Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post

giovedì 1 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/480. Canto della città mediterranea che si alza nel tempo

 


 

Nella Baia del Silenzio, prima dell’alba la voce del mare è la voce del mondo. Il nero colore della notte si sfuma per sottrazione, come se ogni filo scuro venisse sostituito da un filo d’argento sempre più tenue. La luce che plana da oriente risucchia le barche ormeggiate nella lontananza dello sguardo. Le case portano l’intonaco colorato come un vestito da sera e anziché correre a cambiarsi, attendono che le dita rosate dell’aurora le tingano, così che rispecchiate nel mare, appaiano come uno strano fiore che cinge il lato occidentale della baia. Dall’altra parte i profili degli scogli e dei pini marittimi, si stagliano contro il cielo muto nell’eterno cambiamento del giorno nuovo che si annuncia. Si svegliano i passeri prima degli umani, un uomo saggia la temperatura dell’acqua, nella terrazza che domina l’agglomerato di case, una donna devota ogni mattina innaffia le piante fiorite nei vasi. All’improvviso gridano le rondini, anche se per poco. Poi le voci, qualche risata, e appena il sole ha avvolto nella calda luce gialla ogni cosa, viva o inanimata, la voce del mondo è quella delle cicale che non taceranno sino a dopo il tramonto. Il mare ha onde piccole, le poseidonie danzano sul fondo, mentre pesci dalla schiena d’argento sfilano eleganti verso il largo. Le tre palme antiche sorvegliano la costa, le ore del giorno si passano il testimone pigre e languide, perché così sono i giorni d’estate. Aumentano i bagnanti sino al culmine dell’ora più calda, quando la spiaggia si svuota ed è bello tornare in acqua con l’eco di onde dell’infanzia che si sovrappone a quelle del presente. Ci si lascia rapire dalla corrente morbida, immemori e senza età, in una deriva dei sensi rapiti dalla luce e dalla quiete di quel momento che diventa assoluto e si ripete, onda dopo onda, verso il meriggio. Si cammina poi, nelle vie soleggiate e accadono incontri inaspettati con il proprio passato.

 

 

Altri luoghi

Quasi al fondo della strada mi afferra
il profumo dei gelsomini e il cielo
si allarga di un azzurro improvviso

Questa è la città di pietra che mi sfila
il grano dei giorni e nel buio offre
riparo e sollievo agli assenti

Quindi è il vento portato dai rami
a strapparmi i giornali intonsi e
mi spinge a guardare la casa assopita

Quello del pesce è profumo
della città mediterranea che
si alza nel tempo e divora

le terre, le distanze, i confini.

 

 

 

Se si resiste all’ora meridiana, all’oscuro richiamo dei demoni del mezzogiorno che ottenebrano la mente, si ottiene il miele delle ore che precedono il tramonto, quando le rondini si riappropriano del cielo, lettere dell’alfabeto sconosciuto che scrive il romanzo delle nuvole e del tempo, non sopra di noi, ma per noi. Quando tacciono le cicale, tutti sono pronti per la grande sera, la luce arruffa la coda disordinata nei cieli d’occidente e continua il viaggio per lasciare che mente e occhi trovino ristoro nell’ombra, il nostro vero mondo, l’opaca essenza di cui noi pure siamo fatti, creature prestate al visibile per poterlo raccontare. L’ora incerta tra il giorno e la notte si trapunta di luci artificiali sui bordi delle strade e di stelle danzanti nei cieli. Resta poco di tutto, ormai, un ramo secco portato a riva da un cane, le speranza del giorno che è passato, nessun rimpianto, nessuna malinconia. Solo la perfezione di un altro giorno d’estate. 

 

A volte si scopre di essere ancora se stessi, anche a distanza di decenni, così questa Cronaca 480 di giovedì 1° luglio del secondo anno senza Carnevale, nasce dalla rielaborazione di antichi scritti e da una poesia tratta dalla mia prima raccolta Il calvario della rosa, Moretti&Vitali 2004.

mercoledì 29 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/52: anche la pioggia crea la sua notte


Come affrontare la pioggia? Come affrontare uno scroscio? Come affrontare un’intera giornata o la notte che viene, sotto l’acqua?

Il tempo in cui la pioggia si manifesta non è indifferente, ci spinge alla fuga o al gioco, alla contemplazione o al rifugio nel profondo di noi stessi.

Il re è uscito a passeggiare nei campi in compagnia dei lupi anche se il cielo striato di grigio preannunciava l’arrivo di una pioggia sottile.

Così è stato e questa pioggia di primavera, che evapora non appena tocca il suolo, invita alla corsa e al gioco come stanno facendo i lupi e il re.

Quando corriamo, saltiamo, ci rotoliamo nei prati, la nostra età anagrafica sparisce e i bambini e i lupacchiotti che siamo stati, riprendono la scena e giocano, giocano come se non ci fosse nient’altro che importa al mondo.

Diverso è decidere di camminare sotto lo scroscio di un temporale estivo. Lo avete mai fatto? Io sì, quando ero adolescente, e una parte di me continua a essere adolescente, quando lo stupore del mondo è tutt'uno con il nostro spirito e i nostri desideri.

L’adolescenza è una terra di nessuno attraversata da fulmini e scrosci di pioggia improvvisa.

In quell'ormai remoto pomeriggio di agosto un temporale minaccioso, così com'erano i temporali di un tempo, aveva oscurato il cielo e allagato le strade.

Nelle estati della mia adolescenza ho lavorato nel palazzo di Via Manzoni 31 a Milano dove ora c’è l’hotel Armani e che all'epoca era un palazzo di uffici.

Nonostante la pioggia avevo continuato a camminare a piedi attraversando il centro sino ad arrivare in piazza Castello. Pioveva talmente tanto che facevo fatica a respirare, ma la sensazione della pioggia che si infrangeva sulla pelle nuda delle braccia e delle gambe, mi basta chiudere gli occhi per sentirla ancora. Quando sono scesa in metropolitana, uno strascico di acqua sgocciolava dai vestiti che mi si erano appiccicati addosso e dai capelli lunghissimi e tutti arruffati. Mi ero guardata per un attimo nel riflesso dei finestrini e avevo intravisto una giovane e bella ragazza dall'aria fiera e selvaggia in compagnia di una lupa altrettanto arruffata e giovane.

I temporali estivi è bello viverli anche da una finestra o dal divano e sentire le gocce che battono sui vetri, si infrangono sulle foglie e poi scivolano verso la terra.

Ho un ricordo vivido di un temporale che aveva avvolto un albero di fico maestoso il cui profumo invadeva l’aria del giardino per diversi mesi ogni anno.

Quando la pioggia iniziava a diminuire pareva di poter contare ogni goccia e di accompagnarla nel nuovo regno sotterraneo che la stava aspettando.

Man mano che il rumore scemava, un sonno come di fiaba prendeva il sopravvento e potevo addormentarmi certa che solo sogni di carta di riso mi avrebbero visitata.

Di notte, invece, la pioggia può essere foriera di accese nostalgie, soprattutto se siamo soli, soprattutto se cerchiamo la presenza di qualcuno che amiamo e che non è con noi.

Ma ora non è ancora notte, il re è fuori nella brughiera ai piedi delle Montagne della Nebbia e i lupi non lo lasceranno solo.

Posso sedermi al mio tavolo e iniziare a scrivere una nuova Cronaca.

Anche il congedo di oggi è poetico e molto piovoso. I versi, della superlativa scrittrice e poetessa canadese Anne Michaels, sono tradotti da Francesca Romana Paci e tratti dal volume Quello che la luce insegna.


La pioggia crea la sua notte


La pioggia crea la sua notte, lunghe mattinate con le lampade
    accese.
Erba lunga di spiaggia incollata al pavimento vicino alle tue
    scarpe,
polline della scorsa estate si alza da zanzariere bagnate.

Questo è ordine, questi cumuli che riempiono spiazzi fra noi,

indumenti aggrappati alle sedie, le tue scarpe in un guscio
   di fango.

La pioggia forte ha un odore come se venisse dalla terra.

La luce umana dentro le nostre finestre, calma aranciata
di stanze viste dall'esterno. Il posto dove ci diamo da soli,
dandoci al sonno. Circondati dalla garanzia verde di una foresta,
dal tulle di ferro di cielo e mare,
mentre la notte, la pioggia, fila giù attraverso gli alberi.



Rain Makes Its Own Night


Rain makes its own night, long mornings with the lamp left
on.
Lean bean grass sticks to the floor near your shoes,
last summer’s pollen rises from damp metal screens.

This is order, this clutter that fills clearings between us,
clothes clinging to chairs, your shoes in a muddy grip.

The hard rain smells like it comes from the earth.
the human light in our windows, the orange stillness
of rooms seen from outside. The place we fall to alone,
falling to sleep. Surrounded by a forest’s green assurance,
the iron gauze of sky and sea,
while night, the rain, pulls itself down through the trees.

martedì 17 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/9: canto notturno dell’Italia in attesa

Il nuovo giorno chiude le ali, ha già perduto l’alba e ora anche le ultime ore di luce stanno svanendo. È pronto all'oscurità questo giorno finito, è silenzioso perché silenziosi siamo noi umani, fermi in questa attesa al rallentatore, smarriti, timorosi, perché la notte arriva implacabile e nemica per molti di noi. Per questo voglio elencare immagini notturne di bellezza della vita di un tempo che porto in me. 
Le notti stellate in Calabria, immense, quando tornavo a casa con la nonna dopo essere state a casa di zio Giacomo che stava un po’ più su in collina. Tenevo stretta la mano della nonna e quando siamo arrivate e lei ha estratto la chiave, prima di aprire la porta si è fermata e mi ha detto “Guarda quante stelle!” e per la prima volta io le ho viste attraverso la guida del suo sguardo e delle sue parole. Le notti calabresi erano cullate dal canto dei grilli e popolate dai giganti che si muovevano sulle colline di fronte, luci oscillavano, si accendevano e si spegnevano, erano le loro lanterne, ma io ero certa che non sarebbero arrivati sino a noi.
Ancora in Calabria, le notti passate a chiacchierare con mia cugina Mariuccia, parlavamo in continuazione ed eravamo sempre insieme, come due gemelle siamesi. Andavamo persino in bagno insieme, con quella naturalezza che solo i bambini hanno. E non smettevamo un attimo di parlare. La notte in campagna era anche il momento delle prove di coraggio, bisognava fare il giro intorno alla casa della nonna, da soli. Tutti sapevamo che gli altri cugini ci avrebbero teso un agguato, ma andavamo lo stesso, per provare quel brivido inspiegabile e urlare in piena libertà. Una sera molto tardi, era notte ormai, avevo raccontato ai cuginetti la storia dell’uomo nero che passava a prendersi i bambini nelle notti di temporale. E un temporale scoppiò e qualcuno bussò alla porta e noi gridammo di spavento. Ma era solo zio Giacomo che era venuto a ripararsi dalla pioggia.
Il mare di notte, o la sera tardi, dà lo stesso brivido di libertà, soprattutto quando si scendeva a nuotare nella scia argentea della luna, in silenzio, lasciando che solo il mare parlasse con le sue onde. Poi si tornava a casa bagnati e pieni di sabbia, con il sale che non si seccava sulla pelle e sulle labbra come accadeva di giorno. 
Le notti in viaggio si stagliano nei ricordi ben separate le une dalle altre, una notte in campeggio in Alta Savoia abbiamo visto sorgere una luna perfetta e rossa, che ha compiuto un semi-arco nel cielo prima di sprofondare nel bosco. E sì il bosco nero di castagni a Soliva, di cui ho già scritto, quando scendevo in cucina a bere e guardavo fuori, la mia immagine riflessa nel vetro risplendeva come proiettata su una lastra di ardesia. La prima notte a Parigi abbiamo camminato sino allo sfinimento per il Quartiere Latino e poi da Rue de Seine, dall'Hotel La Louisiane giù fino alla Senna. E tutti gli scrittori, le scrittrici e i poeti che avevano camminato per quelle vie e guardato quelle luci, ci avevano accompagnato giù fino all'acqua. La prima notte in Israele avevamo il deserto del Negev intorno e profumi nell'aria che mi riportavano in Calabria. La prima Notte a New York non abbiamo quasi dormito perché il rumore tipico della città, insieme al suo odore di spazzatura, pane appena sfornato e aria salata, aveva esaltato i nostri sensi e non volevamo, né potevamo dormire.
C’è una prima notte per ogni viaggio compiuto, una prima notte per ogni nuova città visitata. Ci sono tutte le prime notti dei ritorni, avvolti ancora nell’aroma del viaggio appena concluso. 
Le notti lontani da casa hanno tutte un nome diverso, un’immagine particolare che le riporta in vita.
Le notti a casa, nei tempi che furono la nostra quotidiana normalità, si confondono una con l’altra, e come vorrei stasera trovare per ciascuna un’immagine e un ricordo. A dire il vero ho molte immagini e molti ricordi ma che, per il momento, voglio tenere nella sfera della mia vita segreta.
Queste notti di vita imprevista non sono dolci, non ci sono adulti a raccontare fiabe per consolarci, se l’uomo nero arriva porterà davvero via qualcuno.
Saremo insonni, spaventati, soli nella grande città silenziosa, cercheremo consolazione come meglio potremo, aspettando che il giorno nuovo annunci una speranza.
Come chiameremo questi giorni quando l’emergenza sarà finita? Mai nella storia dell’umanità sono rimaste così tante testimonianze dirette di quel che accade. Mai. Noi siamo testimoni di un tempo che non tornerà e di un tempo che finirà.
E non sappiamo ancora, non riusciamo a immaginare quel che sarà il tempo che dovremo inventare.
La notte è scesa mentre scrivevo. Ora leggerò le statistiche dell’epidemia, mi affaccerò alla finestra e darò la buonanotte al mio albero meraviglioso cui sono spuntate le prime foglie. 
La primavera ancora non sa che noi siamo in attesa di un giorno diverso, di un segnale nuovo.

martedì 14 febbraio 2017

una nostalgia che sia come un luogo aperto

Mantenere il legame con i luoghi e le persone perdute per sempre, sperimentare una nostalgia che sia come “un luogo aperto”. Il piccolo ebreo Jakob resta per tutta la vita un sopravvissuto ma riesce, nello scambio lento e tenace tra la propria lingua e quella di Athos, nella messa in comune dei ricordi e dei luoghi amati, a concedersi una “seconda storia”: diventando poeta, lascia che la nostalgia sia una fonte creativa, non una prigione.
La nostalgia, che Anne Michaels chiama longing, è mancanza che si fa desiderio, tensione verso l’Altro, sia persona, animale, o pietra: il mondo è un sistema complesso di inter-relazioni, di correnti affettive, di materialità che tramite corrispondenze e attriti sono in continua metamorfosi. Metamorfosi del linguaggio e della materia, comprensione attraverso i corpi per la rigenerazione dei sentimenti.
Per questo, i suoi personaggi ‘capiscono’ con il corpo, e alcuni di loro sanno come restituire sensibilità ai corpi dolenti, come nutrirli di cibo, tatto, bellezza, di memorie perdute. Questi agenti di guarigione sono sia donne che uomini, e la capacità di nutrimento e accudimento, l’ancoraggio vitale a una funzione materna, appartengono ad Athos come a Lucjan, un artista polacco che in La cripta d’inverno riesce a curare la protagonista Jean dal dolore per la perdita di una figlia morta durante la gravidanza. Michaels definisce ‘tenerezza’ quella forma di amore che accoglie il dolore altrui dentro di sé ma poi riesce a separare l’uno dall'altro, il vivo dal morto, ciò che è perso da ciò che può crescere: è un percorso sensuale e spirituale, per rientrare in rapporto con il mondo attraverso gli affetti.


Roberta Mazzanti
I sommersi e i salvati di Anne Michaels
in
Terra e Parole.
Donne / Scrittura / Paesaggi
a cura di Roberta Falcone e Serena Guarracino
Società Italiane delle Letterate 2016

martedì 8 novembre 2016

Quel che resta di un giorno è solo la sua storia

«Quando un giorno è passato, non c'è più. Che cosa ne rimane? Niente più che una storia» dice Reb Zebulun in 

Isaac Bashevis Singer
Storie per bambini
Naftali il cantastorie e il suo cavallo Sus
Mondadori 1996

sabato 20 agosto 2016

La finestra socchiusa contiene un volto sopra il campo del mare

Mattino

La finestra socchiusa contiene un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.

Non ci sono ricordi su questo viso.
Solo un'ombra fuggevole, come di nube.
L'ombra è umida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
che è la voce del mare fatta ricordo.

Nel crepuscolo l'acqua molle dell'alba
che s'imbeve di luce, rischiara il viso.
Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
sotto il sole: una luce salsa l'impregna
e un sapore di frutto marino vivo.

Non esiste ricordo su questo viso.
Non esiste parola che lo contenga
o accomuni alle cose passate. Ieri,
dalla breve finestra è svanito come
svanirà tra un istante, senza tristezza
né parole umane, sul campo del mare.

Cesare Pavese
Lavorare stanca
Einaudi 1961

venerdì 29 luglio 2016

Un'estate di voci

Paesaggio VIII

I ricordi cominciano nella sera
sotto il fiato del vento a levare il volto
e ascoltare la voce del fiume. L’acqua
è la stessa, nel buio, degli anni morti.

Nel silenzio del buio sale uno sciacquo
dove passano voci e risa remote;
s'accompagna al brusio un colore vano
che è di sole, di rive e di sguardi chiari.
Un'estate di voci. Ogni viso contiene
come un frutto maturo un sapore andato.

Ogni occhiata che torna, conserva un gusto
di erba e cose impregnate di sole a sera
sulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.
Come un mattino notturno è quest'ombra vaga
di ansie e brividi antichi, che il cielo sfiora
e ogni sera ritorna. Le voci morte
assomigliano al frangersi di quel mare.

Cesare Pavese
Lavorare stanca
Einaudi 1961

giovedì 30 giugno 2016

Ricordo senza limiti, ricordo senza corpi né ombre

Bruciata la materia del ricordo ma non il ricordo.
Il ricordo impera ugualmente. È lui
che oltre la storia e oltre la finita reminiscenza
lungo tutta la lunga mattinata estiva osserva
la piazza prima in ombra inondata dalla trasparenza
tramutarsi in un vaso di fulgore offuscato dall'accecamento
con nient’altro tra ripa e ripa di pietra e marmo che la sua forza.
Lui solo e da sotto le tegole una buba
di colombi che quasi di troppa beatitudine la scolma.
Ricordo senza limiti, ricordo senza corpi né ombre.

Mario Luzi
Per il battesimo dei nostri frammenti
Garzanti 1985

lunedì 8 febbraio 2016

Scrivo questi versi d'inverno, in questo paesaggio capace di fare a meno di me

Strofe veneziane
VIII

Scrivo questi versi, seduto all'aperto
su una sedia bianca,
d'inverno, con la sola giacca addosso,
dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi
con frasi in madrelingua.
Nella tazza si raffredda il caffè.
Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi
la torbida pupilla con l'ansia di fissare nel ricordo
questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

Iosif Brodskij
Poesie italiane

traduzione di Giovanni Buttafava e Serena Vitale
Adelphi 1996

domenica 1 novembre 2015

sul fondo della mia solitudine

Il tuo ricordo, sul fondo
della mia solitudine,
ne rivela l’ampiezza
e tuttavia la limita.

Così un canto d’uccello
addolcisce l’immensità del cielo
e una singola vela
rende umano il mare.

Margherita Guidacci
Il vuoto e le forme
Rebellato 1977

venerdì 16 ottobre 2015

sul libro curva per leggere meglio nella luce morente del giorno

In questi giorni penso al vento fra i tuoi capelli,
agli anni che fui nel mondo prima di te
e all'eternità che prima di te andrò a incontrare,

ai proiettili che non mi uccisero in battaglia
ma uccisero i miei amici,
di me migliori perché
non vissero oltre come me,
penso a te nuda davanti al fornello d’estate,
sul libro curva per leggere meglio
nella luce morente del giorno.

Vedi, abbiamo vissuto più di una vita,
ora dobbiamo pesare ogni cosa
sulla bilancia dei sogni e sguinzagliare
ricordi che divorino ciò che fu il presente.

Yehuda Amichai
Poesie
traduzione di Ariel Rathaus 
Crocetti Editore, 1993

venerdì 9 ottobre 2015

il tempo non esiste. È un pesce volante e da qualche parte al di sopra ci siamo noi

  (a Chagall)

Non sono mai riuscito a morire. L’immortalità 
è il pesce volante dei miei sogni, l’ho immerso nelle tempere, 
impastato con oli, cromo e cinabro,
l’ho visto fluire sulla casa e sui prati.

Non c’erano confini, su ali angeliche
arrivava sempre la stessa melodia di violino, ballavano
gatti dal volto umano e uomini dalla testa caprina.
Eravamo ogni cosa, tutte le creature;

su quelle ali siamo usciti dai pogrom, il cielo 
si capovolgeva su Vitebsk e su Parigi e le nuvole 
cadevano, dai crematori ci libravamo in una scia di fuliggine, 
tu portavi un abito da sposa col velo e vivevamo per sempre,

nati così tanti anni fa, che ricordo i primi
colori e quel pesce che dalla finestra s’involava. Non è vero
che non pensavo alla morte, è che lei si rivelò
un sogno, un’altra vita. Chiedevo
a tutti, dappertutto, dove fosse il limite e non
ci fermavamo in nessun posto. Il tempo non conosce confini,
il tempo non esiste. È un pesce volante e da qualche parte
al di sopra ci siamo noi, il nostro amore, il nostro nascere eterno.

Tomasz Różycki
Antimondo
traduzione di Leonardo Masi e Alessandro Ajres
Edizioni della Meridiana 2010

mercoledì 7 ottobre 2015

Questi ricordi sono tuoi

Sfoglia i tuoi ricordi
cuci per loro una coperta di stoffa.
Scosta le tende e cambia l’aria.
Sii per loro cordiale, leggero.
Questi ricordi sono tuoi.
Pensaci mentre nuoti
nel mare dei Sargassi della memoria
e l’erba marina crescendo ti cuce la bocca.
Questi ricordi sono tuoi,
non li dimenticherai fino alla fine.

Adam Zagajewski
traduzione di Paola Malavasi
Poesia Anno XVII, Maggio 2004, N. 183, Crocetti Editore

lunedì 31 dicembre 2012

Ogni città è sospesa tra realtà e immaginazione

Ogni città è sospesa tra realtà e immaginazione, governata da leggi assurde, con l'effetto di ricordare al lettore che una città può essere assorbita solo attraverso brevi sguardi, ciascuno dei quali si fissa a un oggetto, una storia o un ricordo.

Amal Hanano 
Aleppo città invisibile
su Internazionale 980 del 21 dicembre 2012

lunedì 30 luglio 2012

Tutto è fecondo, tutto è pericoloso

"A partire da una data età i nostri ricordi, sono tanto incrociati gli uni con gli altri che la cosa cui si pensa, il libro che si legge, non hanno quasi più importanza. Abbiamo messo ovunque qualcosa di noi, tutto è fecondo, tutto è pericoloso".


dedica di Franco Fortini a Vittorio Gassman, in dono con la traduzione di Albertina scomparsa di Marcel Proust