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mercoledì 7 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/213: ore arancioni, o rosa, l'alba e la sera in autunno come specchi accesi

 


Ogni stagione ha la sua regina, pensiamo. L’autunno, invece, ha una moltitudine di regine e cavalieri che danzano al suono di un rinnovato amore. Che cantano sulla soglia dell’ultimo mutamento.

Danzano le foglie il valzer rosso del tramonto, cantano le foglie quel canto che non possiamo udire perché il nostro orecchio è sordo a quella melodia e ricettivo solo al brusio del mondo che si sta ritirando dal palcoscenico della realtà.

Scopriamo, così, che ogni movimento genera il suo doppio nel chiuso delle nostre case, osserviamo il


“crepuscolo autunnale:
da solo faccio visita
a un'altra solitudine”

 

La solitudine sotto i vasti cieli della stagione bella è raddoppiata nei cieli squadrati, nascosti negli angoli dei soffitti. Se abbiamo lasciato una solitudine languire sotto i cespugli di mirto, in riva al mare, troveremo la solitudine gemella accartocciata in fondo al divano.

In solitudine facciamo economia di parole e di sguardi, di voce e di sogni. Ma se lasciamo che le due solitudini si incontrino, se lasciamo che scoprano la pienezza del diventare un’unica solitudine, se smettiamo di avere paura, ecco che questa nuova solitudine stellata sboccia, se smettiamo di cercare presto avremo trovato e insieme si fonderanno le


“Ore arancioni, o rosa: l'alba e la sera in autunno.
Le piccole foglie gialle cadute dall'acacia formano sulla terra bruna tanti bagliori immobili, muti, come specchi accesi”.

 

Le solitudini umane e quell’unica solitudine, luminosa, calda, nitida, sarà pronta per cercare non più la gemella, ma l’impronta precisa dell’amore.

Saranno specchi accesi anche gli occhi dei nuovi innamorati, saranno sillabe di un nuovo linguaggio i sospiri degli amanti. Le alcove offriranno riposo ai viandanti.

E anche noi ci fermeremo, almeno per oggi, ci fermeremo tra le città e le piazze, tra il silenzio e il sole. E poi affronteremo quello che verrà. Buono o cattivo il giorno nuovo sarà tutto da tessere, tutto da costruire.

E poi accenderemo il fuoco. E sentirò bussare alla mia porta. E saprò che sei ritornato.

 

La Cronaca 213 nasce il settimo giorno del mese di ottobre dell’anno senza Carnevale. La prima citazione è un haiku di Yosa Buson, in Haiku. Il fiore della poesia giapponese da Bashō all'Ottocento, a cura di Elena Dal Pra, Mondadori 1998. La seconda citazione è composta di alcuni versi di Philippe Jaccottet dell’ottobre 1975, tratti da Appunti per una semina. (Poesie e prose 1954-1994) e La semina (1971 e 1984), traduzione di Antonella Anedda, Fondazione Piazzolla 1994.


lunedì 24 agosto 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/169: la visione è un’aratura azzurra nel campo della tua immaginazione

 

Riprendiamo i fili del giorno prima di questo, riprendiamo le parole e le immagini di Philippe Jaccottet:


“Rivedevo paesaggi di messi in pieno sole; e non bastava; non bisognava temere di lasciar agire il lievito della metamorfosi. Ogni spiga diventava così uno strumento d’ottone, l’intero campo un’orchestra di paglia e di polvere d’oro; ne sgorgava un lampo sonoro che avrei voluto dapprima chiamare un incendio, e poi no: non poteva essere furioso, devastante, e nemmeno selvaggio. (Neppure mi venivano in mente immagini di piacere o voluttà.) Cercavo di capire ancora meglio quella parola che, si sarebbe quasi potuto dire, giungeva sino a me da una lingua straniera, o morta): la rotondità del frutto, l’oro del grano, il giubilo di un’orchestra d’ottoni, c’era qualcosa di vero in tutto questo; ma mancava l’essenziale: la pienezza, e non solo la pienezza (che ha qualcosa di immobile, di chiuso, d’eterno), ma il ricordo o il sogno di uno spazio che, benché pieno, benché completo, non smettesse, tranquillamente, sovranamente di allargarsi, di aprirsi, simile a un tempio le cui colonne (che non sostengono ormai che l’aria, come in certe rovine) si allontanassero all’infinito l’una dall’altra, senza peraltro spezzare i loro invisibili legami; o al carro d’Elia le cui ruote si ingigantissero, adattandosi alla misura delle galassie, senza spaccare l’assale”. (continua)

 

Siamo andati a camminare accanto ai nostri campi dove le messi sono state mietute in giugno e ora le stoppie bruciate stanno per essere rivoltate nella terra che sarà pronta per una nuova semina.

Accade sempre così alla fine di agosto, il tempo accelera e la luce gronda oro già nella tarda mattinata.

Bisogna prepararsi all’avvento della nuova stagione? Sì, certo ma non ancora, non oggi. Mi ribello alla dolcezza dell’autunno incipiente e propongo di andare in spiaggia. Così ritorniamo sui nostri passi, ma poi in spiaggia non ha voglia di venirci nessuno perché è già ora di pranzo. Vado da sola, mi piace stare in spiaggia quando non c’è nessuno, fare il bagno quando l’acqua è calma e nessun altro sta facendo il bagno.

Al mio ritorno David il poeta mi propone di riprendere il sentiero per avvicinarci alle Montagne della Nebbia. Ci avviamo di nuovo in compagnia di Jaccottet:

 

Ora saliamo per sentieri di montagna,

in mezzo a prati come giacigli di strame

da cui mandrie di nubi si fossero appena rialzate

sotto il bastone del vento.

Si direbbe che forme vaste camminino nel cielo.

 

La luce acquista forza, lo spazio si accresce,

le montagne somigliano sempre meno a dei muri,

risplendono, crescono anch’esse,

i portieri maestosi vagano sopra di noi –

e la parola che traccia, lenta, la poiana,

in alto, se l’aria la sfa, non è poi quella

che pensavamo di non più poter udire?

 

Siamo giunti oltre cosa?

Una visione, pari a un’azzurra aratura?


Conserveremo per più di un istante, sopra la spalla,

l’impronta di questa mano?

 

Impronte dei nostri passi sono rimaste sul sentiero. In basso vediamo la nostra casa e il giardino, le montagne sono appena più vicine. Non arriveremo prima del tramonto, cosa sarà meglio fare?

- Vieni, mi dice David, conosco un rifugio dove possiamo passare la notte. Nello zaino ho portato pane e formaggio, più avanti troveremo cespugli di more e una fonte di acqua purissima.

- Così è qui che vieni a nasconderti quando sparisci per giorni?

- Tu hai la tua isola, io il mio rifugio, non siamo poi così diversi, non pensi?

Riprendiamo a camminare in silenzio, mi accorgo che i lupi sono dietro di noi e intorno solo l’aria, il vento.

 

Questa Cronaca 169 è stata scritta il ventiquattresimo giorno del mese di agosto.


La prosa e la poesia sono di Philippe Jaccottet, tratte da Alla luce dell’inverno. Pensieri sotto le nuvole, traduzione di Fabio Pusterla, Marcos y Marcos 1993.

 

 

 

 

 

Je revoyais les paysages de moissons en plein soleil; ce n'était pas assez; il ne fallait pas avoir peur de laisser agir le levain de la métamorphose. Chaque épi devenait un instrument de cuivre, le champ un orchestre de paille et de poussière dorée; il en jaillissait un éclat sonore que j'aurais voulu dire d'abord un incendie, mais non : ce ne pouvait être furieux, dévorant, ni même sauvage. ( Il ne me venait pas non plus à l'esprit d'images de plaisir, de volupté.) J'essayais mieux encore d'entendre ce mot (dont on aurait presque dit qu'il me venait d'une langue étrangère, ou morte) : la rondeur du fruit, l'or des blés, la jubilation d'un orchestre de cuivres, il y avait du vrai dans tout cela; mais il manquait l'essentiel : la plénitude, et pas seulement la plénitude (qui a quelque chose d'immobile, de clos, d'éternel), mais le souvenir ou le rêve d'un espace qui, bien que plein, bien que complet, ne cesserait, tranquillement, souverainement, de s'élargir, de s'ouvrir, à l'image d'un temple donts les colonnes (ne portant plus que l'air ainsi qu'on le voit aux ruines) s'écarteraient à l'infini les unes des autres sans rompre leurs invisibles liens; ou du char d'Elie dont les roues grandiraient à la mesure des galaxies sans que leur essieu casse.

 

 

 

Maintenant nous montons dans ces chemins de montagne,

parmi les prés pareils à des litières

d’où le bétail des nuages viendrait de se relever

sous le bâton du vent.

On dirait que de grandes formes marchent dans le ciel.

 

La lumière se fortifie, l’espace croît,

les montagnes ressemblent de moins en moins à des murs,

elles rayonnent, elles croissent elles aussi,

les grands portiers circulent au-dessus de nous –

et le mot que la buse trace lentement, très haut,

si l’air l’efface, n’est-ce pas celui que nous pensions

ne plus pouvoir entendre?

 

Qu’avons-nous franchi là?

Une vision, pareille à un labour bleu?

 

Garderons-nous l’empreinte à l’épaule, plus d’un instant,

de cette main?

domenica 23 agosto 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/168: queste sillabe si alzano in volo, metà farfalle, metà rondini


Ieri ho finito un primo giro nell’isola della solitudine, mi è piaciuto farlo, mi è piaciuto scriverlo e poi raccontarlo.

Rifletto spesso anche sulla gioia e su cosa significhi per me, ne ho già scritto nella Cronaca 31 dell’8 aprile 2020. Oggi, quindi, voglio tornare a scrivere della gioia portando con me i fili che mi hanno offerto Raymond Carver, Emily Dickinson e Philippe Jaccottet.

Di Carver amo qualunque cosa abbia scritto, lo accetto in blocco perché lo sento vero nelle cose che scrive, nella fatica del vivere, nella durezza del lavoro, nella fragilità dell’amore. Tra le decine di poesie che ha scritto, una in particolare mi ha colpito subito e per sempre, perché pertiene a una delle forme della gioia.

 

 

Quello che ti serve per dipingere

 

Da una lettera di Renoir

 

 

LA TAVOLOZZA

 

Biacca olandese                   Robbia rosa

Giallo di cromo                    Blu cobalto

Giallo Napoli                        Blu oltremare

Giallo ocra                           Verde smeraldo

Terra d’ombra naturale         Nero d’avorio

Rosso veneziano                  Terra di Siena naturale

Vermiglio francese               Verde bluastro

Lacca di robbia                    Bianco piombo

 

 

NON DIMENTICARE:

Spatola

Raschietto      

Essenza di trementina

 

E I PENNELLI?

Pennelli sottili di pelo di martora

Pennellesse di setola di porco

 

Indifferenza a tutto tranne che alle tue tele.

La capacità di lavorare come una locomotiva.

Una volontà di ferro.

 

 

 

Sono gli ultimi tre versi che mi interessano per questa breve incursione nel significato della gioia. Perché la gioia è profondamente connessa all’amore che proviamo per il nostro lavoro, per le nostre passioni, per la nostra scrittura che non è un lavoro pur essendolo.

Concentrazione, forza e tenacia sono le tre qualità che sostengono l’atto creativo. Seguono poi abbandono, fiducia e ascolto della voce che ci abita e che detta le parole. La gioia è un effetto collaterale della creazione e se non ci fosse mancherebbe gran parte del piacere connesso alla scrittura.

È anche per questa gioia che ogni giorno da quasi sei mesi, tiro un filo e poi un altro e tesso le mie parole e scrivo queste Cronache senza stancarmi mai.

Le altre gioie sono legate al contatto con la natura, all’amicizia, all’amore, alla lettura, alle piccole cose della vita quotidiana.

 

Ampio fai questo letto

fallo con molta venerazione

lascia che attenda che

l'ultimo responso sia

eccellente e giusto

sia il suo materasso dritto

e il suo guanciale rotondo

Fai che nessun giallo rumore

del sorgere del sole

interrompa questo istante.

 

 

L’inizio di un nuovo giorno, la cura e l’attenzione anche per un gesto quotidiano che di solito facciamo senza pensarci troppo. Nello sguardo di Emily Dickinson il quotidiano diventa sublime e l’istante è eternità. Questa è una delle gioie della poesia.

Nelle passeggiate, reali e immaginarie, è bello sia andare da soli che in compagnia. Avete mai provato a ripercorrere con gli occhi della mente i vostri itinerari preferiti? Riuscite a risentire i suoni, gli odori, la consistenza del suolo, la forza o la delicatezza dell’aria che vi circonda?

“Ricordo che durante un’estate non lontana, mentre camminavo una volta di più nella campagna, la parola gioia, come talvolta attraversa il cielo un uccello inaspettato e che non si identifica subito, mi è passata per la mente e mi ha provocato, anch’essa, stupore. Credo che dapprima una rima sia venuta a farle eco, la parola seta (in francese joie e soie); non del tutto arbitrariamente, poiché il cielo estivo in quell’ora, brillante, leggero e prezioso com’era, faceva pensare a delle immense bandiere di seta fluttuanti al di sopra degli alberi e delle colline con dei riflessi argentati, mentre i rospi sempre invisibili innalzavano dal fossato profondo, invaso di canne, voci esse stesse, malgrado la loro forza, quasi argentate, lunari. Fu un istante felice; ma la rima con gioia non era comunque legittima. 

La parola stessa, quella parola che mi aveva sorpreso. Di cui mi pareva di non capire più esattamente il senso, era rotonda in bocca, come un frutto; se prendevo a fantasticare su di lei, dovevo scivolare dall’argento (il colore del paesaggio in cui camminavo quando ci avevo pensato improvvisamente) all’oro, e dall’ora serale a quella meridiana” (continua…)

 

A volte bisogna lasciarsi trasportare dalle parole dei poeti, la seconda parte di questa breve prosa di Jaccottet accompagnerà la Cronaca di domani e altro ci farà scoprire.

Bisogna fidarsi della gioia e dello stupore, andare a cercarle anche nelle ore buie in cui il mondo sembra non avere più senso.

Sta passando così questa domenica estiva, tra chiacchiere, letture e scritture. Tutti i miei cari saranno seduti alla mia tavola questa sera.

L’aria è impregnata dal profumo dell’oleandro e del fico. Ho già raccolto le rose e il primo melograno. I lupi giocano nel prato e dalla cucina arrivano profumo di pomodoro, aglio e basilico. Le angurie sono al fresco nella fontana insieme alle bottiglie di vino bianco.

Buona serata a voi che ci avete letto, le sillabe si alzano in volo, metà farfalle, metà rondini, stanno arrivando, aprite le finestre.

  

Questa Cronaca 168 è stata scritta domenica 23 agosto 2020, giorno del compleanno del mio amico poeta Danilo Bramati cui faccio gli auguri e canto, per la decima volta almeno, la canzoncina di buon compleanno.

 

La poesia di Raymond Carver è tratta dalla raccolta Blu Oltremare, traduzione di Riccardo Duranti, minimum fax 2003.

 

What You Need for Painting                      

 

From a letter by Renoir

 

 

THE PALETTE

 

Flake white                Rose madder

Chrome yellow            Cobalt blue

Naples yellow             Ultramarine blue

Yellow ocher               Emerald green

Raw umber                 Ivory black

Venetian red               Raw sienna

French vermilion          Viridian green

Madder lake                White lead

 

 

DON’T FORGET:

Palette knife

Scraping knife

Essence of turpentine

 

BRUSHES?

Pointed marten-hair brushes

Flat hog-hair brushes

 

Indifference to everything except your canvas.

The ability to work like a locomotive.

An iron will.

 

 

La poesia di Emily Dickinson è la versione recitata nel meraviglioso film La scelta di Sophie di Alan J. Pakula del 1982. Ho qualche dubbio sulla traduzione, il senso della poesia non è quello letterale che ho scelto io, questo l’originale:

 

Ample make this Bed,

Make this Bed with Awe -

In it, wait till Judgment Break

Excellent, and Fair -

Be it's Mattrass straight -

Be it's Pillow round -

Let no Sunrise' Yellow noise

Interrupt this ground -

 

La prosa di Philippe Jaccottet è tratta da Alla luce dell’inverno. Pensieri sotto le nuvole, è tradotta da Fabio Pusterla, Marcos y Marcos 1993.

“Je me souviens qu'un été récent, alors que je marchais une fois de plus dans la montagne, le mot joie, comme traverse parfois le ciel un oiseau que l'on n'attendait pas et que l'on identifie pas aussitôt, m'est passé par l'esprit et m'a donné, lui aussi, de l'étonnement. Je crois que d'abord, une rime est venue lui faire écho, le mot soie; non pas tout à fait arbitrairement, parce que le ciel d'été à ce moment-là, brillant, léger et précieux comme il l'était, faisait penser à d'immenses bannières de soie qui auraient flotté au dessus des arbres et des collines avec des reflets d'argent, tandis que les crapauds toujours invisibles faisaient s'élever du fossé profond, envahi de roseaux, des voix elles-mêmes, malgré leur force, comme argentées, lunaires. Ce fut un moment heureux; mais la rime avec joie n'était pas légitime pour autant.

 

Le mot lui-même, ce mot qui m'avait surpris, dont il me semblait que je ne comprenais plus bien le sens, était rond dans la bouche, comme un fruit; si je me mettais à rêver à son propos, je devais glisser de l'argent (la couleur du paysage où je marchais quand j'y avais pensé tout à coup) à l'or, et de l'heure du soir à celle de midi. “

venerdì 15 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/68: scrivere a lume di candela


Scrivo a lume di candela, più tardi copierò se l’elettricità sarà tornata, se sarò riuscita a scrivere in questa atmosfera rarefatta dove le fiammelle danzano seguendo un valzer segreto e io mi esercito a questa piccola privazione della luce, io che sono ossessionata dalla dialettica tra luce e ombra e tutta la mia poesia ne è attraversata.

Non sono ancora andata nella Casa delle Parole, immagino che lì stiano tutti bene, le regole fisiche e metafisiche di questa forma della realtà sono diverse lì, ai piedi delle Montagne della Nebbia. Vorrei che almeno i lupi fossero qui a farmi compagnia, ma oggi è stata una giornata piena di silenzio e nuvole, di una luce diradata, oscurata dal cattivo tempo, impregnata dalla pioggia violenta che ha scosso la città la scorsa notte.

Prima riflessione, il nostro è un mondo complesso e al contempo fragile. Senza elettricità niente telefono cellulare, Internet, telefono fisso, acqua calda. Tutte comodità che diamo per scontate ma che basta un temporale violentissimo a dissolvere. Quando la luce è tornata intorno alle 21, cioè diciotto ore dopo l’inizio del blackout, molti dei miei vicini si sono affacciati dalle ringhiere a battere le mani e a esultare. Sono uscita anch'io e ho salutato le vicine dell’ultimo piano che stavano fuori con i loro cani enormi e festanti.

Seconda riflessione, posso abituarmi, anzi riabituarmi a vivere senza la maggior parte degli oggetti tecnologici così preziosi. Tablet, cellulare, Internet, torno ai tempi dell’infanzia in cui c’erano i telefoni duplex e in casa si usavano candele a bassa intensità per consumare poca energia. In vacanza ho vissuto in case senza acqua corrente e i cui bagni erano in cortili anche distanti. Posso abituarmi a vivere una vita fatta di poche cose, perché per scrivere non c’è bisogno di molto.


Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.

 La poesia è fatta di poco, non ha neanche bisogno di carta e penna, a volte bastano solo la memoria e la voce, come facevano Anna Achmatova e Osip Mandel'štam che imparavano a memoria i versi e accartocciavano e gettavano nel fuoco le pagine scritte.

Questa giornata mi ha concesso una discesa ancora più profonda e vasta in me e nella mia immaginazione, ho riletto molta poesia per poter scegliere cosa intrecciare in questa Cronaca e questa è la seconda poesia che ho scelto


Dentro di noi c’è un così profondo silenzio
Nessun respiro più.

Come quando il vento del mattino
ha avuto ragione
dell’ultima candela.
Dentro di noi c’è un così profondo silenzio
che una cometa
diretta verso la notte delle figlie delle nostre figlie,
la sentiremmo.


Mi stavo preparando a una notte insonne perché ho dormito nel pomeriggio avvolta in una luce tenue che ancora di più mi ha fatto sentire la mancanza della tua voce, perché volevo scrivere come facevano i poeti un tempo e poi la luce è tornata, il disagio si è ritirato. Ho spento le candele, ho acceso il computer, ti ho telefonato e che allegria sentire la tua voce così cara e amata.

Saluto i poeti, le candele, i miei lettori, scelgo un libro da leggere prima di dormire, un’ultima poesia per salutare la notte che viene.



... perch’io, che nella notte abito solo,
anch’io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
bianca nella mia mente − apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
che mi bagna la mente...



Questa poesia è di Giorgio Caproni, tratta da Il seme del piangere, Garzanti 1959

Poco mi serve è una poesia di Velimir Chlebnikov
47 poesie facili e una difficile
a cura di Paolo Nori
Quodlibet 2009


La prima poesia è di Philippe Jaccottet
Alla luce d'inverno
Pensieri sotto le nuvole
traduzione di Fabio Pusterla
Marcos y Marcos 1997


Plus aucun souffle.

Comme quand le vent du matin
a eu raison
de la dernière bougie.

Il y a en nous un si profond silence
qu’une comète
en route vers la nuit des filles de nos filles,
nous l’entendrions.

giovedì 30 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/53: l'aria del poema è l'inaspettato


C’era un tempo in cui i poeti davano parola a se stessi, in altri tempi i poeti davano parola al mondo e in altri ancora davano parola all'umanità, alle stelle o al silenzio.

La parola poetica è la parola detta, quella che resta incisa nella lingua e nella gola, che non abbandona più chi l’ha scritta prima e chi l’ha pronunciata dopo.

La solida permanenza della parola pronunciata si disperde però nelle parole di Osip Mandel'štam quando scrive che “l'aria del poema è l'inaspettato”.

Aria e inaspettato sono le due parole chiave di questa enunciazione il cui ponte è costituito dalla parola “poema”.

Mandel'štam è poeta - dei poeti e della poesia bisogna parlare al presente, perché a ogni lettura avviene la resurrezione di chi scrive e l’incarnazione di una parola che resta – dalle metafore ardite, come scrive Angelo Maria Ripellino:

accostando in misture inattese opposti campi semantici, rendendo tangibili con virtuosistici intarsi di abbaglianti similitudini e suoni, gli odori, le «meraviglie» dei versi altrui, dei paesaggi, di eventi lontani e dell’ambiente giudaico della sua infanzia. Per cogliere l’identità delle cose distanti, egli tende la vista «come un guanto di pelle di daino» (e riesce così a percepire e ad immettere nella densissima sigla d’una metafora tutto quello che sta fuori campo, attorno al punto focale, il contiguo), quasi il suo sguardo, asimmetrico come gli occhi di certi pesci, potesse simultaneamente imbricare differenti assi ottici”.

Padroneggiare le metafore è il primo segno distintivo dei poeti-lupo, quelli che attraversano la tempesta e il bosco, la bufera di neve e la notte più scura.

Fabio Pusterla scrive di Mandel'štam nel libro Il nervo di Arnold:

“Lo stlanik- cioè il pino siberiano – (…) può rappresentare laforza e la fragilità, la pacificacaparbietà dellaparola poetica? Meloauguro.
Tantopiùche, inmezzo ai boschi dove crescelostlanik, è passato davvero,molti annifa,ungrandepoeta, OsipMandel'štam,sulla via delladeportazioneche lavrebbecondottoallamorte; e allora quandopenso allo stlanika me viene subito inmente la figuradiun altropoeta,Philippe Jaccottet,cheuna voltaaFrancoforte,leggendo appuntolesuetraduzionifrancesidi alcunepoesie di Mandel'štam,si è alzato in piedi (lui, di solito così timido eriservato), e con voce piùaltadel normaleha detto che iversidi Mandel'štam sembrano dirci, ancora oggi: «In piedi,alziamoci inpiedi!Ancheneimomentipeggiori,anchenellepeggioricondizioni: su, inpiedi,camminiamo!»

Camminano, dunque, i poeti-lupo e scrivono e le loro poesie fioriscono anche in mezzo alle intemperie e alle avversità, forse se ne nutrono e fanno risplendere l’universo di metafore.

Lo stesso Mandel'štam scrive nelle sue Conversazioni su Dante:

“Quando pronunciamo, ad esempio, la parola “sole, non liberiamo un significato bell'e pronto, ma passiamo attraverso un ciclo tutto particolare. Ogni parola è un fascio di significati, e un significato affiora da esso per irradiarsi in varie direzioni, senza mai convergere in un solo punto ufficiale. Pronunciando "sole", noi compiamo una sorta di enorme tragitto a cui siamo talmente abituati che viaggiamo immersi nel sonno. La poesia si distingue dal linguaggio automatico proprio in quanto ci sveglia e ci riscuote nel bel mezzo della parola.
Questa risulta allora molto più lunga di quanto pensassimo, e ci rammentiamo che parlare significa essere sempre in cammino”. 
Ma il cammino dei poeti-lupo non si dispiega solo nel fango e nella neve. Spesso devono attraversare campi di stelle e strade di sillabe.

Come collegare tutte le lettere dell’alfabeto, tutte le sillabe, tutte le metafore e similitudini in un Oceano di senso?

Come fanno le stelle a parlare tra loro se hanno solo la luce e lo spazio per comunicare?

I lupi si sono seduti accanto a me mentre rileggo queste riflessioni scritte a mano.

Sembra che capiscano, hanno capito, conoscono la parola lupo in tutte le lingue, la abbinano alla parola poeta, alla parola stella, alla parola oceano.

I fili invisibili della poesia si annodano a quelli della comprensione.

Andiamo! Li esorto, andiamo a camminare in questo tramonto di nuvole e pensiero.

Conteremo la nuova notte ferita di nostalgie, declineremo una poesia nella lingua dei lupi, li lasceremo ululare e poi, a bassa voce, renderemo omaggio al nostro poeta.






La stessa rosa

Come acqua oscura bevo la torbida aria,
il vomere ha arato il tempo e la rosa
fu già terra.
Osìp Mandel’stam

Se la rosa fu già terra
e dall’aria torbida, dal sole
rinato alla terra ritornerà,
da quale inchiostro, da quale
carta nacquero quelle parole
così amate?
Come il legno genera fumo e
cenere dopo la fiamma,
così questa attesa divampa
nel nuovo inverno che batte
alla mia porta: imita il tuo
passo e scioglie il gelo che
assedia la mia fiamma e
la stessa rosa.

Elena Petrassi

Figure del silenzio
Atì editore 2010