giovedì 30 giugno 2016

Ricordo senza limiti, ricordo senza corpi né ombre

Bruciata la materia del ricordo ma non il ricordo.
Il ricordo impera ugualmente. È lui
che oltre la storia e oltre la finita reminiscenza
lungo tutta la lunga mattinata estiva osserva
la piazza prima in ombra inondata dalla trasparenza
tramutarsi in un vaso di fulgore offuscato dall'accecamento
con nient’altro tra ripa e ripa di pietra e marmo che la sua forza.
Lui solo e da sotto le tegole una buba
di colombi che quasi di troppa beatitudine la scolma.
Ricordo senza limiti, ricordo senza corpi né ombre.

Mario Luzi
Per il battesimo dei nostri frammenti
Garzanti 1985

mercoledì 29 giugno 2016

Leggere nuvole di giugno sul paesaggio che era stato il suo volto

E un sorriso infinitamente debole, e tuttavia inequivocabile, si diffuse sul suo volto. In quell'istante era come se fosse una creatura al confine, che nel passaggio da un mondo all'altro aveva onorato con una breve visita quella cucina. Apparteneva già a un altro mondo. Ma era tornata indietro all'ultimo momento per recuperare qualcosa che aveva dimenticato. Stupore e una vaga felicità parvero passare come leggere nuvole di giugno sopra il paesaggio grinzoso che era stato il suo volto.


Lars Gustafsson
L’uomo sulla bicicletta blu
Traduzione di Carmen Giorgetti Cima

Iperborea 2015

martedì 28 giugno 2016

al colmo del cielo, su quattro nuvole bianche

Villeggiatura


Riposa, concediti la lontananza,
la luce del sole, nascosto dietro le case,
al colmo del cielo, su quattro nuvole bianche,
guarda le loro ombre lontane
e i canti di uccelli invisibili da questo balcone
che non ti impegnano gli occhi,
e gli alberi che formano i boschi
che coprono i monti là in fondo
dall’altra parte della vallata.
Da questa parte il giardino piccolo
il vicolo acciottolato, le case addossate
precedono il mio profilo,
la cosa più stretta che mi circonda.


Annalisa Manstretta
Gli ospiti delle stagioni
Atì editore 2015

lunedì 27 giugno 2016

prendi un cielo e un albero grande come sono al solstizio d’estate

Ricetta estiva


A volte si procede tranquilli, sereni
e si arriva in un vicolo cieco;
camminando in modo armonioso
si mettono i piedi in un punto che fa eccezione
come quello di non ritorno.
Ed ecco che appaiono angoscia e sconforto,
si allargano attorno, minacciano.
Ma tu fa così: prendi un cielo e un albero grande
come sono al solstizio d’estate,
perché la chioma folta permetta che tu conti,
una ad una, le sue foglie;
perché il cielo di quei giorni,
che resta azzurro a lungo,
ti lasci il tempo per guardarti attorno
cosa per cosa, spazio per spazio,
tutto quello che c’è.
L’inverno scolpisce attento i profili,
chiarisce dove stai tu e cosa sta attorno.
Poi arriva, senza invito, l’estate
non ci pensa, occupa tutto, ride, ride e ti chiede
da che parte va visto il contorno.

Annalisa Manstretta
Gli ospiti delle stagioni
Atì editore 2015

domenica 26 giugno 2016

Se la pagina scritta è un giardino, la poesia non è la rosa ma la terra feconda

Se paragonassi una pagina di scrittura a un giardino, sarei portato a vedere in un primo momento nella rosa l'immagine stessa del componimento poetico. Ma sarebbe un grave errore.
La poesia è nemica dell'apparenza. E' appartenenza immemoriale. Del giardino la poesia è piuttosto la terra feconda, umida: la miracolosa umidità del suolo nelle sue profondità. Può essere, anche, la linfa le radici.


Edmond Jabès
Poesie per i giorni di pioggia e di sole
a cura di Chiara Agostini
Manni 2002

sabato 25 giugno 2016

parola di silenzio, silenzio senza parola

Solitudine

Parola senza musica
musica senza parole
parola di silenzio
silenzio senza parola
E poi
niente, davvero
più 
niente.

Edmond Jabès
Poesie per i giorni di pioggia e di sole
a cura di Chiara Agostini
Manni 2002


Une parole sans musique
une musique sans paroles.
Une parole de silence
un silence sans parole.
Et puis
rie, vraiment
plus rien.




venerdì 24 giugno 2016

Resta ora steso con me nella terra di giugno, confuso tra le lucciole nel buio profondo e remoto, silenzioso, immoto

Quando è successo che hai smesso di guardare il cielo, se non per cercarvi la pioggia e il sereno? Il giorno giusto per salire in groppa al cavallo e lanciarti al lungo viaggio? Quando è successo che non hai più veduto le costellazioni, con quello spazio nero lì, tra le stelle, che aspetta la tua Lira per colmarsi ancora? Senti ora le sfere celesti che ruotando su loro stesse ciascuna per il suo asse e la sua orbita producono una musica che solo ai poeti e agli uccelli e agli dèi è dato di ascoltare? Io non posso che suggerirtela, ma tu: se sei poeta tu, Orfeo: la senti. Resta ora steso con me nella terra di giugno, confuso tra le lucciole nel buio profondo e remoto, silenzioso, immoto, e aspetta che la volta si abbassi su di noi, che ci accolga fino a che la luna rossa all'orizzonte e bassa scacci via tutti gli astri e arrivi a raccontarci un altro tempo: un tempo che gli uomini intravedono e a esso tendono, e poiché sanno che sfugge loro, per esso si struggono.

Valeria Parrella
Assenza
Euridice e Orfeo
Bompiani 2015

giovedì 23 giugno 2016

Tu sola sapevi che il moto non è diverso dalla stasi, che il vuoto è il pieno e il sereno è la più diffusa delle nubi

Xenia I
Dicono che la mia
sia una poesia d'inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa.
Eugenio Montale
Satura

Mondadori 1968

mercoledì 22 giugno 2016

nell'amore si mescolano tutte le cose del mondo

Perduta.
Perduta.
Ti cerco nella stanza, contro il vetro dalle cui lastre vedemmo assieme la città, fuori guardare fuori, e noi mano mia sulla tua mano. Ecco, piano mi concentro rivedo almeno il tuo profilo, fuori piove ma noi siamo dentro, ci sono eccoti: sento il tuo...
Perduta.
Ti cerco al focolare, davanti alla stufa grande, tu che sai come si cura l'esistenza, si scalda la vita, si prepara il tempo, si mescolano le cose tutte del mondo affinché nel nostro piatto stasera non ne manchi alcuna.
Io ti vedo,  mi dai le spalle e cucini e io arrivo per abbracciarti. Ma tu mi dici: "Aiutami, piuttosto, prendi..."
Perduta.
Tutte le cose pensate per te, senza te non è che non hanno più senso: fanno male. L'anfora di vino, proprio quello bianco. E il pesce guizzante alla rena. E il primo sole di aprile.
Guardo.
E ogni cosa bella mi frusta il volto.
Sguardo.
Sgomento.
Sgomento. L'assenza tua improvvisa.
Dove sei, Euridice, dove?

Valeria Parrella
Assenza
Euridice e Orfeo
Bompiani 2015

martedì 21 giugno 2016

Foglie, pagine perdute…

Foglie

Il vento gioca con l’invisibile
fra i tendoni del caffè,
scuote oggetti buttati alla rinfusa
sul tavolino; la tazza vuota
traballa, i fogli del quaderno
sbattono come persiane aperte.

È tenace questa primavera,
butta germogli a perdifiato;
nei platani, tra foglia e foglia
non c’è uno spicchio di crepuscolo.
Ma nel groviglio vegetale
le ombre scavano nicchie, trincee…
Spuntano facce, una miriade.

Alcune ruotano sui cardini dell’aria
e rientrano nel verde,
altre restano, vorrebbero parlare.
Ci vuole tempo per contarle,
dargli un nome, una storia.
Guarda sul ramo di quel tiglio…

Le riconosci?
Persone del tuo cuore.
Ma quelle del ramo accanto a chi somigliano?
Foglie, pagine perdute…

Vado. Lascio il quaderno.
Forse qualcuno leggerà.

Danilo Bramati
Chiaro enigma del mondo
Moretti & Vitali 2016

lunedì 20 giugno 2016

notturna voce che scava fino al nome e muta in tenebra il suo canto

(da Osip Mandel'štam )


Non parlava con me il mio paese
non mi leggeva. Ora vuole un canto
lunghissimo, di gola – che si accordi
con fessure di terra e tremi
nelle cose.
Non parlava con me il mio paese. Ora di colpo
mi ha infiammato come un fuoco di bosco,
toccando appena il fuscello della lingua, lasciando che il palato
ardesse a cupola nel corpo.
Mi ha dato tempo e notte.
La voce si è levata prodigiosa
dimessa, nel secolo che cresce sul millennio
né lupo, né scoiattolo, non una bestia in fuga
ma pelle che si somma nel buio ad altre pelli
arata-notte nel tramestio di foglie
notturna voce che scava fino al nome
e muta in tenebra il suo canto e dice: anch'io
nata a dicembre, il ventidue, sulla punta dell’anno che si spegne.

Antonella Anedda
Nomi distanti
Empiria 1998

Parlava con me il mio paese,
mi dava corda, mi faceva la predica, non mi aveva letto,
ma fattomi forte mi ha visto
come teste oculare, e di colpo, come una lente,
mi ha infiammato col raggio dell’Ammiragliato.

Osip Mandel'štam
traduzione di Maurizia Calusio
Mondadori 1995

domenica 19 giugno 2016

lascia che un'ombra grande abbatta la distanza, lo sguardo senza sguardo con cui il tempo stretto a te mi annienta

(da Giacomo Noventa)


E guarda viene a me un amore.
Lascia antico amore amico
vecchio amore
che un altro corpo si stenda accanto al mio
lascia che un'ombra grande abbatta la distanza, lo sguardo
senza sguardo con cui il tempo stretto a te mi annienta.
Che ci sia una luce: io, a rischiarare un nuovo desiderio
e amarlo come ho amato il tuo negli anni
La voce modula la sete. Guarda viene a me un amore
una vita alla vita inaspettata lì dove severo
cresceva su di noi il passato.

Antonella Anedda
Nomi distanti
Empiria 1998

sabato 18 giugno 2016

filo di brace e cenere misurato nel silenzio

Giardino


Il mondo stabile non mi parla più.
Lingue oscure, le foglie.
Tengo la sigaretta
come ruotando una clessidra,
filo di brace e cenere
misurato nel silenzio.
E sale, sale quell’ala grigia
oltre il muretto scalcinato…

Pioppi, magnolie, platani,
siete il tempo che non torna,
il verdeoro che mi piaceva
è un groviglio senza cura.
E il giardiniere non risponde.
Solo l’albero di Giuda è identico
contro un cielo fluttuante.

Penso: così si spogliano le cose,
non uno schianto, o un lamento, ma il sibilo
della serpe acquattata
dietro la siepe delle rose
che a notte fonda morderà.

L’ultimo tiro. È tardi.
Seppellisco il mozzicone
fra i sassolini pieni di ombre.
Qualcosa striscia nell’erba fredda…
Si gela. Quasi quasi torno dentro.

Danilo Bramati
Chiaro enigma del mondo
Moretti & Vitali 2016

venerdì 17 giugno 2016

Per imparare a scrivere bisogna imparare a guardare

La narrativa opera tramite i sensi, e uno dei motivi per cui, secondo me, scrivere racconti risulta così arduo è che si tende a dimenticare quanto tempo e pazienza ci vogliano per convincere tramite i sensi. Se non gli viene dato modo di vivere la storia, di toccarla con mano, il lettore non crederà a niente di quello che il narratore si limita a riferirgli. La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella di affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare e toccare.
È questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose. Lo scrittore di narrativa deve rendersi conto che non è possibile suscitare la compassione con la compassione, l’emozione con l’emozione, o i pensieri con i pensieri. A tutte queste cose bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore.
Ho notato che i racconti dei principianti sono solitamente infarciti di emozioni, ma di chi siano queste emozioni spesso è difficile determinare. Il dialogo procede sovente senza il sostegno di personaggi che sia dato vedere, mentre il pensiero fuoriesce incontenibile da ogni angolo del racconto. Ciò avviene perché il principiante è tutto preso dai suoi pensieri e dalle sue emozioni, anziché dall'azione drammatica, ed è troppo pigro o ampolloso per calarsi nel concreto, dove opera la narrativa. È convinto che il giudizio stia da una parte e le impressioni dei sensi dall'altra. Per lo scrittore di narrativa, invece, il giudizio comincia proprio dai particolari che vede e da come li vede.
I narratori che non danno importanza a questi particolari concreti peccano di quella che Henry James definiva “specificazione fiacca”. L’occhio scivola via sulle parole e l’attenzione si assopisce. Insegnava Ford Madox Ford che se si mette un personaggio in un racconto anche solo per il tempo necessario a vendere un giornale, non per questo devono mancare quei particolari che lo rendono visibile agli occhi del lettore.
Ho un amico che sta prendendo lezioni di recitazione, a New York, da una signora russa che ha fama di essere un’ottima insegnante. Mi scriveva questo amico che per tutto il primo mese non hanno pronunciato neanche una battuta, ma solo imparato a guardare. Imparare a guardare, infatti, è la base per l’apprendimento di qualsiasi arte, tranne la musica. Molti dei narratori che conosco dipingono, non perché siano particolarmente dotati, ma perché dipingere li aiuta a scrivere. Li costringe a osservare le cose. Scrivere narrativa non è tanto questione di dire le cose, quanto piuttosto di mostrarle.
Affermare tuttavia che la narrativa procede per particolari non significa limitarsi ad accumularli meccanicamente l’uno sull'altro. I particolari devono rientrare in un disegno complessivo, e ogni particolare va messo al servizio dell’intento del narratore. L’arte è selettiva. Quello che c’è è essenziale e crea movimento.
Flannery O’Connor 
Nel territorio del diavolo
a cura di Ottavio Fatica
minimum fax 2010

giovedì 16 giugno 2016

da dove arrivano le storie

Quando comincia una storia ha già tutto chiaro?
Non è chiaro, all'inizio. Spesso ho un’idea, ma è un’idea molto vaga. Provo a entrare nel mondo della storia, cerco la porta giusta. Può essere quella porta oppure un’altra, oppure una finestra, non lo so, ma devo trovarmi dentro la storia, devo trovare l’ingresso. È difficile, perché spesso una storia non comincia con l’incipit.
Come si arriva all'incipit allora?
Io ci arrivo scrivendo e pensando. A volte comincio una storia, scrivo, scrivo e a un certo punto mi dico: “Ah, deve iniziare qui!” E magari succede dopo aver scritto molte pagine. Arrivo a un momento che mi sembra giusto, spesso ci vuole qualche mese per scoprire l’incipit. Lo spunto può essere un dettaglio, una scena, un pezzettino di dialogo, dipende. Di rado un incipit è ovvio, di rado si presenta così, purtroppo.
Un esempio?
Con La moglie io sapevo che la descrizione dell’ambiente era l’incipit giusto. Ma ci ho messo anni per ridurre quella descrizione a una pagina. Prima era un capitolo di otto o nove pagine e mi sembrava troppo. Ho dovuto togliere tutto. La scena al Tolly Club è arrivata dopo qualche anno. Perché io devo capire innanzitutto i personaggi, senza averli capiti non riesco a capire la storia: loro mi danno tutto, anche la struttura.
Ci parla del lavoro preliminare, quello che si svolge nella sua mente, prima di cominciare? Quando capisce che un’idea può diventare un romanzo?
Non riesco a capire senza scrivere. Ho in mente una cosa, un’idea vaga, poi prendo qualche appunto o scrivo un paragrafo, una descrizione: un viso, un paesaggio, un sentimento, un’emozione. Poi, però, ci vuole un motore. Capisco che è giusto quando c’è un movimento, quando la storia si svolge. Allora è chiaro: se c’è un movimento che posso seguire, c’è un’energia, c’è qualcosa di inevitabile.
Che cosa deve avere un incipit per catturare il lettore fin dalle prime righe? Ci sono inizi lenti e inizi folgoranti. Lei cosa preferisce?
Dipende. Può essere lento o può essere folgorante. A me piace cambiare. Per esempio, ho scritto un racconto intitolato Una volta nella vita che inizia molto lentamente: non si capisce dove andrà la storia, è un incipit disteso, non c’è una tensione o un dramma che si vede subito. Ma è arrivato così. Come si entra in un posto? Si può entrare direttamente: ecco la porta, andiamo. Ma la via può anche essere lunga, rilassata. A me piace seguire il mio istinto, non ho nessuna formula.
Nei racconti, spesso lei comincia da un accidente o da una situazione: da un guasto alla luce o da un trasloco. L’incipit di un racconto dev'essere diverso da quello di un romanzo?
L’inizio deve introdurre gli elementi della storia. Il romanzo può iniziare in modo più lento, invece nel racconto è importante iniziare in mezzo alle cose, l’incipit deve essere più veloce perché tutto è più urgente. Dà velocità al racconto, un incipit del genere, è importante. Un racconto è come un treno che passa. Un romanzo è come andare in macchina: si entra, si gira la chiave, poi si accelera.
frammento dell'intervista di Caterina Bonvicini a Jhumpa Lahiri
L'arte di raccontare
Nottetempo 2015

mercoledì 15 giugno 2016

L'attimo esatto in cui si diventa scrittori

Fu in quel periodo che Murakami assistette alla partita di baseball dove avrebbe incontrato il suo destino. Yakult Swallows contro Hiroshima Carp. Lui era un tifoso degli Swallows, e quando un battitore della squadra del cuore colpì con tanta forza la pallina che il crak della mazza risuonò tra gli spalti, Murakami ebbe l'illuminazione. «Mi sembrò che qualcosa arrivasse svolazzando giù dal cielo e io l'accogliessi delicatamente tra le mani. In quel momento, non so perché, pensai: credo che potrei scrivere un romanzo ».
Un'epifania bella e buona. Ma come si decide di diventare scrittori, ammesso che una decisione del genere possa essere presa?
Non credo che la letteratura segua i percorsi delle religioni rivelate, e sarei pronto a scommettere che qualcosa in Murakami avesse già deciso di voltare pagina e aspettasse l'occasione giusta per informare l'interessato.
Un episodio simile accadde al García Márquez degli esordi. Poco più che ventenne, Gabo non riusciva a trovare la sua cifra. Scriveva improbabili racconti kafkiani che a lui per primo suonavano fasulli. Poi successero due cose: García Márquez lesse William Faulkner e sua madre lo portò ad Aracataca, il paesino in cui Gabriel era nato e che sarebbe diventato la Macondo della trasfigurazione letteraria. La situazione si sbloccò: «fu come se quello che vedevo fosse già stato scritto, dovevo sedermi e copiare ciò che era lì. Solo una tecnica come quella di Faulkner mi avrebbe consentito di farlo: l'atmosfera, la decadenza, il calore del piccolo villaggio erano simili a ciò che avevo provato leggendo i suoi libri».
Ecco che vediamo in modo un po' più chiaro il funzionamento di certi processi creativi: scopri la voce di un maestro che ti aiuta a riconoscere la tua, ma a patto di trapiantare ogni cosa in un mondo che appartiene a te e non a lui.
Anche gli incontri con i maestri in carne e ossa possono servire. William Faulkner iniziò a scrivere guardando vivere Sherwood Anderson, all'epoca già autore affermato. I due erano compagni di bevute e Faulkner osservandolo pensò: «bel mestiere scrivere: la mattina lavori, il pomeriggio correggi un po' e la sera sei libero di ubriacarti con chi vuoi». Così Faulkner comunicò all'amico che anche lui avrebbe scritto un libro. Da quel momento Sherwood Anderson sparì dalla circolazione. Un mese dopo sua moglie bussò alla porta dei Faulkner: «mio marito non ne può più di starsene tappato in casa per paura di incontrarti. Vuole fare un patto con te: se non sarà costretto a leggere il tuo manoscritto, dirà al suo editore di pubblicarlo ». Questo aneddoto, che Faulkner condiva con infinite varianti, nasconde un motore ben più oscuro della creazione letteraria: la competizione, la necessità di un maestro da mangiare in salsa piccante. Non è forse un caso che dopo aver cominciato a pubblicare, Faulkner scrisse una raccolta di satire intitolata Sherwood Anderson and Other Famous Creoles che costò la rottura dell'amicizia.

Nicola Lagioia

martedì 14 giugno 2016

una voce che mi spalanca dolcezze ignote

Mobile d'astri e di quiete
 
E se di me gioia ti vince,
è nodo d'ombre.
Non altro ora consola
che il silenzio: e non ci sazia
volto mutevole d'aria e di colli,
giri la luce i suoi cieli cavi
a limite di buio.
 
Mobile d'astri e di quiete
ci getta notte nel veloce inganno:
pietre che l'acqua spolpa ad ogni foce.
 
Bambini dormono ancora nel tuo sonno;
io pure udivo un urlo talvolta
rompere e farsi carne;
e battere di mani ed una voce
dolcezze spalancarmi ignote.

Salvatore Quasimodo
Ed è subito sera
Oboe sommerso
Mondadori 1942

lunedì 13 giugno 2016

nell'ora sola con me

Un sepolto in me canta

M'esilio; si colma
ombra di mirti
e il sopito spazio m'adagia.
 
Né amore accosta
silvani accordi felici
nell'ora sola con me:
paradiso e palude
dormono in cuore ai morti.
 
E un sepolto in me canta
che la pietraia forza
come radice, e tenta segni
dell'opposto cammino.

Salvatore Quasimodo
Ed è subito sera
Oboe sommerso
Mondadori 1942

domenica 12 giugno 2016

e guardare diventa le sue foglie

Mattino
Ho un acero, fuori casa, e tutto è lontano qualche volta
tutto passa nelle cose senza contorno
ho un acero misterioso come una città sommersa
e guardare diventa le sue foglie, l’ombra premuta
metà sulla strada metà nel giardino
la luce di ciascun giorno
dove le voci si appuntano e si disperdono.
Siamo l’acqua versata sulle pietre dei morti
sul filo teso tra la preghiera e il canto
siamo la neve dentro le cose
l’occhio cui tutto allucina, tutto separa
e vivere è un minuscolo posto nel mondo
dove stare in giardino.
Pierluigi Cappello
Azzurro elementare
Restare

Poesie 1992-2010
Rizzoli 2013

sabato 11 giugno 2016

E fammi vento che naviga felice

Curva minore


Pèrdimi, Signore, ché non oda
gli anni sommersi taciti spogliarmi,
sí che cangi la pene in moto aperto:
curva minore
del vivere m'avanza.
 
E fammi vento che naviga felice,
o seme d'orzo o lebbra
che sé esprima in pieno divenire.
 
E sta facile amarti
in erba che accima alla luce,
in piaga che buca la carne.
 
Io tento una vita:
ognuno si scalza e vacilla
in ricerca.
 
Ancora mi lasci: son solo
nell'ombra che in sera si spande,
né valico s'apre al dolce
sfociare del sangue.

Salvatore Quasimodo
Ed è subito sera
Oboe sommerso
Mondadori 1942

venerdì 10 giugno 2016

stai ogni giorno dentro le parole, nella forma delle cose

Poiein

Tu sei di qui, di questo mondo
l’ombra delle tue dita si stampa
sul candido del foglio, la punta della penna;
stai dentro le parole, stai ogni giorno dentro le parole
nella forma delle cose mentre le si osserva
e ogni forma diventa una forma di tristezza
il tuo lungo ingresso alla cenere.

Rimetta a noi i nostri cieli la parola aggiustata,
un segnale nutrito dal lampo nel poco di nessun conto
nel conto dei giorni vissuti senza cura
e abbracci, ma senza abbagliare,
ogni minuto preso dal vento
e il presente di queste mani
come se fosse eterno.

Pierluigi Cappello
Azzurro elementare
Restare

Poesie 1992-2010
Rizzoli 2013

giovedì 9 giugno 2016

chiama senza voce, ascolta senza udire

Che cosa sono gli anni
Che cos’è la nostra innocenza,
che cosa la nostra colpa? Tutti
sono nudi, nessuno è salvo. E donde
viene il coraggio: la domanda senza risposta,
l’intrepido dubbio, –
che chiama senza voce, ascolta senza udire –
che nell'avversità, perfino nella morte,
ad altri dà coraggio
e nella sua sconfitta sprona
l’anima a farsi forte? Vede
profondo ed è contento chi
accede alla mortalità
e nella sua prigionia ti leva
sopra se stesso, come
fa il mare dentro una voragine,
che combatte per essere libero
e benché respinto
trova nella sua resa
la sua sopravvivenza.
Così colui che sente fortemente
si comporta. L’uccello stesso,
che è cresciuto cantando, tempra
la sua forma e la innalza. È prigioniero,
ma il suo cantare vigoroso dice:
misera cosa è la soddisfazione,
e come pura e nobile è la gioia.
Questo è mortalità,
questo è eternità.
Marianne Moore
Le poesie
a cura di Lina Angioletti e Gilberto Forti
con due saggi di T.S. Eliot e W.H. Auden
Adelphi 1991

What Are Years

What is our innocence,
what is our guilt? All are
naked, none is safe. And whence
is courage: the unanswered question,
the resolute doubt, —
dumbly calling, deafly listening—that
in misfortune, even death,
encourage others
and in its defeat, stirs
the soul to be strong? He
sees deep and is glad, who
accedes to mortality
and in his imprisonment rises
upon himself as
the sea in a chasm, struggling to be
free and unable to be,
in its surrendering
finds its continuing.
So he who strongly feels,
behaves. The very bird,
grown taller as he sings, steels
his form straight up. Though he is captive,
his mighty singing
says, satisfaction is a lowly
thing, how pure a thing is joy.
This is mortality,
this is eternity. 

mercoledì 8 giugno 2016

Dopo la pioggia di stelle, un attimo prima della divisione finale

Alle porte della valle

Dopo la pioggia di stelle
sul prato di ceneri
si riunirono tutti vigilati da angeli
da un’altura superstite
si può abbracciare con lo sguardo
l’intero gregge belante dei bipedi
in verità non sono molti
contando perfino quelli che verranno
da cronache favole e vite dei santi
ma basta con queste considerazioni
portiamoci con lo sguardo
alla gola della valle
da cui si leva un grido
dopo il sibilo dell’esplosione
dopo il sibilo del silenzio
quella voce pulsa come sorgente d’acqua viva
è come ci spiegano
il grido delle madri a cui vengono tolti i figli
giacché a quanto pare
saremo redenti singolarmente
gli angeli custodi sono intransigenti
e va riconosciuto fanno un duro lavoro
lei implora
– nascondimi in un occhio
nel palmo di una mano tra le braccia
siamo sempre stati insieme
non puoi abbandonarmi adesso
che sono morta e ho bisogno di tenerezza
un angelo più anziano
spiega sorridendo l’equivoco
una vecchietta porta
i resti d’un canarino
(tutti gli animali erano morti un po’ prima)
– era così caro – dice piangendo
capiva tutto
quando gli dicevo –
la sua voce si perde nel chiasso generale
perfino un taglialegna
che non si sospetterebbe di cose simili
un vecchio omone ricurvo
si stringe l’ascia al petto
– per tutta la vita è stata mia
anche adesso sarà mia
mi ha dato da vivere là
mi darà da vivere qui
nessuno ha il diritto
– dice –
non la consegnerò
quelli che a quanto sembra
hanno obbedito agli ordini senza soffrire
vanno a capo chino in segno di conciliazione
ma nei pugni stretti nascondono
frammenti di lettere nastri ciocche di capelli
e fotografie
credendo ingenuamente che
non verranno tolti loro
è così che appaiono
per un attimo
prima della divisione finale
in chi digrignerà i denti
e chi canterà i salmi.

Zbigniew Herbert
Rapporto dalla città assediata
a cura di Pietro Marchesani 
Adelphi 1993

martedì 7 giugno 2016

Vorrei condurti con le mie parole

Lieve offerta

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

5 dicembre 1934


Antonia Pozzi

lunedì 6 giugno 2016

gli olivi sulle basse colline, lasciate al vento e agli incendi

Misticismo per principianti

Il giorno era mite, la luce amichevole.
Il tedesco sulla terrazza del caffè
teneva un libricino sulle ginocchia.

Sono riuscito a vedere il titolo:
Misticismo per principianti.
Subito ho capito che le rondini
pattuglie sulle strade di Montepulciano
con i loro versi striduli
e le conversazioni pacate dei viaggiatori timidi dell'Est,
la cosiddetta Europa centrale,
e gli aironi bianchi fermi ieri? Il giorno prima?
come suore in campi di riso,
e il crepuscolo, lento e metodico,
che offusca i contorni delle case medievali,
gli olivi sulle basse colline,
lasciate al vento e agli incendi,
e la testa della Principessa sconosciuta
che ho ammirato al Louvre
e le vetrate delle chiese come ali di farfalla
spruzzate di polline,
e il piccolo usignolo che si esercita
nella sua recita vicino all'autostrada,
e ogni viaggio, ogni tipo di viaggio,
sono solo misticismo per principianti,
il corso introduttivo, propedeutico
per un esame che è stato rinviato.


Adam Zagajewski
Dalla vita degli oggetti 
a cura di Krystyna Jaworska
Adelphi 2012

domenica 5 giugno 2016

naufraghi d'amore gli azzurri regni

La luna mi versa nell'anima
profonda un'acqua abbagliante,
che me la rende uguale
a un pozzo tiepido e dolce.

Il mio fondo allora, buono
per tutti, sale, sale
e spiega, al livello del prato
del mondo, la sua acqua lucente.

Acqua che ha in sé stella e fiore,
che attrae la sete con lumi
celesti, ove sono, naufraghi
d'amore, gli azzurri regni.

Juan Ramon Jimenez
Poesie
traduzione di Francesco Tentori Montalto
Guanda 1965

sabato 4 giugno 2016

solo resta, odore di gelsomino

Patio

Silenzio.
                 Solo resta
odore di gelsomino;
l'unico uguale a un tempo,
a tante volte, poi,
caducità infinita!

Juan Ramon Jimenez
Poesie
traduzione di Francesco Tentori Montalto
Guanda 1965

venerdì 3 giugno 2016

le citazioni della natura in una strada metropolitana

Dalle fessure del marciapiede un'erba, rada, già secca. I tentacoli di un platano spoglio contro un cielo senza trasparenza, biancastro. Uno stormo di rondoni taglia l'aria, scompare. Le citazioni della natura in una strada metropolitana non illudono all'altrove, ma sono come le sillabe della privazione, la voce afona dell'assenza. Il suono di una foresta non arriva a lambire questa voce, a farsi immagine, o desiderio. Il frangersi delle onde sulla scogliera non arriva a farsi ricordo.

Antonio Prete
Prosodia della natura
Frammenti di una Fisica poetica
Feltrinelli 1993

giovedì 2 giugno 2016

e il cielo stesso dispone le nuvole perpendicolari a me, tanto da incastonarmi nel suo ordine

Lettere

2
Sto su un tetto obliquo di lamiera verde,
in pieno sole; potrei scivolare
ma il cuneo del sole mi inchioda
e il cielo stesso dispone le nuvole perpendicolari a me,
tanto da incastonarmi nel suo ordine, e sono come un idolo
di oro verde, con un occhio più grande dell’altro
e un orecchio lungo — quelli che mi concepirono
erano asimmetrici — sto sul tetto inclinato
e ricordo la striscia obliqua dei capelli
sulla tua fronte, l’intera tua natura obliqua
in rapporto all’universo e a me,
l’angolo del tuo corpo che indicava un punto cardinale misterioso
— e dico che non ti amo.

Nina Cassian
C'è modo e modo di sparire
Poesie 1945-2007
traduzione di Anita Natascia Bernacchia e Ottavio Fatica
Adelphi 2013

mercoledì 1 giugno 2016

essere fuori dalla solitudine, dalla contrada degli alberi inginocchiati

Lettere
1
Ti avrei scritto molto tempo fa ma prima ho atteso
di essere fuori dalla solitudine
ovvero fuori da quella contrada dove gli alberi
stanno in posizione orante,
in se stessi inginocchiati,
e i fiumi scorrono in se stessi,
essendo a un tempo corpo e anima,
impossibili da distinguere; ho atteso
che se ne andasse anche il ragno che
con una punta d’argento si era disegnato sulla spalla
e ora eccomi pronta a dirti
che non ti amo.

Nina Cassian
C'è modo e modo di sparire
Poesie 1945-2007
traduzione di Anita Natascia Bernacchia e Ottavio Fatica
Adelphi 2013