel labirinto. Scriviamo per ampliare il nostro mondo quando ci sentiamo soffocati, o limitati, o soli. Scriviamo come gli uccelli cantano, come il selvaggio danza i suoi rituali. Se nella scrittura non respiri, se non piangi, se non canti, allora non scrivere, perché la nostra cultura non contempla alcuna utilità per la scrittura. Quando non scrivo, sento che il mio mondo si restringe. É come se fossi in prigione. Sento che ho perso il mio fuoco e il mio colore. Deve essere una necessità, come il mare ha bisogno di incresparsi, e io questo lo chiamo respirare”.

La mente innamorata dell’istante deve poi scriverne in forma poetica o narrativa.

Mi congedo con una mia poesia questa sera, dove non sono più così sicura che la mente possa riposare nelle storie soltanto e non nella poesia.


La mente riposa nelle storie
prima la luce, poi il suono
per questo preferisco la poesia
alla narrazione. Amo quella
velocità particolare che ti
attraversa la lingua e
il battito e giunge nel
fondo dell’orecchio.
Solo quando la stanchezza
di troppo tempo sulle mani
prevale, lascio che la mente
riposi nelle storie.

Elena Petrassi
Scrivere il vento

Ati editore 2016

martedì 12 luglio 2016

Tremo sempre sull'orlo della poesia

I want to write poetry. I feel always trembling on the brink of poetry. The almonds, the birds, the little wood where you are, the flowers you do not see, the open window out of which I lean and dream that you are against my shoulder.

Voglio scrivere poesia. Tremo sempre sull'orlo della poesia. I mandorli, gli uccelli, il boschetto dove tu sei, i fiori che non puoi vedere, la finestra aperta alla quale m'affaccio e sogno che tu sia appoggiato alla mia spalla. 

(Journal of Katherine Mansfield, definitive Edition by J. M. Murry, Constable, London 1954, p. 94.) Nello scritto, del 22 gennaio 1916, la Mansfield si rivolge al fratello da poco morto

(grazie a Federica Galetto che l'ha postata su Facebook)

mercoledì 9 dicembre 2015

Una mente terribilmente sensibile

I più illustri scrittori di racconti in Inghilterra sono d’accordo, dice Murry, che come autrice di storie Katherine Mansfield era hors concours. Non ha avuto seguaci, né alcun critico è stato in grado di definire la qualità della sua opera. Ma i lettori dei suoi diari saranno ben contenti di non occuparsi di tale questione. Nel suo diario non interessa la qualità della sua scrittura o l’ampiezza della sua fama, ma lo spettacolo di una mente – una mente terribilmente sensibile – che recepisce e registra una dopo l’altra tutte le impressioni casuali e disparate di otto anni di vita. Per la Mansfield il diario era un compagno, qualcuno con cui aveva un rapporto di tipo mistico. «Vieni amico mio invisibile, sconosciuto» dice nell'iniziare un nuovo volume. In esso annotava dei fatti: il tempo, un impegno preso; descriveva brevi scene; analizzava il suo stesso carattere; descriveva un piccione, o un sogno, o una conversazione. Niente avrebbe potuto essere più frammentario; niente più intimo. Sentiamo, leggendolo, che stiamo osservando una mente sola con se stessa; una mente che così poco pensa a un pubblico da usare un tipo di scrittura stenografica di sua invenzione e che, come è incline a fare la mente quando si chiude nella sua solitudine, si divide in due e conversa con se stessa. Katherine Mansfield parla di Katherine Mansfield.

incipit della recensione ai diari di Katherine Mansfield
«A Terribly Sensitive Mind», Nation&Athenaeum, 10 settembre 1927
 
Virginia Woolf
Voltando pagina
Saggi 1904-1941
a cura di Liliana Rampello
Il Saggiatore 2011

giovedì 29 gennaio 2015

Con la felicità profondamente addormentata sul tetto

Tu che scrivi ad un piccolo tavolo, io che aggiusto dei fiori e poi mi siedo a scrivere anch'io. Noi che raccogliamo pigne, legni sparsi e brughiera per il nostro fuoco. Ho pensato a che cosa avrei pronto per te, minestra e forse pesce, caffè, pane tostato sulla carbonella, un barattolo di marmellata, e un mazzo di rose. E poi ho pensato a notre bon lit à nous deux tous seuls, tous seuls, caché dans la nuit. Il fuoco che scoppiettava appena, il mormorio del mare..., con la felicità profondamente addormentata sul tetto, la testa sotto l'ala, come una colomba. E poi ho veduto noi svegliarci il mattino e mettere sul fuoco la grande cuccuma e aprire la porta alla domestica, che appende il suo scialle alla porta della cucina: "Vous savez, il fait beau...".

frammento di una lettera di Katherine Mansfield a John Middleton Murry
dicembre 2015

in Pietro Citati
Vita breve di Katherine Mansfield
Rizzoli 1980

mercoledì 28 gennaio 2015

Scrivere in una prosa speciale per arrivare al cuore dell'esperienza

Come arrivare al cuore dell'esperienza, si chiede, come disegnare la linea chiara, lieve, incisa alitante.
"Forse non in poesia, né forse in prosa. Quasi certamente in una sorta di prosa speciale".

Grazia Livi su Katherine Mansfield
Da una stanza all'altra
Stanza d'affitto
Garzanti 1984

sabato 4 maggio 2013

Un sabato di primavera: Katherine Mansfield a Brescia


Una giornata luminosa, le voci e i profumi del mercato, passanti colorati e vocianti. Così mi ha accolto Brescia al mio arrivo sabato mattina. Ho camminato a lungo, respirato quell’odore di primavera che ancora non avevo sentito in questa stagione. Nel cortile della casa editrice il glicine è in fiore e il silenzio avvolgeva ogni cosa. A ogni minima folata qualche fiore cadeva con l’eleganza distratta delle cose che cadono. Ne ho raccolti alcuni e li ho messi a seccare in fondo al volume dei racconti di Katherine Mansfield che stavo rileggendo. Felicità è uno dei suoi racconti che più amo. La presa diretta sulla realtà, la mancanza dello voce autorale, la poetica degli oggetti che dicono, nel loro silenzio, dei personaggi ancora più di quanto non facciano loro stessi nel compiere le azioni. Il 18 marzo del 1922, Rebecca West pubblicò sulla rivista New Statesman una recensione che sottolineava le qualità poetiche del racconto Alla baia e dove scriveva che la scrittura della Mansfield era «the conquest of prose by the logic of poetry». Questo aspetto credo che sia uno dei motivi che fanno da sempre questa scrittrice una delle mie preferite. Ne ho parlato lungamente nel tardo pomeriggio alla libreria Rinascita dove un pubblico, quasi tutto femminile, ha avuto la bontà di ascoltarmi per quasi un’ora e mezza. Amare i libri significa per me anche condividere il piacere della lettura e restituire la gioia di ogni singola scoperta. Alla fine una signora mi ha chiesto se a mio parere la Mansfield avesse conosciuto la felicità di cui scriveva o se l’avesse soltanto immaginata. Ci ho pensato un lungo istante prima di risponderle, ferma sulle scale della libreria. Le ho risposto di sì, perché la felicità si esprime solo a frammenti, illuminazioni, folate, scoppi improvvisi, e questo è il modo in cui lei la narra. Ma il no sarebbe stata una risposta altrettanto veritiera, perché lo scrittore e il poeta non hanno bisogno di avere vissuto quello che raccontano, perché è soprattutto l’immaginazione che li guida nella scrittura, anche se conoscono ciò di cui stanno scrivendo. Almeno credo.

E.P.

giovedì 10 gennaio 2013

Per lo scrittore la parola è invocazione

Lo scrittore ha un rapporto speciale con le parole: per uno scrittore la parola è invocazione. Lo scrittore si aspetta che la lingua gli apra un'altra dimensione, differente.

Nadia Fusini
La figlia del sole
Vita ardente di Katherine Mansfield
Mondadori 2012

mercoledì 9 gennaio 2013

Un frammento luminoso


Che farci se avete trent’anni e, svoltando l’angolo della vostra strada, vi sentite sopraffatta d’improvviso da un senso di felicità – una felicità assoluta – come se aveste inghiottito un frammento luminoso di questo tardo sole pomeridiano, che vi arda giù nel fondo, mitragliandovi di una piccola gragnola di raggi in ogni particella, in ogni dito della mano e del piede?

(…)

Ma nel fondo di lei c’era ancora quel punto luminoso e ardente: quella gragnuola di piccoli raggi che ne sprizzava. Una cosa quasi insopportabile.
A malapena ardiva di respirare, per tema che divampasse più alta, e tuttavia respirava tanto, tanto profondo.

(…)
        
Andò in salotto e accese il fuoco, poi, presi a uno a uno i cuscini che Mary aveva disposto con tanta cura, li scaraventò sulle poltrone e sui divani.
Tutta la differenza era qui: subito la stanza si mise a vivere. Mentre stava per lanciare l’ultimo, si meravigliò di trovarsi all’improvviso a stringerlo a sé, appassionatamente, appassionatamente. Ma questo non servì a estinguerlo quel fuoco nel profondo. Anzi, al contrario.
Le finestre del salotto si aprivano su una terrazza che dava sul giardino. Proprio sul fondo, contro il muro, sorgeva un alto pero sottile nella più piena, ricca fioritura; si ergeva perfetto, come fissato contro il cielo verde giada. Anche a quella distanza, Bertha non poté a meno di sentire che esso non aveva neppure un germoglio, neppure un petalo gualcito. Giù in basso, nell’aiola del giardino, i tulipani rossi e gialli, tutti in fiore, parevano curvarsi sul buio. Un gatto grigio, strascicando il ventre, sgusciava attraverso il prato e uno nero, la sua ombra, gli si trascinava dietro.
Al vederli, così assorti, Bertha fu presa da un brivido.
“Che cosa da rabbrividire, i gatti!” balbettò, e si allontanò dalla finestra e prese a passeggiare avanti e indietro.
Come odoravano forte le giunchiglie nella calda stanza. Troppo forte? Oh, no. E tuttavia, come sopraffatta, si buttò su un divano, premendosi le mani sugli occhi.
“Sono troppo felice… troppo felice!” mormorò. E le parve di vedere sulle proprie palpebre il delizioso albero di pere coi bocci tutti aperti, quale un simbolo della sua vita.
Davvero… davvero… aveva tutto. Era giovane. Lei e Harry erano innamorati quanto e come sempre, e procedevano insieme meravigliosamente ed erano davvero buoni amici. Aveva una bambina stupenda. Preoccupazioni di denaro non ce n’erano. Avevano quella casa di tutta soddisfazione, e il giardino. E amici – moderni, amici eccitanti, scrittori e pittori e poeti e persone che si intendevano di problemi sociali – proprio il genere di amici che desiderava. E poi c’erano i libri, e c’era la musica, e lei si era trovata una meravigliosa piccola sarta, e nell’estate sarebbero andati all’estero, e la nuova cuoca faceva le più squisite omelettes…
“Sono assurda. Assurda!”. Si levò a sedere, ma si sentì completamente stordita, completamente ubriaca. Doveva essere la primavera.
Sì, era la primavera.

(…)

“Il suo stupendo albero di pere – albero di pere – albero di pere!”.
Bertha letteralmente si precipitò all’ampia finestra.
“Oh, e che cosa succederà adesso?” esclamò.
Ma l’albero di pere era stupendo come sempre, e sempre carico di fiori e sempre immoto.

Katherine Mansfield Felicità in Tutti i racconti I
Traduzione di Giacomo Debenedetti
Adelphi 1978

Katherine Mansfield

Oggi è il 90° anniversario della morte di Katherine Mansfield.
Per ricordarla ho scritto una recensione del romanzo La figlia del sole che Nadia Fusini le ha dedicato.

Il testo è stato pubblicato oggi sul blog di poesia della rai a cura di Luigia Sorrentino

E.P.

sabato 1 dicembre 2012

Virginia Woolf raccontata da me


Ed ecco la "mia" Virginia Woolf scritta per l'Enciclopedia delle donne

«Io provo un senso di fodere estive alle poltrone; di essere rimasta a casa mentre tutti sono in campagna. Mi sento desolata, polverosa e delusa». La solitudine dell’artista attraversa tutte le pagine del Diario di una scrittrice, libro straordinario che racconta il processo creativo e la scrittura di una delle scrittrici più importanti del XX secolo, Virginia Woolf, nata Adeline Virginia Stephen. Lo testimoniano, oltre alla sua vasta opera che comprende romanzi, racconti, saggi, diari e lettere, anche la mole di scritti e di siti web a lei dedicati. Ai quattro figli del primo matrimonio dei genitori, Sir Leslie Stephen e Julia Jackson (nipote di Julia Margaret Cameron), entrambi vedovi, si aggiunsero Vanessa, Virginia, Thoby e Adrian. L’infanzia di Virginia fu una tipica infanzia vittoriana, fatta di lezioni casalinghe, rispetto delle convenzioni, benessere e la sensazione costante che tutta la vita della casa e della numerosa famiglia ruotasse intorno alla madre, bella e distante, che la bambina vede come una cattedrale. La morte precoce di Julia, nel 1895, sprofonda la futura scrittrice nella prima grave crisi psicotica e sfocia in un tentativo di suicidio. Il fantasma della madre tornerà in vita nel suo romanzo - insieme a Le Onde, uno dei due, a mio avviso, più belli - Al faro, nella superba traduzione di Nadia Fusini. «Vi sarà un ritratto completo di papà; e della mamma; e poi St. Ives; e l’infanzia e tutte le solite cose che cerco di metterci dentro». Fu proprio il padre Leslie a farle dono del mondo della letteratura. Benché Virginia non avesse potuto studiare all’università come i fratelli, l’accesso alla libreria paterna le spalancò il mondo nel quale voleva vivere. Un mondo fatto di immaginazione e acuta osservazione della realtà. Virginia sapeva cogliere “il canto del mondo reale” così come Liliana Rampello intitola il suo libro, che è un’analisi diversa e nuova di tutta l’opera woolfiana. La studiosa «strappa via la Woolf dalla fama di donna segnata dalla tragica fine … e restituisce il sentiero luminoso di una donna geniale che canta continuamente la vita e il suo affascinante mistero, concretamente percepibile, per così dire, nei singolari e minuscoli accadimenti che entrano negli istanti del mondo» (Annarosa Buttarelli). La morte del padre e della sorellastra Stella diventa la condizione di possibilità e di libertà che porterà i giovani Stephen a staccarsi dai fratellastri Duckworth e ad andare a vivere a Bloomsbury, in quello che diventerà il luogo simbolo di una generazione straordinaria, di giovani artisti e intellettuali inglesi che segneranno la storia della cultura e della letteratura del Novecento. La condizione di privilegio e l’acuta capacità di osservazione le permisero di scrivere anche uno dei saggi più importanti per le donne moderne, Una stanza tutta per sé. Una rendita e una stanza con la porta chiusa erano ciò di cui una donna creativa aveva bisogno per potersi esprimere. La “cercatrice irrequieta”, come lei stessa si definiva, aveva comunque bisogno di una vita che avesse un centro e uno scambio continuo. Virginia combatté tutta la vita contro l’Angelo del Focolare che, a causa dell’educazione, vive in ogni donna e la fa sentire sempre in colpa perché non si comporta come dovrebbe. Dopo la morte del fratello prediletto Thoby nel 1906 e il matrimonio avvenuto nel 1907 dell’amatissima sorella Vanessa, che così smise di appartenere soltanto a lei, fu con Leonard Woolf che Virginia trovò un nuovo centro Alla fine di maggio del 1912 Virginia gli disse senza giri di parole che lo amava e voleva sposarlo. Il matrimonio permise la continuazione della vita bloomsburiana e le lunghe conversazioni che lei tanto amava. Parlava di libri con Litton-Strachey, le conversazioni con Vanessa erano incentrate sulle relazioni d’amore e d’amicizia; con Roger Fry il tema principale era l’arte e con Forster riprendeva quelle lunghe meditazioni sulla scrittura che costellano il suo diario, Con Vita Sackville-West , di certo il suo più grande amore, poteva parlare di tutto. La felicità della vita domestica, che molti critici mettono in dubbio, e la ricchezza delle sue relazioni, non bastò a metterla al riparo dalla sua fragilità psichica, dalle crisi maniaco-depressive che, insieme alle pesanti molestie subite dai fratellastri quando era ancora una bambina piccola, avevano nel tempo relegato in un cono d’ombra la vitalità e la passionalità della scrittrice. Nel 1913 tentò di nuovo il suicidio. Era tipico che alla fine di ogni sforzo creativo si sentisse svuotata e finita. Solo quando Leonard aveva letto il libro appena terminato, lei ritrovava un po’ di calma e di speranza nel futuro. Scriveva instancabilmente Virginia, recensioni per il «Times Literay Supplement», pagine di diario dense di osservazioni sulle persone che incontrava e sui libri che stava leggendo, lettere con decine di diversi corrispondenti che sottolineano la sua ironia e acutezza. Il suo romanzo d’esordio La crociera, venne pubblicato nel 1915, cui seguirono Notte e giorno nel 1919, La camera di Jacob nel 1922, Mrs. Dalloway nel 1925, Al faro nel 1927, Le onde nel 1931. Si confrontava di continuo con i suoi contemporanei e dell’amata-odiata Katherine Mansfield, che frequentò dal 1916 sino alla sua morte nel 1923, scrisse nel diario che la sua scrittura era l’unica di cui fosse gelosa. Virginia era una donna piena di fascino: la lista di ammiratori e ammiratrici è lunghissima, così come quella delle persone famose che incontrò nel corso della vita. Il 22 febbraio 1937 la traduttrice francese del romanzo Le Onde, Marguerite Yourcenar che non suscitò molto il suo interesse, andò a trovarla per parlare della traduzione che stava facendo. La Yourcenar riteneva la Woolf uno dei più geniali prosatori della lingua inglese e in un suo scritto l’avrebbe paragonata a Vermeer «per il fascino quasi idilliaco dei colori che rivela lo stesso gusto delle vibrazioni uniche, dei minuti eterni di cui è fatto il mondo di Virginia Woolf, per la magia segreta che impregna le loro immagini, seppure rese con strumenti diversi». Virginia scrive nel diario una cronaca dell’incontro che si limita a descrivere l’aspetto della visitatrice, e annotare che le sembrava una donna che avesse qualcosa da nascondere del suo passato, la grande scrittrice francese resta senza nome. Anni dopo, al contrario, la Yourcenar rievocherà addirittura la scarsa luce nel salotto dove si incontrarono, le domande che fece a una Woolf poco interessata all’arte della traduzione che lei non riusciva a concepire come un dialogo tra scrittore e traduttore, così come lo concepiva la Yourcenar. Un altro incontro che vale la pena ricordare è quello con Sigmund Freud, il 28 gennaio 1939. Parlarono delle conseguenze della Grande Guerra sull’Europa, dell’ascesa di Hitler al potere. Lei lo ascoltava con grande attenzione; prima di salutarla Freud le regalò un narciso. Condividevano la passione per le profondità della mente umana ed entrambi la esploravano attraverso la scrittura. Virginia rese omaggio alla grandezza di Freud nel diario del 2 dicembre 1939 annotando: «Cominciato a leggere Freud ieri sera; per ampliare la circonferenza: dare al mio cervello un più vasto raggio: renderlo obiettivo: uscire da me stessa. E sconfiggere così il restringimento della vecchiaia». Non era solo la vecchiaia a stringere Virginia in un cerchio soffocante. La Seconda Guerra Mondiale era scoppiata e lei non ne avrebbe vista la fine. Gli ultimi due anni della sua vita furono oscurati dai bombardamenti su Londra e da molte paure per il futuro. Alla fine del 1940 la malattia si era ripresentata e l’ultimo dottore che l’ebbe in cura le prescrisse riposo assoluto, soprattutto che stesse lontana dalla letteratura. Aveva ricominciato a sentire le voci Virginia, così come da giovane sentiva gli uccellini cantare in greco, e non aveva più la forza di combattere. Scrisse tre lettere, una per Vanessa e le ultime due per Leonard dove lo ringraziava per la felicità che avevano condiviso. Senza salutare né il marito né la domestica Louie, Virginia si allontanò da casa il 28 marzo 1941. Arrivata sulle rive del fiume Ouse, in un luogo dove altri abitanti del luogo si erano suicidati, Virginia mise dei sassi nelle tasche del cappotto e si incamminò nel fiume. Verrà ritrovata solo il successivo 18 aprile. La devastazione della guerra inghiottì anche questa morte e fu solo negli anni Sessanta che il mondo letterario ricominciò a occuparsi di lei. Le sue ceneri riposano all’ombra di un olmo nel giardino di Monk’s House. Sulla lapide è incisa la frase “«Le onde si infrangevano sulla spiaggia» che chiude il suo celebre romanzo. 
Ancora oggi i suoi libri non cessano di riempirci di stupore e di incanto, avvinti da quella luce particolare che la Yourcenar aveva riconosciuto.

Virginia Woolf
Londra 1882 - Rodmell 1941

Fonti, risorse bibliografiche, siti
Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, Mondadori 1979
Virginia Woolf, Romanzi, a cura di Nadia Fusini Mondadori 1998
Virginia Woolf, Saggi, prose, racconti, a cura di Nadia Fusini Mondadori 1998
Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, SE 1993
Nadia Fusini, Possiedo la mia anima. Il segreto di Virginia Woolf, Mondadori 2007
Armanda Guiducci, Virginia e l’angelo, Longanesi 1991
Hermione Lee, Virginia Woolf, Chatto & Windus 1996
Liliana Rampello, Il canto del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura, Il Saggiatore 2005
Vivian Forrester, Virginia Woolf, Albin Michel 2009

mercoledì 31 ottobre 2012

La creatività ha bisogno di un presente privo di tensioni

La verità è che la creatività, per affiorare, ha bisogno di un presente privo di tensioni, fatto di maglie lunghe e invarianti.

Grazia Livi  a proposito di Katherine Mansfield
Da una stanza all'altra
Garzanti 1984

lunedì 29 ottobre 2012

Katherine Mansfield raccontata da me


Da un paio di anni collaboro con l'Enciclopedia delle donne e ho scritto sino ad oggi sei voci che ho pensato di riproporre anche sul mio blog.
Questa è Katherine Mansfield, una delle mie scrittrici preferite, che non mi stanco mai di leggere.

*****

Per diventare Katherine Mansfield la piccola Kathleen Mansfield Beauchamp impiegò tutta la sua breve e intensa vita, continuando a usare una miriade di nomi, ognuno dei quali legato a uno stato d’animo, a una relazione, a una percezione dell’essere. Così in Katherine convivevano Kass, Katie, K.M., Mansfield, Katherine, Julian Mark, Katherine Schönfeld, Matilda Berry, Katharina, Katiushka, Kissienka, Elizabeth Stanley e infine Tig, la tigre sposata con John Middleton Murry.
Nata in una famiglia dell’alta borghesia di Wellington - genitori, un fratello, tre sorelle, una zia e una nonna - visse un’infanzia agiata e colma di meraviglia che diventerà forse l’unico centro della sua vita e la fonte stessa dell’ispirazione artistica. L’infanzia sarà trasfigurata, mai declinata al passato, ma sempre raccontata in un eterno presente. Le piccole protagoniste Lottie e Kenzia di Preludio ogni giorno traslocano nella nuova casa, il sole della baia di Crescent sorge in eterno e Bertha Young in Felicità, continua a scintillare all’unisono con il suo piccolo, perfetto mondo, simboleggiato da un pero fiorito che, alla fine, sarà anche il simbolo della finzione e delle maschere dietro cui la vita vera si nasconde.
Ma come fu la vita di Katherine? Di certo una vita dolorosa, solitaria, audace e anti-conformista, segnata dall’esilio e dalla malattia e da un desiderio mai esaudito di un focolare domestico, di una vita da donna come tutte le altre; una vita segnata dalla contraddizione, poliedrica e febbricitante. «Ho sempre avuto una furia isterica di vivere, l’isteria è una grande ispiratrice. Detesto le ore grigie, amo i giorni che passano all’orizzonte come nubi di tempesta». Fu una scrittrice perseguitata dalle furie, come scrive una delle sue biografe Claire Tomalin. E fu anche «Un essere segreto fino in fondo a me stessa» come scriveva all’amica di tutta la vita Ida Baker.
Lasciò la Nuova Zelanda una prima volta nel 1903 per andare a Londra a completare gli studi.
Scrisse nel suo diario durante il viaggio «Indipendenza, risolutezza, uno scopo fermo, il dono della discriminazione, chiarezza mentale. Ecco le doti indispensabili». Ma le furie non le permisero altro che il dono della chiarezza e la costrinsero a non potersi fermare in nessun luogo. Completati gli studi al Queen’s College fece ritorno in Nuova Zelanda solo per scoprire che non poteva più vivere nella terra natale.
Proprio in quella fase della sua vita scoprì la sua vocazione di scrittrice. Il ritorno a Londra nel 1908 fu l’inizio della sua vita bohémienne. Una relazione amorosa appassionata la legò al giovane musicista Garnet Trowell, ma venne osteggiata dalla famiglia di lui. Troncata questa storia d’amore, in maniera precipitosa, e anche misteriosa, si unì in matrimonio con il maestro di canto George Bowden, maggiore di lei di undici anni. Il matrimonio durò soltanto un giorno e subito dopo la madre di Katherine, Annie Beauchamp, la condusse in Baviera anche con la speranza di interrompere la relazione amorosa con Ida Baker. I racconti della raccolta In a German Pension, nascono da quel soggiorno ma anche dall’incontro con i libri di Anton Cechov, l’unico scrittore con il quale forse si confrontò per tutta la vita. La pubblicazione del primo libro la fece entrare in contatto con la rivista letteraria «Rhythm» dove incontrò l’uomo più importante, il futuro marito, biografo e curatore letterario, il critico e scrittore John Middleton Murry. La loro relazione attraversò fasi altalenanti, fu costellata di grandi distacchi durante i quali l’amore ardeva più forte e i progetti per il futuro comune si moltiplicavano. Quando lei iniziò a soggiornare in Costa Azzurra a causa dei problemi polmonari, scriveva a John di Villa Pauline a Bandol dove risiedeva: «Se tu verrai, ho trovato per noi, una minuscola villa che mi pare, a suo modo, quasi perfetta. È isolata, in un piccolo giardino a terrazze, è esposta a mezzogiorno e prende il sole da mattina a sera. Ha una veranda di pietra e una piccola tavola rotonda dove possiamo sederci per mangiare e lavorare. Una graziosa piccola cucina con pentole e padelle e un grande bricco per il caffè».
Quello trascorso a Villa Pauline fu il periodo più felice della sua vita, al punto che anni dopo scrive in una lettera a un amico «Quando scrivo mi sento così vicina al mio io-scrittore, al mio “Pauline” io-scrittore...». È proprio in quel primo soggiorno che Katherine scrisse alcune delle sue pagine più belle, tra cui Preludio, il racconto che verrà poi pubblicato dalla Hogarth Press, la casa editrice di Virginia Woolf. È John a sottolineare che Katherine, nel suo continuo scrivere lettere, era una donna innamorata non solo del marito ma di tutti, una donna in profonda connessione con la bellezza e il dolore del mondo, con la disperazione e la speranza che mai veniva meno. Il dolore fu per la Mansfield la strada per giungere a una più chiara visione e una più piena accettazione della vita.
«Bisogna sottomettersi. Non resistere. Accogliere il dolore. Essere come sommersi. Accettarlo pienamente. Farne parte della propria vita... Nella vita, qualunque cosa venga realmente accettata, subisce poi un mutamento.»
Il dolore e l’esilio furono la sua condizione esistenziale, il marito così ne scrisse nel lungo ritratto che le ha dedicato nel suo libro Katherine Mansfield and other literary portraits «Viveva in esilio dal paese natale e questo è un fatto materiale. Ricreò il paese natale e questo è un fatto spirituale. Il paese che lei ha ricreato non è però la Nuova Zelanda, ma un paese universale, la terra dell’innocenza, quella cui tutti gli spiriti aspirano. Cercava una casa: ma quello che non trovò in Nuova Zelanda non riuscì a trovarlo in nessun altro paese al mondo o forse lo ha trovato in tutti. Per lei casa significava la sicurezza dell’amore di “essere in una qualche via per la pace, colma di felicità”».
Negli anni in cui cercava la propria voce di scrittrice, ebbe il privilegio di conoscere e frequentare alcuni tra i più grandi scrittori e pensatori inglesi dell’epoca. Oltre a Elizabeth Von Arnim, sua cugina, fu legata da profondi rapporti di amicizia con D.H. Lawrence, Bertrand Russel, Lady Ottoline Morrel e Virginia Woolf. Nel 1916, all’inizio della loro frequentazione, la Woolf restò scioccata dalla maniere allo stesso tempo dure e ordinarie della Mansfield e la trovò «sgradevole, ma energica e totalmente prova di scrupoli», come riporta la Tomalin nella biografia di Katherine che invece ne è fatalmente attratta: «L’amo infinitamente... Ho sentito per la prima volta l’estranea, fremente, scintillante qualità del suo spirito – e per la prima volta ho avuto l’impressione di incontrare una di quelle donne di Dostoevski, la cui innocenza è stata ferita» scrive all’amica comune Ottoline. Quando nell’agosto del 1917 Katherine raggiunge Virginia nella residenza di Asheham, le due scrittrici fanno una lunga passeggiata in collina, contemplando i cardi, le farfalle e gli aerei che solcano il cielo... Dopo la visita Katherine scrisse una lunga lettera di ringraziamenti, dove esaltò le qualità della Woolf e sottolineò le ambizioni simili che entrambe nutrivano nei confronti della letteratura e nella loro vita di scrittrici. Nel 1918 durante un soggiorno a Mentone, il ritorno a Villa Pauline è fonte di una tremenda disillusione. Tutto è cambiato, il tempo è tremendo, nessuno la riconosce. La malattia è ormai conclamata e la trascina verso la morte implacabile come “un enorme uccello nero”. Nel maggio dello stesso anno finalmente Katherine e John si sposano e continuano le peregrinazioni da un paese all’altro cercando sia la salute che una maggiore profondità e pienezza della scrittura. Nelle pagine bellissime che le dedica nel suo libro Da una stanza all’altra così scrive Grazia Livi: «La chiave di volta del suo lavoro è l’esperienza. L’esperienza intesa come contatto immediato col reale. Sentita alla stessa maniera dei poeti: non tanto per il contenuto in sé, quanto per la sua indicibile qualità, che è spia folgorante e elusiva della profondità della vita. Anche lei, come Joyce, come la Woolf, aspira ad afferrarla, elaborando un sentimento del momento di essere, o del momento reale. Ma con una differenza. Il momento della Mansfield non ha una tonalità concettuale, né spirituale, ma solo intuitiva, e vuole esprimere solo una sorta di adesione pura, un puro trasferirsi nell’altro e nella situazione, con assoluta sincerità, con assoluta limpidità».
«Senza emozione la scrittura è morta» sentenzia in una recensione nella rivista «Athenaeum» Katherine stessa. Ma cosa significava scrivere per lei?  A più riprese annotava nel diario che scrivere significava riportare in vita il fratello morto in guerra, salvare dall’oblio l’infanzia comune, adempiere «a un dovere verso quel tempo felice... quando eravamo vivi tutti e due... adesso desidero scrivere del mio paese fino al completo esaurimento dei miei mezzi... ho bisogno di tenere una specie di diario minuto da pubblicare un giorno. Non romanzi, non racconti a tesi, nulla che non sia semplice e chiaro... Sento il mio lavoro come una passione: è la mia religione, il mio mondo, la mia vita». Il suo scrivere era luminoso, la sua intenzione di cogliere il momento, riuscita. Di certo i suoi racconti risentono dell'influenza di Cechov che lei tradusse lungamente, al punto che una sua traduzione di un racconto inedito venne pubblicata come se fosse un suo racconto originale. Ma la tensione e la concentrazione, la capacità di raccontare con poche immagini un luogo come fosse una persona,  uno stato d'animo come un temporale sono solo suoi. La Mansfield aveva un dono originale che anche Virginia Woolf le invidiava: i suoi personaggi sono vivi, i dialoghi brillanti, le descrizioni vivaci. E tutto il suo tessuto narrativo è così personale che anche Pietro Citati nel suo famoso libro Vita breve di Katherine Mansfield, attinge a piene mani dalla sua scrittura per creare il personaggio Mansfield.
I successivi soggiorni in Cornovaglia, a Ospedaletti, a Mentone e poi di nuovo Londra fruttano i nuovi racconti FelicitàLa giornata di Reginald PeacockIstantaneeJe ne parle pas françaisVeleno. Nel 1920 esce Felicità, il secondo libro di racconti ma non ne è contenta. A Mentone, Villa Isola Bella, è più rilassata e fiduciosa nei propri mezzi e nella possibilità di una guarigione.
Ancora la Livi sottolinea: «La verità è che la creatività, per affiorare, ha bisogno di un presente privo di tensioni, fatto di maglie lunghe e invarianti».
Nel 1921 è di nuovo in Svizzera con il marito in una realizzazione del suo caldo sogno domestico che Villa Pauline aveva provvisoriamente incarnato. Ma è di nuovo un’illusione, uno stato momentaneo dell’essere. Nel 1922 si recò a Parigi per provare una nuova terapia e lì entrò in contatto con Gurdjeff e fu attratta dalla sua dottrina esoterica. Lo raggiunse a Fontainebleau dove incontrò anche la vedova di Cechov. Lì risiedeva nella stanza piccola e fredda che le era stata destinata e trascorse molte ore nella stalla a respirare l’alito delle mucche che vi erano ricoverate. Non si lamentò, non desiderò null’altro che essere lì a osservare la nuova realtà che la circondava. Tra le ultime parole che scrisse in russo su un taccuino che sempre l’accompagnava leggiamo: carta, cenere, legna. Così come il ciclo della carta che nasce dal legno e finisce in cenere, Katherine Mansfield brillò nelle sue ultime ore e si spense all’improvviso la sera del 9 gennaio 1923. Al suo funerale c’erano solo il marito, le sorelle, Ida e Orage, il suo primo editore.
L’epitaffio sulla sua tomba è una citazione dall’ Enrico IV di Shakespeare: «Ma io vi dico, mio sciocco signore, che da questa ortica, da questo rischio, cogliamo il fiore della sicurezza».


Katherine Mansfield
Wellington (Nuova Zelanda) 1888 - Fontainebleau (Francia) 1923

Fonti
Katherine Mansfield, Tutti i racconti, 5 voll., Adelphi 1979
Katherine Mansfield, Epistolario, Il Saggiatore 1971
Grazia Livi, Da una stanza all’altra, Garzanti 1984
Claire Tomalin, Katherine Mansfield, a secret Life, Viking 1987
Pietro Citati, Vita breve di Katherine Mansfield, Rizzoli 1980
Kathleen Jones, Katherine Mansfield: the Storyteller, Penguin 2010