Visualizzazione post con etichetta Amos Oz. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Amos Oz. Mostra tutti i post

martedì 14 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/828. La luce del sole che alle prime ore del mattino balugina nello spazio minuto tra le fenditure delle persiane

 

Continua la lettura spiaggiata del libro La più bella estate e anziché iniziare con le mie impressioni, inizio con un brano di Amoz Oz tratto da Lo stesso mare che Federico Pace ha messo in esergo:

 

 

Deserto: tufo e dirupo

odore di terra bagnata dopo un’estate di sete.

Viene una voglia:

essere ciò che sarei stato se avessi saputo ciò che è dato di sapere.

Essere prima di ogni cognizione. Come i colli. Come un sasso di luna.

Inerte e sicuro

di decantazione illimitata.

 

Un battito d’ali è il capitolo dedicato a Vladimir Nabokov e inizia così:

 

C’è un tempo della vita, e una stagione dell’anno, in cui tutti gli abbozzi della nostra esistenza sembra che vogliano, e possano, realizzarsi. In quel periodo, in quella stagione effimera, riusciamo a intravedere i vascelli delle nostre infinite esistenze possibili mentre se ne stanno schierati nel blu dell’orizzonte estivo. Al chiuso della nostra stanza, vediamo le prue di quelle imbarcazioni pronte a salpare, quando, ancora sdraiati nel letto, intuiamo la luce del sole che, alle prime ore del mattino, balugina nello spazio minuto tra le fenditure delle persiane. Con addosso il leggero velo del sonno, ne immaginiamo le traiettorie, le infinite avventure. Rimaniamo a guardare, con gli occhi dell’immaginazione, tutte le peripezie che si andranno compiendo. Le terre in cui giungeremo, le persone che avremo l’opportunità di avvicinare e che ci toccheranno nel profondo. Le cose sconosciute che avremo tra le mani. E di quelle prospettive, prima di scendere le scale della casa in cui ci troviamo in quel tempo della nostra

vita, sembriamo nutrirci e abbeverarci come di un alimento e un nettare prelibato. Non sappiamo ancora, e non possiamo nemmeno intuire, che ne sarà di quei vascelli schierati laggiù dove la terra si congiunge con il cielo. All’alba di un mattino di luglio del 1910, Vladimir Nabokov, non appena intravide attraverso le fenditure delle persiane un luminoso e vivace raggio di luce, invece di andare dove tutti lo aspettavano per la colazione, eccitato dal pensiero di ciò che lo aspettava fuori di casa, lontano dalla routine dell’abitazione familiare, scavalcò la finestra della sua stanza e sparì.

Leggo in spiaggia, faccio lungo passeggiate su e giù per il paesello che mi ospita, respiro il profumo della pineta, nuoto moltissimo, chiacchiero con i vicini di ombrellone e poi ho pranzato con le amiche e gli amici in partenza in un posticino delizioso, che si chiama Angolo 74,  che ci ha servito pesce freschissimo e c’era il vento e c’era il sole e l’estate era già iniziata.

 

Oggi è martedì 14 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e con questa Cronaca 828 vivo nella mia bolla di mondo e riesco a essere gioiosa, non mi stancherei mai del mare, non mi stanco mai del mare.

venerdì 10 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/824. Appunti per un romanzo. La nostra vita consiste in come scegliamo di distorcerla

 



 

“Mi piace! Un personaggio che è troppo nevrotico per funzionare nella vita ma che funziona solo nell’arte. Appunti per un romanzo. Inizio possibile. Rifkin conduceva una frammentaria, disarticolata, esistenza. Era arrivato da tempo a questa conclusione: tutti conosciamo la stessa verità. La nostra vita consiste in come scegliamo di distorcerla. Soltanto la sua prosa era serena, quella prosa che in più di un’occasione gli aveva salvato la vita”.

 


Sto rivedendo a caso i film di Woody Allen, uno dei mie registi preferiti. È amaro, filosofico, ironico, antipatico, divertente e commovente. Per ora ho rivisto Match Point e Harry a pezzi, la citazione di apertura è la sua scena finale. Allen conosce molto bene le nevrosi dell’artista e la letteratura e gli scrittori sono parte fondamentale del suo bagaglio. Forse anche per questo mi piacciono così tanto i suoi film. I mie preferiti Hannah e le sue sorelle, Manhattan e Un’altra donna, me li terrò per ultimi come faccio sempre. In queste giornate luminose e ormai estive, sto continuando a leggere i diari di Virginia Woolf, Federico Pace, Borges e Laura Boella, di cui poi scriverò. Stasera sono poi andata a mangiare una pizza con Alex, Monica, Franco e Manuela, una coppia di vecchi amici con cui per anni abbiamo trascorsi dei bellissimi giorni di Ferragosto. Mancava un quarto d’ora alle 22 e la luce era ancora alta, le rondini sfrecciavano nel cielo e sentivo l’estate scorrermi nelle vene. Così chiudo questa Cronaca 824 di venerdì 10 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra con le citazioni che Pace ha messo in esergo al suo libro La più bella estate:

 

Shall I compare thee to a summer’s day?

William Shakespeare

 

I say Live, Live because of the sun,

the dream, the excitable gift.

Anne Sexton

 

Deserto: tufo e dirupo

odore di terra bagnata dopo un’estate di sete.

Viene una voglia:

essere ciò che sarei stato se avessi saputo ciò che è dato di sapere.

Essere prima di ogni cognizione. Come i colli. Come un sasso di luna.

Inerte e sicuro

di decantazione illimitata.

Amos Oz

 

 

 

William Shakespeare, I sonetti, a cura di Lucia Folena, Einaudi, Torino 2021; Anne Sexton, Complete Poems, Ecco Press, New York 1999; Amos Oz, Lo stesso mare, Feltrinelli, Milano 2000.

martedì 15 aprile 2014

Sei tu lo scrittore, e allora tuo compito è narrare

Tempo di bilanci e di cambiamenti. Pochi mesi fa ha lasciato Arad, la città nel deserto, dove tutti i giorni all'alba faceva una passeggiata tra i sassi e le sabbie e si è trasferito nella mondana ed effimera Tel Aviv. Così può stare vicino ai suoi quattro nipoti. Dal grande, luminoso soggiorno della nuova casa, in cima a un anonimo edificio di dodici piani, si intravede il mare.
(…)

Perché ha deciso di diventare invece uno scrittore?
«Non l’ho deciso. Fin da quando avevo cinque anni, l’unica cosa che sapevo fare era narrare storie; ed era anche l’unico modo per far la corte alla ragazze. Probabilmente questa è anche la ragione per cui continuo a scrivere».

Lei dice che il compromesso, in politica e anche nella quotidianità familiare, è la chiave per vivere decentemente. Però la sua scrittura è radicale. Usa le parole in una maniera spesso brutale. Nella scrittura non esiste alcun limite?
«C’è un limite, dato dalla lingua. Ci sono cose percui la lingua non è adeguata. La settimana scorsa, per due giorni ho cercato la parola giusta per nominare
un profumo. Ma nessuna lingua comprende tutta la gamma di profumi. Quindi, alla fine ho adottato un compromesso, ho usato una parola che non
corrispondeva esattamente alla mia sensazione».

Una volta disse che quando descrive un protagonista, ne condivide tutto: gioie, dolori, rabbie. Non ha mai paura di esprimere certi pensieri o sentimenti?
«No. Ma ho sempre paura di non essere preciso a sufficienza. E confesso che non sono capace di scrivere di persone che odio. Però vorrei raccontarle una storiella. Cinquant'anni fa, in Michael mio raccontavo la vita di una donna in prima persona,  come se io fossi questa donna. Avevo 24 anni e pensavo di sapere tutto delle donne. Oggi non avrei osato fare una cosa simile. Oggi avrei detto alla protagonista Hannah Gonen: mi dispiace, questa cosa non la posso scrivere. Lei mi avrebbe risposto: sta zitto e scrivi. Le avrei detto: decido io, dato che sei tu la protagonista di un mio libro e non io il protagonista del tuo libro. Lei avrebbe risposto: sei tu lo scrittore, e allora tuo compito è narrare le mie sensazioni ed emozioni. Le avrei detto: insisto, io non lo posso fare, rivolgiti a qualcun altro»

frammenti dell'intervista di Wlodek Goldkorn ad Amos Oz
Repubblica di oggi martedì 15 aprile 2014

sabato 29 giugno 2013

Scrivere racconti è viaggiare con il solo bagaglio a mano

Amos Oz dice che quando scrive racconti brevi si sente come un viaggiatore abituato a molte valigie, improvvisamente deciso a portarsi solo il bagaglio a mano: deve compattare tutto quel che prova. Tra amici, il suo ultimo libro, è un bauletto perfetto: man mano che si squadernano i personaggi delle singole storie, quello che era il sogno e la realtà del kibbutz negli anni '50 si ricompone come un puzzle coinvolgente e veloce. Da un lato l'incontenibile utopia di una società giusta, perfetta, spartana, collettiva, di un'umanità trasformata, di un ebreo nuovo, abbronzato, lontano dalle fragilità e dai compromessi - dalle sconfitte - che avevano caratterizzato la diaspora, 
dall'altro le solitudini, le debolezze e gli egoismi entrati in clandestinità in un microcosmo rigido che si proponeva di cancellare il lato oscuro, e ancora la tenerezza, talvolta la voglia di fuga, le ferite, i tradimenti, uomini e donne nella loro concretezza. 

incipit della recensione di Susanna Nirenstein alla raccolta di racconti di

Amos Oz
Tra amici
traduzione di Elena Loewenthal
Feltrinelli 2012
Repubblica 24 giugno 2012

giovedì 27 giugno 2013

Scrivere e cancellare: cercare causa e rimedio

Adagio

Da mattina a sera fuori scorre una luce che tutto pensa fuorché d'essere luce.
Cime di fronde che respirano silenzio senza bisogno alcuno di trovare
il codice dell'essere alberi. Steppe inerti per sempre adagiate senza darsi pena della propria desolazione. Sabbie sperdute senza stare a domandarsi
fino a quando e perché e dove. Tutto questo esistere strabiliante
eppure non strabiliato. Rossa sale la luna, un occhio versato pare
che ustiona la tenebra del cielo, tacita ma non attonita. Un gatto appisolato sul muretto.
Pisola e respira. Niente più. La notte il vento gira, alita sui boschi e colli, Gira e va. Alita.
Senza pensieri e mugugni. Solo tu, terra e umore, sino a che viene mattino
scrivi e cancelli, cerchi causa e rimedio.

Amos Oz

Lo stesso mare

Feltrinelli 1999

martedì 19 febbraio 2013

Il mattino di uno scrittore


Dall’intervista di Leonetta Bentivoglio allo scrittore israeliano Amos Oz, che riprende alcuni temi narrati nel libro autobiografico Una storia d’amore e di tenebra, su Repubblica di oggi:

«Mi sveglio ogni mattina un po’ prima dell’alba e cammino per quaranta minuti nel deserto, inspirandone l’aria secca e pulita, e ascoltando il silenzio. Tutto, lì, assume giuste proporzioni. Quando torno a casa, accendo la radio e sento un politico che pronuncia parole come “mai” o “per sempre” o “per l’eternità”. Allora so che le pietre del deserto stanno ridendo di lui.»

(…)

È possibile rintracciare un tema centrale nella sua produzione?
Se mi si punta una pistola alla tempia, e vengo costretto a rispondere con un’unica parola, dico che il soggetto di tutti i miei romanzi è la famiglia. Se mi concede due parole, le dirò: famiglie infelici. La stranezza dell’istituzione familiare mi affascina. Noi, per natura, non siamo monogami. Eppure quella cosa innaturale chiamata famiglia passa incessantemente da una generazione all’altra. Con ostacoli, difficoltà, rotture. Ma dopo migliaia di anni esiste ovunque, nell’Iran degli ayatollah e nel Greenwich Village post-moderno, tra gli zulu africani e tra gli esquimesi del Polo Nord. È tutta la vita che inseguo questo mistero.
Non solo lei: la letteratura israeliana ne sembra catturata. Basti pensare ai romanzi di Yehoshua, di Grossman…
Nella cultura ebraica la famiglia è l’istituzione centrale. Non la Chiesa, non il Papa, non Dio: la famiglia. Ogni cosa succede intorno alla tavola familiare, dove per esempio si leggono i testi sacri.
Come spiega che in un paese piccolo come Israele ci sia una forte concentrazione di grandi scrittori?
Forse perché abbiamo una lingua che è un miracolo degno di essere esplorato continuamente. Per diciassette secoli l’ebraico è stato una lingua morta, come il latino o il greco antico, ma circa centoventi anni fa è tornato a vivere. Oggi le persone volano sui jumbo in ebraico, fanno i chirurghi in ebraico, lanciano i satelliti in ebraico. È un linguaggio che allo scrittore dà molta libertà, e accoglie sempre nuove parole. È dinamico. È come l’inglese elisabettiano. Un vulcano in eruzione, un terremoto, una lava incandescente. Per di più, in questa lingua in perpetua evoluzione, l’eco della Bibbia resta ovunque.
C’è stato qualcuno, in principio, che le ha trasmesso l’amore per il racconto?
Mia madre era una grande narratrice. Le sue storie della buonanotte erano prodigiose. Gotiche, oscure. Ne aveva un patrimonio inesauribile. E le inventava al momento, come in un flusso.
E la biblioteca di suo padre? È stata anch’essa determinante?
Ne ho un ricordo mitico. Vivevamo in un angusto appartamento a pianoterra, era un po’ come stare in un sottomarino. Ma era pieno di libri che io leggevo in modo ossessivo e indiscriminato, perché non avevo altro da fare. Gli inglesi imponevano il coprifuoco nelle strade di Gerusalemme, perciò la sera non si poteva uscire. Non avevo né fratelli, né sorelle. Sognavo di diventare io stesso un libro, forse perché i libri sopravvivono sempre allo sterminio.


lunedì 31 ottobre 2011

Da grande volevo diventare un libro

Solo di libri, da noi, c’era abbondanza da una parte all’altra, in corridoio e in cucina e in ingresso e sui davanzali delle finestre e dappertutto. Migliaia di volumi, in ogni angolo della casa. C’era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità. Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore non è difficile ucciderlo. Mentre un libro quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca, a Reykjavik, Valladolid, Vancouver.

Amos Oz Una storia d'amore e di tenebra Feltrinelli