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martedì 22 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/744. Dove si rispecchiano vette azzurre di sogno

 

 


Seguo il canto della primavera, l’annuso nell’aria pesante della città mai più silenziosa, lo cerco tra le pieghe del giorno. Chiamo la primavera, a volte mi risponde, a volte fa una piroetta e fugge via, come se non fosse il suo preciso compito di stagione appena arrivata restare qui con noi. È nel suo perenne arrivare che si nasconde il suo segreto, lo so e per questo me ne rallegro.  Posso seguire di nuovo questo canto silenzioso e lo seguo sul filo teso di una poesia di Olav H. Hauge tratta dalle raccolta La terra azzurra (traduzione di Fulvio Ferrari, Crocetti editore 2008)

 

 

Ora canta di nuovo il mio fiume interiore,

e un limpido vento spira da fresche terre notturne,

in cui vette azzurre di sogno si rispecchiano

in altri mari.

 

Ma cosa sono le mie parole?

Un bosco piegato dalla tempesta

verso il nord,

barriere di montagne

contro il devastante

fuoco del giorno

 

Quando le parole stentano nel darsi un significato, continuo a cercarlo nella poesia. Così divento bosco, così divento una vetta azzurra e riesco a tenere a bada questo devastante fuoco del giorno, che brucia e brucia e non lascia ricordi tra i tizzoni ardenti.

Oggi è martedì 22 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 744 risplende di azzurro e brucia come fuoco.

mercoledì 1 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/633. In quale stagione eravamo più bambini?

 


 

A volte ha sapore di ruggine l’infanzia, a volte di miele. A volte l’aria è mite e luminosa, a volte ricordiamo solo i giorni di tempesta. Quanti giorni è durata la nostra infanzia? Quante stagioni? Primavere, estati, autunni e inverni? In quale stagione eravamo più bambini? Quando lo stupore si è mutato in abitudine? Quante domande, simili per ciascuno di noi. Ma quanto sono diverse le risposte. Perché dipende dalla memoria individuale, dal caso, da quanta gioia abbiamo provato, da quanto amore abbiamo ricevuto, da quanto amore abbiamo imparato a donare. Lo spazio e il tempo, la famiglia dove siamo, forse un caso o forse il destino come sostiene Hillman. O forse una combinazione di entrambi, perché il daimon deve governare così tante variabili per scegliere la giusta incarnazione.

 

 

Nel silenzio del fuoco e delle ombre

 

 

È un luogo scuro e misterioso

quello dove la nostra anima

vive prima di noi. E in un luogo

oscuro e misterioso ci porta

a vivere con lei. Lei sa mentre

noi tentenniamo, lei sa e lascia

che il nostro agire sia pari al

movimento di una stella nel

firmamento immenso, più grande

del nostro occhio, più profondo

di tutte le ombre, perché nei suoi

angoli luminosi e ardenti,

che poi sono braci, poi cenere e

alla fine solo memoria, dobbiamo

raccogliere le tracce e seguirle

sino alla nostra casa. Che è là

dove è sempre stata, dove già

siamo stati prima di arrivare quaggiù,

nel silenzio del fuoco e delle ombre,

nel silenzio del vento e delle stelle.

Nello stesso nostro silenzio che

scontorna le parole e le fa rifulgere

prima che il fuoco sia spento.

 

 

Oggi è mercoledì 1 dicembre del secondo anno senza Carnevale, il mese di Natale, dei pini addobbati, dei fuochi accesi, della luce che scema e poi ricomincia a crescere. Questa Cronaca 633 è una risonanza di quella precedente e il tempo si è accovacciato con lei, nella cesta accanto al fuoco. Manca solo la neve, manchi solo tu.


 

domenica 21 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/623. Dove le foglie sillabano con le ghiandaie

 

 


Una domenica a raccogliere foglie e parole con la stessa caparbia intenzione. Ho riempito metà quaderno di appunti e l’altro di foglie di acero rosso, di acero riccio e di betulla. Nelle foglie cerco quella sfumatura nel coloro o nella forma che renda proprio quella foglia unica e irripetibile e il pensiero di lasciarla sbriciolare a terra, insostenibile. Intanto che raccolgo foglie mi viene in mente la vecchia e maestosa quercia che stava dietro la casa di mia nonna paterna, in Calabria.

 

 

Nel vento scrivo le parole

 

Resto laterale sempre,

una quercia centenaria

sul bordo del campo di

grano, circondata di

ulivi e fichi, il fiume

poco lontano. Scrivo nel

vento le mie parole, lascio

le foglie a sillabare con

le ghiandaie e offro la mia

ombra per il riposo e

il gioco dei bambini. È così,

le nuvole si contendono

le mie storie, ma tutto

passa e vanno dove devono

le immaginazioni, mentre io

resto sul bordo del campo

di grano, a meditare.

 

 

Ho raccolto così tante foglie e scritto così tanti appunti che mi sento le mani anchilosate e, così, questa sera, lascio la Cronaca libera di andare e la faccio corta, più corta del solito.

Oggi è domenica 21 novembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 623 sta cercando di ritrovare la mia quercia. Oggi è iniziato il mese con i giorni più corti dell’anno, sarà così fino a Natale, poi la luce comincerà a riprendere spazio e noi a sognare, non solo a dormire.

martedì 16 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/618. Cronaca della cronaca scomparsa in un bosco di parole

  


 

C’era una volta, e c’è ancora, una piccola Cronaca novembrina che si stava preparando a uscire per il mondo.

Ma quando era ferma sulla soglia di casa, si girò all’improvviso e con decisione affermò:

« Piove! È freddo! Fa buio presto e io non esco! ».

L’esausta narratrice smise di scrivere e cercò di farla ragionare:

« Ma dai, cosa vuoi che sia un po’ di pioggerella! E poi quando uscirai mica sarai sola, troverai le tue 617 sorelle maggiori. Loro conoscono bene sia il mondo che raccontano che il bosco delle parole, dai, fidati, vai da loro ».

Ma la piccola e incerta Cronaca nuova decise di restare ancora al calduccio tra la penna e la tastiera del computer e non ci fu verso di convincerla a uscire.

Poi, però la narratrice trovò un biglietto scritto con una grafia ancora acerba:

« Ciao, io esco, porto con me solo le cose indispensabili vado nel bosco delle parole, poi torno, non preoccuparti per me».

Nel bosco delle parole cominciavano a vedersi quelle lucine che lo illuminavano quando il sole calava. La narratrice ci era stata più volte, quindi non aveva paura per l’avventurosa piccola Cronaca di martedì 16 novembre del secondo anno senza Carnevale, ancora non ci racconta nulla e le sue storie resteranno segrete, ma a volte è meglio così.

lunedì 8 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/610. Buio, notte, nuvola e poi silenzio. Di nuovo mattina, silenzio

 

 


 

Ogni mattina mi sveglio e so che presto sarà giorno, ho imparato da decenni come luce e buio si alternano e disegnano le stagioni. Una notte più lunga sarebbe sgomento, un giorno senza tramonto un tempo norvegese. Dopo il primo caffè sfoglio i giornali, apro le finestre e poi esco in giardino, il tempo è cupo e novembrino. Nessun regalo di sole e azzurro come gli ultimi due giorni. Preparo la lista delle cose da fare, lo faccio ogni giorno per organizzare il lavoro, a volte scrivo su un quaderno, a volte uso l’agenda, a volte post-it gialli che poi incollo in giro. Soffro anch’io della vertigine delle liste, dovrei scriverne un giorno di quanto mi piaccia farne. Torno in cucina per il secondo caffè, poi accendo il fuoco perché l’aria è davvero umida. Si arriccia tutto, i capelli e i pensieri, i fogli di carta, le intenzioni. Oggi è una giornata buona per stare chiusa in casa, ho tutto quello che mi serve, posso girare le spalle alla finestra e iniziare il lavoro quotidiano, a scrivere e pensare.

 

 

Smettere di cercare le parole

 

Devo cercare ogni giorno

uno slancio in questa lingua

per non perdere le tracce,

per seguire il sentiero. Scrivi,

mi dico e le parole sgorgano,

scrivo, ma la lingua che ho

cercato ha tristezza d’acqua

e nessuna convinzione. Scrivi,

mi dico e smetto di cercare,

lascio che siano le parole a

cercare questo foglio e la mia

lingua. Così si infrange il vetro

della realtà e unisco immagini

a paesaggi, varco la soglia, poi

mi fermo e scrivo, sono solo

uno strumento di questa stagione

nel suo centro, si fanno polvere

i giorni e non cadono più stelle.

Possiamo andare, altre trame

ci aspettano, una casa è già

pronta dietro questa casa, dietro

il sogno e dietro le parole. Buio,

notte, nuvola e poi silenzio. Di

nuovo mattina, silenzio.

 

Questo è il mese del raccoglimento e anche oggi, lunedì 8 novembre del secondo anno senza Carnevale, sto nelle parole come in una casa e adesso che è di nuovo notte posso consegnare questa Cronaca 610 alla pagina e al tempo. Adesso posso scegliere che libro leggere stasera, se iniziarne uno nuovo o finirne uno già iniziato. Quanto è ricca e vertiginosa la vita di noi lettori.

giovedì 28 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/599. Cosa è realtà? Cosa è immaginazione?

 


Di colpo il buio arriva prima che il pomeriggio sia finito, mi sorprende alle spalle mentre scrivo e solo le ombre degli oggetti nella stanza mi fanno capire che un altro giorno è passato.

Quanto tempo è trascorso per arrivare sino a questo momento diverso, quello in cui un giorno e la vita finiscono con il coincidere? Smetto di scrivere e guardo dalla finestra le sagome dei rami immobili nell’assenza di vento. Ci sono le tende, i vetri, le imposte sono aperte, il mio sguardo è protetto dal mondo esterno, posso concentrarmi su quello che accade in questa stanza e nel mio cuore.

 

 

Se la realtà è solo un vetro trasparente

 

Si riempiono a turno

il vaso della realtà e

quello dell’immaginazione.

Con che lacrime sto

abbeverando il tempo

di queste parole? Dorme

sulle tue spalle come

un predatore notturno,

esce a dissetarsi solo

all’alba, quando crede

che io non stia guardando.

Ma è nel presente che

sto piangendo e il vaso

trabocca e solo allora

vedo in un angolo quel

terzo vaso tutto sbreccato,

è di un azzurro pallido,

il suo colore è un tono che

mai avrei usato per dire

il passato. Guardo intorno e

ogni sillaba decade come

un atomo radioattivo quando

mi muovo nella stanza dove

solo i ricordi sembrano avere

vita. Alcune scivolano nel

vaso e si acquattano, altre

cadono a terra e si polverizzano,

poche prendono il volo e vanno

a sbattere contro la finestra

chiusa e mi dicono che questa

è la nostra realtà: un vetro

trasparente che non riusciamo

a oltrepassare.

 

 

Raccolgo le sillabe cadute per la mia collezione, brillano come ciottoli raccolti in riva al mare. Mi ricorderò di questi momenti quando le prenderò in mano in quel giorno in cui tempo e memoria saranno all’unisono nelle mie parole?

Oggi è giovedì 28 ottobre del secondo anno senza Carnevale e la sua Cronaca 599 è stupefatta di essere l’ultima che inizia con il numero 5 e vorrebbe uscire dalla finestra, vorrebbe che io la lasciassi andare e poi ritornare.

martedì 5 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/576. Si fanno rosse le foglie, hanno rubato il colore alle rose

 


Muoversi tra le parole come tra il gioco tra ombra e luce, collocarsi sulla soglia e poi non riuscire a decidere se è l’ombra che mi attrae di più o la luce. Nell’ombra posso riposare gli occhi, posso dimenticare i colori del mondo e aspettare che l’ombra vibri e dia senso alle parole. Se scelgo la luce so che non ci sarà riparo, che tutto risplenderà e nella luce saremo indifesi, non c’è rifugio nella luce, non ci sono ambiguità, non ci sono segreti.

Se le parole fossero solide come le cose, se le parole fossero cose, potremmo coglierne l’ombra sul selciato, ma le parole, sono fatte d’aria, le parole sono intenzioni, sono solo inchiostro, ricordi, erbe amare e vento tra le foglie.

 

 

La strada per tornare dalle rose

 

Ogni parola ha tre specchi

davanti a sé: uno per imparare

a pronunciarsi, uno per aprire

lo spazio alle parole contigue,

uno per riflettere il silenzio.

Noi non riusciamo a vedere

ogni specchio con gli altri,

solo uno specchio per ognuno

dei nostri poveri sguardi

umani. Solo uno alla volta,

solo un pensiero, solo una

foglia, solo un’occasione. E

sarà subito autunno, e tutti

gli specchi saranno appannati,

e nessuna parola troverà più

la strada per tornare dalle

rose in fondo al giardino.  

 

 

Non è mai povera la vita se abbiamo parole per raccontarla, non è mai triste una giornata dove la poesia fa capolino tra le prime nebbie e mentre le foglie lasciano che il verde ritorni nel ricordo dell’estate, le bacche si tingono di rosso, hanno rubato il colore alle rose.

Oggi è martedì 5 ottobre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 576, rossa come le bacche, profuma di nebbia e continua a saltare nelle pozzanghere.

lunedì 27 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/568. Una stagione di arrivi nel confine del giorno

 


La fioritura, la maturazione del frutto rispondono a leggi interne che non hanno bisogno di essere apprese. Così come non dobbiamo imparare a crescere, questo accade perché è nella natura degli esseri viventi nascere, crescere, declinare e infine morire. Forse la vita non è altro che questo tempo in quattro quarti che si ripete, giorno dopo giorno, mentre impercettibilmente cambiamo, cambiano le cellule del nostro corpo, cambiano le orbite degli atomi, siamo ancora quelli di ieri, siamo nell’oggi e siamo sempre, in ogni istante, figli del domani che è già dentro di noi. Eppure, tutti i nostri io passati, i corpi che siamo stati, anche se non si manifestano più in modo sensibile in questa realtà, non sono scomparsi per sempre. Perché siamo come gli alberi, abbiamo dentro di noi i cerchi concentrici che dichiarano la nostra crescita, l’alternarsi delle stagioni piovose e secche, il canto del vento e quello della pioggia. Il nostro corpo bambino è ancora dentro di noi, le ossa nelle ossa, il sangue nel sangue. Così nel presente ci troviamo a essere custodi inconsapevoli di chi eravamo e di quel che, un tempo, abbiamo pensato. È strano quando riusciamo a cogliere che la nostra vita, le nostre conversazioni, la lettura e la scrittura siano soprattutto declinazioni contemporanee del passato. Sto scrivendo questa nuova Cronaca e già l’incipit, la fioritura di cui ho appena scritto è una parola declinata nel tempo. Forse il segreto sta proprio in questa consapevolezza, l’avere imparato e accettato che il tempo non ritorna, che non possiamo precederlo, ma possiamo corrergli accanto, correre in lui e con lui. Così riusciamo a cogliere lo sfavillio delle cose e quello delle creature che respirano, due sfavillii differenti che rendono la vita questa esperienza sfolgorante che accade con noi, in noi e nell’istante. Passano gli istanti perché sono caduchi come le foglie e finita la stagione si arrendono e si lasciano andare. Le creature che respirano sono più propense ad aggrapparsi a questa forma della realtà, a provare nostalgia e speranza. Non è necessario avere una vita rigogliosa alle spalle per provare il morso della nostalgia e neanche una vita insoddisfacente adesso per avere speranze per un futuro nebuloso che cerca in questo presente le scintille per poter prendere vita.

 

Potersi sfiorare, come se le mani fossero reali

 

Non crescono mai insieme

la luce e l’ombra, dove una

avanza l’altra è costretta a

indietreggiare, non cercano

mai di andare oltre il confine

che il giorno assegna loro, sanno

che il confine è l’unico luogo

dove possono stare insieme

per pochi istanti, per pochi

istanti, così potersi sfiorare,

come se le mani fossero reali,

come se con la punta dell’indice

potessero sfiorare un libro,

un fiore o la tua mano.

 

 

Così l’amore per le cose sgorga da ogni singolo gesto, dalle sillabe, dai canti e dai sogni. Così impariamo l’alfabeto giusto per questa nuova stagione e accettiamo l’attesa e ci mettiamo in ascolto. Di cosa? Di Chi? Ci sono le voci dei bambini che escono da scuola, ci sono i clacson in fondo alla strada, c’è una donna ferma all’ombra dell’albero bellissimo che ride da sola. Cosa resterà di questo tempo se non l’ombra in queste mie parole nella Cronaca 568 di lunedì 27 settembre del secondo anno senza Carnevale? Ma è un’ombra che sulla pagina non riusciremo mai a leggere, è un’ombra che sta nella voce e nel vento.

domenica 26 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/567. Una foglia si stacca e cade, danza e cade, cade senza cadere

 



Il giorno era una notte d’inchiostro, nessuna luce ha interrotto il grigio uniforme del cielo, un cielo senza alfabeto, una pagina scritta senza una penna ma solo con il ricordo delle nuvole già sparite. Non c’è differenza tra questo giorno e la notte che è stata, non c’è differenza tra questo giorno e la notte che sarà. Noi siamo presi nel mezzo, incerti viaggiatori del tempo, presi in trappola tra il desiderio di andare e quello di restare. Sulla tavola del mattino è rimasta una tazza di latte, un pezzo di pane di ieri, il caffè che continua a fumare, come fosse un piccolo vulcano domestico. C’è qualcosa di chiaro e terribile nei primi giorni d’autunno, quando strappiamo significato ai minimi gesti, agli oggetti che erano muti nel loro quieto stare. In tutto questo silenzio anche noi siamo privi di voce, ci nascondiamo negli angoli e aspettiamo che una voce ci inciti a muoverci, che una voce cara dica il nostro nome. Ma come i giocattoli abbandonati di una fiaba, potremo muoverci solo quando qualcuno ci cercherà, quando uno sguardo, quello sguardo, arriverà ai nostri occhi, alle nostre orbite vuote, senza luce, senza ricordo. Ci specchieremo l’uno nell’altro, generazione dopo generazione, riconosceremo le mani del nonno materno nelle nostre stesse mani, la bocca di nostra madre nella nostra bocca, il naso volitivo di nostro padre, la mitezza dello sguardo di nostra nonna paterna. Come potremo essere noi se sempre siamo prima di tutto il ricordo di altri, di quegli altri sconosciuti che ci hanno preceduto? L’eredità non è un bene passeggero che le generazioni si trasmettono, non sono la terra e le case. Anche se avremo dissodato gli stessi campi dei nostri avi, anche se avremo spazzato lo stesso pavimento di pietra e lavato i panni nella stessa fontana, quelli saranno stati solo gesti. L’eredità è nell’oscuro luogo dove i nostri geni hanno mescolato tutto ciò che è stato prima di noi. Potremo essere liberi se avremo accettato questa eredità, solo se ci inginocchieremo ai secoli e ai millenni, e con il capo chino, allora potremo dire “Io sono, e sono anche un altro, e sono anche tutti gli altri”. Allora il respiro potrà placarsi e accordarsi al respiro di questo mondo tragico e bello in ogni sua manifestazione. Anche nella fatica, nella solitudine, nell’esilio, quei luoghi lontani, quelle mani che non abbiamo conosciuto, parleranno in noi e per noi. Non abbiamo confini nel tempo, non ne ce ne sono mai stati e mai ce ne saranno. Potremo porgere una mano verso il domani che arriva e con una piccola torsione continuare a tenere tutti gli ieri che si incolonnano, formiche del tempo e andranno a formare quella muraglia che ancora non abbiamo imparato a scalare.

 

Nell’ombra delle nostre parole


Nel giardino possiamo

assistere alla caduta delle

mele, riempire il nostro

cestino e respirare l’aroma

rosso che chiama ancora

l’ombra dei fiori che erano

e non saranno mai più.

Sarà questa la nostra

partenza sfolgorante verso

il pomeriggio che ci

sta già chiamando. Allora

metteremo sul tavolo

quelle mele, sposteremo

la tazza vuota e accenderemo

il fuoco e lasceremo che

tra le scintille sprizzino anche

questi versi necessari, dove

la mente può passeggiare

come se fosse all’ombra

del meleto la scorsa primavera.

Noi abbiamo veduto, per questo

possiamo ricordare. Una foglia

si stacca e cade, danza e cade,

cade senza cadere, danza

senza un solo suono se

non quello che si muove

nell’ombra delle nostre parole.

 

 

Siamo prigionieri della pioggia oggi, domenica 26 settembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 567 è rotonda e rossa come una mela appena raccolta. La metto sul tavolo, non nel cestino, ma accanto, per vedere in quanto tempo sarà dentro senza che io l’abbia più toccata.

L’immagine di oggi è La direzione del vento di Andrey Remnev.

martedì 21 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/562. La fine dell’estate e la luce, tutta la luce intorno

 


 

Oggi una giornata di lavoro intenso, di letture e di parole da ascoltare e silenzi da decifrare. Una giornata dove Milano stava in Iran e poi a Parigi e dove Roma era stesa a prendere il sole sulla spiaggia di Praia a mare. Quante storie vere da ascoltare, quante storie inventate più vere del vero e quanto silenzio tra gli alberi e le foglie in quest’ultima giornata d’estate.

 

 

Una lingua senza alfabeto

 

Guardo il silenzio, un modo

diverso per imparare l’attesa

e la quiete. Prende la forma del

vento il silenzio, a volte il volo

dell’airone sulla superficie del

lago lo fa rifulgere prima della

caduta. Guardo il silenzio per

meglio comprendere le parole e

ogni volto ne dispone un frammento

sulla superficie del tempo dove

possiamo imparare a leggere questa

lingua priva di sillabe e vocaboli, priva

anche dell’alfabeto, non ne ha

bisogno perché è tutto il mondo

che scrive la nostra storia, tempo

nel tempo, silenzio nel silenzio.

 

 

Oggi abbiamo salutato l’estate celebrando le ultime ore all’aria aperta, portoni spalancati su cortili antichi, mobili dimenticati, una stufa di ghisa e un romanzo bellissimo da finire che mi sta aspettando e che spero tra qualche tempo potrete leggere anche voi. Vero Elisabetta?

L’estate del secondo anno senza Carnevale è finita oggi martedì 21 settembre con questa Cronaca 562 e luce, tutta la luce intorno che stava prendendo commiato.

domenica 19 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/560. Scrivo, anche quando la pioggia gioca a nascondino con le nostre intenzioni



Una domenica mattina ventosa e fredda, un giorno di pioggia in una Milano che sembrava Trieste. Poi il calore di una bella casa piena d’amore, libri, colori e belle fotografie. Le ore sono passate parlando e ascoltando di libri non ancora finiti, ma che lo saranno. Profumi di altri luoghi e di altri tempi si sono mescolati: un sugo di zucchine e pomodorini, un tè allo zafferano, l’Iran e Cuba evocati da immagini e racconti. Lo spirito di Hemingway che aleggiava intorno a noi chine sui quaderni.

Poi è uscito il sole, e la giornata è diventata calda e luminosa, l’ultimo colpo di coda dell’estate, mentre le parole nuove si affiancavano accanto a quelle già scritte e le intenzioni di futuri racconti prendevano posto nelle pagine via via sempre meno bianche.

 

Uno spazio vuoto per le nostre parole

 

Mi dico “scrivi” quando anche

la pioggia gioca a nascondino

con le nostre intenzioni. Scrivo

per non distrarmi, scrivo per

tenere ferma l’ombra anche

quando siamo in volo, scrivo

per imitare l’onda e rispondere

alla sabbia che parla per conchiglie

e stelle marine ancora addormentate.

Dal cielo si specchiano quelle che

non toccheranno mai il mare e

sono invidiose delle sorelle che

ci vivono nel mezzo. Scrivo anche

per il giardino, perché non dimentichi

lo splendore delle rose nella

loro ultima fioritura e custodisca

questo spazio vuoto come se fosse

un sacrario per il loro profumo e

le nostre parole.

 


Ecco che è passata un’altra bella giornata di fine estate che ho condiviso con Elisabetta, Simone e Giorgia, Rita e Ilaria, Martina, Roberta e Francesca. Ricorderemo, un giorno ricorderemo come sarà stata la luce di queste ore di domenica 19 settembre del secondo anno senza Carnevale e della sua Cronaca 560, ventosa, arruffata e pensierosa, come le rose che non possono sapere ancora che la stagione è quasi finita.

venerdì 3 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/544. Voglio solo stare in questa luce, in questo silenzio

 


 

 

Quanto era piccola l’isola, piccola come una mano stretta a pugno, come un fiore non ancora sbocciato, come una tazzina da caffè vuota, quanto era piccola l’isola dove ero appena sbarcata?

Sapevo da anni che un giorno sarei ritornata, lo sapevo dal giorno stesso in cui ero stata costretta ad allontanarmi. Quanto è lungo un anno? Tanto o poco, uno dopo l’altro erano passati gli anni, ed erano quaranta, tanti quanto la traversata del deserto. L’isola non era mai veramente uscita dal mio orizzonte, la vedevo apparire e sparire al centro del lago d’Orta, appariva e spariva in qualunque mare io stessi nuotando, ma sapevo che non ci sarei mai arrivata all’epoca, non in barca e non a nuoto, non nel tempo in cui più avevo desiderato di poterci andare. La prima volta che mi ci sono trovata è stato per caso, un’estate di tanti anni, tanti fa dove ho letto in sequenza e con la voracità tipica della giovinezza Anais Nin, Marie Cardinal, Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, Hermann Hesse, Manuel Scorza, Gabriel Garcia Marquez, Roland Barthes, J. L. Borges, Thomas Mann, Franz Kafka, Albert Camus, Jean-Paul Sartre, Marcel Proust, Henry James, Jules Verne, Primo Levi, Luigi Pirandello, Dino Buzzati, John Steinbeck, George Orwell. E ho capito, ammirando l’arcipelago intorno a me, che quelle isole volevo esplorarle tutte e che un giorno avrei trovato la mia isola.

Ora che sono arrivata, scopro di conoscerla come la mia casa, questa piccola isola, ma di non conoscerla davvero fino in fondo. Perché è impossibile conoscere qualcuno o qualcosa fino in fondo. E l’isola muta di continuo il suo profilo, si confonde nella nebbia dell’alba, mi acceca nel riverbero del sole che tramonta. Ci sono raggi verdi che attraversano il fitto bosco e colpiscono questa casa, che è la casa di tutte le case, di tutti i libri e di tutte le librerie. Conosco la fonte di quest’isola, perché per quarant’anni mi ci sono dissetata, conosco la biblioteca, perché ho portato libri in questo luogo per poter preparare il mio ritorno, sempre divisa tra l’altra vita e questa vita monastica che tanto mi aveva attirato sin dall’infanzia. Amare il mondo rinchiuso tra pareti, cercare ristoro nei paesaggi intorno, camminare a piedi, viaggiare, ma poi sempre ritornare tra queste mura, ai quaderni e ai libri.

 

 

Conversazione con un’isola

 

L’isola era sempre uguale, mi

pareva, forse mi stava aspettando,

forse si era dimenticata di me. Io

di certo non di quel luogo protetto

cui davo del tu. Perché rispondono

le isole, anche nella distanza, ho

sempre saputo che questo tavolo,

la penna e il taccuino, mi stavano

aspettando. Mi ha salutato la mia

isola, io le ho risposto in questa

assenza di riferimenti tangibili,

cose e promesse. Qui dovevo

arrivare, qui resto.

 

 

Non è distante dalla terraferma questa piccola isola, ma ora voglio solo stare in questa luce, in questo silenzio che nutrono le parole che arriveranno. È miele questo silenzio e le parole sono le api operose che si preparano per la stagione fredda che già si annuncia mattina dopo mattina.

Oggi è venerdì 3 settembre 2021, il secondo anno senza Carnevale, il secondo anno incerto, vago, difficile e questa è la Cronaca 544, monastica e insulare.

lunedì 3 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/421. La memoria è il fruscio del vento, una mela sul tavolo, una piuma trovata


 

Ma se il luogo della memoria fosse solo la pelle, cosa sarebbe rimasto di questi anni? Memoria del vento, certo, il frusciare dei vestiti, le lenzuola. Per i più fortunati il tocco del sole e delle onde, poco altro. Pochi abbracci, pochi baci, pochi contatti. Ma ci sono le memorie più remote, quelle precedenti la pandemia. E la pelle freme perché basta immaginare per sentire di nuovo su di sé quel brivido dell’essere vivo e sensibile. Questi anni lasceranno ferite e cicatrici, è certo. Ferite e cicatrici invisibili, ma le ferite guariscono e le cicatrici sono lì a dirci che qualcosa di tremendo è accaduto ma è anche passato e finito. Il processo di guarigione, sia del corpo che dell’anima, ha bisogno di tempo e di delicatezza, ha bisogno di cure che partono dall’ascolto, di parole allo stesso tempo dense e leggere. Lo spazio della relazione è il luogo in cui si il processo di cura prende forma e l’ascolto diventa un fiume che scorre nei due sensi. La stanza dell’analisi è il luogo classico deputato a questa relazione, ma altri luoghi hanno preso forma in questi anni, luoghi dove il medico ha imparato ad ascoltare il paziente, dove la condivisione in gruppo, spesso insieme ad altre persone sconosciute, permette all’Alfabeto della Cura di declinarsi e di scegliere le parole utili e necessarie. Parole che partono dalla biografia di ciascuno e nella relazione tessono il nuovo senso del nostro stare al mondo.

Bisognerà trovare le parole per raccontare questi anni, bisognerà imparare a non rimuovere gli eventi, ma ad elaborarli, per non condannare all’eterna ripetizione del male e dello sgomento.

 

 

Una scrivania che è anche un nido

 

Ho trovato una piuma azzurra

questa mattina, ho cercato

tra i rami frondosi un nido,

il luogo della provenienza, ma

niente indicava che ci fossero

quel nido immaginato e quegli

uccellini che lo avevano costruito.

Così ho portato la piuma con

me, e ora sta nella stessa cesta

delle pietre e dei sassi, accanto

al quaderno con le foglie e i fiori

essiccati. Un canto si alza da tutta

quella materia che pare addormentata:

“Noi siamo, noi siamo stati e noi

saremo, nel tempo e nelle stagioni.

Accetta la fatica di questo vivere,

sopporta i rumori vacui intorno

e cerca la nuova foglia, il sasso

dimenticato e il nido che presto

sarà vuoto. Questa è l’anima mentre

cerca la sua forma e accetta dalla

tua storia giusto le piume che

servono a rendere più comodo

il nuovo nido per l’anno che

verrà. Quando arriverai?”.

 

Questa luminosa giornata che sembra di inizio primavera e non di maggio, mi ha riempito lo sguardo e il sorriso. Ogni giorno è un dono, anche se a volte doloroso e a tratti incomprensibile.

Questa è la Cronaca 421 di lunedì 3 maggio, del secondo anno senza Carnevale, dove abbiamo ricominciato a uscire come i bucaneve al disgelo. L’unica certezza è la poesia che mi accompagna giorno dopo giorno, ora dopo ora. La poesia che contempla le pietre, le foglie e la piuma azzurra sulla mia scrivania.