mercoledì 30 aprile 2014

Il libro là fuori non dice di più

LA NOTTE, LA VERANDA

Fissare il nulla e imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati, e spogliarsi
al vento e sentire l’inafferrabile luogo che si fa vicino.
Le piante possono ondeggiare o stare ferme. Il giorno o la notte possono essere quello che vogliono.
Quello che desideriamo, più che una stagione o un clima, è la consolazione
di essere estranei, almeno a noi stessi. Questo è il nocciolo
della questione, ed è il motivo per cui anche adesso sembriamo aspettare
qualcosa la cui apparizione sarebbe il suo svanire –
il rumore, ad esempio, di qualche foglia che cade, o di una foglia sola,
o meno. Non c’è fine a quanto possiamo imparare. Il libro là fuori
non dice di più, e non è stato affatto scritto con in mente noi.

Mark Strand
Il futuro non è più quello di una volta
a cura di Dario Abeni

minimum fax 2006

martedì 29 aprile 2014

Ondeggiare dolcemente, arrendersi al vento

«Sarebbe stato bello guardare le erbacce del giardino ondeggiare dolcemente, arrendendosi al vento; dalla strada sarebbe arrivato un leggero odore di catrame; la casa avrebbe ansimato e cigolato piano sotto il sole ardente, e lei avrebbe girato per le stanze e le avrebbe esaminate in cerca di indizi, di vestigia perdute della vita che si era svolta in quella casa prima che venisse ridotta a vetri rotti, a lunghe ferite nell'intonaco che mostravano il graticcio retrostante; si sarebbe prostrata carponi davanti a Dio; si sarebbe ritrovata nel seminterrato, tra la luce polverosa che entrava dai pozzetti, l’odore di nafta e il pavimento di terra battuta, compattato in quell'angolo laggiù, sotto il vecchio tavolo, in quella rientranza piena di ragnatele che lei ricordava da quando aveva esplorato la casa insieme agli uomini, e Byron aveva picchiato sul vecchio serbatoio mentre August, trascinando in giro la sua mole, faceva un balletto e cantava Sympathy for the Devil; avrebbe provato l’impulso di trascorrere il resto dell’eternità là sotto, in quella fresca oscurità, perché in quel momento, mentre guidava, desiderava solo togliersi dal sole abbagliante e dall'impressione che il territorio selvaggio in cui si trovava fosse così levigato dalla luce che era impossibile guardarlo».

David Means
Il punto
traduzione di Silvia Pareschi
2014 Einaudi

la segnalazione arriva direttamente dal blog della traduttrice 

lunedì 28 aprile 2014

Cuci una federa per ogni ricordo

Cuci una federa per ogni ricordo, mettili a dormire,
dai loro il sonno di un lenzuolo di lino.
L’edera rende la notte verde.
Una mela cade sull’erba ma tu imbastisci e cuci.
Servono aghi e forbici. Serve precisione.

Antonella Anedda
Dal balcone del corpo
Mondadori 2012

domenica 27 aprile 2014

Una parola nuova condensa qualcosa di incompreso

Le virtù dei nostalgici. Secondo Starobinski sviluppano la capacità di essere critici. E di creare, con la scrittura, esperienza.

Entrare in un libro di Jean Starobinski è come addentrarsi in una foresta incantata, piena di una varietà molteplice di erbe, cespugli e alberi. Respiri un’aria fresca, guardi in alto e ti accorgi che ogni pianta ha un tronco robusto con ramificazioni fittissime e che da ciascun ramo si dipartono altri rami e rametti secondari, all'infinito, con le loro frondosità cangianti da cui filtrano luci e bagliori. È questo procedere per continui avvii e rinvii e continue aperture, a volte spaesanti, il tratto più tipico della saggistica del novantaquattrenne critico ginevrino, medico, storico della scienza e delle idee. Saggista prima di tutto, dove per saggio si intende una forma di pensiero e di scrittura, libera e mai capricciosa, dalla razionalità multiforme, aperta e dialogante. 
(...)
Il discorso di Starobinski si muove tra scienza e critica letteraria, tra storia dei concetti e analisi del linguaggio che li definisce tecnicamente e li esprime in arte. C’è un passo che chiarisce molto bene il rapporto che c’è, per Starobinski (il quale si è formato, tra l’altro, con il grande maestro di stilistica Leo Spitzer), tra le parole e le cose, oggetti inscindibili della sua ricerca. È un passo che scaturisce da una domanda: se i sentimenti preesistano alle parole che li nominano, oppure se i sentimenti si materializzino nella nostra coscienza solo dal momento in cui hanno ricevuto un nome. Starobinski risponde che si tratta di due proposizioni «vere a titolo complementare»: 
«Una volta nominato, avendo acquisito un’identità, un sentimento non è più veramente lo stesso. Una parola nuova condensa qualcosa di incompreso, che per l’innanzi era rimasto evanescente. Ne fa un concetto. Opera una definizione e invoca un sovrappiù di definizione: diventa materia di saggi e di trattati. Viviamo di passioni le cui parole ci precedono, e che non avremmo provato senza di esse». 

frammenti della recensione apparsa sul Corriere della Sera del 22 aprile 2014 di Paolo Di Stefano al nuovo libro di 

Jean Starobinski 
L'inchiostro della malinconia
traduzione di Mario Marchetti
Einaudi 2014


sabato 26 aprile 2014

Il Mediterraneo e le sue parole


Il discorso sul Mediterraneo ha sofferto della sua stessa verbosità: i profumi e i colori; i venti e le onde; le spiagge sabbiose e le isole fortunate; le ragazze precocemente maturate e le vedove avvolte nel nero; i porti, le barche e i richiami delle coste sconosciute, le navigazioni, i naufragi e i racconti che si tramandano sulle une e sugli altri; l'arancio, il mirto e l'ulivo, le palme, i pini e i cipressi; lo sfarzo e la miseria; la realtà e l'illusione, la vita e il sogno.

Predrag Matvejevic
Mediterraneo. Un nuovo breviario
Garzanti 1991


venerdì 25 aprile 2014

La luce mediterranea e gli ulivi centenari

Non c'è niente da fare: appena apri un libro di Francesco Biamonti entri in una dimensione diversa: il tempo allenta il suo ritmo, la luce mediterranea diventa protagonista, gli ulivi centenari custodiscono una terra difficile e gli uomini si muovono con lentezza, come seguendo il corso di un pensiero che non si deve interrompere. Le parole e la notte è il quarto e ultimo romanzo di Biamonti: uscì nel 1998 ed ora Einaudi lo ripropone con una bellissima prefazione di Giorgio Ficara.

incipit della recensione di Paolo Mauri nella sua rubrica Libri di ieri, sul Venerdì di Repubblica del 18 aprile 2014

giovedì 24 aprile 2014

La felicità è come la memoria del mondo, puoi solo farne parte

... e anch'io penso oggi che felicità sia una parola nuova e rivoluzionaria. 
Ma cosa significa? Chiedo a Mira, albanese, ex maestra elementare, da molti anni a Roma come babysitter e collaboratrice domestica, se sia felice. “Stamattina sì”, mi dice sorridendo, “perché ho dormito un’ora di più. Mi sentivo riposata e quindi felice, ho preso tutto alla leggera. Altre volte sono in ansia per il ritardo dell’autobus, oggi no”...
   E io, mi chiede, sono felice? No. Perché? Perché ho paura di non riuscire a esserlo, mi frego da solo. Mi chiede comunque un esempio di felicità. Quando ho visto per la prima e unica volta il famoso raggio verde del sole al tramonto, che credevo ormai non esistesse. Dove? A Ostia. E mi viene in mente che, quando prendo la Via del Mare verso Ostia, mi sento sempre bene. Forse felice.
(...)
Così eccomi a Ostia, quartiere balneare di Roma prossimo alla foce del Tevere e all'aeroporto di Fiumicino. È sabato, la luce è perfetta e cammino sul lungomare di ponente, quello più povero, dove si vede ancora il mare. Al ritorno mi fermo a un panificio aperto giorno e notte. È  un punto di riferimento non solo per il pane fresco e le pizze calde, ma anche per mangiare altre cose.
   Il proprietario, Piero Morelli, già presidente dei panificatori di Roma, mi fermò un giorno per parlare di libri, poi mi mostrò il suo studio, una specie di piccolo museo del pane... 
         “Io sono felice perché ho i miei anticorpi, Radio Tre la mattina, i libri, le tue Panchine, Ceronetti, Cioran, mio figlio dietro al banco del panificio che ha l’insegna col nome di mio padre, classe 1909, che dormiva sui sacchi di farina di Piazza Venezia di fianco alla chiesa della Madonna di Loreto, protettrice dei fornai di Roma”. (Intanto annoto: è la durata che fa la felicità, il senso narrativo della propria esistenza, antidoto alla logica della precarietà? Interiorizzare già da giovanissimi la paura di non trovare un lavoro mi sembra un’infelicità recente e crudele, chi l’ha creata? Ai miei tempi non avevo un soldo, ma sarei scappato chissà dove pur di non avere un lavoro fisso).
(...)
Ci sono tanti mondi dentro il mondo. 
(...)
Valeria, avvocato: “Ci si sente felici quando, dopo una perdita o un’interruzione, c’è un recupero dello stato precedente, con una consapevolezza che prima non si aveva, perché si era nello stato naturale, quello senza il senso della perdita. La politica, il mondo di cui parlano i giornali, crea turbamento, ma non influisce sulla nostra felicità di fondo”.
(...)
Il cielo comincia a tingersi di viola e arancio. Mi ha raggiunto un amico poeta, Sergio, ex aviatore che abita qui a fianco (“Sei felice?” “Sì, perché uso lo stratagemma di avere desideri minimi, evitando quelli irraggiungibili”). Nel via vai incontra un ex collega romagnolo, Giulio, pilota ex cassintegrato Alitalia che ora vola sui jumbo cargo di una compagnia con sede a Malpensa. La felicità, dice, è entrare in un panificio a Ostia e trovare un amico fraterno. 
(...)
La felicità è qualcosa che ti attraversa come un fantasma, che non potrai mai prendere né possedere, come la memoria del mondo, qualcosa di cui puoi solo fare parte.


frammenti dell'articolo uscito su Venerdì di Repubblica del 18/4/2014) che si può leggere per intero sul blog di Beppe Sebaste 

mercoledì 23 aprile 2014

Aprile, Rainer, il nostro mese

Aprile, Rainer, il nostro mese... Il mese precedente quello che ci unì. Quanto debbo pensare a te, e questo non succede per caso... Se per anni fui tua moglie, ciò avvenne perché per la prima volta tu fosti la mia prima realtà, corpo e anima uniti in modo indissolubile, dato di fatto incontrovertibile della vita. Davanti a te avrei potuto professare parola per parola quello che tu professasti come tuo credo: "Soltanto tu sei reale". 
Per questo fummo sposi prima ancora di diventare amici, e amici diventammo non per elezione, ma per nozze celebrate clandestinamente. In noi non erano due metà che si cercavano: un'integrità si riconobbe meravigliata nel fissare un'integrità inafferrabile.

Lou Salomé su Rainer Maria Rilke

martedì 22 aprile 2014

Amiamo il pomeriggio perché ci abbandona, diventa sera

Pomeriggio

Ho capito che il pomeriggio si andava chiudendo –
e non importa se non eri con me –
quando ho visto una stella dalla finestra.
Ma va bene così. Non c’è pomeriggio
che possa durare per sempre, né cielo perennemente arancione,
né aereo sospeso in aria a metà strada per chissà dove,
getto e nuvola non eludono le leggi dell’acqua,
il fumo non torna alla prima vampa di fuoco,
l’albero non ha foglia che possa continuare a cadere
attraverso un mondo dove è sempre pomeriggio.
Pomeriggio – la parola stessa è grata all’orecchio
piena di una tenera p e quelle g, quelle g strusciate
che si sciolgono inghiottite dalla lingua.
Lo amiamo perché ci abbandona, diventa sera.


dal blog Sinestetica
L'autore è Andrew Jamison, irlandese, poeta. 
La traduttrice è Monica Pareschi

Afternoon

for C. H.

I knew the afternoon was coming to a close— 
and it’s all right that you weren’t there with me—
as I made out a star from my window.
But that was fine. There is no afternoon
that can go on forever, no sky permanently orange,
no plane hang in the air halfway to wherever,
no jet stream and no cloud elude the laws of water,
no smoke rejoin the first flame of the fire,
no tree with no leaf that can fall over and over
through a world where it is always afternoon.
Afternoon—the word itself is easy on the ear
full of a soft f and those, those slowed-up os
that melt away to nothing on the tongue.
We love it because it leaves us, becomes evening.

lunedì 21 aprile 2014

Attraverso un terso cielo azzurro

TUTTO PUÒ ACCADERE

da Orazio, Odi, I, 34

Tutto può accadere. Sai come Giove
solitamente aspetta che le nuvole s’addensino
prima di scagliare il fulmine? Beh, or ora
ha fatto galoppare carro e cavalli del tuono

attraverso un terso cielo azzurro. Ha scosso la terra
e l’ingombro sottosuolo, lo Stige,
i ruscelli tortuosi, la costa stessa dell’Atlantico.
Tutto può accadere, le torri più alte

essere abbattute, chi sta in alto intimorito,
chi in basso riconsiderato. La Fortuna becco affilato
s’avventa aria senza fiato strappando a uno la cresta,
posandola, sanguinante, su quello accanto.

La terra cede. Il peso del cielo
si solleva oltre Atlante come il coperchio di un bollitore.
Le chiavi di volta ballano, nulla torna a posto.
Cenere tellurica e spore di fuoco svaporano.

Seamus Heaney
District e Circle
Traduzione di Luca Guerneri
Mondadori 2009


domenica 20 aprile 2014

Un incantevole aprile

Lo splendore dell'aprile italiano era ai suoi piedi. Il sole la inondava di luce e il mare giaceva addormentato, muovendosi debolmente. Al di là della baia, anche le incantevoli montagne dai colori squisitamente variegati, erano addormentate nella luce; e sotto la sua finestra, in fondo al pendio erboso costellato di fiori dal quale si ergevano le mura del castello, un grande cipresso si stagliava come un'enorme spada nera contro le tenui sfumature azzurre, violette e rosa delle montagne e del mare.
Restò a bocca aperta. Una simile bellezza... e lei lì ad ammirarla. Una simile bellezza... e lei, viva, a parteciparne. Il suo volto era immerso nella luce. Profumi deliziosi salivano alla finestra e l'accarezzavano, una brezza leggera le sollevava dolcemente i capelli. Laggiù nella baia un gruppo di barche da pesca quasi immobili stavano sospese sul mare calmo, come uno stormo di uccelli bianchi. Che meravigli, che splendore! Non essere morta prima... aver avuto la possibilità di vedere, respirare, sentire tutto questo... Restò a bocca aperta, incantata. Era la felicità? Com'era povera e mediocre la vita di tutti i giorni. Ma cosa dire, come descriverla? Non stava più nella pelle, era come se fosse troppo piccola per contenere tutta quella felicità, come trovarsi in un bagno di luce. Era sorprendente provare questa beatitudine totale, perché qui lei si trovava, e non faceva né avrebbe fatto una sola cosa per gli altri, non doveva fare nulla che non avrebbe desiderato.

I pensieri di Lotty al primo risveglio in Italia nel castello di San Salvatore in Liguria. Uno dei molti mondi della Von Arnim che sto rileggendo dopo vent'anni. Una delizia assoluta!

Elizabeth Von Arnim
Un incantevole aprile
traduzione di Luisa Balacco
Bollati Boringhieri 1993

sabato 19 aprile 2014

Persino le sillabe forzate del declino sono respiro

Respiro

Quando li vedi
di’ loro che io ci sono ancora,
che mi reggo su una gamba mentre l’altra sogna,
che solo così si può fare,
che le bugie che dico a loro sono diverse
da quelle che dico a me stesso,
che con lo stare sia qui che oltre
mi sto facendo orizzonte,
che come il sole si leva e cala io so qual’è il mio posto,
che è il respiro a salvarmi,
che persino le sillabe forzate del declino sono respiro,
che se il corpo è bara è anche madia di respiro,
che il respiro è uno specchio offuscato da parole,
che solo il respiro sopravvive al grido d’aiuto
quando penetra l’orecchio dell’estraneo
e permane ben oltre la scomparsa della parola,
che il respiro è di nuovo l’inizio, che da esso
si stacca ogni resistenza, come il significato si stacca
dalla vita, o il buio si stacca dalla luce,
che il respiro è ciò che do a loro quando mando saluti affettuosi.

Mark Strand
Il futuro non è più quello di una voltaa cura di Dario Abeni
minimum fax 2006

venerdì 18 aprile 2014

Creare significa trasmettere bellezza e gioia

La passione per il design lo assale durante l’adolescenza, a Hiroshima, la città in cui è nato, la città della bomba. Quando viene sganciata, 6 agosto 1945, lui ha sette anni. Sua madre ne morirà tre anni dopo e come lei altri suoi famigliari. L’unica volta in cui Miyake ha riaperto pubblicamente quella ferita è stata nel 2009, in una lettera al presidente Obama pubblicata dal New York Times:
“...Ero un bambino. Ancora oggi quando chiudo gli occhi vedo cose che a nessuno dovrebbe essere consentito di vedere. Ricordo tutto. Anche per questo nella mia vita ho preferito occuparmi di cose che potessero essere create, e non distrutte, e che potessero portare gioia, e bellezza...”.
(...)

Prima di salutarci gli chiedo quali consigli darebbe a un giovane designer. «Non pensare solo con la propria testa ma confrontarsi con chi lavora nelle aziende. Essere curiosi, osservare la natura, visitare mostre di arte e architettura. Ma, soprattutto, consiglierei di interessarsi alle persone: il designer ha una grande responsabilità sociale, dovrebbe pensare attentamente a ciò che la gente desidera per fare in modo che il suo stile sia compreso e infine usato». Socchiude gli occhi e, come se per un attimo tornasse con la memoria alle cose terribili che a nessuno dovrebbe essere consentito di vedere, ci congeda con queste parole e con un sorriso: «In fondo ciò che dobbiamo fare è solo trasmettere bellezza, gioia e — magari
— anche un po’ di comodità».

frammenti dell'intervista su Repubblica 13 aprile 2014 che Lorenza Pignatti ha fatto al designer Issey Miyake

giovedì 17 aprile 2014

Scrivere significa ritornare a guardare il mondo

La mia formazione  tutto ciò che ho scritto e tutto ciò che hanno scritto
gli autori che mi hanno influenzato, discende direttamente da lui. Il neorealismo letterario, iconografico e cinematografico si è nutrito di
Robert Capa.
(...)

Gli piaceva portare immagini di mondo e trasformare lo sguardo delle persone sul mondo. Ma le foto che sto osservando non cambiano solo il mio sguardo sul mondo, è come se facessero nascere un’urgenza, come se lanciassero
un allarme: ritornate a guardare il mondo e non limitatevi a prenderne dei calchi, a strappare dal quotidiano una qualunque immagine per reimmetterla in circuito, per bombardare di fotogrammi inutili che saturano la vista e non raccontano nulla. Questi scatti di Capa, infatti, non basta vederli, non è sufficiente guardarli e poi passare oltre: bisogna fermarsi e leggerli. Sulla rivista Holiday Capa scrive: «Sono tornato a fotografare Budapest perché mi è capitato di essere nato lì; ho avuto modo di fotografare Mosca che di solito non si offre a nessuno; ho fotografato Parigi perché ho vissuto lì prima della guerra; Londra perché ho vissuto lì durante la guerra; e Roma perché mi dispiaceva non averla mai vista e avrei invece voluto viverci».
(...)

Il segreto di Robert Capa non sta nel risultato finale, ma nella ricerca,
nel viaggio, che non può esistere se non compromettendo tutto se stesso. Non c’è altra salvezza se non stare dentro ciò che vuoi capire. Se non stare dentro la vita.

frammenti dell'articolo che Roberto Saviano ha dedicato a Robert Capa
dopo avere visitato della mostra a lui dedicata "Capa a colori" al Center of Photography di New York
Repubblica 13 aprile 2014

mercoledì 16 aprile 2014

Leggere è imparare a riconoscere il ritmo di ogni scrittore

La sedia preferisce non usarla. Si toglie la giacca e rimane in maniche di camicia. Si guarda intorno, controlla che tutti abbiano preso posto e dice: «Scusate, ma Céline è un autore che si legge in piedi». Fuori la gente
passeggia nelle vie intorno a piazza Montecitorio, godendosi il primo assaggio della primavera romana. Dentro, all'interno della libreria Arion, c’è Alessio Dimartino, professione scrittore. Oggi però non è qui per promuovere il suo nuovo libro (C’è posto per gli indianiGiulio Perrone editore) ma per tenere una lezione di lettura. Ha scelto di farlo attraverso la Trilogia del Nord di Céline. Scelta non facile. Eppure la sala si riempie. Una quarantina di persone, soprattutto donne, aspettano che questo strano insegnante con orecchino e jeans rompa il ghiaccio.

«OGNI scrittore ha il proprio ritmo. La lettura di Céline è una corsa a scatti che toglie il fiato e lascia con l’affanno. Céline non è certo un maratoneta. Per leggere queste pagine bisogna ingaggiare un corpo a corpo con il testo»

(..)

«Troppi stimoli, troppe sollecitazioni», dice Paolo Di Paolo
«I librai tradizionali stanno sparendo e c’è un forte disorientamento collettivo, serve qualcuno che indichi la via. Le scuole di lettura, a differenza di aNobii o altri social network, possono funzionare da palestra, mettendo a disposizione un lettore più esperto che faccia da allenatore». 
E se i corsi di scrittura pompano i muscoli del narcisismo, queste sono palestre di umiltà, in cui l’ego va messo da parte per disporsi all'ascolto. D’altra parte il piacere della lettura è tutt'altro che istintivo. Ha bisogno di guide, va educato. 
Tullio De Mauro, la cui lezione alla scuola Orlando è prevista per il 24 maggio, spiega: 
«Scrivere e leggere non appartengono all'immediatezza naturale. Sono possibilità che alcuni popoli hanno cominciato a sviluppare da alcune migliaia di anni e che si sono andate generalizzando soltanto negli ultimi secoli. Si impara a leggere quando si prova il bisogno di uscire dalla pura sopravvivenza».

A Roma lo scrittore Paolo Di Paolo ha fondato la scuola di lettura "Orlando". 
Questi sono alcuni frammenti dell'intervista che gli ha fatto Raffaella De Santis su Repubblica del 14 aprile 2014

martedì 15 aprile 2014

Sei tu lo scrittore, e allora tuo compito è narrare

Tempo di bilanci e di cambiamenti. Pochi mesi fa ha lasciato Arad, la città nel deserto, dove tutti i giorni all'alba faceva una passeggiata tra i sassi e le sabbie e si è trasferito nella mondana ed effimera Tel Aviv. Così può stare vicino ai suoi quattro nipoti. Dal grande, luminoso soggiorno della nuova casa, in cima a un anonimo edificio di dodici piani, si intravede il mare.
(…)

Perché ha deciso di diventare invece uno scrittore?
«Non l’ho deciso. Fin da quando avevo cinque anni, l’unica cosa che sapevo fare era narrare storie; ed era anche l’unico modo per far la corte alla ragazze. Probabilmente questa è anche la ragione per cui continuo a scrivere».

Lei dice che il compromesso, in politica e anche nella quotidianità familiare, è la chiave per vivere decentemente. Però la sua scrittura è radicale. Usa le parole in una maniera spesso brutale. Nella scrittura non esiste alcun limite?
«C’è un limite, dato dalla lingua. Ci sono cose percui la lingua non è adeguata. La settimana scorsa, per due giorni ho cercato la parola giusta per nominare
un profumo. Ma nessuna lingua comprende tutta la gamma di profumi. Quindi, alla fine ho adottato un compromesso, ho usato una parola che non
corrispondeva esattamente alla mia sensazione».

Una volta disse che quando descrive un protagonista, ne condivide tutto: gioie, dolori, rabbie. Non ha mai paura di esprimere certi pensieri o sentimenti?
«No. Ma ho sempre paura di non essere preciso a sufficienza. E confesso che non sono capace di scrivere di persone che odio. Però vorrei raccontarle una storiella. Cinquant'anni fa, in Michael mio raccontavo la vita di una donna in prima persona,  come se io fossi questa donna. Avevo 24 anni e pensavo di sapere tutto delle donne. Oggi non avrei osato fare una cosa simile. Oggi avrei detto alla protagonista Hannah Gonen: mi dispiace, questa cosa non la posso scrivere. Lei mi avrebbe risposto: sta zitto e scrivi. Le avrei detto: decido io, dato che sei tu la protagonista di un mio libro e non io il protagonista del tuo libro. Lei avrebbe risposto: sei tu lo scrittore, e allora tuo compito è narrare le mie sensazioni ed emozioni. Le avrei detto: insisto, io non lo posso fare, rivolgiti a qualcun altro»

frammenti dell'intervista di Wlodek Goldkorn ad Amos Oz
Repubblica di oggi martedì 15 aprile 2014

lunedì 14 aprile 2014

Non voglio più raccontare una storia, ma il suo segreto

Si sente uno scroscio d'acqua, cade una foglia con un rumore lieve. La luce cambia in continuazione. Ora una nuvola ha gettato un'ombra nella stanza.
Nei libri invece si procede per successione, come se le cose accadessero in sequenza, ordinatamente e non insieme; mentre dentro e fuori le persone le cose si affastellano, i pensieri si mescolano. Io voglio scrivere così: non voglio più raccontare una storia, ma il suo segreto.

Sandra Petrignani
Marguerite
Neri Pozza 2014

Un frammento del nuovo romanzo che Sandra Petrignani ha scritto ispirandosi alla biografia e alle opere di Marguerite Duras

domenica 13 aprile 2014

Nulla nessuno, in nessun luogo mai

Mandate a dire all'imperatore
.........nulla nessuno in nessun luogo mai
.........................Vittorio Sereni
Così come oggi tanti anni fa
mandate a dire all'imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall'acqua
orientate le vostre prore dentro l'arsura
perché qui c'è da camminare nel buio della parola
l'orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti apena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall'occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

Pierluigi Cappello

sabato 12 aprile 2014

Troppo presto per il crepuscolo, troppo tardi per l'alba

Stella


Se, alla luce delle cose, tu scolori

davvero, eppure debolmente sottratta
alla nostra determinata e giusta
distanza, come la luna lasciata accesa
tutta la notte tra le foglie, possa
tu invisibilmente allietare questa casa;
o stella, doppiamente compassionevole, venuta
troppo presto per il crepuscolo, troppo tardi
per l’alba, possa la tua pallida fiamma
dirigere il peggio in noi
attraverso il caos
con la passione del
semplice giorno.

Derek Walcott
Mappa del Nuovo Mondo
traduzione di Barbara Bianchi
Adelphi 1992


venerdì 11 aprile 2014

Questa è la terra, il blu che vedi è mare

Elementare

E c'è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare

Pierluigi Cappello

giovedì 10 aprile 2014

Il sentire più profondo si rivela sempre in silenzio

Silenzio


Mio padre era solito dire:
«Una persona superiore non fa mai visite lunghe,
né vuole vedere la tomba di Longfellow
o i fiori di vetro di Harvard.
Sicura di sé come il gatto –
che trascina la preda in un angolo,
la coda del topo gli pende dalla bocca come un laccio da scarpe –
ogni tanto gradisce la solitudine
e può restare senza parole
se ascolta un discorso che gli piace.
Il sentire più profondo si rivela sempre in silenzio;
non in silenzio, ma con discrezione».
E non era meno sincero se diceva: «Fate di questa casa il vostro albergo».
Ma non sono residenze, gli alberghi.

Marianne Moore
Complete Poems
Faber and Faber 
London-Boston, 1984
traduzione di Francesco Dalessandro

dal blog Poesia senza pari

mercoledì 9 aprile 2014

Vivere balenando in burrasca è il destino del poeta

Gabbiani


Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

Vincenzo Cardarelli
da Poesie
Mondadori Oscar Poesia 1966

martedì 8 aprile 2014

La poesia è un giardino immaginario con veri rospi dentro

La poesia


Non piace neanche a me: ci sono cose ben più importanti di tutte quelle astruserie.
    Eppure, con tutto il disprezzo possibile, leggendola, uno scopre
    che dopotutto c'è in essa qualcosa di autentico.
        Mani che possono afferrare, occhi
        che possono spalancarsi, capelli che possono drizzarsi
            se serve: e queste cose non sono importanti


perché è possibile spiegarle in modo pretenzioso ma perché sono 
    utili. Quando sono così elaborate da diventare incomprensibili
    si può dire lo stesso di ognuno di noi, che non
        ammiriamo quel che
        non riusciamo a capire: il pipistrello
        appeso sottosopra o in cerca di qualcosa da


mangiare, elefanti al lavoro, un cavallo selvaggio che si rotola, il lupo infaticabile
    sotto un albero, il critico irremovibile che rabbrividisce come un cavallo quando
                                                                                                                        /sente 
    una pulce, il tifoso di base-
        ball, l'esperto di statistica,
        senza escludere «documenti d’affari e



libri scolastici»; tutti fenomeni importanti. Eppure una distinzione
    va fatta: se sono dei mezzi poeti a metterli in risalto, il risultato non è poesia,
    né lo sarà finché i poeti tra noi non diventeranno
            «letteralisti del-
            l’immaginazione», superiori
            a insolenza e volgarità e non offriranno


al nostro esame «giardini immaginari con veri rospi dentro». 
    Ma intanto, se per un verso vuoi
    la materia prima della poesia in
        tutta la sua crudezza e 
        per un altro quel che c'è
            di autentico, beh, allora t’interessa, la poesia. 


Marianne Moore

Complete Poems
Faber&Faber 1984
traduzione di Francesco Dalessandro
dal blog Poesie senza pari


lunedì 7 aprile 2014

Fuga in lilla

Bisognava scrivere senza perché, senza per chi.

Il corpo si ricorda di un amore come un accendersi la lampada.

Il silenzio è tentazione e promessa.

Alejandra Pizarnik
La figlia dell'insonnia
a cura di Claudio Cinti
Crocetti editore 2004



domenica 6 aprile 2014

Spezzare l’orlo del vento

Se potessimo fare


Se potessimo fare quel che i bianchi uccelli
fanno:
spezzare l’orlo del vento con lama
d’ala dura,
frantumarlo come onda che si frange
sulle rocce, urlando forte:
«Posso prenderlo anch’io, se puoi tu», quasi ridendo;
e le spirali leggère del fumo
che salgono dagli incessanti
camini
stringendosi in una bianca nube,
possono essere apertamente
erudite.

Se potessi fare quel che i bianchi uccelli
fanno:
misurare ogni spazio di mare
con disinvoltura,
accogliere l’urto del tuono alle spalle
con cortesia
o plaudendo la vampa del mattino –
ciò sarebbe qualcosa per cui
ricordarci di noi,
che così meditiamo.

Marsden Hartley
da Selected Poems
The Wiking Press, 1945
Traduzione di Francesco Dalessandro


Marsden Hartley (Lewiston, Maine, 1877 – Ellsworth, Maine, 1943) fu pittore e poeta. Dipinse circa un migliaio di quadri e, alla sua morte, lasciò più di cinquecento poesie manoscritte, in aggiunta a tre piccoli volumi pubblicati in vita.  

dal blog Poesie senza pari