giovedì 27 febbraio 2025
Mattina di febbraio
martedì 21 maggio 2024
Adesso, guardando più chiaramente attraverso questo e quell’altro mondo e le sue stagioni, vengo anch’io guardata più chiaramente.
(Quando l’autunno è passato e le foglie sono cadute dagli alberi e solo gli scuri sempreverdi conservano la loro chioma che è al tempo stesso riparo e ostacolo al passaggio della luce, ci accorgiamo di non essere mai stati soli nella foresta. Emergono le forme delle case, la gente che vive la propria vita quotidiana; c’è una nuova prospettiva delle distanze, la scoperta di orizzonti che non si sarebbero mai potuti scorgere in primavera e in estate, ma solo immaginare durante l’autunno. Guarda quegli alti camini che si alzano da fuochi che non sapevamo fossero mai stati accesi, eppure ardono, alimentati in segreto! Guarda i sentieri appena rivelati! Adesso, guardando più chiaramente attraverso questo e quell’altro mondo e le sue stagioni, vengo anch’io guardata più chiaramente. L’ambiente che mi circonda ha perso il suo travestimento; io stessa ho perso il mio. C’è persino la possibilità di nidi, nuovi o abbandonati, sul mio albero!)
Janet Frame
Un angelo alla mia tavola
traduzione di Lidia Conetti Zazo
Neri Pozza Editore 2010
domenica 10 aprile 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/763. Dove chiamo gli alberi per nome e il silenzio mi risponde
Sono tornate le rondini anche qui, nella città mai più silenziosa. A dire il vero già le avevo sentite ieri mattina, ma oggi le ho viste sfrecciare sopra il cortile mentre uscivo molto presto per il nuovo giorno di scuola. Una delle caratteristiche di questa frequentazione è il continuo spiazzamento, così oggi per circa 40 minuti ce ne siamo andati in giro per il quartiere, là dove la città sparisce e gli alberi si affacciano sui prati e sulla ferrovia, i cortili respirano con gli alberi e aspettano, abbiamo fatto questa passeggiata solitaria e silenziosa, ciascuno per proprio conto, a favore della pace. Consapevoli che si tratta di una testimonianza più che di un’azione, ma di una testimonianza che ha un suo senso e una sua forza. Proprio mentre camminavo mi è venuto in mente che possiamo desumere gli anni di pace in cui ha vissuto una terra proprio osservando l’altezza e la maestosità degli alberi. Gli alberi sono creature della pace e del vento. Crescono solo dove la guerra non c’è, così come noi umani cresciamo e respiriamo dove la guerra non c’è. Mentre guardo gli alberi pieni di gemme, foglioline e nidi di uccelli canterini, anche le rondini mi sfrecciano di nuovo sulla testa e scrivono nel cielo la partitura di questa giornata tutta nuova e misteriosa che andremo svelando ora dopo ora.
Ci saranno un nuovo
inizio, una nuova speranza
La pace è linfa, è nutrimento.
Non vedi come cambia l’albero
se cresce in questa assenza
di conflitti? Dove il nome
del conflitto diventa guerra
gli alberi arretrano e si
disperano, tutte le creature
si disperano, ma non tutti
noi umani, perché ci sono
gioie sconosciute negli occhi
di chi ama la violenza e il sangue.
Mi fermo a riposare sotto un albero,
lo chiamo per nome, osservo le
foglioline miti e verdi, tenere, ricordo
le consorelle dell’autunno scorso
che danzavano nell’aria prima
della caduta. Erano rosse e
marroni, gialle. Il verde era
solo il ricordo della stagione
finita. Ma ci sono le foglie nuove
e la guerra finirà. Ci saranno
un nuovo inizio, una
nuova speranza.
Oggi è domenica 10 aprile del terzo anno senza Carnevale
e del prima anno di guerra e questa Cronaca 763 ha fatto il nido insieme alle
rondini.
lunedì 3 gennaio 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/666. Sotto un cielo pieno di stelle danzano le rose
Che
numero inquietante per questa nuova Cronaca di un altro giorno che assomiglia a
quello che lo ha preceduto, le stesse notizie, le stesse inquietudini, il
secondo capitolo del film L’era glaciale,
altri due ripiani della libreria sistemati, libri spolverati e selezionati
insieme a un po’ di DVD. Sono uscita a fare una passeggiata e la città è ancora
deserta, tranne che per le code fuori dalle farmacie. Il mio amico meccanico mi
ha raccontato di essere stato in montagna ieri e c’erano diciotto gradi e che
mai era riuscito a fare un giro in moto ai primi di gennaio da quelle parti. Dunque
sono passati 666 giorni dal primo lockdown e chi se lo aspettava a quel tempo? È
stato quel giorno che ho deciso di iniziare a scrivere queste Cronache, più per
tenere insieme i ricordi del mondo che era stato che per rendere testimonianza
di quello che stava accadendo. Così ho continuato a scrivere di tutto, racconti
brevi, poesie, testimonianze, favole di Natale e di Capodanno, incipit di
racconti lunghi e, forse, di nuovi romanzi. È un appuntamento che non ho mai
saltato anche se diventa sempre più faticoso trovare il filo di un discorso che
abbia per me un senso, un discorso che non sia ripetizione ma che mi aiuti a
dire cose nuove anche se non è la prima volta che le racconto.
Cercare le lucciole anche nel cuore dell’inverno
C’è un
cielo pieno di
stelle
sopra di noi, lo
vedi? Anche
se è pallida
l’ombra
della casa, non
smettere
di ricordare
com’era
affacciarsi ogni
mattina
allo stesso balcone
e
vedermi in giardino a
raccogliere
le rose che
avevi
piantato per me
in
quella stagione lontana
dove la
rosa e la sua ombra
erano
prima di tutto una poesia
e poi
qualcosa di tangibile
e
profumato nel mondo
reale.
Vieni, vieni adesso
a
danzare con me nel buio
e non
smettere di cercare
le
lucciole anche nel cuore
di
questo inverno che è
appena
iniziato, di questo
amore
che non è mai finito.
Di una
cosa sono grata a questi giorni strani, a questa vita compressa, a queste
Cronache che mi costringono ogni giorno alla scrivania, sono grata alla poesia
che viene e resta con me e si lascia domare come un puledro selvaggio e profuma
di rose appena raccolte e brilla come un cielo di lucciole e stelle, come
questa Cronaca 666 di lunedì 3 gennaio del terzo anno senza Carnevale.
domenica 19 dicembre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/651. Un grande talento per la solitudine e il silenzio
Storie dell’Avvento/12. Dove una donna pensa
e guarda la superficie scintillante del lago ghiacciato
Tutto era bianco e scintillante intorno alla
casa, così decise di uscire a fare una passeggiata sino al lago. Era coperta
come solo in quel luogo era necessario fare, aveva messo anche occhiali da sole
e un berretto di lana multistrato e multicolore. L’aria era cristallina e
pungente, le piaceva godersi tutto quel nitore, compreso il suono meraviglioso
di quella parola e le immagini che subito le evocava. Sentiva la neve
scricchiolare sotto i suoi passi e candele di ghiaccio erano appese ai rami
verdi dei pini e ai rami spogli delle betulle. Se i pini facevano tanto Monti Adirondacks,
le betulle la trasportavano nella steppa siberiana e avrebbe voluto avere una
slitta trainata dai cavalli, coperte di pelliccia e una meta difficilissima da
raggiungere. Non fu difficile arrivare al lago, la superficie era ghiacciata e
scintillante come le rive intorno. Un viaggiatore inesperto avrebbe potuto non
accorgersi di essere arrivato a camminare sulla superficie dell’acqua, ma lei
conosceva quel luogo dai tempi dell’infanzia, poteva muoversi alla cieca,
riconoscere gli alberi dalla corteccia, la stagione dal profumo dell’aria. Non
era la prima volta che andava a rifugiarsi da sola nel capanno costruito dai suoi
nonni, ereditato da sua madre e poi ceduto a lei, quando la donna si era
trasferita a vivere all’estero con il secondo marito, dieci anni dopo essere
rimasta vedova. Era davvero il luogo dell’infanzia, dei giochi sfrenati
d’estate, del nonno che le insegnava l’arte paziente della pesca, della nonna
che le insegnava a intrecciare ceste e a raccogliere bacche e frutti di bosco
che diventavano squisite marmellate e crostate indimenticabili. Si fermò a
riflettere di quanto le piacesse usare gli aggettivi anche quando pensava. Era qualcosa
che faceva d’istinto, sapeva che ogni sostantivo poteva brillare di maggior
luce con accanto i giusti aggettivi. Sul lago Moran aveva trascorso i dieci
anni felici dell’infanzia, in ogni stagione c’erano cose interessanti da fare,
oltre alla pesca, nuotare e andare in canoa d’estate, raccogliere funghi e
pigne in autunno, usmare i germogli in primavera, raccogliere i bucaneve,
appiccicarsi le dita con le resina delle conifere e con il miele dei favi che
erano sfuggiti agli orsi che abitavano nel fitto della foresta, così si diceva,
ma che lei non aveva mai visto. L’anno in cui morì suo padre, a causa di un
banale incidente d’auto, mamma si rifugiò con lei nel capanno per tutta l’estate,
perché non voleva vedere nessuno, perché il dolore rende ancora più fragili e
vulnerabili, bisogna proteggersi dal mondo e dai finti amici che del dolore
altrui si nutrono. Proprio così le aveva detto mamma, anche se non aveva fatto
nomi in merito, e questa affermazione aveva nutrito in lei una naturale
diffidenza nei confronti degli altri esseri umani. Nonna le diceva che aveva un
carattere da gatto, e di fidarsi del suo istinto. Per questo aveva deciso di
non portare mai nessun uomo a trascorrere del tempo con lei nel capanno. Anzi,
la maggior parte di quelli con cui ebbe una relazione neanche lo avevano saputo
che quando spariva andava a rifugiarsi laggiù, solo pensavano che lei fosse in
viaggio per lavoro. L’altra cosa che nessuno di quegli uomini sapeva, e solo
poche, fidatissime amiche conoscevano, era che lei fosse una scrittrice tra le
più vendute del paese. Aveva scelto un nom de plume all’inizio della carriera,
quando ancora non sapeva bene cosa davvero le piacesse fare nella vita. A vent’anni,
dieci anni dopo la morte del padre, sola nella grande casa del Village, aveva
iniziato a scrivere racconti e a inviarli a tutte le riviste che conosceva, cui
era abbonata sua madre, grande lettrice e donna curiosa. Aveva specificato
nelle lettere di accompagnamento di voler essere pubblicata con il nome di Sylvia
Parker Bishop, il nome e i cognomi di tre delle autrici più amate. Non aveva
alcun istinto per il suicidio, né per l’autodistruzione, due tentazioni che
sembravano imprescindibili dal talento letterario, ma aveva un grande talento
per la solitudine e per il silenzio. Questo faceva per lei la differenza,
questa era la cifra della sua scrittura. Ai racconti della ricca e interessante
vita della sua città, alternava storie di viaggio, di fughe e di ritorni. La maggior
parte della gente voleva scappare dalla propria vita, lo aveva imparato stando
seduta per ore nel bistrot vagamente parigino dove passava il tempo ad
ascoltare i vicini di tavolo fingendo di stare leggendo, o a scrivere quei racconti
scintillanti, sì proprio scintillanti, che rendevano giustizia all’atmosfera
dell’ambiente artistico della capitale del mondo e allo spirito del tempo. Erano
ancora gli anni Ottanta del Ventesimo secolo, l’adrenalina dei due decenni
precedenti ancora scorreva nelle vene delle persone e delle città. Il male
sarebbe arrivato nei decenni successivi, l’epidemia di AIDS, le guerre in Iraq
e Afghanistan, l’attentato alle torri gemelle, la crisi finanziaria, le ondate
migratorie che premevano sui confini, gli uragani fuori stagione, poi la
pandemia, arrivata come un assassino invisibile in un romanzo che sembrava di
color rosa e non lo era. Anche le sue storie sembravano storie di famiglie e
persone felici, ma non lo erano mai davvero, mai tutti, mai insieme. Succedeva sempre
quella piccola cosa, Anna Karenina che nota le orecchie del marito o Gabriel
che sente la neve cadere alla fine di Gente
di Dublino. Con gli anni era diventata un’esperta anche nel fare bilanci
sommari e sempre provvisori della sua vita e le riusciva proprio bene. Cominciava
ad avere freddo e decise di tornare al capanno.
Oggi è domenica 19 dicembre del secondo anno
senza Carnevale e questa scrittrice misteriosa è venuta a cercarmi questa
mattina, mentre ero ancora intrappolato in un affollato dormiveglia. Così ho
deciso di condividere con questa Cronaca 651 le sue riflessioni in riva al
lago.
domenica 12 dicembre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/644. Quando le storie arrivano da non si sa dove e neanche si presentano
Storie dell’Avvento/5. La vecchia e lo gnomo del giardino
Aveva smesso di piovere durante la notte, se
ne era accorta perché il silenzio l’aveva svegliata. Le previsioni dicevano che
ci sarebbe stato il sole e sole fu. I platani e gli ippocastani erano nudi,
mentre resistevano ancora manciate di foglie gialle e rosse sugli aceri.
Sembrava che quegli alberi rifiutassero di accettare che la stagione fosse
ormai prossima all’inverno. C’erano addirittura due foglioline verdi, deboli e
già stropicciate, che non sarebbero sopravvissute alla prima gelata. La donna,
né giovane, né vecchia, ma più vecchia che giovane, uscì a passeggiare in
giardino. Le lunghe gonne marroni, che d’inverno indossava a strati, uno
sull’altro, spazzavano il sentiero e le foglie secche. Forse aveva iniziato a
rimpicciolire come accadeva agli anziani, forse avrebbe dovuto accorciare gli
orli. Intanto che camminava, spostava con la punta del bastone foglie morte e
sassi. Si poteva giocare alla morra cinese con foglie, sassi e un bastone? Chi
avrebbe vinto chi? Quando arrivò al suo acero preferito, il più alto, grande e
vecchio di tutto il giardino, vide che su di lui di foglie non ce n’erano più.
Di lui poteva fidarsi per valutare l’andamento delle stagioni. Se non c’erano
più foglie, l’inverno era arrivato. Quando avrebbe letto i primi germogli tra
la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, sapeva che in un mese e mezzo tutto
sarebbe esploso nella nuova fioritura. Fu mentre girava intorno all’albero,
piccolo rito che compiva tutti i giorni, vide accanto alla panchina, che
d’estate beneficiava dell’ombra dell’acero, uno gnomo da giardino con la faccia
arrabbiata che qualche buontempone le aveva lasciato lì. Forse era un gioco,
portare un nano in giro e fotografarlo, magari poi se l’erano dimenticato. Quando
si avvicinò per guardarlo meglio, le sopracciglia del nano si aggrottarono
ancor di più, lo sguardo si alzò verso di lei e un’invettiva tonante uscì da
quel petto largo che avrebbe meritato altre spalle e altre gambe. “Vrsmhl@#!!” “prfrs@@##!!!”.
Benché non avesse capito un accidente di quelle parole, pronunciate in chissà
quale lingua, si rese conto che l’omino si sapeva comunque esprimere con sufficiente
chiarezza perché stava indicando la giubba verde senza diversi bottoni, i
gomiti lisi anche sulle toppe, il cappello da gnomo, verde con una coccarda
rossa, tutto sfilacciato, i pantaloni all’inglese strappati in più punti e
anche gli stivali erano malmessi e di sicuro non lo proteggevano dalla pioggia.
Ci mise meno di un istante a decidere, fece cenno allo gnomo di seguirla e si
incamminò verso casa. Saltellando e continuando a imprecare “Prul@@##!
Csss##@@!”, il mancato nano da giardino camminava e saltellava come fanno i
bambini e tenne il suo passo. Quel che la donna ancora non sapeva era che, per
essere uno gnomo, era ancora molto giovane, poche centinaia di anni appena,
anche se doveva essersi allontanato da parecchio dalla sua famiglia, visto com’erano
malmessi i suoi abiti. La donna guardò con occhio critico anche le sue vecchie
gonne marroni, la giacca lisa e sfilacciata, sentì i capelli sfuggiti allo
chignon che ricadevano in ciocche disordinate sul collo e intorno al viso, si
vergognò del fazzoletto che metteva per uscire quando non aveva voglia di
pettinarsi. Cosa mangiavano gli gnomi? Bacche, felci, funghi crudi? Mentre si
poneva le oziose domande, il nano era salito in piedi su una sedia e stava
guardando con occhi languidi, il ciambellone con la granella di zucchero che lei
aveva sfornato il pomeriggio precedente. Così ne tagliò una fetta abbondante
per l’inaspettato ospite e andò alla cucina economica per scaldargli una tazza
di caffèlatte. Ma, accipicchia! Non aveva fatto in tempo a girarsi che la
fettona di ciambellone era già sparita nella pancia dello gnomo. Aspettò di
servirgli anche la bevanda prima di tagliarne un’altra, ma lui fu più lesto e
si impadronì della metà torta restante e in quattro bocconi la inghiottì.
Accipicchia! Esclamò la vecchia! Ma da quanto tempo non mangiavi? “Fffreupr@@##!!!”,
sì doveva essere proprio tanto tempo. Visto che era ancora in piedi sulla
sedia, Emma si avvicinò e, lesta quanto lui, estrasse dalla tasca della gonna
il suo centimetro da sarta arrotolato e gli misurò le spalle, la lunghezza
della braccia, la lunghezza della vita e della schiena, la circonferenza delle
braccia, del torace, della pancia e della vita. Lo gnomo guardò in silenzio
mentre lei gli prendeva le misure. Quando gli fece cenno di sollevare la giubba
per misurare la lunghezza del cavallo dei pantaloni, riuscì anche ad arrossire
e chiuse gli occhi. Lei sorrise, non erano molti i maschi così pudici, di
solito si offrivano sfrontatamente alle sue mani, ma lui no, lui era diverso. Sotto
la giubba c’erano anche un gilet verde e rosso, sopra una camicia e una
canottiera di lana. Sotto i pantaloni portava di sicuro dei mutandoni di lana, perché
così si usava in quei tempi. E anche dei calzettoni di lana grezza che dovevano
fargli prurito sotto ai vecchi stivali. Prima che lui ricominciasse a
imprecare, mise a scaldare un pentolone d’acqua per fargli fare il bagno e andò
nel ripostiglio a cercare quegli stivali da ragazzo che non sapeva neanche più perché
fossero lì. Allo gnomo si illuminò lo sguardo quando vide le calzature nuove e
quando lei gli indicò la bagnarola pronta a essere riempita, fece per
protestare, ma poi cambiò idea e fece cenno di sì con il testone che non teneva
più ciondoloni ma che stava ben ritto sul collo. Dopo avere riempito la
bagnarola, la schermò con il paravento che teneva chiuso in un angolo, mise in
mano all’ometto un pezzo di sapone di Marsiglia e un grande telo da bagno e gli
fece cenno di andare nella vasca. Lo gnomo obbedì senza fiatare.
Curiosi di sapere cosa succede poi? Anch’io e
lo scopriremo domani, per oggi, domenica 12 dicembre del secondo anno senza
Carnevale dobbiamo accontentarci dell’inizio di una nuova storia. Questa
Cronaca 644 ridacchia, perché pensa di sapere cosa accadrà domani. Ma lo sa
davvero? Intanto che vada anche lei a farsi un bagno prima di andare a dormire.
lunedì 29 novembre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/631. Alla finestra insieme al maestrale, vediamo meglio ogni tramonto
Girare il tempo come fosse un foglio, ogni giorno una pagina, cercare almeno un’immagine per ricordare com’era. In tutto quel vento di questa giornata, l’immagine per me è quella di una portinaia che spazza la soglia di un garage, cercando di ammucchiare le foglie degli aceri che abitano nella via. A ogni colpo di ramazza, dove lei è riuscita a fare un mucchietto, segue una folata di vento gelido, se ho capito la rosa dei venti quello odierno è il vento di maestrale. Un vento che non lascia scampo alla nuvole e alle ombre. Tutto riluce e splende e brilla. Nel giardino a risplendere sono i melograni e i cachi, mentre le foglie sono quasi tutte cadute anche qui, nella terra ai piedi delle Montagne della Nebbia.
Quando
il vento lascia cadere papaveri e spighe
In quanto tempo il frutto
diventa inverno? Dalla ringhiera
ho teso la mano e il frutto
era una mela, la conoscenza
originaria e il paradiso non
più solo un’ipotesi. Ho teso
la mano e ho colto un fico,
era l’estate, l’ultima estate
prima dell’inverno del nostro
scontento. Poi ho teso ancora
la mano che non era più forte
e il tempo mi ha consegnato
un melograno. Allora sono scesa
nell’Ade in cerca di compagnia e
Persefone ricamava rose sul bordo
di un lenzuolo e lui, lo sposo
infernale, batteva il ferro e
rovesciava gli occhi in preda
a una visione. Lei era in un campo
di grano con la madre e lasciava
cadere spighe e papaveri nel
campo letterario che avevo
arato. Era estate e in un momento
il frutto è diventato inverno. Dove
noi siamo qui, ora.
È proprio così, un momento siamo nel pieno
delle forze e della giovinezza, una folata dopo sentiamo le forze affievolirsi
e un’altra età affacciarsi alle nostre membra. Così dalle finestre del nostro
corpo vediamo meglio il tramonto che l’alba. Ma questo non muta il nostro stato
d’animo, siamo pieni di gioia e di gratitudine per avere vissuto un’intera
giornata sospinti, toccati e stimolati da tutto quel vento. “Anche noi
risplendiamo in questa luce”, mi dice la Cronaca 631 di lunedì 29 novembre del
secondo anno senza Carnevale.
lunedì 22 novembre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/624. Immaginazione dei colori e delle stagioni
Come parlano tra loro le stagioni? E se parlano lo fanno solo perché sono contigue nel tempo o anche per altre vie? Me lo chiedevo oggi mentre camminavo nella limonaia e mi fermavo a guardare i frutti maturi, gialli e profumati, pronti per essere raccolti. Così ne ho presi alcuni e li messi nel cestino che tenevo al braccio e sono tornata a casa. Ho scelto un piatto di ceramica blu e verde acquistato in Sicilia nel secolo scorso e ho subito sentito il profumo dei limoni diffondersi nell’aria. Ho accesso il fuoco e messo a bollire l’acqua per preparare il tè. La luce iniziava a scemare e sono rimasta alla finestra sino a quando il buio non si è impadronito di tutto il cielo, l’acqua era diventata troppo tiepida e così ho riempito di nuovo il bollitore e riacceso il fornello. Tutti i colori nella stanza sembravano convergere verso i limoni e ho capito, in quel momento, che le stagioni si parlano attraverso i colori. Il giallo colore dell’estate arriva all’inverno con i limoni. Così inverno e autunno, che pure conosce da vicino l’estate, decifrano i sussurri dell’estate grazie al giallo dei limoni. E il bianco lattiginoso delle nuvole invernali e la neve, arrivano all’estate e alla primavera grazie ai fiori bianchi che sbocciano anche nella neve. Mi piace questa immaginazione dei colori e delle stagioni, potrei andare avanti per pagine e pagine, ma è più divertente se ognuno di voi catturerà con gli occhi e la fantasia le conversazioni che più gli si addicono.
Portare
la nostra mente nelle terre meridionali
Guardo i limoni e subito
il poeta si manifesta, ma
non sono le sue parole che
voglio dire qui. Qui cerco
un profumo e un segreto
che i limoni hanno custodito
e che nessuna lingua umana
potrà dire senza che la bocca
e il naso siano presi da questi
frutti e possano così portare
la nostra mente nelle terre
meridionali dove siamo già
stati e ricordare come l’inverno
sia, prima di tutto, uno stato
d’animo e poi una stagione.
Mentre mi sono persa a inseguire i limoni e
il loro profumo, è arrivata anche l’ora di cena e così metto sul fuoco un
minestrone verde di broccoli e cavoli, arancione di zucca e carote. Il profumo
più forte resta quello della legna che arde nel focolare e così, intanto, che
il fuoco scalda e cuoce, inizio a sistemare le foglie raccolte i giorni scorsi
nel grande quaderno per farle essiccare. Hanno colori meravigliosi e porteranno
all’estate che verrà tutto il rosso, l’arancione e il giallo che le serviranno.
Anche questa Cronaca 624 di lunedì 22
novembre del secondo anno senza Carnevale sta selezionando le sue foglie
preferite e, quando mi alzo per prendere i pennarelli, come se niente fosse mi
rubacchia un paio di foglie davvero belle, rosse e nere. Faccio finta di
niente, anche questa Cronaca birichina sa che tutto resterà nella nostra casa
comune.
venerdì 12 novembre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/614. Prepararsi da oggi alla luce che ritornerà
È diventato tutto giallo il mondo intorno, giallo e un po’ nebbioso. Nella città non ancora silenziosa hanno già cominciato ad appendere le lucine di Natale, ben prima della festività di Sant’Ambrogio, e tutti i Natale degli anni passati fanno capolino con dolcezza e portano ricordi di bei momenti. Sono consapevole che molte persone non amino le festività natalizie, la gente si deprime e si scoccia di dover rivedere parenti che magari non sopporta, di dover comprare regali e mostrarsi allegra. Rispetto i mugugnosi spiriti contrari del Natale, ma io trovo che in un tempo secolarizzato e disincantato come il nostro sia importante continuare ad avere dei momenti rituali di condivisione e festa. Soprattutto in questo secondo anno di pandemia la cui fine è persa nelle nebbie del futuro, se mai finirà.
Come già tutti sappiamo la festa cristiana
della Natività si è andata a incastonare su festività pagane ben più remote,
quando si festeggiava sia il solstizio, cioè il cuore dell’inverno, che la luce
che proprio da questo giorno ricomincia ad aumentare. Queste sono le settimane
più buie dell’anno e rallegrarle con luci artificiali, candele e pasti
preparatori delle feste fa bene allo spirito. Per quanto riguarda i regali da
molti anni con famiglia e amici, abbiamo scelto di scambiarci regali simbolici,
siamo la generazione che ha tutto, e di riversare i regali solo sui piccoli e
giovani, e di concederci poi delle belle cene in ristoranti di un certo
livello, quelli dove si va a festeggiare qualche occasione importante perché il
costo è molto alto. Dal canto mio, sono anni che regalo praticamente solo
libri, scatole di cioccolatini, maglioni, guanti e profumi e lo stesso farò
quest’anno. Gli anni d’uso possibili sono una delle discriminanti che mi
portano a scegliere. I libri è inutile che spieghi il perché, da sola credo di
sostenere da decenni una rilevante fetta del mercato editoriale mondiale,
maglioni e guanti perché sono tipicamente regali invernali. E i profumi? I profumi
sono legati ai ricordi d’infanzia, quando mio padre usava un buonissimo dopo
barba e mia madre i profumi che lui le regalava per le ricorrenze insieme ai
Baci Perugina e ai Mon Chéri, meglio se confezionati in una scatola a forma di
cuore. Le nostra memoria olfattiva è la più potente e mi basta odorare anche
una vecchia boccetta di un profumo noto, che miriadi di ricordi vengono a
bussare nel mio teatro interiore. Ma non sono solo i profumi cosmetici che
abitano gli anfratti della nostra memoria.
Dall’aria alla memoria
Il basilico profuma d’estate
e orto calabrese, i limoni
di giardino e attesa. Profuma
di pomodoro la cucina in
ogni stagione, profuma di
mele la tavola e di caffè,
zucchero e anice la dispensa.
Profuma di pane la strada,
di patate arrosto la domenica
mattina, di zabaione tiepido
i giorni della febbre, di
cioccolata in tazza i pomeriggi
d’inverno. Profuma di legna
bruciata la casa in campagna
e di sale e mirto quella al mare.
Profuma di tè bollente ogni
pomeriggio d’inverno e
di ogni profumo brilla il tuo
ricordo madre, emerge
la tua pelle liscia e ben
rasata padre. I profumi
sono ricordi che dall’aria
traslocano in noi e non
se ne vanno più via.
Così oggi, venerdì 12 novembre del secondo
anno senza Carnevale, inizio a pensare all’albero di Natale, alle decorazioni,
ai giorni passati e a quelli che verranno. Nel cuore dell’inverno festeggiamo,
noi che possiamo, l’essere vivi, al riparo con un tetto sulla testa, con cibo
sulla tavola e nella dispensa, con l’amore di famigliari e amici, insieme, nell’attesa
che la luce torni a essere lunga e scacciare la paura del buio. Anche questa
Cronaca 614 lo sa e sta cercando in ripostiglio gli addobbi e le lucine.
giovedì 11 novembre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/613. Costruire la primavera intorno alle anime nascoste nell’autunno
Nel mondo che non è il mio e allo stesso tempo lo è, vecchi e bambini si trascinano nella neve e sopravvivono con abiti dismessi, secchi di latte appena munto da pietosi contadini.
Nel mondo che è il mio, nella città mai più silenziosa, ho visto uccelli migratori disegnare il cielo e poi svanire dietro i grattacieli, ho visto le foglie diventare gialle in pochi giorni e prepararsi tutte insieme alla caduta.
Nel mondo che è il mio e non lo è, raffinati
intellettuali si accapigliano su segni, simboli e pronunce per far diventare la
lingua più inclusiva. Allo stesso tempo uomini anziani discutono del perché le
donne siano discriminate nel mondo del lavoro.
Nel mondo che è il mio un astuto imprenditore,
che ci ha già rinchiusi nel suo mondo di volti e amici, si prepara, forse, a
rendere le gabbie ancor più raffinate. Saremo tutti prigionieri in un
metauniverso dove i corpi saranno sempre più altrove, mentre le menti si
azzufferanno e insulteranno e la pubblica gogna sarà sempre più normale.
Nel mondo che è il mio le donne continuano a
sobbarcarsi lavoro per guadagnare e lavoro per la cura dei figli, della casa,
dei genitori. Le donne non fanno altro che lavorare e la definizione di
qualunque vita femminile passa attraverso definizioni decise da altri e volte a
controllarle. Il mondo del lavoro è ritagliato ancora a misura del maschio che
non ha altra preoccupazione che pensare a lavorare. Solo sparute minoranze di
uomini condividono il peso della vita quotidiana con le compagne e con le loro
madri e sorelle.
Potrei continuare per pagine, nel furore
sociologico e antropologico che mi prende ogni tanto, a elencare come sono i
mondi che sono e non sono il mio.
Viviamo tutti in una molteplicità di mondi,
di memorie e di immaginazioni, anche se per la maggior parte del tempo non ci
pensiamo. La grande differenza, rispetto al passato, sono le continue
sollecitazioni che arrivano dai social che si sono sommate nell’ultimo decennio
a quelle della televisione e dei giornali.
Forse siamo più informati, forse siamo in
grado di ragionare e scegliere con maggiore consapevolezza, ma la mole di
informazioni, opinioni e immagini ci sovrasta, ci schiaccia e ci allontana
dalla dimensione minuscola del mondo e delle persone di cui possiamo realmente
occuparci nella nostra vita quotidiana. Rendermi conto di questa dimensione non
ha rimpicciolito il mio mondo e le mie azioni. Anzi, lo ha allargato e mi fa
guardare e agire con maggiore compassione e gentilezza. Avere cura del mondo
comincia dai piccoli gesti della vita quotidiana, dall’aiuto concreto, da un
sorriso, da un saluto, da una telefonata a qualcuno con cui abbiamo litigato e
che avevamo deciso di non vedere mai più. Il mai più è uno degli orizzonti
della nostra vita, ma non l’unico possibile.
Sapere
che le anime e i giardini si assomigliano
Non so quando sia stato
l’ultimo saluto, com’eri
vestita l’ultima volta che
ti ho parlato. Ricordo molto
bene cosa hai detto e
cosa non hai fatto, è questa
frattura tra le parole e
i gesti a segnare il tempo
dell’amicizia, il prima e
il dopo. Ma le fratture si
possono ricomporre, bisogna
solo ricordarsi che le anime
e i giardini si assomigliano
proprio tanto e non è
facile averne cura.
Oggi giovedì 11 novembre del secondo anno senza Carnevale è stata una giornata di riflessioni sulle relazioni tra le persone, sui mondi molteplici in cui ciascuno di noi vive e sulle amicizie che, a volte, cadono in letargo come le marmotte e gli orsi e bisogna costruirgli una primavera intorno per stanarli e farli tornare alla vita, come ben sa questa ingegnosa Cronaca 613 che sta ancora lavorando in giardino.
venerdì 29 ottobre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/600. Siamo ancora qui, nel vortice delle stagioni e delle ripetizioni
I bambini sciamano fuori da scuola come ogni giorno alle 16.30 e mi ritrovo circondata da streghe, orchesse e vampire. Sono soprattutto le bambine a essere già mascherate per Halloween, un ritorno del Carnevale fuori stagione, e sono deliziose. Il sole di ottobre continua a non dare tregua, fa troppo caldo nella città mai silenziosa per essere arrivati ormai alla fine del mese, le foglie ormai cadono a legioni e l’aria è ancora così dolce, almeno qui. In questa atmosfera sto leggendo e scrivendo storie di fantasmi e di revenant, rileggo il nuovo romanzo, faccio correzioni e variazioni.
Quando le stelle si
affacciano nel cielo ancora chiaro
Quando
arriva la fine
di
un mese vedo i suoi
giorni
scivolare nel grande
cerchio
del tempo passato,
mentre
i giorni che verranno
sono
come pane ancora nel
forno.
Forse per questo l’aria
ne
ha il profumo stamane,
insieme
a quello delle foglie
cadute
e delle pozzanghere
che
evaporano al sole. Vita
vorrei
saperti dire con parole
diverse
e nuove, ma forse
all’autunno
si adattano meglio
le
ripetizioni e i ritorni.
Vivere
è questo, tornare
nello
stesso luogo e sapere
che
è sempre uguale, sempre
diverso.
Cadete mie foglie
ottobrine
e tornate presto
quando
sarà primavera,
cadete
e guardate come
brilla
il sole, come le stelle
si
affacciano nel cielo
ancora
chiaro.
Per la Cronaca 600 (Seicento!) di venerdì 29 ottobre del secondo anno senza Carnevale, avrei voluto scrivere cose nuove e meravigliose. Invece ho scritto di cose vecchie e meravigliose, presa nel ciclo delle ripetizioni, nel vortice delle stagioni.
martedì 26 ottobre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/597. Quando si muovono nuvole e tempeste
Dire
acqua è dire mare, nuvole, pioggia. Le forme dell’acqua, che non ha forma, sono
quanto di più affascinante possiamo ammirare in natura. L’acqua, in forma di
pioggia, è l’unico elemento che cade sulla terra dal cielo e al cielo può
ritornare. Alle foglie non è dato questo privilegio, che ha un prezzo, cioè l’impermanenza
delle nuvole. Niente è più effimero, meraviglioso e celestiale di una nuvola. È
fatta di vapore acqueo, il vento può disperderla, così come il calore. Ma può
diventare pioggia e riscattare la sua bellezza dissetando la terra, quando è
benevola, portando devastazione e morte, quando non lo è, così come sta
accadendo nella provincia di Catania in queste ore. È un terra bellissima
quella, di cui ho solo buoni ricordi e che ho visto in tutte le stagioni, ma
sempre con un clima mite e paesaggi meravigliosi. Faccio fatica e mi addolora
immaginare la devastazione in città, sulle colline circostanti, nei
meravigliosi paesini della cintura etnea: Biancavilla, Pedara, Trecastagni,
Zafferana, Belpasso, Linguaglossa, Acireale e Aci Castello, San Giovanni La
Punta, Sant’Agata li Battiati, Bronte. Li ricordo bene, sono stata in quasi
tutti, in anni lontani di felicità giovanile. Erano belli i luoghi, le persone,
i paesaggi, il cibo, il profumo di eucalipti e zagare nell’aria, gli alberi del
pepe, gli ibischi dalle mille sfumature di rosso e di bianco, le bouganville rosa
e rosa.
Anche
le nuvole avevano sfumature rosa all’alba e al tramonto, quando le guardavo e
non c’era bisogno di indovinare per sapere che non c’era pioggia lassù, ma solo
bellezza in movimento.
Ma
non amo solo le nuvole, amo anche la pioggia e la neve, acqua cadente e acqua
gelata. Un pomeriggio di pioggia evoca l’autunno, un temporale l’estate, una
pioggerellina la primavera e la neve ci porta nel cuore dell’inverno, sospesi
tra dicembre e le sue feste e gennaio, il mese più lungo e freddo dell’anno.
Quando
l’acqua si raccoglie in grande quantità dopo la pioggia, o quando la neve si
scioglie, ruscelli, torrenti e fiumi corrono verso il mare, verso il nostro
bellissimo Mediterraneo, uno dei luoghi benedetti dagli dèi.
Se la pioggia canta
con le voce delle sirene
Porto
con me poche
gocce
di pioggia che
ho
raccolto dalla mia
finestra,
perché non era
pioggia
destinata a
diventare
fiume o mare,
con
me la porto per
cambiare
una forma
in
un’altra che non era
data.
Anche se sono
molte
le regine che
muovono
nuvole e
tempeste,
ho avuto io
pure
questa licenza oggi
nel
pomeriggio e così
posso
portare la mia
pioggia
nel tuo mare
e
stare a vedere cosa
succede.
Parleranno
la
stessa lingua? Come
si
parleranno, se un’acqua
è
salata e l’altra cittadina?
Verso
le gocce nella mano
a
conca, poi mi chino e piano
scendo
sotto la superficie
dell’onda
e vedo una sirena
passarmi
accanto, ancora
non
sento la sua voce, ma
so
che è alle mie gocce
che
sta cantando.
Mi
piace riscrivere cose già scritte, mi piace dire poeticamente cose che sanno
già tutti. Per questo scriverò ancora del mio amore per la pioggia, le nuvole e
il mare.
Oggi
è martedì 26 ottobre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 597
corre con le nuvole e scherza con la pioggia, è dispettosa come il vento e di
nuovo corre a saltare nelle pozzanghere.
lunedì 25 ottobre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/596. Danzare intorno al fuoco, recitare poesie a memoria
La terra è sabbia, bianca, rosa, nocciola, grigia, in riva a mari e oceani. La terra è fango dopo la pioggia, è bello saltarci dentro come si faceva da bambini. La terra è nido dei semi, nutrimento degli alberi e dei fiori. Una delle esperienze più appaganti è mettere a dimora le piantine di pomodoro, basilico, zucchine, peperoni e melanzane, le insalate e le altre erbe aromatiche. È bello affondare le mani nude nella terra, sentire l’aroma che si sprigiona e l’invisibile legame con chi ha compiuto o sta compiendo i medesimi gesti, con quella stessa terra, in un altro tempo. La terra non malleabile la chiamiamo pietra, sasso, macigno, se è molto grande sarà una collina o una montagna. Con la terra impastiamo l’acqua per farne anche mattoni che con la pietra e il legno sono gli elementi di base delle nostre abitazioni. Se facciamo incontrare la sabbia al fuoco ecco che potrebbe nascerne del vetro, vetro trasparente che la luce attraversa sino ad arrivare alle foglie. Mi sorprende sempre sentire come gli elementi siano in profonda relazione tra loro e possano diventare oggetti per la creazione della poesia. Il poeta assomiglia all’alchimista perché crede nelle proprietà segrete della materia e nel potere evocativo della parola, così nascono le poesie, materia e parola che danzano intorno al fuoco delle immagini.
Nascere dove il fuoco
starà bruciando
Il
fuoco, proprio quel
fuoco,
è acceso e brucia,
ci
chiama a danzargli
intorno,
presi nella vertigine
della
materia e della parola.
Brillano
tra le fiamme, solide
e
fatte di vento, le immagini
che
abbiamo raccolto come
le
api fanno con il polline. Ora
è
piena la nostra arnia, possiamo
sciogliere
i dubbi e lasciare
alla
poesia di indicarci una
nuova
direzione, proprio ora
che
ci siamo smarriti, proprio
ora
che l’autunno soffia sulle
nostre
fiamme e chiama
l’inverno
a portarci nel luogo
bianco
dove non siamo nati,
dove
nasceremo se brucerà
ancora
tutto questo fuoco
di
scintille e immagini vere.
Ora
è la stagione della semina e poi del riposo, la terra ha accolto i semi del
grano, abbiamo raccolto la legna per affrontare l’inverno, guardiamo i
melograni splendere, quasi pronti a essere raccolti e ci chiediamo quanto sarà
freddo l’inverno che viene, quanto sapremo aspettare il ghiaccio e l’attesa, un’attesa
fatta di molte immagini e di poche parole.
Oggi
è lunedì 25 ottobre del secondo anno senza Carnevale e la sua Cronaca 596 danza
intorno al fuoco e recita poesie a memoria.