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giovedì 12 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/795. Quando l’amore ha un nome

 


 

Oggi nel tardo pomeriggio sono andata alla Feltrinelli Duomo ad assistere alla presentazione di Nicolas, il nuovo libro di Nicola Gardini, amico di vecchia data conosciuto grazie alla poesia venti anni fa. Nicolas è stato per vent’anni compagno e poi marito di Nicola, una storia d’amore come tante, forse all’inizio. Ma le malattie e poi la morte di Nicolas, lo stringersi della relazione, l’amore profondo e la morte prematura di Nicolas hanno dato a Nicola materia per un libro incandescente, struggente e bello che ho letto con le lacrime agli occhi. Nicolas è diventato un archetipo dell’amore, dell’amante che ama l’amato senza riserve. Mon coeur diceva Nicolas a Nicola, l’uomo fortunato che è stato amato e che ha perduto l’amore della sua vita. L’opera di Nicolas era l’amore, l’opera di Nicola scrivere e con questo libro Nicola ha edificato il suo Tai Mahal di carta per il suo amore perduto. Ma non si tratta di un libro triste perché è un libro che celebra la vita dove i due amanti sono presenti dalla prima all’ultima riga, raccontati nella loro vita quotidiana, sempre slanciati verso il futuro perché il passato non esiste, come Nicolas testimoniava con lo slancio vitale verso il futuro che lo animava in ogni sua azione. Gardini è anche pittore e il suo sguardo d’artista fa sì che il punto di caduta di ogni scena sia sempre Nicolas. Allo stesso tempo riesce, però, a muoversi con la perizia di uno scultore e i lettori vedono Nicolas ripreso in ogni suo lato, nell’ombra e nella sua luce. Un essere umano completo colto nella sua complessità. I luoghi visitati insieme, i viaggi, le case abitate o solo sognate, le moltitudini di amici. Tutta la ricchezza della loro vita raccontata e donata anche a chi non li ha conosciuti e frequentati. Tanti libri mi sono venuti alla mente mentre leggevo Nicolas. Ho pensato ad Adriano e Antinoo della Yourcenar, all’Anno del pensiero magico di Joan Didion, Viaggio in Inghilterra  di C.S. Lewis, La cerimonia degli addii di Simone de Beuavoir, Lo specchio coperto di Elena Loewenthal, Stella nera: Frammenti di una vita a due di Marisa Bulgheroni e anche Anna Banti quando scrive del marito Roberto Longhi. In questo libro bello e terribile Nicola non viene meno al dettato orfico: la poesia nasce dalla perdita di Euridice, non dal suo ritorno nel mondo della luce. Il poeta è colui che si volta, per questo perde l’amore, per questo lo rende eterno.

Oggi è giovedì 12 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Questa Cronaca 795 è ancora intenta a rileggere alcuni passaggi del libro di Nicola.

domenica 4 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/483. Ma prova a dire questo alla sabbia, al mare

 

 


 

A che età si è pronte per smettere di amare? J. vive a Miami in un condominio con piscina e trascorre buona parte del suo tempo cercando di rispondere a questa domanda. Un matrimonio d’amore e di passione finito da non molto, la ricerca di un equilibrio difficile perché alla fine dell’amore non riesce ad arrendersi, J. sta trasponendo in inglese moderno le Metamorfosi di Ovidio. Il contrasto tra le fanciulle in fuga per sfuggire alla brutalità del desiderio maschile non potrebbe essere più lontano dal desiderio di amare e di essere amata. Gli ex-fidanzati recuperati al presente, una madre ottantenne che non si arrende “non fidarti di quello che vedi – le dice a un certo punto – io sono sempre quella ragazza di diciannove anni”, un’anatra con l’ala spezzata, un gatto cieco e moribondo, alcuni bizzarri vicini di casa, tra cui N. che impiega molto del suo tempo a gettare oggetti dal suo balcone al ventiduesimo piano, rappresentano l’universo chiuso e bizzarro della protagonista che alterna le ore di traduzione alle lunghissime passeggiate sui moli, o alla contemplazione delle vite degli altri che spia con un binocolo. Miami è il paesaggio di queste creature che appaiono possedute dalla natura come accade ai protagonisti di Ovidio. Il mare, il sole, il tramonto, la pioggia e il vento sono i veri padroni delle creature che abitano questa strana città edonista e anziana allo stesso tempo. Da Ovidio, J. sembra comprendere che è solo grazie a una metamorfosi radicale che si può sopravvivere, o meglio, continuare a vivere in un’altra forma. Le ragazze di Ovidio rinunciano all'amore ma J. non è pronta. Lei vuole toccare ed essere toccata, sprofondare nel piacere e nel desiderio. Ma tutto ciò sembra essere riservato solo ai corpi giovani e belli delle ragazze.

Il romanzo di Jane Alison ha un andamento diaristico e forse è davvero il diario del periodo in cui l’autrice ha tradotto Ovidio. È uno dei libri più intensi e veri che io abbia letto in questi ultimi anni e ho copiato sul mio quaderno diversi passaggi che ricopierò anche qui. Nonostante decenni di femminismo, il ’68 e la liberazione sessuale, è ancora raro leggere le parole di una donna che scrive di amore e di sesso a partire proprio dal corpo, dalle sensazioni, dalla paura di non essere amate. È un libro che ci dice la solitudine, molto, e le stagioni della vita, moltissimo, quando la giovinezza è un ricordo, che il corpo non conserva, e la vecchiaia è la prossima svolta della strada. Un libro che rileggerò e regalerò e consiglierò alle mie amiche. E anche ai miei amici perché possano entrare nella mente e nel corpo di una donna e sentire con la stessa intensità cosa significhi essere una donna. E adesso qualche brano tra quelli che più mi hanno colpito. Ma non tutti. Li centellinerò nel tempo seguendo le mie Metamorfosi.

 

"A un tratto nell'aria opaca vedo un dipinto antico: una donna perduta che siede riflettendo sul proprio futuro, sul proprio passato. Ha una mano posata sulla calda calotta ossea di un cranio che è in bella mostra sul tavolo, la fiamma della candela si piega al respiro della donna, percepiamo l’intensità del suo pensiero. Quel cerchio di luce, di coscienza, brilla nell’oscurità.

(…)

 “Gli occhi galleggianti, gli occhi galleggianti, sono stata trasformata in un paio di occhi galleggianti. Ho abbassato il binocolo, ho appoggiato le mani sul tavolo. Ho sentito che erano là calde, e che occupavano spazio vitale. Ho sentito il mio sé inferiore, anche lui, seduto sulla sedia, occupava spazio vitale. Il mio povero vecchio sé inferiore. Lontano, in mare, oltre il Costa brava, oltre la baia, oltre gli edifici illuminati di Miami Beach, sulla scura liquida distesa oceanica: una tempesta muta. Un fulmine silenzioso, una delicata saetta tutta sporgenze e rientranze. Il cielo scuro e fermo per un istante, poi un altro fulmine silenzioso. Belli tutti quei lampi sul mare, e il bagliore che si dissolve come una nuvola”.

(…)

“Ovidio, sei ancora qui? Mi piace pensare di vedere i tuoi occhi. Mi piace pensare di udire la tua voce. Sento le tue frasi che nuotano dentro di me, i tuoi personaggi che percorrono le lande selvagge dei boschi, e l’aria, e le lettere, e il tempo. L’idea che le tue parole possano essere morte, che il passato non sia sempre il presente. Ma prova a dire questo alla sabbia, al mare”.

 

In questa bizzarra domenica 4 luglio del secondo anno senza Carnevale, mi oppongo alla pioggia rileggendo un libro amato di cui già avevo scritto, parole che riprendo per questa Cronaca 483. Il libro è di Jane Alison Meglio sole che nuvole. Leggere Ovidio a Miami,

traduzione di Laura Noulian, NNEDITORE 2018

giovedì 16 aprile 2020

Il vecchio che leggeva romanzi d'amore

Oggi è morto Luis Sepúlveda, sono profondamente triste e addolorata come tutti i suoi lettori in giro per il mondo. Lo avevo visto a Milano l’ultima volta lo scorse ottobre, in in occasione dello Zacapa Noir Festival ed era stato bello ascoltarlo.
Nel 1993 ho scritto una recensione al suo primo libro “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, la trascrivo per ricordare la gioia che leggere Lucho mi ha sempre dato.

Il tempo in cui si svolge questa storia (Luis Sepulveda, Il vecchio che leggeva romanzi d'amore, Guanda 1993, lire 18.000) è forse il presente, forse soltanto ieri o ieri l'altro. La vastità, la luce verde della foresta amazzonica levano la cognizione del tempo ai coloni. Il tempo che ritorna lento ripiegato su stesso uguale non è lo stesso tempo nel quale viviamo noi occidentali, tesi come frecce nella direzione del futuro. Nella foresta si vive in uno stato di sospensione tra il tempo e l'eternità ed è lì che si svolge la storia che ha come protagonista Antonio José Bolivar Proano, che non è nato in quella terra ancora fitta di misteri agli occhi dei coloni, dei cercatori d'oro o dei semplici avventurieri che di tanto in tanto si fanno vivi sfidando l'inferno verde. Lui è arrivato decenni prima ancora giovane con una moglie al suo fianco, moglie che ha resistito solo pochi anni alla vita sfibrante, al prezzo che la foresta chiede a chi non è suo figlio. Nonostante l'uomo si impegni con tutte le sue forze nel tentativo di odiare la foresta non ci riesce perché si sa impotente. «E nella sua impotenza scoprì che non conosceva abbastanza bene la foresta da poterla odiare». È a partire da questa consapevolezza che Antonio José Bolivar decise che per odiare o per amare deve prima conoscere, imparò la lingua degli abitanti della foresta, gli Shuar, imparò a cacciare servendosi della cerbottana, dimenticò di essere un contadino cattolico, e dimenticò i suoi sogni di vendetta che contemplavano la foresta ardere come un vero inferno sulla terra, dimenticò perché alla fine era stato «sedotto da quei luoghi senza confini e senza padroni».
È nel continuo confronto con una natura vittoriosa che riscopre le potenzialità del suo corpo, la forza dei muscoli, la prontezza dei riflessi, l'acutezza dei sensi.
Antonio José Bolivar era diventato come uno shuar, ma non era uno shuar. Anche se era sopravvissuto al morso del serpente più velenoso, anche se la foresta lo aveva prescelto, anche se aveva potuto amare donne della foresta, lui continuava a essere un bianco, un diverso tra i bianchi e un diverso tra gli shuar. Quando viene scacciato, perché non ha saputo vendicare in maniera degna la morte del suo compagno di caccia e amico, sa di non essere uno shuar, e quando ritorna a vivere tra i bianchi scopre di essere ancora uno di loro, perché sa leggere. «Sapeva leggere. Fu la scoperta più importante di tutta la sua vita. Sapeva leggere. Possedeva l'antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia. Sapeva leggere, ma non aveva niente da leggere».
Ed è la lettura che rende, ma non interamente, l'uomo ormai vecchio al suo mondo malato di presunzione. Lo rende a quei suoi simili che sono capaci solo di lasciare il deserto dietro di sé e solo morte al loro passaggio. Il vecchio sa di voler leggere ma non cosa, quindi parte per la caccia, cattura animali che sa di poter rivendere vivi. Il dentista, che diventerà poi il suo fornitore di romanzi, lo presenta alla maestra di El Dorado, dove il vecchio potrà, accedendo alla biblioteca della scuola, farsi un'idea di cosa gli piaccia leggere. Passano cinque mesi prima che egli riesca a scoprire cosa davvero gli piacesse leggere. Ma finalmente trova un libro «dove c'era amore, amore da tutte le parti. I personaggi soffrivano e mescolavano la felicità con le sofferenze in modo così bello, che la lente di ingrandimento gli si appannava di lacrime». E nella lettura di quei romanzi d'amore «che lo aspettavano, tentatori, distesi sul tavolo alto, estranei al passato disordinato a cui Antonio José Bolivar Proano preferiva non pensare, lasciando aperti i pozzi della memoria per riempirli con le gioie e i tormenti di amori più forti del tempo». Niente e nessuno riescono a distogliere il vecchio dalla lettura dei suoi romanzi, solo la paura di perdere la capanna dove vive lo spingono ad aiutare il viscido sindaco di El Idilio nella caccia a una femmina di tigrillo impazzita dal dolore e che sta seminando la morte lungo le rive del fiume.
I felini non uccidono se non spinti dalla fame o dal dolore, e la femmina è stata privata dei suoi cinque cuccioli da un cacciatore idiota che lei ha ucciso subito dopo. L'equilibrio della foresta è infranto, perché nella foresta la morte non arriva mai gratuitamente. I vecchi shuar che sanno di avere esaurito il loro tempo, danno una festa di addio, si ubriacano del succo di una radice allucinogena e si lasciano divorare dalla foresta, tornano a vivere di nuovo nel ventre delle formiche, nei nuovi alberi che nasceranno, nelle vite di quelli che arriveranno dopo.
L'equilibrio deve essere ristabilito e il prezzo del sangue pagato. La femmina impazzita non può vivere e sarà proprio il vecchio, a malincuore, a doverla uccidere.
Le pagine del romanzo che descrivono l'inseguimento, la caccia e la morte dell'animale sono tra le più belle del libro. Incredulo di esserci riuscito Antonio José Bolivar, uccide l'animale e dà il suo corpo al fiume. Sa di essere una creatura della foresta ormai, non solo un gringo, e che forse anche i suoi anni stanno per finire e maledice in cuor suo «tutti coloro che corrompevano la verginità della sua Amazzonia». Perché anche lui è diventato uno dei custodi di quella terra feroce il cui senso a noi bianchi sfugge. Perché come il vecchio potremmo stare in silenzio e ascoltare le voci sconosciute che arrivano dal profondo degli alberi. Potremmo sentire il canto degli uccelli e la voce dei pesci nei fiumi, cose che forse un tempo anche noi occidentali sapevamo fare. Io non credo che basteranno pochi anni perché la nostra cultura riesca a fermarsi e guardarsi intorno. Non credo che nel frattempo riusciremo a impedirci di infliggere nuove, profonde ferite alla terra. Ma credo che il rispetto si possa imparare, credo che si possa anche imparare ad amare. Amare di «quell'amore puro, senza altro fine che l'amore stesso. Senza possesso e senza gelosia».
Perché se è vero che noi non possediamo nulla se non noi stessi e non sempre, ed è vero che la nostra cultura ha ottenuto prima di tutto di far sì che fossero le cose a possederci, perché non leggere libri come questi, libri «che parlavano d'amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana»?

martedì 31 luglio 2018

Meglio sole che nuvole


A che età si è pronte per smettere di amare? J vive a Miami in un condominio con piscina e trascorre buona parte del suo tempo cercando di rispondere a questa domanda. Un matrimonio d’amore e di passione finito da non molto, la ricerca di un equilibrio difficile perché alla fine dell’amore non riesce ad arrendersi, J sta trasponendo in inglese moderno le Metamorfosi di Ovidio. Il contrasto tra le fanciulle in fuga per sfuggire alla brutalità del desiderio maschile non potrebbe essere più lontano dal desiderio di amare e di essere amata. Gli ex-fidanzati recuperati al presente, una madre ottantenne che non si arrende “non fidarti di quello che vedi – le dice a un certo punto – io sono sempre quella ragazza di diciannove anni”, un’anatra con l’ala spezzata, un gatto cieco e moribondo, alcuni bizzarri vicini di casa, tra cui N che impiega molto del suo tempo a gettare oggetti dal suo balcone al ventiduesimo piano, rappresentano l’universo chiuso e bizzarro della protagonista che alterna le ore di traduzione alle lunghissime passeggiate sui moli, o alla contemplazione delle vite degli altri che spia con un binocolo. Miami è il paesaggio di queste creature che appaiono possedute dalla natura come accade ai protagonisti di Ovidio. Il mare, il sole, il tramonto, la pioggia e il vento sono i veri padroni delle creature che abitano questa strana città edonista e anziana allo stesso tempo. Da Ovidio J sembra comprendere che è solo grazie a una metamorfosi radicale che si può sopravvivere, o meglio, continuare a vivere in un’altra forma. Le ragazze di Ovidio rinunciano all'amore ma J non è pronta. Lei vuole toccare ed essere toccata, sprofondare nel piacere e nel desiderio. Ma tutto ciò sembra essere riservato solo ai corpi giovani e belli delle ragazze.
Il romanzo di Jane Alison ha un andamento diaristico e forse è davvero il diario del periodo in cui l’autrice ha tradotto Ovidio. È uno dei libri più intensi e veri che io abbia letto in questi ultimi mesi e ho copiato sul mio quaderno diversi passaggi che ricopierò anche qui. Nonostante decenni di femminismo, il ’68 e la liberazione sessuale, è ancora raro leggere le parole di una donna che scrive di amore e di sesso a partire proprio dal corpo, dalle sensazioni, dalla paura di non essere amate. È un libro che ci dice la solitudine, molto, e le stagioni della vita, moltissimo, quando la giovinezza è un ricordo, che il corpo non conserva, e la vecchiaia è la prossima svolta della strada. Un libro che rileggerò e regalerò e consiglierò alle mie amiche. E anche ai miei amici perché possano entrare nella mente e nel corpo di una donna e sentire con la stessa intensità cosa significa essere una donna. E adesso qualche brano tra quelli che più mi hanno colpito. Ma non tutti. Li centellinerò nel tempo seguendo le mie Metamorfosi.

A un tratto nell'aria opaca vedo un dipinto antico: una donna perduta che siede riflettendo sul proprio futuro, sul proprio passato. Ha una mano posata sulla calda calotta ossea di un cranio che è in bella mostra sul tavolo, la fiamma della candela si piega al respiro della donna, percepiamo l’intensità del suo pensiero. Quel cerchio di luce, di coscienza, brilla nell’oscurità. (p. 92)

Gli occhi galleggianti, gli occhi galleggianti, sono stata trasformata in un paio di occhi galleggianti. Ho abbassato il binocolo, ho appoggiato le mani sul tavolo. Ho sentito che erano là calde, e che occupavano spazio vitale. Ho sentito il mio sé inferiore, anche lui, seduto sulla sedia, occupava spazio vitale. Il mio povero vecchio sé inferiore. Lontano, in mare, oltre il Costa brava, oltre la baia, oltre gli edifici illuminati di Miami Beach, sulla scura liquida distesa oceanica: una tempesta muta. Un fulmine silenzioso, una delicata saetta tutta sporgenze e rientranze. Il cielo scuro e fermo per un istante, poi un altro fulmine silenzioso. Belli tutti quei lampi sul mare, e il bagliore che si dissolve come una nuvola. (p. 114)

“Ovidio, sei ancora qui? Mi piace pensare di vedere i tuoi occhi. Mi piace pensare di udire la tua voce. Sento le tue frasi che nuotano dentro di me, i tuoi personaggi che percorrono le lande selvagge dei boschi, e l’aria, e le lettere, e il tempo. L’idea che le tue parole possano essere morte, che il passato non sia sempre il presente. Ma prova a dire questo alla sabbia, al mare” (p. 264)

Jane Alison
Meglio sole che nuvole
Leggere Ovidio a Miami

traduzione di Laura Noulian
NNEDITORE 2018



martedì 2 gennaio 2018

Isola grande isola piccola

La prima lettura del 2018 è una rilettura. Isola grande isola piccola è una raccolta di racconti di Francesca Marciano che ho molto amato due anni fa e che mi ero ripromessa di rileggere. Il primo giorno dell'anno mi è sembrato il momento adatto perché queste storie intriganti e molto ben scritte sono storie epifaniche. Nella vita di ciascuno dei protagonisti e, soprattutto, delle protagoniste accade qualcosa che segnerà una svolta cruciale, quel momento cui far risalire i cambiamenti che ne segneranno la vita. Ambientati tra Roma, New York, Africa, India e isole greche, questi racconti finiscono con il comporre un affresco generazionale che riguarda i nati negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. La lenta emancipazione delle donne, le fughe dall'Italia, l'apprendimento della lingua inglese, le regole e i codici di vita che devono essere appresi per poter vivere in quell'altrove cui tutti i personaggi anelano sono presenti in ciascuna storia. La giovinezza perduta, con la sua messe di promesse, sogni e progetti per un futuro lontanissimo, la maturità incipiente attraversata da un filo sottile di malinconia e rimpianto sono la trama e l'ordito di questo bel libro che posso riporre nella libreria dei libri che voglio rileggere.

E.P.


lunedì 12 dicembre 2016

mi feci un’insenatura di calma all'interno della stoffa e mi ritrovai nel confuso labirinto del mio proprio tempo

A vent'anni dalla prima edizione Iperborea pubblica di nuovo un libro meraviglioso che ho amato tantissimo.
Ecco un frammento dalle prime pagine.
E.P.



"La neve mi costringeva a socchiudere gli occhi e mi serrai più stretto il collo del cappotto, mi feci un’insenatura di calma all'interno della stoffa e mi ritrovai nel confuso labirinto del mio proprio tempo, mentre procedevo per quella via in cui, una volta, avevo dato il nome a tante cose. Camminavo con il mio passo da adulto e contemporaneamente, con un’altra parte di me, avevo tre anni. La mano che stringeva la borsa teneva al tempo stesso la mano di mia madre, indicava un cono gelato, si liberava da una mischia in Grecia, seguiva le meraviglie di una partitura. Ogni azione del passato generava mille altre possibilità, scorreva a rivoli verso suoi propri futuri. Ed essi proseguono, sempre più numerosi, nelle terre vergini della coscienza, ombre che t’inseguono e vengono inseguite. Non c’è mai requie".

Göran Tunström
L'oratorio di Natale
traduzione di Fulvio Ferrari
Iperborea 2016




mercoledì 24 febbraio 2016

Non ci sono segreti tra noi


Sono andata a vedere Perfetti sconosciuti spinta da una grande curiosità, dalle recensioni orecchiate ma non lette perché non voglio sapere cosa succede prima di vedere un film o leggere un libro. E anche perché mi piacciono moltissimo tutti gli attori protagonisti. E non sono rimasta delusa. Non racconto niente della trama che ruota tutta intorno a una cena serale tra amici mentre su Roma incombe un’eclissi di luna e al gioco di condividere per tutta la durata della cena tutte le telefonate, i messaggini e le mail che arriveranno. 
I sette personaggi sono tre coppie e mezza più o meno felicemente sposate. 
Ma poi decidono di condividere per l’intera durata della cena tutte le telefonate, le mail e i messaggini che arrivano sugli smartphone.
Il risultato di questo gioco somiglia all'apertura del vaso di Pandora, perché è impossibile fermarsi. E i segreti non sono più solo nel cuore e nella mente di questo gruppo di amici ma in un luogo comunque visibile e penetrabile. 
In chiusura però vi dico che i miei personaggi preferiti sono quelli interpretati da Marco Giallini, Alba Rohwacher e Giuseppe Battiston, ma se scrivessi perché rivelerei troppo di un film che va visto perché dice molto della solitudine della vita contemporanea e della pericolosità della tecnologia. 
Sì è vero che se ne parla in continuazione, ma un film aiuta a uscire dall'autoreferenzialità del web e magari può spingerci a ritornare a parlare davvero con le persone anziché stare nascosti dietro un piccolo schermo portatile.


E. P.

mercoledì 20 gennaio 2016

Leggere Ian McEwan come se fosse la prima volta

A volte capita che uno scrittore molto amato scivoli via dal nostro orizzonte senza che ce ne rendiamo conto. A me è successo con Ian McEwan che ho adorato ma che poi, e davvero non so perché, ho smesso di leggere. 
Nei giorni scorsi ho preso in mano Sabato e l'ho divorato. Un romanzo dov'è c'è tutta l'esistenza di un uomo raccontata in un giornata di sabato, il 15 febbraio 2003 per l'esattezza,  che diventerà unica, terrorizzante, speciale. Una giornata che inizia con un risveglio prima dell'alba e un areo in fiamme che sta cadendo e si chiude più o meno alla stessa ora della domenica. 
Henry Perowne, il protagonista è un neurochirurgo che conduce una vita piena e ricca. Ha un lavoro che lo coinvolge completamente, ama la musica, è sposato con una bella donna che ama ed è ricambiato, due figli giovani adulti, un talentuoso musicista blues e una poetessa che sta per pubblicare con un editore prestigioso il suo primo libro, una bella casa. Per un banale incidente questa bella vita, mentre l'Inghilterra sta per entrare in guerra contro l'Iraq e Londra è invasa dai manifestanti, rischia di finire all'improvviso e di entrare tra i casi di cronaca nera. C'è davvero tutto in questo romanzo straordinario, la fragilità della vita, l'incontro con la malattia e la morte, che Henry affronta tutti i giorni in sala operatoria, la felicità dell'amore coniugale, riflessioni sulla creatività artistica e scientifica, sullo sport, sulla decadenza fisica e la vecchiaia incipiente. Anche le riflessioni sulla politica e l'attualità, incluso lo scontro tra civiltà sono attuali al punto da sembrare scritte in questi giorni di inizio 2016.
La sensazione è di vivere istante dopo istante con lui, proprio quel che lui sta vivendo, di entrare nella sua pelle e nei suoi pensieri. Un libro magistrale, che finisce dritto dritto sul ripiano dei libri da rileggere. Di seguito l'incipit in italiano e in inglese.

Elena Petrassi

Ian McEwan
Sabato
traduzione di Susanna Basso
Einaudi 2005



Qualche ora prima dell’alba Henry Perowne, un neurochirurgo, si sveglia per ritrovarsi già in movimento, seduto nell’atto di scostare le coperte e quindi di alzarsi in piedi. Non sa esattamente da quanto è cosciente, né del resto la cosa risulta avere rilevanza. Non gli è mai successo nulla di simile ma non è allarmato e neppure vagamente sorpreso, perché si muove con assoluta disinvoltura, provando un piacere diffuso agli arti, e sentendosi schiena e gambe insolitamente vigorose. Eccolo in piedi, nudo accanto al letto - si corica sempre nudo - in tutta la sua statura, consapevole del placido respiro di sua moglie e dell’aria invernale della stanza sulla pelle. Anche quella è una sensazione gradevole. L’orologio sul comodino segna le tre e quaranta. Henry non ha idea di che cosa ci faccia alzato: non sente il bisogno di liberare la vescica, e neppure è turbato da un sogno o da qualche particolare del giorno precedente, o addirittura dalle condizioni in cui versa il mondo. È come se, lì in piedi al buio, si fosse materializzato dal nulla, in piena forma e in completa libertà. Non si sente stanco, a dispetto dell’ora e delle fatiche degli ultimi giorni, e non è nemmeno preoccupato per un caso recente. Anzi, è sveglio, sereno e inspiegabilmente euforico. Senza averlo deciso e per nessuna ragione al mondo, si incammina verso la più vicina delle tre finestre della stanza con un passo di tale agilità e scioltezza da fargli sospettare che si tratti di un sogno o di un episodio di sonnambulismo. Se è così, rimarrà deluso. I sogni non gli interessano; trova più promettente la possibilità che tutto questo sia vero. D'altronde è perfettamente lucido, ne è più che certo, e sa bene di essersi lasciato il sonno alle spalle: riconoscere la differenza tra sonno e veglia, distinguerne i confini, sono questi i fondamenti della sanità mentale.

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Some hours before dawn Henry Perowne, a neurosurgeon, wakes to find himself already in motion, pushing back the covers from a sitting position, and then rising to his feet. It's not clear to him when exactly he became conscious, nor does it seem relevant. He's never done such a thing before, but he isn't alarmed or even faintly surprised, for the movement is easy, and pleasurable in his limbs, and his back and legs feel unusually strong. He stands there, naked by the bed - he always sleeps naked - feeling his full height, aware of his wife's patient breathing and of the wintry bedroom air on his skin. That too is a pleasurable sensation. His bedside clock shows three forty. He has no idea what he's doing out of bed: he has no need to relieve himself, nor is he disturbed by a dream or some element of the day before, or even by the state of the world. It's as if, standing there in the darkness, he's materialised out of nothing, fully formed, unencumbered. He doesn't feel tired, despite the hour or his recent labours, nor is his conscience troubled by any recent case. In fact, he's alert and empty-headed and inexplicably elated. With no decision made, no motivation at all, he begins to move towards the nearest of the three bedroom windows and experiences such ease and lightness in his tread that he suspects at once he's dreaming or sleepwalking. If it is the case, he'll be disappointed. Dreams don't interest him; that this should be real is a richer possibility. And he's entirely himself, he is certain of it, and he knows that sleep is behind him: to know the difference between it and waking, to know the boundaries, is the essence of sanity. 

 

giovedì 13 novembre 2014

Il racconto è parola che d'istinto cerca la voce

Beckett ama la forma breve. Nei diversi media, sia narrativi sia drammatici, che pratica, il tempo ha sempre un senso decisivo.
Quel "grande mostro a due teste", come lo chiama, domina l'esperienza umana e dunque anche la sua rappresentazione- su questo Beckett non ha dubbi. Chi vive, chi parla, chi racconta, chi agisce lo fa nello spazio di un'attesa - in un frattempo; non facciamo altro, noi viventi, che continuarea cominciare di finire... Il serpente si morde la coda, l'inizio si ricongiunge con la fine.E difatti, come fa notare Paolo Bertinetti nella sua densa introduzione al volume ( Beckett, Einaudi), la produzione letteraria dello scrittore irlandese «si apre con una serie di brevi prose, a partire da Assunzione, del 1929 e con una serie di brevi prose, circa sessant'anni dopo, si conclude». Ora, quei racconti e prose brevi, che Beckett scrisse nel corso degli anni in inglese, poi in francese e di nuovo in inglese, vengono riuniti, sì che noi lettori devoti possiamo cogliere di fiore in fiore dalle versioni di celebri traduttori e altrettanto devoti studiosi beckettiani.
Perché questo amore della forma breve? Perché è irlandese, e gli irlandesi hanno una innata propensione alla battuta? perché sopravvive in loro l'istintiva vocazione orale del racconto? O perché Beckett è sempre teatrale, e la parola in lui d'istinto cerca la voce? È un problema da non sottovalutare, perché chi ama leggere e chi ama scrivere risponde alle forme, prima che ai contenuti.
L'intensità poetica di questi testi è altissima, ricchissima la profondità linguistica; quanto alle storie, sono esili, esili le trame e il senso pare organizzarsi su altri assi. 

incipit della recensione apparsa su Repubblica venerdì 5 novembre 2010 di Nadia Fusini

Samuel Beckett
Racconti e prose brevi
a cura di Paolo Bertinetti
Einaudi 2010

mercoledì 5 novembre 2014

Una poetica della lontananza: le lettere Elizabeth Bishop e Robert Lowell

Sul numero di Poesia, storica e imperdibile rivista edita da Crocetti, nel nuovo numero ora in edicola 


è stata pubblicata la recensione che ho dedicato al'epistolario di Elizabeth Bishop e Robert Lowell Scrivere lettere è sempre pericoloso.



Eccone un assaggio:

"...una storia che ha intessuto una vera e propria poetica della lontananza. Come se Orfeo avesse scritto a Euridice per trent'anni e lei – qui sta la sorpresa – gli avesse risposto o addirittura scritto per prima precedendolo nei luoghi della poesia. La poetica della lontananza ha sue peculiarità, si nutre di distanza nel tempo e nello spazio, di desiderio inappagato e soprattutto di nostalgia. Buona parte delle lettere di Cal si chiude con una sola domanda, variamente articolata, che è sempre la stessa: “quando verrai?”. E dopo gli incontri, non frequenti ma intensi, una certezza si instilla nelle anime dei due poeti americani, che questa amicizia è più forte di qualunque distanza, problema o altro amore e che sopravviverà a ogni cosa.
“Le mie poesie sembreranno più blu dell’Oceano Pacifico quando sarai qui”, scrive Cal nell’attesa dell’arrivo di Elizabeth che vive, siamo nell’aprile del 1957, ormai stabilmente in Brasile e dopo quell’incontro lei gli scrive “santo cielo! Che bello parlarti al telefono, sembravi sempre lo stesso!”. Ma entrambi mutavano, nelle speranze e nei progetti e anche le loro voci poetiche andavano consolidandosi. Sempre nel 1957, a dicembre, è Cal a riconoscere il debito che la sua poesia ha nei confronti di quella della Bishop “il passo in avanti mi ha portato dove tu sei sempre stata” e ancora “quando cominceremo a scrivere vere poesie? Io ho la netta sensazione di non averlo mai fatto. Una sensazione che invece non ho con le tue”. Elizabeth è pronta a smontare, come fa spesso, questa vena malinconica di Cal: “ Ma con «il passo in avanti mi ha portato dove tu sei sempre stata» che diavolo intendi dire? Io non sono andata proprio da nessuna parte, sai. Se non a quelle prime panchine dove sedersi e riposare, sotto una pergola di lato, all’inizio del dedalo…”.
“Ti ho scritto molte lettere con l’immaginazione” scrive la Bishop, e di immaginazione si è nutrita questa relazione che li faceva muovere come le due lancette di un orologio da un capo all’altro del mondo, sempre lontani e di rado così vicini da poter sentire l’uno la voce dell’altra. "

Elena Petrassi

martedì 7 ottobre 2014

Scrivi! Solo questo devi fare

Sul blog di poesia della Rai curato da Luigia Sorrentino è uscita la mia recensione al libro di Sandra Petrignani "Marguerite" dedicato a Marguerite Duras.


Forse tutti gli scrittori hanno in comune soprattutto una memoria esorbitante e feroce che li costringe a ritornare sulle storie, gli avvenimenti, le immaginazioni per raccontarle ancora e ancora, cesellando, molando, raffinando.
Forse un’altra caratteristica degli scrittori è di “non essere mai guariti dall’infanzia”.
La memoria implacabile e l’infanzia inguaribile sono state due peculiarità di Marguerite Duras, una scrittrice capace di trasformare la vita vissuta e la vita ricordata in materia incandescente della creazione e a scrivere così alcuni tra i romanzi più intriganti e poetici del Novecento. Chissà se le sarà mai venuto in mente che un giorno, oltre a essere soggetto di monumentali biografie, sarebbe state la protagonista di un romanzo bellissimo che narra la sue molteplici vite.
Autrice di “Marguerite” uscito la scorsa primavera per Neri Pozza, in occasione del centenario della nascita della Duras, è Sandra Petrignani una delle migliori scrittrici italiane contemporanee che già avevo amato moltissimo nei suoi libri precedenti come “La scrittrice abita qui”, “Care presenze” e “Addio a Roma”.
Questo nuovo romanzo nasce sulla scia di una passione cresciuta nel corso degli anni e credo anche dalla curiosità di cogliere il segreto della Duras scrittrice, intenzione che dichiara utilizzando come epigrafe del libro una citazione di Philip Roth: “Quando ammiri uno scrittore, t’incuriosisci. Cerchi di carpire il suo segreto. Gli indizi per risolvere l’enigma che rappresenta”.
È Duras stessa che all’inizio di questo libro pensa: “Si sente uno scroscio d’acqua, cade una foglia con un rumore lieve. La luce cambia in continuazione. Ora una nuvola ha gettato un’ombra nella stanza. Nei libri invece si procede per successione, come se le cose accadessero in sequenza, ordinatamente e non insieme; mentre dentro e fuori le persone le cose si affastellano, i pensieri si mescolano. Io voglio scrivere così: non voglio più raccontare una storia, ma il suo segreto.”
Sandra Petrignani ci guida così nel segreto e nella vita di Duras seguendone le due direttrici principali, le due vocazioni: l’amore e la scrittura. Una donna innamorata della scrittura e innamorata dell’amore, sempre alla ricerca dell’eccitazione dell’innamoramento e che scriveva meglio soprattutto se amava.
La piccola Marguerite/Nené ebbe un’infanzia selvaggia in Indocina, figlia di due insegnanti emigrati nelle colonie, Marie e Henri, alla ricerca di ricchezza e stima sociale. Hanoi, il Mekong, le piantagioni di riso, le strade sterrate, i contadini, una diga sul Pacifico sono tra le figure che popoleranno i futuri libri. Anche la storia d’amore con il ricco e giovane cinese, sarebbe stata immortalata nel romanzo “L’amante” che consegnò la Duras alla fama presso il grande pubblico e alla ricchezza, ma la privò della sua invisibilità perché tutti iniziarono a fermarla per strada. Nené vive giovane per l’eternità in questa narrazione, così come anche il suo amante, ormai anziano, le dice al telefono dopo la pubblicazione della loro storia. Lei si stupì di quella telefonata perché dopo avere scritto, ogni volta, temeva sempre di essersi immaginata ogni cosa. L’infanzia indocinese è irriducibilmente altra, l’Indocina resterà il sogno infranto della Francia, Ma Duras continuava a vivere in quel sogno la sua infanzia libera. La tensione tra immaginazione, inconscio e memoria e sempre fortissima in Duras. Non diede ascolto, all’inizio della sua carriera letteraria, a chi le suggeriva di entrare in analisi, conobbe Lacan che dedicò uno dei suoi scritti a Lol V. Stein, lesse Freud ma restò folgorata solo da Jung, e quando decise di andare da un analista lo avrebbe fatto in segreto.
“C’è un “essere-pilota” dentro di noi che lavora costantemente all’integrazione dell’esperienza attraverso il racconto della nostra esistenza. Non si tratta di prendere coscienza, ma di integrare, interpretare, modificare i fatti della vita”, scrive Petrignani ricordando che è in una zona d’ombra interna che questo “essere-pilota” agisce e pesca le sue storie.
La bambina selvaggia diventerà una giovane donna borghese bellissima e inconsapevole al suo ritorno in Francia e poi una combattente della Resistenza, una militante comunista espulsa dal PCF, una scrittrice adorata dai critici, una moglie infedele, una madre ansiosa, un’amante appassionata, una regista d’avanguardia, una rivoluzionaria del maggio ‘68: Nené aveva lasciato il passo a Margot. Se queste molteplici vesti si sovrappongono nel corso di tutta la vita, oltre alla scrittrice, due sono i ruoli che non l’abbandonano mai: l’amica, e tra le sue amicizie famose vanno ricordati almeno l’attrice Jeanne Moreau e lo scrittore Elio Vittorini, ma più ancora la figlia che mai ha sentito su di sé lo sguardo amoroso della madre. Forse ogni libro scritto non è altro che una lunga lettera alla madre che non l’ammirava e che, anzi, si arrabbiava e vergognava di quei libri che riteneva offensivi per la famiglia. Non poteva capire le distorsioni letterarie alle loro vite che rendono le vite materia letteraria Marie Donnadieu. Non poteva capire che la scrittrice sarebbe stata la maschera unificante di una personalità complessa e incandescente.
Lo scrittore Raymond Quenau la esortava a scrivere comunque “Scriva! Solo questo deve fare”.
E scrivere è entrare nelle ombre e nelle tenebre dell’anima, perché, come ci ricorda Petrignani “Non si possono conoscere le tenebre partendo dal giorno”.
Duras conobbe le tenebre della malattia e dell’alcolismo che la portò diverse volte in punto di morte. “A volte l’acqua si dimentica di gelare. Le hanno raccontato di questo fenomeno naturale, l’acqua non gela sempre a zero gradi. Se è perfettamente immobile, se è molto pulita, la temperatura deve scendere sotto lo zero, prima che geli. Come acqua che ha dimenticato di gelare, Marguerite si è dimenticata di soffrire, si è dimenticata di morire. Era stata respinta in fondo all’abisso, a contorcersi inascoltata, a urlare senza far rumore. Non aveva detto tante volte che proprio questo si fa quando si scrive? Si urla senza produrre suono”. L’eco di queste urla attraversa tutta l’opera di Duras che, a differenza della maggior parte degli scrittori, poté vedere incarnati a teatro e al cinema i suoi personaggi. Il buio del cinema, come evoca in un passaggio poetico Petrignani, è come lo spazio bianco tra le parole. Duras fu maestra nell’uso di quel bianco e di quel nero perché le sua scrittura e il suo sguardo hanno ritagliato, cesellato la parola necessaria, l’immagine indispensabile facendo sì che i due colori opposti diventassero una cornice e non il centro della sua espressività.
Chi scrive vive tutti i tempi allo stesso tempo, vive tutte le vite che non vivrà mai nella realtà. Ma cosa è mai la realtà se non un riflesso in un vetro che la scrittura coglie e ordina?
I frammenti vengono ricomposti, ma dietro il vetro il caos e la passione, i segreti e i misteri restano intatti, intoccati.
Questo romanzo magico di Sandra Petrignani ci porta in dono una vita straordinaria che è romanzo e biografia e aggiunge un prezioso tassello al mosaico della sua scrittura che si specchia e si intreccia con quella di Duras, perché anche lei ha una sua voce unica e inconfondibile che in questo romanzo ho ritrovato
Se anche delle nostre vite non “resta che il ricordo di una solitudine vista in sogno” possiamo continuare a credere nella forza della letteratura e dei libri non solo per salvare noi stessi e il mondo dall’oblio, ma per continuare il dialogo silenzioso con i lettori vicini e lontani e con gli scrittori che ci hanno preceduto.
La mia copia di “Marguerite” è un libro tradizionale di carta, non riesco a leggere gli eBook e neanche ho voglia di provarci ancora, è pieno di appunti e sottolineature, di rimandi, di spunti e di indicazioni. Ora è nella libreria dei miei libri preferiti, quelli che voglio rileggere in futuro, ma non l’ho messo di costa ma girato, per poter guardare la bellissima foto in copertina dove Duras giovanissima non guarda il fotografo, già assorta in quel mondo dove sostavano i suoi libri futuri in attesa di essere scritti.


mercoledì 17 settembre 2014

Scrivere è la costruzione lenta e laboriosa di un'immagine del mondo

Ancora prima di accennare ai suoi argomenti, mi sembra che La sposa di Mauro Covacich (Bompiani) sia un libro da lodare per come è stato concepito dal punto di vista formale. Purtroppo, si parla sempre meno di questi aspetti, per così dire, artigianali e di bottega della scrittura, che invece sono sempre interessanti e rivelatori. Tendiamo spesso a dimenticare che la letteratura per essere efficace è un’opera d’arte, la costruzione lenta e laboriosa di un’immagine del mondo, e non semplicemente una serie di argomenti, di storie più o meno ben scritte.
Ebbene, l’esperimento tentato da Covacich, in questo suo ultimo libro, è molto
ben riuscito. 
La strada scelta è quella di un discorso narrativo che è a metà strada fra la raccolta di racconti e il romanzo
Utilizzando con intelligenza un vecchio trucco (i vecchi trucchi sono i soli che funzionano), Covacich ha costruito un libro di storie autonome, ma legate tra loro da fili sottili e tenaci, così che il protagonista di un racconto può apparire sullo sfondo di un altro, dando all'insieme un effetto di realtà unicaconsiderata da vari punti di vista.
Lo scopo dichiarato dell’autore non è però quello di aggredire la famigerata «realtà » in quanto tale, ma di dare un certo ordine e un certo significato a un «flusso di pensieri sul presente». 
Anche se è una confusione facile e quasi naturale, non dobbiamo mai confondere l’interesse per il presente e quello per la realtà. 
Così come la realtà genera molti tentativi di realismo artistico,
così l’idea del presente ispira qualcosa che, per analogia, potremmo definire
«presentismo». 
Ma non è che il presente sia più facile da rappresentare della
realtà. Lo scrittore spronato da questo interesse è sempre costretto a confrontarsi con la natura più intima e reale del presente, che è quello di essere effimero, e quasi privo di sostanza, prossimo all'illusione.

Le storie autonome legate tra loro da fili sottili e tenaci sono la mia passione, il mio primo romanzo Frammenti del tredicesimo mese l'ho scritto usando questo "vecchio trucco".

Dal Corriere della Sera sabato 13 settembre 2014 questo è l'incipit della recensione di Emanuele Trevi al nuovo romanzo di 
Mauro Covacich
La sposa
Bompiani 2012

sabato 8 marzo 2014

Qualunque cosa sembrava all'improvviso materia per la poesia

"Caro Robert, se sapessi quante conversazioni immaginarie faccio con te tutto il tempo".
"Quando penso a come mi sembrerebbe il mondo e la mia vita se tu non fossi presente in tutti e due - mi sembrerebbe molto vuoto, credo".
"Da quando ho visto alcune delle tue poesie ho sentito un meraviglioso senso di sollievo, come se le avessi scritte io".
"Tutte hanno quella presa sicura, come se tu avessi attraversato un periodo in cui qualunque cosa sembrava all'improvviso materia per la poesia - neanche materia, sembravano essere poesia, e tutto il passato era illuminato qua e là da lunghi raggi, come l'alba lungamente attesa".
(...)
Elizabeth Bishop parlava molto meno volentieri di se stessa di quanto lo faceva Lowell: un vero poeta, pensava, doveva nascondere l'ego e le sue, quasi sempre infelici vicissitudini. 

frammenti della recensione che Pietro Citati ha pubblicato sul Corriere della Sera di martedì 25 febbraio 2014, dedicata all'epistolario di

Elizabeth Lowell e Robert Bishop
Scrivere lettere è sempre pericoloso
Corrispondenza 1947-1977
Adelphi 2014


lunedì 3 marzo 2014

Il noir è anche una scrittura scabra, povera

Prima Guerra Mondiale. A una manciata di giorni dall'armistizio due soldati francesi, Albert e Edouard si salvano la vita a vicenda, siglando un patto che durerà per sempre, nella buona e nella cattiva sorte, nelle azioni nobili e in quelle deprecabili, nella legalità e nella truffa. Questo l'avvio e io nocciolo del romanzo premio Goncourt 2013 Ci rivediamo lassù (Mondadori 2014). L'ha scritto Pierre Lemaitre, proveniente dal noir, sguardo sveglio e modi di fare niente o poco affettati. Il suo romanzo sembra aver rappacificato l'intrattenimento con la letteratura, come sono riusciti a fare pochissimi altri.
(...)

Hanno già detto che il suo è un romanzo popolare alla Dumas. Addio al modernismo, al Nouveau Roman, agli amici di Calvino?
Le sperimentazioni del Novecento hanno guardato più alle situazioni che ai personaggi. Quando mi dicono che ho scritto un grande romanzo d'appendice, un feuilleton, non m'offendo.

Qui in Italia spesso ci accapigliamo sulla definizione di noir. La sua definizione qual è?
Per me il noir è una scrittura anche scabra, anche povera, che non fa sconti rispetto alla miseria del mondo. Anzi, diventa una specie di cassa di risonanza dei conflitti sociali.

frammenti della recensione-intervista a Pierre Lemaitre di Luca Ricci
Il Messaggero giovedì 27 febbraio 2014

domenica 2 marzo 2014

Ogni mio verso è l'ultima cosa che so su me stessa

La sua poesia – orgogliosa e arrogante – è tutto un accavallarsi di invocazioni al lettore (come poi le sue lettere), mentre sul tessuto intimistico di quelle confessioni poetiche si aprono squarci dove, come nelle dissolvenze del cinema, si stagliano Amleto, Ofelia, Re David e Saul morente, Elena, Arianna, ma anche Marina Mniszek, figura quasi da leggenda, che nella Russia dei Torbidi aveva sposato il falso Dmitrij (o meglio: due falsi Dmitrij in successione), condividendone il destino di morte («non l'amica essere, ma la complice! Gemello – sosia – slanciato fratello di sangue, fiamma di rogo, la sua scimitarra ricurva»). Calamita troppo forte per resistervi, per una poetessa come lei («digrignante eretica, sorella del Savonarola») sempre propensa al gioco dell'identificazione sprezzante.
(...)
«Caparbia, indocile, sempre sovreccitata, sempre immersa nel folto del cataclisma» (A. M. Ripellino), lei non stava certo lì a cercare una qualche rappacificazione. 
(...)
I taccuini ci raccontano, col loro andamento sconnesso, la Cvetaeva di quei tragici anni. A partire dal ritratto che ne fa la figlia Ariadna (Alja), sei anni ma alquanto precoce («così amiche noi due! Così orfane entrambe!»): 
«Ha gli occhi verdi, meravigliose sopracciglia folte, capelli chiari vaporosi che terminano in favolosi boccoli. Se si taglia una ciocca, si può pensare che sia un braccialetto senza fibbia, per un piccolo braccio».
(...)
Come nelle vecchie soffitte, la Cvetaeva nei suoi affascinanti taccuini – diario e romanzo a un tempo – c'infila di tutto: sogni, canzoncine infantili, lettere, lunghi brani di Alja, considerazioni sulla propria poesia («ogni mio verso è l'ultima cosa che so su me stessa»), parole terribili sulla morte per stenti della figlia più piccola, sulla crescente emarginazione, sull'angoscia di non sentirsi indispensabile.
E poi una feroce autopsia dei propri reiterati amori ancora in corso d'opera, sorta di bilancio continuo, ma anche dialogo con l'amante assente, ammissione tacita dell'impossibilità a farlo nello spazio estraneo del reale.

frammenti della recensione di Giuseppe Dierna ai Taccuini 1919-1921 
di Marina Cvetaeva 
pubblicati da Voland nella traduzione di Pina Napolitano
Repubblica 1 marzo 2014

giovedì 27 febbraio 2014

Scrivere è una cadenza perpetua sul bordo di un precipizio

Parigi 1928 s'apre con il suo arrivo al porto di Le Havre, un approdo a lungo agognato, in cui le immagini di sogno della città, portate dentro di sé e veicolate dalle suggestioni letterarie, corrispondono pienamente alla realtà che si traduce dinanzi ai suoi occhi. Nelle settimane seguenti è June, celata nel romanzo sotto il nome di Mona e vera nemesi del suo lavoro di scrittore, che gli fa da guida nelle dimore e nei caffè degli artisti, frequentati tempo addietro quando era fuggita con l' amica e amante Jean Kronski. Moglie e marito attraversano la città a piedi, passano da una terrasse all'altra, da una conversazione all'altra, nel tentativo di intercettare gli immortali, scrittori pittori fotografi che il protagonista sciorina come un catalogo di navi, ma incontrano solo comprimari o americani espatriati il cui compito principale è di spronarlo a trovare la strada della scrittura: 
«Il mio problema è scrivere, non su cosa scrivere», confida a Carl, cioè Alfred Perlès, che lo aiutò nel secondo, più duro ma prolifico passaggio parigino, quello di Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno, iniziato nel febbraio del '30. La forma, dunque, e non il contenuto,a lui mancava, e Miller, ansioso di accreditarsi ai posteri in quel 1961 in cui per la prima volta i suoi romanzi vennero pubblicati in America, sosteneva di averla trovata ascoltando suonare uno zingaro a Budapest: 
«L'importante è suonare, che tu lo sappia fare o meno (...). 
La lingua, il linguaggio, è soltanto un'asse per lavare i panni. 
Scrivere è tutt'altra cosa. 
È come una cadenza perpetua sul bordo di un precipizio».

frammento della recensione di Sebastiano Triulzi al libro 
Parigi 1928 di Henri Miller
Repubblica 20 giugno 2010

martedì 18 febbraio 2014

Scrivere è faticoso

"Scrivere è faticoso" dice il protagonista. Quanto c'è di autobiografico nel suo libro?
E' forse il romanzo che mi somiglia di più. Scrivere è una fatica quotidiana. Io sono un metodico; dalle 9 alle 13 della mattina sono al tavolo ma il problema è che non so mai cosa scriverò. A guidarmi sono le parole e il procedere al buio è tremendamente stancante. Credo che lo scrittore debba saper ascoltare la parte di sé che fa resistenza.

La sua cura dei dialoghi è quasi maniacale. E acquista un'importanza ancora maggiore in un momento in cui virtualità fa rima con incomunicabilità.
Parise mi diceva "Curi bene i dialoghi e aveva ragione. A loro è affidata anche la confessione e ciò che andrebbe taciuto".

frammenti dell'intervista di Leonardo Jattarelli a Giorgio Montefoschi sul Messaggero  del 14 febbraio 2014, in occasione dell'uscita del suo nuovo romanzo
La fragile bellezza del giorno
Bompiani 2014
Il Messaggero

martedì 11 febbraio 2014

Quando le pagine scritte aprono il cassetto

E viene il giorno in cui la collezione di lettere di rifiuto è un collage di rivincita. Biglietto da visita inedito per l'incontro con un destino. Quello che ti stringe la penna, ti guarda dritto tra le righe e ti presenta a te stesso come Scrittore.
E' come un improvviso cambio di stagione. Le pagine scritte aprono il cassetto, indossano una copertina e si stendono alla luce del sole sul litorale ambito dei Pubblicati. Ma a far soffiare il vento del successo -assicurano i meteorologi del "riconoscimento duraturo"- non bastano talento e qualità. Occorre una misteriosa reazione chimica. Un Big Bang letterario che è al tempo stesso inizio e progettazione. Occorre un "autore di autori".
Per Jean Echenoz, scrittore francese che confessa di non amare la parola scrittore ma di usarla in mancanza di efficaci sinonimi, tutto ebbe inizio con una telefonata inattesa in un giorno di neve, a Parigi, il 9 gennaio 1979. Il giorno successivo al disincantato invio del suo manoscritto -ormai rifiutato da tutte le case editrici contattate- alle Editions de Minuit, "quintessenza della virtù letteraria" diretta e orchestrata dal leggendario Jèrome Lindon. L'editore che camminava veloce e irraggiungibile per le vie di Parigi e che, se riceveva un manoscritto, telefonava già l'indomani o la sera stessa.
"Il mio editore", sottolinea con affetto Echenoz nel breve, incalzante omaggio pubblicato in Francia nel 2001, dopo la morte di Lindon. L'"uomo dai due sorrisi" -di cordialità o di disapprovazione- che deliziosamente disdegnava simpatia e sentimentalismi, ma convertiva entusiasmo e attenzione -interminabili e esilaranti arringhe sull'uso della virgola, "quasi fosse in gioco il futuro del mondo e della letteratura"- nella creazione di un nuovo scrittore.


incipit della recensione di Silvia Giuberti al libro di
Jean Echenoz
Il mio editore
Il Sole24ore 19/6/2008

lunedì 10 febbraio 2014

Chi non ha preso qualcosa da Chatwin?

L'antica passione per Chatwin riscaldata dalla pubblicazione dell'epistolario.


Il primo tentativo di rendere sistematiche le sue idee Chatwin lo aveva compiuto quando era ancora giovanissimo e il titolo di quel progetto abbandonato, L'alternativa nomade, è stato scelto per l'edizione italiana dell'epistolario curato da Nicholas Shakespeare ed Elizabeth Chatwin, biografo ufficiale e moglie del grande scrittore inglese. È un po' un controsenso intitolare così un libro di Chatwin, per un motivo che si desume dalle stesse lettere risalenti ai primi anni Settanta. È proprio perché Chatwin non scrisse L'alternativa nomade che iniziò la sua avventura di artista supremo della parola, capace di invenzioni narrative che hanno suscitato una rete fittissima di risonanze nella prosa narrativa del nostro tempo.
Chi non ha preso qualcosa da Chatwin? Dopo un quarto di secolo dalla morte, ne riconosciamo puntualmente le tracce in decine di scrittori, alcuni degni del modello come W. G. Sebald o William Vollmann, e la maggior parte costretta a imitare senza mai trovare il segreto, la chiave d'accesso a quella magia. Sulle origini dell'impresa di Chatwin, l'epistolario ci apre degli scorci preziosi. L'itinerario che lo conduce nel 1977 a pubblicare il primo capolavoro, In Patagonia, è tutt'altro che rettilineo. Fin troppo ricchi di viaggi, di incontri, di letture rivelatrici gli anni dell'apprendistato sembrano protrarsi oltre il lecito. Varcata la linea d'ombra dei 35 anni, uno stato di perenne inquietudine può trasformarsi da elemento propulsivo in fattore di paralisi.
frammenti della recensione che Emanuele Trevi ha pubblicato sul
Sole24ore del 13/12/13

sabato 8 febbraio 2014

La scrittura privata è il collaudo del romanzo

Ci sono scrittori che esistono nel nostro immaginario come immersi in un naufragio. Sappiamo che ci sono, riusciamo persino a intravederli ma la percezione che abbiamo di loro, fragile e incostante, più che dal nostro desiderio di continuare a interrogarli sembra dipendere dai movimenti caotici delle onde. A lungo accettiamo che sopravvivano come relitti; poi un giorno qualcosa cambia, il naufragio si fa più mite, dai marosi affiora una voce che sembrava perduta. Tra questi scrittori, perduti e poi all'improvviso ritrovati, 
c'è Julio Cortázar. Mentre si festeggiano i cinquant' anni dalla pubblicazione di Rayuela (in italiano Il gioco del mondo, probabilmente il suo capolavoro), 
nell'arco dell' ultimo anno si vive nel nostro Paese un ritorno d' attenzione nei confronti dello scrittore argentino naturalizzato francese.
(…)

Per le edizioni Sur, infine, esce Carta carbone. Lettere ad amici scrittori (curatela e traduzione di Giulia Zavagna), il primo titolo di quella che nel tempo, in forma di trilogia, sarà l'edizione dell'epistolario cortazariano. Accuratamente conservate dallo stesso scrittore tramite il ricorso sistematico alla carta copiativa, le lettere destinate, tra gli altri, a Borges, Fuentes, Galeano, Lezama Lima, Paz, Cabrera Infante, Vargas Llosa, Soriano, nel comporre una mappatura dei rapporti tra narratori fondamentali del secondo '900 sono soprattutto l'occasione per verificare che in Cortázar ogni esperienza di scrittura possiede un'intenzionalità autoriale. 
Come segnalato dalla curatrice nella prefazione, «il carteggio diviene una sorta di zona franca in cui realtà e finzione si mescolano»; il racconto personale di ciò che è accaduto o che è stato immaginato travalica l'argine della relazione privata valendo da spunto per future narrazioni. La scrittura privata, in sostanza, è sempre e inevitabilmente il collaudo di qualcosa che con molta probabilità diventerà racconto o romanzo. Per Cortázar l'affetto per il proprio interlocutore - un sentimento che si esprime anche come ironia, piglio critico, dissenso - è un naturale combustibile letterario. 
Mentre per noi leggere ancora le sue pagine, continuare ad abitare la sua voce, è il modo in cui, salvandolo e salvandoci da ogni eventuale naufragio 
dell'attenzione, si esprime l' affetto nei suoi confronti. 

recensione di Giorgio Vasta dedicata a Julio Cortázar
Repubblica 2 luglio 2013