Visualizzazione post con etichetta eternità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta eternità. Mostra tutti i post

sabato 25 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/657. Sbucciare i mandarini e schiacciare le noci, anche questo è Natale

 

 

Sssttt, silenzio e ancora silenzio. Il giorno della nascita volge al termine, il bambino è entrato nel mondo e nel tempo. Non sapremo nulla, o quasi, della sua vita per molto, molto ancora. Una vita durata un soffio che ogni anno per noi inizia con l’Annunciazione, l’Avvento, la nascita e si conclude nella Pasqua dell’anno successivo, con la Crocefissione, la morte e la Resurrezione, la seconda nascita. È stata una giornata gioiosa, iniziata con un pranzo barocco, dove non mancava nessun piatto della tradizione e finita con una cena digestiva a base di tortellini in brodo che “sgrassano”, come dice ogni anno mia cognata. Tante chiacchiere, lo scambio dei regali, un pisolino, un film semi-comico. Quando si ritorna a casa non c’è in giro nessuno perché manca poco anche alla fine di questo giorno.


 

Di cosa ci parlano gli oggetti?

 

Quando hanno iniziato

le cose a non trovare

più il loro posto usuale?

Ci sono lenzuola sulla

tavola, i piatti in lavatrice

e i bicchieri in mezzo alle

spezie, la pasta tra le

piante sul davanzale e

così via. Cosa stanno

cercando di dire le cose?

Cosa non abbiamo capito?

Cosa abbiamo dimenticato?

Ogni oggetto fuori posto è

un messaggio che arriva da

qualcuno che amiamo e che

non è più con noi, in questo

tempo e nel suo spazio. Ma

ho imparato a leggere le cose,

la loro tristezza è la mia, mancano

le vostre parole, per questo

piange la teiera e i tovaglioli

sono stropicciati anche se

nessuno ne ha fatto uso.

Faccio i vostri nomi a voce

bassa, perché gli oggetti

vi portino questo mio saluto.

Non ho dimenticato, voi

siete sempre con noi, seduti

alla nostra tavola imbandita.

 

 

A Natale è facile lasciarsi prendere dalla tristezza perché alcune delle persone che amiamo non ci sono più. Ma preferisco scegliere la gioia di ricordarvi seduti con noi a questa tavola, la prova generale per il banchetto che divideremo nell’Eternità.

Questa Cronaca è dedicata al mio amico Maurizio che ha perso il suo papà da pochi giorni, a Francesca che ha perso la sua mamma, anche lei da poco, e a Luca, il fidanzato di Elisabetta che ha perso il suo papà l'anno scorso in questo stesso periodo.

Oggi è sabato 25 dicembre del secondo anno senza Carnevale e con il secondo Natale un po’ in sordina, ma questa Cronaca 657 sta ancora banchettando in onore dei vivi e dei morti, sbuccia mandarini e schiaccia le noci per tutti i commensali.

sabato 13 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/615. Una Lettera mi è sempre parsa come l'immortalità, perché è la mente da sola, senza compagno corporeo


Passiamo molte ore al giorno a leggere e scrivere mail, sms e whatsapp – che hanno un destinatario noto – e poi a pubblicare foto, post su FB, commenti dove capita, twittare e ritwittare – messaggi rivolti a destinatari perlopiù sconosciuti. Perché noi umani abbiamo questo bisogno smodato di comunicare? Di metterci in mostra? Di condividere? Non credo ci sia una sola risposta, i motivi sono molteplici, certo c’è una dimensione ludica, una intellettuale, di sicuro anche una sentimentale. In quanto animali sociali vogliamo far parte di un gruppo, essere riconosciuti, apprezzati e anche amati. Mentre riflettevo oziosamente su questi temi e stavo cercando ispirazione per la Cronaca odierna, ho sfogliato un volume con una selezione delle lettere di Emily Dickinson e la lettera 330 del giugno 1869 inizia con la frase che ho scelto come titolo. Mi fa impazzire la visione dickinsoniana di considerare il corpo come un compagno e la mente da sola essere l’immortalità. Non so come accada, ma accade, che la poesia ci offra risposte a domande che ancora non abbiamo formulato. La scrittura di una lettera, quando ancora le si scriveva, era un esercizio di concentrazione ed eleganza, almeno per gli scrittori, che aveva l’intenzione di lanciare nell’eternità parole e pensieri. Lanciarsi oltre la soglia del tempo, oltre la nostra finitezza corporea, la nostra umana mortalità. Scrivere, in generale, risponde proprio a questo desiderio di vincere i confini della nostra mente, del tempo lineare – l’unico di cui facciamo esperienza – di superare anche la soglia che coincide con la resistenza del nostro compagno corporeo, così come lo chiama la Dickinson. I libri, ogni libro, sono in qualche modo anche lettere e messaggi che consegniamo al mare del tempo, sempre sperando che qualcuno raccolga il nostro messaggio. Ma ci pensate a quanto sia straordinario che la nostra mente possa entrare in contatto con pensieri e parole pensati secoli, se non millenni, prima della nostra venuta al mondo? La scrittura ci permette di viaggiare non solo nello spazio, ma anche nel tempo, di trascendere la nostra finitezza.

 

 

Le parole che danzano nel fuoco

 

Scrivo, non so quando mi

leggerai, non so cosa starai

pensando, scrivo e mi riempie

di gioia il farlo. La gioia e la

scrittura abitano negli stessi

territori della mia anima e

vorrei che tu sentissi questa

gioia, che tu vedessi le scintille

dell’anima che si espande e

cerca nello spazio intorno.

Scrivo e lancio nel vuoto queste

mie parole, cadranno a terra

con le foglie dell’autunno, con

la pioggia scivoleranno sui

vetri, con le nuvole partiranno

verso altre terre, altri sguardi.

Solo chi ha conosciuto l’ascesa

vertiginosa del pensiero, potrà

provare la vertigine della caduta,

sentire i piedi sulla terra, nella

terra le radici e amare anche

i giorni brevi che il tempo ha

strappato dalle sue dense trame

per farcene dono. Le parole

danzano nel fuoco, ma tornano

sempre nelle nostre mani, si

incarnano e diventano leggere,

semi nel vento, sogni non

ancora sognati, un battito d’ali

e poi, il silenzio.

 

 

Sotto una pioggia scrosciante finisco di scrivere questa Cronaca 615 di sabato 13 novembre del secondo anno senza Carnevale. Le lettere della Dickinson mi aspettano insieme a tutti i silenzi cui la sua poesia dà forma e respiro. 

domenica 26 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/567. Una foglia si stacca e cade, danza e cade, cade senza cadere

 



Il giorno era una notte d’inchiostro, nessuna luce ha interrotto il grigio uniforme del cielo, un cielo senza alfabeto, una pagina scritta senza una penna ma solo con il ricordo delle nuvole già sparite. Non c’è differenza tra questo giorno e la notte che è stata, non c’è differenza tra questo giorno e la notte che sarà. Noi siamo presi nel mezzo, incerti viaggiatori del tempo, presi in trappola tra il desiderio di andare e quello di restare. Sulla tavola del mattino è rimasta una tazza di latte, un pezzo di pane di ieri, il caffè che continua a fumare, come fosse un piccolo vulcano domestico. C’è qualcosa di chiaro e terribile nei primi giorni d’autunno, quando strappiamo significato ai minimi gesti, agli oggetti che erano muti nel loro quieto stare. In tutto questo silenzio anche noi siamo privi di voce, ci nascondiamo negli angoli e aspettiamo che una voce ci inciti a muoverci, che una voce cara dica il nostro nome. Ma come i giocattoli abbandonati di una fiaba, potremo muoverci solo quando qualcuno ci cercherà, quando uno sguardo, quello sguardo, arriverà ai nostri occhi, alle nostre orbite vuote, senza luce, senza ricordo. Ci specchieremo l’uno nell’altro, generazione dopo generazione, riconosceremo le mani del nonno materno nelle nostre stesse mani, la bocca di nostra madre nella nostra bocca, il naso volitivo di nostro padre, la mitezza dello sguardo di nostra nonna paterna. Come potremo essere noi se sempre siamo prima di tutto il ricordo di altri, di quegli altri sconosciuti che ci hanno preceduto? L’eredità non è un bene passeggero che le generazioni si trasmettono, non sono la terra e le case. Anche se avremo dissodato gli stessi campi dei nostri avi, anche se avremo spazzato lo stesso pavimento di pietra e lavato i panni nella stessa fontana, quelli saranno stati solo gesti. L’eredità è nell’oscuro luogo dove i nostri geni hanno mescolato tutto ciò che è stato prima di noi. Potremo essere liberi se avremo accettato questa eredità, solo se ci inginocchieremo ai secoli e ai millenni, e con il capo chino, allora potremo dire “Io sono, e sono anche un altro, e sono anche tutti gli altri”. Allora il respiro potrà placarsi e accordarsi al respiro di questo mondo tragico e bello in ogni sua manifestazione. Anche nella fatica, nella solitudine, nell’esilio, quei luoghi lontani, quelle mani che non abbiamo conosciuto, parleranno in noi e per noi. Non abbiamo confini nel tempo, non ne ce ne sono mai stati e mai ce ne saranno. Potremo porgere una mano verso il domani che arriva e con una piccola torsione continuare a tenere tutti gli ieri che si incolonnano, formiche del tempo e andranno a formare quella muraglia che ancora non abbiamo imparato a scalare.

 

Nell’ombra delle nostre parole


Nel giardino possiamo

assistere alla caduta delle

mele, riempire il nostro

cestino e respirare l’aroma

rosso che chiama ancora

l’ombra dei fiori che erano

e non saranno mai più.

Sarà questa la nostra

partenza sfolgorante verso

il pomeriggio che ci

sta già chiamando. Allora

metteremo sul tavolo

quelle mele, sposteremo

la tazza vuota e accenderemo

il fuoco e lasceremo che

tra le scintille sprizzino anche

questi versi necessari, dove

la mente può passeggiare

come se fosse all’ombra

del meleto la scorsa primavera.

Noi abbiamo veduto, per questo

possiamo ricordare. Una foglia

si stacca e cade, danza e cade,

cade senza cadere, danza

senza un solo suono se

non quello che si muove

nell’ombra delle nostre parole.

 

 

Siamo prigionieri della pioggia oggi, domenica 26 settembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 567 è rotonda e rossa come una mela appena raccolta. La metto sul tavolo, non nel cestino, ma accanto, per vedere in quanto tempo sarà dentro senza che io l’abbia più toccata.

L’immagine di oggi è La direzione del vento di Andrey Remnev.

lunedì 20 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/561. Chiedo alla luce un nuovo fulgore

 



 

Quanti movimenti deve fare l’occhio per cogliere proprio quel frammento di luce? Quanti passi verso l’orizzonte per far sì che un paesaggio diventi parte di noi? Quanti respiri all’unisono con il vento servono perché diventiamo aria nell’aria?

Sono domande senza risposta o forse l’unica risposta è sempre la stessa: dipende.

Dipende dalla stagione che ci circonda, dipende dal paesaggio, dalla nostra altezza, da quanto siamo disposti a lasciarci sorprendere, a quanto desiderio di cambiare abita in noi. Il respiro muta solo con un’intenzione precisa, quando sentiamo il petto allargarsi e l’aria non essere più una minaccia che arriva dall’esterno, ma una condizione necessaria a una vita più libera.

La cosa importante di queste domande è che possiamo farle anche stando seduti in poltrona a guardare il soffitto, o alla scrivania a cercare di scrivere un nuovo racconto. Perché c’è sempre nella vita qualcosa che eccede le nostre intenzioni, la sorpresa continua di essere vivi a ogni risveglio, di potersi meravigliare alle minime variazioni della luce.

La poesia si annida proprio tra queste pieghe minime del giorno nuovo, nel pieno della luce meridiana e nei bagliori del sole che cede alla notte.

 

 

La poesia preferisce i margini e le soglie

 

La tazza di tè è calda, il mattino

grigio e non cerco ispirazione

nei colori o nell’aroma che respiro.

Gli attimi si dispongono nel giorno

come note sullo spartito, ma è

ancora troppo presto perché io

possa cogliere questa nuova

melodia e così, chiedo alla luce

un nuovo fulgore, uno scarto

nell’armonia, perché sono margini

e soglie i luoghi dove la poesia

si annida, dove posso fermarmi

e invitarla a raggiungerci in

questa pagina che era bianca.

 

 

Così sta trascorrendo questa giornata, tra la luce e i suoi margini, tra la soglia e l’occhio che la contempla. Perché la poesia è anche questa capacità di mutare la cronaca di un giorno qualunque in un frammento di eternità.

 

Oggi è lunedì 20 settembre del secondo anno senza Carnevale, un lunedì armonioso che abbraccia questa Cronaca 561 e le sue parole appena scritte.

venerdì 17 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/558. Ci sono cuori segreti nel cuore di una città

 


Nessuna città possiede solo un cuore e un solo respiro, ogni quartiere, ogni borgo racchiudono nelle pietre, nei muri, nei soffitti, ombre del tempo che è stato, respiri e storie. Ogni casa è una storia, almeno una. Anche noi non siamo, alla fine che una storia, una storia che forse verrà raccontata, lascerà una traccia, un’immagine in una fotografia scattata quasi per caso. Dopo il tremendo nubifragio di ieri sera, la morbida luce di settembre ha preso il sopravvento e ha arrotondato tutto il panorama intorno. Case basse, due piani al massimo, un paio di palazzetti che risalgono ad epoca medioevale, vecchie trattorie che sembra di tornare negli anni Cinquanta e in due si spende meno della metà di quanto non costerebbe il medesimo pranzo in uno dei ristoranti alla moda nei quartieri più centrali. Poi alberi antichi, persone anziane che giocano a carte, bambini che si rincorrono in bicicletta, la vecchia biblioteca aperta sui giardini. Ora ci sono tavoli e sedute di granito in questo giardino, per arrivarci si passa davanti a un enorme fico carico di frutti maturi che una miriade di uccellini si contende. Oggi pomeriggio a uno di quei tavoli si sono sedute due scrittrici che stanno leggendo reciprocamente il loro nuovo romanzo. Poi è scattata una magia e quella più matura ha iniziato a leggere ad alta voce il romanzo della scrittrice giovane. E che meraviglia sentire una storia che inizia a Roma e poi si espande, cresce e arriva sino a Persepoli. L’antica città risorge nel deserto e nel racconto, le fontane, i giardini, i mosaici, i leoni alati, le mani prudenti degli archeologi che recuperano un frammento dopo l’altro di quel che è rimasto di un passato remoto di cui possiamo leggere solo nei libri. Se l’archeologo scava nella terra, lo scrittore scava nel tempo, nella memoria e nell’immaginazione. Mescola ricordi propri e di altri, inventa, mescola frammenti di letture antiche, un’immagine che ha visto su una rivista, mescola e una storia nuova prende forma. Ha solo parole lo scrittore per dare vita alle creature che vivono nella carta e che passeranno la maggior parte della loro vita chiusi nelle pagine di un libro, e respireranno solo quando un lettore aprirà quel libro e darà loro vita e respiro. I libri non vivono solo nella memoria di chi li ha scritti, vivono anche nella memoria di chi li legge e li rilegge, poi li custodisce nella sua biblioteca, li dona a qualcuno che ama. Ne compra una copia nuova per farne dono un giorno che forse arriverà. E forse arriverà il giorno in cui una scrittrice, ricorderà quel pomeriggio lontano, la voce dell’amica che legge il suo romanzo, le annotazioni rapide a penna e poi quella luce dolce di settembre tutto intorno. I bambini torneranno a correre e a giocare. Arriverà un labrador marrone e due donne anziane si fermeranno a chiacchierare proprio vicino a loro. Il tempo si sarà piegato, si infilerà in quella pagina appena scritta, e l’istante diventerà un frammento di eternità.

 

La Cronaca 558 di venerdì 17 settembre del secondo anno senza Carnevale ama molto passeggiare per le antiche vie di Baggio, dove Milano sembra un’altra città.

domenica 22 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/532. Canto per l’estate che finisce

 


L’aria era così fresca questa mattina e alle sei era ancora buio. Allora ho capito che l’autunno ha iniziato a fare le prove generali e che l’estate ha cominciato a riposarsi. Un po’ alla volta smetteremo di desiderare il mare e le spiagge assolate, passerà la fame d’aria aperta e di orizzonti infiniti. Perché, nonostante quel che crediamo, le stagioni sono parte di noi e il nostro corpo non ha bisogno di impararlo, già lo sa che presto la stagione bella sarà passata, lo sa perché sta crescendo in noi il desiderio del fuoco acceso, delle foglie secche che riempiono strade e sentieri, dei frutti autunnali che ci chiameranno a breve dagli alberi. L’euforia dell’estate si sarà placata e una malinconia dolce velerà le giornate e tra i colori accesi delle foglie già andremo a immaginare i rami spogli e la prima neve che pronuncerà il nostro nome con alito di gelo. Da ogni foglia caduta riceveremo la promessa di una foglia nuova nella stagione verde che forse vedremo. Fioriranno ancora i gelsomini e le rose, ma sarà in uno spazio dove ancora non abbiamo accesso. Ora possiamo stare qui, in questa luce dorata che ancora chiama le api a suggere il nettare dagli ultimi fiori. Quando le api saranno tutte al sicuro negli alveari, allora sapremo che anche per noi è il momento di chiudere le finestre quando scende la notte e coprire con una coperta leggera il letto, perché le notti sono fresche e il tempo, dopo tempo e dopo molti sospiri, ci condurrà in una diversa stazione, che somiglierà a quella dell’anno passato, ma non sarà mai davvero la stessa. Perché ogni ritorno delle stagioni è un’illusione. Niente ritorna mai per davvero, tutto è nuovo una sola volta e poi mai più, tutto passerà e resterà in quello spazio che chiamiamo tempo e dove non sappiamo, ancora non sappiamo, ritornare.

 

 

Come un cavaliere del tempo

 

Raccolgo la prima foglia

gialla che l’albero ha

donato alla terra. È stanca

la foglia e il colore ancora

verde inganna l’occhio.

Poi vedo che il vento ha

strappato al cielo un

nuovo patto e che sono

molte le foglie che iniziano

a cadere. Sono molti quei

pensieri che accompagnano

la caduta e non c’è desiderio

di futuro, non nostalgia del

passato. Solo in questo

tempo siamo tutti interi

e teniamo con ciascuna

mano le redini dell’eternità.

 

 

 

Penso questi pensieri mentre cammino a piedi nudi sulla battigia e l’acqua del mare, tiepida e limpida, mi sfiora e mi tocca senza mai cambiare ritmo e respiro. Sento l’autunno che mi nasce dentro, un albero nuovo nella foresta che mi abita, quella che chiamiamo tempo, un nome diverso per un pezzetto di eternità. Ma oggi è ancora estate e il sole scalda, e la terrà è calda e l’aria è luminosa e l’estate non è finita, non ancora, tutto il resto sono solo immaginazioni.

 

Questa è la Cronaca 532 di domenica 22 agosto del secondo anno senza Carnevale, una domenica in bilico tra due stagioni e due angoli nel mio cuore.

sabato 21 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/531. L’eternità e una rosa in fondo al nostro giardino

 


 

Quando nasce in noi l’eternità? Quando sentiamo che la vita va oltre quel che vediamo e percepiamo in questa forma della realtà? Avete mai provato a guardare il fondo dei vostri occhi riflessi in uno specchio? Era un gioco che facevo da bambina, fino a quando non sono stata colta da una vertigine improvvisa e mi sono lasciata sprofondare e ho sentito il mondo espandersi intorno a me e il mio corpo non aveva più confini, ma coincideva con tutto, proprio con tutto. 

Mi è accaduto un’altra volta durante una visita nella chiesa romanica di Saint Jean nella regione delle Nouvelle Aquitaine in Francia. Non ho mai sentito da nessun’altra parte quell’energia che attraversava ogni cosa. O forse l’ho percepita anche la notte che ho dormito nel campeggio di Elsinore in Danimarca, in attesa di imbarcarmi su un traghetto la mattina dopo. Forse l’ho percepita di nuovo quando sono salita sul Sass Pordoi nelle Dolomiti, e quando non ho chiuso occhio perché c’era il sole di mezzanotte in Norvegia e la palla di fuoco solare era rimasta ferma sopra la linea dell’orizzonte. 

Ho provato sensazioni altrettanto forti quando sono entrata per la prima volta nella cattedrale di Notre Dame a Parigi e quando visto la Pietà di Michelangelo in Vaticano. Ho pianto quando per qualche istante si è illuminata la Cappella Palatina a Palazzo dei Normanni a Palermo e ho potuto ammirare i mosaici bizantini. Ho sentito l’eternità che riposava con me alle fonti dello Uadi Arugot nell’oasi di En Ghedi in Israele, dove c’ero solo io con il vento. E l’ho sentita in cima alle Torri Gemelle l’unica volta che ci sono salita. L’eternità si manifesta nei momenti più impensati e inaspettati, l’ho sentita quando camminavo nel fiume Follone con mio padre, mio fratello e i miei cugini, sotto un tetto di fronde verdi e fitte e non c’era altro rumore che il suono lieve della corrente e il sibilo delle bisce d’acqua. Mi è successo quando mi sono addentrata nella foresta d’umbra in Puglia e nei boschi della Sila nel colmo dell’estate. Sulla spiaggia di Narbonne un tardo pomeriggio, dopo il tramonto, quando sembrava che il mondo fosse tutto lì, un deserto d’acqua intorno a me. O quella mattina in cui facevo la doccia nel campeggio fuori Nantes e ho alzato lo sguardo e c’era questa enorme ragnatela sopra di me, ricamata di goccioline d’acqua e un grande ragno e allora ho immaginato l’incipit del racconto La pancia azzurra di Dio che poi sarebbe diventato un capitolo del mio primo romanzo Frammenti del tredicesimo mese: “Oggi ho visto Dio, è un enorme ragno dalla pancia azzurra che se ne sta appeso sopra le nostre teste”.

Ho colto l’eternità il giorno del funerale di mio padre e mentre la terra ricopriva il suo feretro, ho sentito che quella non era la fine ma l’inizio di un’altra vita, più vasta e senza il dolore conosciuto in questo mondo. 

Così, alla fine penso che siano proprio due i momenti in cui l’eternità ci sorprende e si rivela: mentre proviamo un dolore immenso e quando siamo sopraffatti dalla bellezza del creato. È allora che le parole tacciono, è difficile dire quel che sentiamo mentre lo stiamo vivendo. Le parole hanno bisogno che il tempo riprenda il suo corso unidirezionale, quel nostro andare avanti che conosciamo giorno dopo giorno. Ma quando sentiamo l’eternità, tutto il nostro essere si espande in tutte le direzioni e verso tutti i tempi. E quando essere ed eternità coincidono smettiamo di avere paura dell’ignoto. 

Poi accade, non sempre, ma accade, che mentre stiamo scrivendo l’eternità si riveli nella pagina, in un verso appena cesellato, in una frase che funziona alla prima stesura. 

Siamo gli amanuensi dell’eternità, la scriviamo e la disegniamo, è piccolo quel fiore, è breve quel verso. Ma la rosa in fondo al giardino ha riconosciuto il nostro passo e respira più a fondo, libera. E offre tutta la sua bellezza all’eternità che la contempla e si ferma con noi, proprio in fondo al nostro giardino.

Questa è la Cronaca 531 di sabato 21 agosto del secondo anno senza Carnevale, tra un mese sarà autunno, sarà aperto o chiuso il mondo?


lunedì 9 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/519. Tutto il campo del tempo era tinto di rosso fino alla linea dell’orizzonte

 



 

È freddo oggi, non ho mai avuto freddo qui in città nel mese di agosto. Non voglio certo lamentarmi ma agosto era il mese del solleone, dei campi bruciati dal sole e non solo dal fuoco dell’uomo. E oggi fa freddo, il mondo è rovesciato, stiamo per cadere tutti quanti a testa in giù.

S. sentì la donna che pronunciava queste parole mentre camminava avanti e indietro per il campo, doveva essere una povera pazza, ma non aveva voglia di uscire a guardare chi fosse. Stava così bene nel suo cantuccio, era tiepido tutto intorno e c’era acqua a sufficienza, non era il suo tempo, non ancora. Stava così bene che dimenticò la donna e tutto quel che accadeva sopra. Poi arrivarono le piogge, tranquille e l’acqua scese in profondità nelle rogge sino a raggiungere quegli strati di terra argillosa che la trattenevano e garantivano l’irrigazione di quel pezzo di mondo.

Poi arrivarono le macchine e S. venne catapultato anche a lui a testa in giù e si ricordò le parole di quella donna. Poi fu di nuovo sopra e poi sotto e poi sopra, ma troppo in alto ed ebbe paura quando scese la notte e le stelle apparvero nel buio e avevano la sua stessa forma rotonda. Si chiese se le stelle fossero semi di luce o semi di cielo, ma faceva freddo e si addormentò guardandole.

Poi fu di nuovo sotto, sempre più sotto e vide la ragazza che era ritornata, era scontenta come ogni autunno, aveva messo il broncio e Ade avrebbe dovuto penare per farle tornare il sorriso. Di solito bastavano un po’ di scherzi e poi i melograni maturi di cui era golosa. Sentì che di nuovo la terra veniva smossa intorno e poi ci fu meno spazio e c’erano altri semi molto più grandi e chiari di quanto non lo fosse lui. Almeno non si sarebbe annoiato con loro, così sperava. Tra la ragazza che conosceva tutte le stagioni e gli occhi della terra che erano i semi di grano, sarebbe stato bello trascorrere con loro la stagione invernale.

Poi fu neve e freddo ancora più acuto, poi fu notte sempre prima e il ghiaccio che stringeva tutti nella sua morsa. Tornò anche la pazza che parlava da sola a lamentarsi dell’inverno troppo freddo e che lei non era certo cresciuta al Polo Nord per meritarsi tutto quel gelo. Intorno ai campi, i paesi si accendevano di luci anche sugli alberi, forse le stelle erano cadute?

Ma passò anche il tempo delle luci e giorni e notti di buio e freddo erano l’unica storia che conoscessero. Ciascuno aveva già raccontato la propria storia e le storie che aveva ascoltato lassù.

Poi non ebbero più voglia di raccontare e se ne rimasero in silenzio e dormirono quasi tutto il tempo. E il tempo passò, sino a quando il disgelo non strappò anche le acque al loro sonno millenario e tutti lì sotto sentivano una spinta dal basso e S. si chiedeva se non fosse la ragazza a spingerlo, e poi anche qualcosa che li tirava fuori. Erano filamenti di luce che arrivavano e li solleticavano. I primi a spingersi fuori furono gli steli verdi del grano, erano splendidi anche nei campi di periferia della grande città. S. era curioso di vedere cosa stesse accadendo lì sopra.

 

Poi fu anche il suo tempo e da piccolo, nero e tondo si trovò a essere slanciato, lungo e con foglie e boccioli che si sarebbero aperti. Allora era questa la fioritura, S. aveva sentito gli altri che ne parlavano e ne aveva il ricordo anche se era fiorito per la prima volta quel giorno. Poi capì che era il ricordo del fiore rosso da cui era caduto, non il suo, e c’erano anche i ricordi di altri fiori venuti prima, talmente prima che tutto il campo del tempo era tinto di rosso fino alla linea dell’orizzonte. Le spighe del grano erano sempre più dorate ed erano nati anche i fiori blu mescolati con i rossi papaveri. Come si stava bene sotto quel sole, com’era bello non essere più un seme e basta. Nelle capsule dei suoi fiori altri semi si stavano preparando.

Poi tornò la donna che parlava da sola e si chinò per raccoglierlo perché voleva metterlo in un libro, disse. Poi un volo di rondini la distrasse e andò oltre e fu un altro il papavero che rapì per rinchiuderlo in quella cosa spessa che teneva in mano. P. allungò il collo sentì che nel libro c’erano le voci di alberi che erano stati sotto quello stesso sole. Gli sarebbe piaciuto andare con loro, ma non quel giorno.

Poi le capsule esplosero e i semi nuovi caddero nella terra e grandi macchine passarono a mietere il grano e il papavero capì perché la donna aveva detto che la morte era la grande mietitrice. Cadde con le sue spighe intorno e gli altri papaveri e i fiordalisi, ma fece in tempo a vedere ancora le stelle prima di non essere più lui, solo, chiuso in quella forma. Ma solo non lo sarebbe mai stato. Era sparpagliato nei semi che dormivano poco sotto il primo strato di terra e li rassicurò.

Poi sarebbero accadute cose meravigliose, avrebbero conosciuto la ragazza e visto il mondo di sotto.

Poi…

Oggi è lunedì 9 agosto del secondo anno senza Carnevale, una giornata insolitamente fresca che ho comunque trascorso nell’ombra del mio giardino e leggendo ho trovato un papavero che avevo raccolto sul crinale di una collina tanti anni fa, in un paesello che si chiama Golferenzo. Questa Cronaca è la 519 e rosseggia come un campo di papaveri, infinito, sotto l’infinita azzurrità del cielo.

giovedì 5 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/515. Scrivere è aiutare l’eternità a rapire gli attimi

 


Catturare l’attimo e farlo diventare eterno, fermare la luce su una tela usando i colori o in una fotografia, dove non sempre i colori servono, perché il bianco e nero è una forma di memoria potenziata.

Scrivere con la luce è l’arte di pittori e fotografi, la lotta con la materia è limitata a tele, pennelli, spatole e colori, olio di lino, acqua per i pittori. E macchine fotografiche analogiche, le digitali le lascio in sospeso, pellicole, negativi, stampe su carta fotosensibile, e poi le fasi di sviluppo, fissaggio e lavaggio. E le fotografie stampate, stese come i panni del bucato e le immagini che prendevano vita sotto ai nostri occhi, immersi nella luce rossa del ripostiglio utilizzato come camera oscura. E non bastava lo scatto originale per la stampa, quel che faceva la differenza erano l’ingranditore e lo sguardo del fotografo che ritagliava l’immagine perfetta all’interno di quella scattata.

Così abbiamo lasciato impronte di luce per un secolo e mezzo e poi, le macchine digitali prima e gli smartphone poi, hanno permesso a chiunque di scattare fotografie e anche di registrare video, così abbiamo smesso di vivere per guardare attraverso uno schermo la vita.

La lotta con la materia è stata vinta dalla virtualizzazione delle immagini e solo gli scultori, che con la materia continuano a lottare, non possono lavorare con i pixel, ma solo con la pietra.

Anche chi scrive ha cambiato strumenti, dalla ticchettante macchina da scrivere, tutto il mondo degli scriventi è migrato sulle tastiere di PC, tablet e smartphone. Sono quarant’anni che lavoro coi computer, e l’unico vantaggio reale che danno agli scrittori è la facilità con cui si possono fare correzioni e collage di testi senza dover ricopiare tutto da capo. Ma questa facilità di esecuzione non ha semplificato o reso più facile il processo immaginativo e creativo che sta a monte di ogni scrittura. Perché le cose appaiono prima negli occhi della mente e poi cercano le parole per manifestarsi. Anche i suoni saltellano e rimbombano nella nostra testa prima di cedere il loro ritmo alle parole sulla carta. Ma almeno una parte della lotta con la materia è rimasta, almeno per chi appartiene alla vecchia scuola, perché editare e fare correzione bozze viene molto meglio se lo si fa su fogli stampati con penne colorate e segni convenzionali per le correzioni e variazioni da apportare.

Tutto quello che cerchiamo è forse davvero solo l’immortalità dell’attimo, la cattura della luce, il significato che la nostra mente narrativa dà alle immagini, ai paesaggi e ai volti.

Scriviamo, dipingiamo, scattiamo fotografie, scolpiamo, per aiutare l’eternità a rapire gli attimi, a popolare di immagini, parole e suoni, quei luoghi, musei o biblioteche di Babele, dove troveremo per sempre quel che di questo mondo, di questa realtà è stato importante per noi.

 

 

Sono le onde a scrivere questa poesia

 

Rotondo, fermo sulla

carta, immortale sei

mio attimo di luce che

ho intravisto nell’eternità

e che cerco di replicare

come se fossi una dea

fertile e immortale. Anche

di questo pomeriggio

ambrato resterà un poco

tra le mie parole e il tuo

desiderio che intuisco

ma ancora non conosco.

Battono le sei al campanile

che sorveglia la baia e

lascio che siano le onde a

scrivere il finale di questa

poesia, luce in altra forma

e dimensione, un silenzio

solo, unico e ripetuto.


Oggi è giovedì 5 agosto del secondo anno senza Carnevale e questa è la Cronaca 515 che sta sfogliando vecchi libri di fotografi del secolo passato (e l’immagine è una foto di Lee Miller ritratta da Man Ray), mentre se ne sta seduta con i piedi a mollo nel bagnasciuga.

sabato 17 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/405. Buona notte dolce principe…

Ci sono eventi epocali, che riguardano persone ricche e potenti, che segnano il nostro immaginario e diventano iconiche. Accadde per il matrimonio della giovanissima Diana e poi per la sua morte, è accaduto anche oggi con le esequie del principe Filippo, dove l’immagine della regina seduta da sola e lontana da tutti, una volta di più danno testimonianza e salutano anche la fine di un’epoca, di quel Novecento infinito che solo la pandemia ha spezzato e spinto fuori dalla scena. La fine di un sodalizio, di una vicinanza, di una complicità segnano qualunque essere umano, perché la vita cambia per sempre quando muore qualcuno che amiamo, finiscono le parole, il calore umano, la presenza fisica. Salutare i propri morti con i rituali che appartengono alla religione e alle nostre credenze, è uno dei modi dell’avere cura dell’altro. Per questo è stato straziante l’anno scorso non poter dare degna sepoltura alle centinaia di morti da virus, accade ancora oggi anche se in misura minore. Quando le esequie mancate sono state sostituite dalle file di camion militari che partivano da Bergamo per raggiungere diverse destinazioni, ecco che lo scandalo di queste morti solitarie ci ha investito in tutta la sua drammaticità. Solo i riti collettivi danno un senso al tempo che passa, alle nascite, come alle morti, alla creazione di nuove famiglie, al passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Per questo gli esami di maturità e quelli di laurea hanno ancora senso, perché dichiarano il passaggio di condizione tra un’età e quella successiva. Per questo ci mancano Carnevale, Natale, Pasqua e Capodanno, le vacanze estive, le gite fuori porta nei fine settimana. Ci mancano addirittura anche i piccoli rituali dell’ufficio, dalla pausa caffè alla pausa pranzo, che hanno la loro importanza nella vita quotidiana e che la pandemia ci ha strappato, dandoci nostalgia anche di questi banali momenti della vita quotidiana di cui ci siamo accorti solo non potendoli più praticare.

Oggi che il principe Filippo ha chiuso il cerchio della sua vita terrena, non possiamo che recitare L’eterno riposo, come già facciamo per onorare la morte e la vita di chiunque. Lui ha avuto una vita lunghissima e fortunata, di certo più facile e allegra di miliardi di creature sulla terra. Ma ora è entrato nell’eternità e i suoi cari ne piangeranno l’assenza, e i sudditi britannici la mancanza del simbolo prima ancora che dell’uomo. Ci sarà anche chi ne avrà gioito, come sempre accade quando muore qualcuno di famoso, ma la verità è che tutti vorremo avere una vita così lunga e piena di significato.

Avere cura della vita vuol dire anche avere cura degli anni della vecchiaia, imparare a invecchiare con grazia è una disciplina difficilissima, significa accettare che dietro di noi abbiamo la maggior parte del tempo, significa accettare che siamo creature simili ai fiori, che nascono e muoiono lasciando tracce minimali, significa accettare che la morte e la vita corrono insieme da sempre sul carro del tempo, ma significa anche sentire che la vita è più forte, perché è composta sempre da più attimi e momenti, mentre la morte si esprime una sola volta e poi non esiste più, soppiantata dall’eternità. 

Anche le esequie di mio padre sono state celebrate un 17 aprile come oggi e ogni anno io lo ricordo in maniera particolare. E anche per lui scrivo:

Good night sweet prince, in questa Cronaca 405 di sabato 17 aprile del secondo anno senza Carnevale.
 

giovedì 4 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/361: dove il silenzio chiama la sua notte

 


 

Cosa sono gli anni? Cosa sono i giorni? Entriamo nel tempo sotto un cielo e lasciamo l’eternità dietro di noi. Usciamo sotto un diverso cielo e l’eternità è intatta, così come l’avevamo lasciata. Fare esperienza del mondo è dimenticare nel tempo l’esperienza dell’eternità che può essere solo un orizzonte di riferimento, un luogo che può esistere solo nella nostra immaginazione sino a che viviamo immersi nel tempo. Quel che il mondo fa di noi, ciò che noi facciamo al mondo, è il carico che ci porteremo dietro quando il tempo sarà finito. È crudele pensarlo, ma inevitabile. Siamo creature del tempo tanto quanto del sogno e dell’immaginazione. E crediamo nell’eternità perché sentiamo la sua potenza che si irradia in noi e intorno a noi.

Scrivo queste brevi note più per rassicurare me stessa che per condividerle, oggi. Ci sono giorni come questo, dove l’eternità ha scurito il cielo, dove sento onde sconosciute che attraversano il fiume e il giardino. Non posso essere muta testimone, così raccolgo qualche frammento e ne faccio poesia.

 

Quando l’invisibile ci indica il cammino

 

Nel regno del silenzio esistono

particelle invisibili e frammenti

delle nostre voci che vorticano

ancora cercando il centro, quel

centro immaginato che la poesia

reclama. Quando particelle e

frammenti si toccano, ecco che

una terza forma avanza e chiede

al sonno le sue ragioni. Sono di

polvere gli anni rimasti, sono di

polvere e luce riflessa. Tutto

intorno brilla l’eternità mentre

noi camminiamo a testa bassa

occupando tutte le rive del nostro

fiume e solo l’invisibile prende

forma e solo l’invisibile ci indica

il cammino. Poi è notte, poi è

silenzio.

 

Nel giardino risplende l’eternità questo pomeriggio, è la primavera che canta e turba il quieto dormire della stagione muta. Accolgo le ombre come fa il pastore quando il gregge ritorna per il ricovero notturno. Accendo il fuoco per farle danzare, le invito a riempire i muri e a sussurrare i nomi di quelli che verranno. Io sarò l’ospite inatteso in questo vagabondare tra le stelle e questa realtà, dove sono poche le luci, molti i misteri e dove gli anni si fanno densi e bisognosi di parole. Cosa sono gli anni? Cosa sono i giorni? Ombre, un’ombra, un sussurro, l’eternità che cerca casa.

Oggi è giovedì 4 marzo del secondo anno senza Carnevale. Quando l’invisibile ci indica il cammino, l’ho pensata e scritta per questa Cronaca 361.

sabato 23 gennaio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/321: cammino per cercare la tana della volpe e un filo trasparente di nebbia e gelo viene con me

 



Un giorno nuovo è un libro non ancora scritto, l’alba è una copertina dal colore mutevole che cambia stagione dopo stagione.

Ogni giorno speriamo che il suo svolgimento non sia solo il lento srotolarsi di parole, luoghi e volti noti, ogni giorno vorremmo che il nuovo facesse irruzione.

Sentiamo ancor più questo desiderio in questo inizio del secondo anno di pandemia e il nuovo, ciò che prima non c’era o non faceva parte delle nostre vite, arranca e soffoca.

Dobbiamo continuare ad aspettare, per questo accolgo con gratitudine questo giorno che sarà simile ai 320 che l’hanno preceduto e guardo la copertina polverosa, grigio tenue e inframmezzata dai segni lasciati dai rami nel cielo chiaro.

Le pagine della mattina sono intessute di conversazioni che sono nuove e già questo giorno prende una piega diversa, un formato del libro non ancora sfogliato.

Ascolto la fontana, l’acqua e poi la pioggia che ne copre il rumore. I pensieri si adeguano ai suoni che giungono dall’esterno.

 

Un filo trasparente di nebbia e di gelo

 

Una voce che ripete le stesse parole,

una voce che ascolto in silenzio, anche

se il canto mi è noto, se la caduta è

vicina. Ha voce di gelo questa giornata

e l’acqua ha voce di sogno. Tutto è

avvolto in una coltre densa, tutto

quel che resta di ieri è un filo da

tenere saldo e sperare che ci sia

tu, all’altro capo, che mi stai cercando.

 

Filo e tesso i minuti con le parole, ascolto molto e non parlo. Sono così belle le voci umane, mi piace sentir parlare di libri e di stile, di letteratura e di scrittori. Anche uno scambio come questo, a distanza, nutre questo giorno invernale che scende lieve verso la dimora finale di tutti i giorni che l’hanno preceduto. L’eternità è un letto ampio e caldo, i giorni non la temono e anche noi dobbiamo immaginare come sarà il tempo allora, quando non ci saranno giorni e ore a farci da barriera.

 

Cammino per cercare la tana della volpe

 

Sono piccoli i passi dell’inverno

quando un’altra stagione reclama

lo spazio per il suo prossimo arrivo.

La stagione fredda è l’unica che

si muove per forza di levare. Strappa

le foglie ai rami, la luce al giorno, ad

alcuni uccelli toglie il canto, ad altri

anche il volo e la terra lontana oltre

il mare è l’unico cielo davvero amato.

Si presenta così l’inverno, spoglio e

rude, ci sfida a sentire il mondo

nonostante il gelo. Ci sfida anche

la pioggia ad accompagnare la sua

voce fredda e noi andiamo, noi

andiamo seguendo le tracce

verso le tane e troveremo rifugio

proprio in fondo alla radura e

la volpe ci accoglierà nonostante

la nostra voce, che è un sibilo nel vento,

una preghiera che sta ancora cercando

Dio, e sale verso il tramonto privo

di rondini e di stelle, in alto, dove

Dio si nasconde e noi ci inginocchiamo.

 

Ora il pomeriggio ha terminato di scrivere le ore quiete, sono stata bene, ancora a parlare di lingue e di stile. Posso affidarmi alla notte e continuare a scrivere poesie, che sono la mia preghiera, il mio desiderio e la mia immaginazione.

Questa è la Cronaca 321, scritta sabato 23 gennaio del secondo anno senza Carnevale. Le poesie sono inedite e sono zampillate dalla mia penna come l’acqua della fontana.