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giovedì 27 febbraio 2025

Mattina di febbraio


Dinnanzi al foglio bianco, è un po’ che aspetto
le parole. Che però non arrivano.
Non ottengo che, docili, si posino
sul quaderno e che dicano quel che ora
tento di dire: che questa mattina
il sole di febbraio gioca sopra
i tetti del quartiere, che in un cielo
così azzurro ci sono solo due
o tre nuvole bianche,
che suona mezzogiorno all'orologio
della parrocchia e allegro
un passero si posa all'improvviso
sulla ringhiera del balcone:
batte
le ali, saltella, col becco si liscia
le piume, guarda, inquieto,
di qua, di là, e, d’un tratto,
gaio riprende il volo nella luce del giorno.

Eloy Sánchez Rosillo
Las cosas como fueron
Traduzione di Francesco Dalessandro
Tusquets, 2004

martedì 21 maggio 2024

Adesso, guardando più chiaramente attraverso questo e quell’altro mondo e le sue stagioni, vengo anch’io guardata più chiaramente.

 (Quando l’autunno è passato e le foglie sono cadute dagli alberi e solo gli scuri sempreverdi conservano la loro chioma che è al tempo stesso riparo e ostacolo al passaggio della luce, ci accorgiamo di non essere mai stati soli nella foresta. Emergono le forme delle case, la gente che vive la propria vita quotidiana; c’è una nuova prospettiva delle distanze, la scoperta di orizzonti che non si sarebbero mai potuti scorgere in primavera e in estate, ma solo immaginare durante l’autunno. Guarda quegli alti camini che si alzano da fuochi che non sapevamo fossero mai stati accesi, eppure ardono, alimentati in segreto! Guarda i sentieri appena rivelati! Adesso, guardando più chiaramente attraverso questo e quell’altro mondo e le sue stagioni, vengo anch’io guardata più chiaramente. L’ambiente che mi circonda ha perso il suo travestimento; io stessa ho perso il mio. C’è persino la possibilità di nidi, nuovi o abbandonati, sul mio albero!)

Janet Frame

Un angelo alla mia tavola

traduzione di Lidia Conetti Zazo

Neri Pozza Editore 2010

domenica 10 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/763. Dove chiamo gli alberi per nome e il silenzio mi risponde

 

Sono tornate le rondini anche qui, nella città mai più silenziosa. A dire il vero già le avevo sentite ieri mattina, ma oggi le ho viste sfrecciare sopra il cortile mentre uscivo molto presto per il nuovo giorno di scuola. Una delle caratteristiche di questa frequentazione è il continuo spiazzamento, così oggi per circa 40 minuti ce ne siamo andati in giro per il quartiere, là dove la città sparisce e gli alberi si affacciano sui prati e sulla ferrovia, i cortili respirano con gli alberi e aspettano, abbiamo fatto questa passeggiata solitaria e silenziosa, ciascuno per proprio conto, a favore della pace. Consapevoli che si tratta di una testimonianza più che di un’azione, ma di una testimonianza che ha un suo senso e una sua forza. Proprio mentre camminavo mi è venuto in mente che possiamo desumere gli anni di pace in cui ha vissuto una terra proprio osservando l’altezza e la maestosità degli alberi. Gli alberi sono creature della pace e del vento. Crescono solo dove la guerra non c’è, così come noi umani cresciamo e respiriamo dove la guerra non c’è. Mentre guardo gli alberi pieni di gemme, foglioline e nidi di uccelli canterini, anche le rondini mi sfrecciano di nuovo sulla testa e scrivono nel cielo la partitura di questa giornata tutta nuova e misteriosa che andremo svelando ora dopo ora.

 

Ci saranno un nuovo inizio, una nuova speranza

 

La pace è linfa, è nutrimento.

Non vedi come cambia l’albero

se cresce in questa assenza

di conflitti? Dove il nome

del conflitto diventa guerra

gli alberi arretrano e si

disperano, tutte le creature

si disperano, ma non tutti

noi umani, perché ci sono

gioie sconosciute negli occhi

di chi ama la violenza e il sangue.

Mi fermo a riposare sotto un albero,

lo chiamo per nome, osservo le

foglioline miti e verdi, tenere, ricordo

le consorelle dell’autunno scorso

che danzavano nell’aria prima

della caduta. Erano rosse e

marroni, gialle. Il verde era

solo il ricordo della stagione

finita. Ma ci sono le foglie nuove

e la guerra finirà. Ci saranno

un nuovo inizio, una

nuova speranza.

 

 

Oggi è domenica 10 aprile del terzo anno senza Carnevale e del prima anno di guerra e questa Cronaca 763 ha fatto il nido insieme alle rondini.

lunedì 3 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/666. Sotto un cielo pieno di stelle danzano le rose

 


 

 

Che numero inquietante per questa nuova Cronaca di un altro giorno che assomiglia a quello che lo ha preceduto, le stesse notizie, le stesse inquietudini, il secondo capitolo del film L’era glaciale, altri due ripiani della libreria sistemati, libri spolverati e selezionati insieme a un po’ di DVD. Sono uscita a fare una passeggiata e la città è ancora deserta, tranne che per le code fuori dalle farmacie. Il mio amico meccanico mi ha raccontato di essere stato in montagna ieri e c’erano diciotto gradi e che mai era riuscito a fare un giro in moto ai primi di gennaio da quelle parti. Dunque sono passati 666 giorni dal primo lockdown e chi se lo aspettava a quel tempo? È stato quel giorno che ho deciso di iniziare a scrivere queste Cronache, più per tenere insieme i ricordi del mondo che era stato che per rendere testimonianza di quello che stava accadendo. Così ho continuato a scrivere di tutto, racconti brevi, poesie, testimonianze, favole di Natale e di Capodanno, incipit di racconti lunghi e, forse, di nuovi romanzi. È un appuntamento che non ho mai saltato anche se diventa sempre più faticoso trovare il filo di un discorso che abbia per me un senso, un discorso che non sia ripetizione ma che mi aiuti a dire cose nuove anche se non è la prima volta che le racconto.

 

 

Cercare le lucciole anche nel cuore dell’inverno

 

C’è un cielo pieno di

stelle sopra di noi, lo

vedi? Anche se è pallida

l’ombra della casa, non

smettere di ricordare

com’era affacciarsi ogni

mattina allo stesso balcone

e vedermi in giardino a

raccogliere le rose che

avevi piantato per me

in quella stagione lontana

dove la rosa e la sua ombra

erano prima di tutto una poesia

e poi qualcosa di tangibile

e profumato nel mondo

reale. Vieni, vieni adesso

a danzare con me nel buio

e non smettere di cercare

le lucciole anche nel cuore

di questo inverno che è

appena iniziato, di questo

amore che non è mai finito.

 

Di una cosa sono grata a questi giorni strani, a questa vita compressa, a queste Cronache che mi costringono ogni giorno alla scrivania, sono grata alla poesia che viene e resta con me e si lascia domare come un puledro selvaggio e profuma di rose appena raccolte e brilla come un cielo di lucciole e stelle, come questa Cronaca 666 di lunedì 3 gennaio del terzo anno senza Carnevale.

domenica 19 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/651. Un grande talento per la solitudine e il silenzio

 

Storie dell’Avvento/12. Dove una donna pensa e guarda la superficie scintillante del lago ghiacciato

 

Tutto era bianco e scintillante intorno alla casa, così decise di uscire a fare una passeggiata sino al lago. Era coperta come solo in quel luogo era necessario fare, aveva messo anche occhiali da sole e un berretto di lana multistrato e multicolore. L’aria era cristallina e pungente, le piaceva godersi tutto quel nitore, compreso il suono meraviglioso di quella parola e le immagini che subito le evocava. Sentiva la neve scricchiolare sotto i suoi passi e candele di ghiaccio erano appese ai rami verdi dei pini e ai rami spogli delle betulle. Se i pini facevano tanto Monti Adirondacks, le betulle la trasportavano nella steppa siberiana e avrebbe voluto avere una slitta trainata dai cavalli, coperte di pelliccia e una meta difficilissima da raggiungere. Non fu difficile arrivare al lago, la superficie era ghiacciata e scintillante come le rive intorno. Un viaggiatore inesperto avrebbe potuto non accorgersi di essere arrivato a camminare sulla superficie dell’acqua, ma lei conosceva quel luogo dai tempi dell’infanzia, poteva muoversi alla cieca, riconoscere gli alberi dalla corteccia, la stagione dal profumo dell’aria. Non era la prima volta che andava a rifugiarsi da sola nel capanno costruito dai suoi nonni, ereditato da sua madre e poi ceduto a lei, quando la donna si era trasferita a vivere all’estero con il secondo marito, dieci anni dopo essere rimasta vedova. Era davvero il luogo dell’infanzia, dei giochi sfrenati d’estate, del nonno che le insegnava l’arte paziente della pesca, della nonna che le insegnava a intrecciare ceste e a raccogliere bacche e frutti di bosco che diventavano squisite marmellate e crostate indimenticabili. Si fermò a riflettere di quanto le piacesse usare gli aggettivi anche quando pensava. Era qualcosa che faceva d’istinto, sapeva che ogni sostantivo poteva brillare di maggior luce con accanto i giusti aggettivi. Sul lago Moran aveva trascorso i dieci anni felici dell’infanzia, in ogni stagione c’erano cose interessanti da fare, oltre alla pesca, nuotare e andare in canoa d’estate, raccogliere funghi e pigne in autunno, usmare i germogli in primavera, raccogliere i bucaneve, appiccicarsi le dita con le resina delle conifere e con il miele dei favi che erano sfuggiti agli orsi che abitavano nel fitto della foresta, così si diceva, ma che lei non aveva mai visto. L’anno in cui morì suo padre, a causa di un banale incidente d’auto, mamma si rifugiò con lei nel capanno per tutta l’estate, perché non voleva vedere nessuno, perché il dolore rende ancora più fragili e vulnerabili, bisogna proteggersi dal mondo e dai finti amici che del dolore altrui si nutrono. Proprio così le aveva detto mamma, anche se non aveva fatto nomi in merito, e questa affermazione aveva nutrito in lei una naturale diffidenza nei confronti degli altri esseri umani. Nonna le diceva che aveva un carattere da gatto, e di fidarsi del suo istinto. Per questo aveva deciso di non portare mai nessun uomo a trascorrere del tempo con lei nel capanno. Anzi, la maggior parte di quelli con cui ebbe una relazione neanche lo avevano saputo che quando spariva andava a rifugiarsi laggiù, solo pensavano che lei fosse in viaggio per lavoro. L’altra cosa che nessuno di quegli uomini sapeva, e solo poche, fidatissime amiche conoscevano, era che lei fosse una scrittrice tra le più vendute del paese. Aveva scelto un nom de plume all’inizio della carriera, quando ancora non sapeva bene cosa davvero le piacesse fare nella vita. A vent’anni, dieci anni dopo la morte del padre, sola nella grande casa del Village, aveva iniziato a scrivere racconti e a inviarli a tutte le riviste che conosceva, cui era abbonata sua madre, grande lettrice e donna curiosa. Aveva specificato nelle lettere di accompagnamento di voler essere pubblicata con il nome di Sylvia Parker Bishop, il nome e i cognomi di tre delle autrici più amate. Non aveva alcun istinto per il suicidio, né per l’autodistruzione, due tentazioni che sembravano imprescindibili dal talento letterario, ma aveva un grande talento per la solitudine e per il silenzio. Questo faceva per lei la differenza, questa era la cifra della sua scrittura. Ai racconti della ricca e interessante vita della sua città, alternava storie di viaggio, di fughe e di ritorni. La maggior parte della gente voleva scappare dalla propria vita, lo aveva imparato stando seduta per ore nel bistrot vagamente parigino dove passava il tempo ad ascoltare i vicini di tavolo fingendo di stare leggendo, o a scrivere quei racconti scintillanti, sì proprio scintillanti, che rendevano giustizia all’atmosfera dell’ambiente artistico della capitale del mondo e allo spirito del tempo. Erano ancora gli anni Ottanta del Ventesimo secolo, l’adrenalina dei due decenni precedenti ancora scorreva nelle vene delle persone e delle città. Il male sarebbe arrivato nei decenni successivi, l’epidemia di AIDS, le guerre in Iraq e Afghanistan, l’attentato alle torri gemelle, la crisi finanziaria, le ondate migratorie che premevano sui confini, gli uragani fuori stagione, poi la pandemia, arrivata come un assassino invisibile in un romanzo che sembrava di color rosa e non lo era. Anche le sue storie sembravano storie di famiglie e persone felici, ma non lo erano mai davvero, mai tutti, mai insieme. Succedeva sempre quella piccola cosa, Anna Karenina che nota le orecchie del marito o Gabriel che sente la neve cadere alla fine di Gente di Dublino. Con gli anni era diventata un’esperta anche nel fare bilanci sommari e sempre provvisori della sua vita e le riusciva proprio bene. Cominciava ad avere freddo e decise di tornare al capanno.

 

Oggi è domenica 19 dicembre del secondo anno senza Carnevale e questa scrittrice misteriosa è venuta a cercarmi questa mattina, mentre ero ancora intrappolato in un affollato dormiveglia. Così ho deciso di condividere con questa Cronaca 651 le sue riflessioni in riva al lago.

domenica 12 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/644. Quando le storie arrivano da non si sa dove e neanche si presentano

 


Storie dell’Avvento/5. La vecchia e lo gnomo del giardino

 

Aveva smesso di piovere durante la notte, se ne era accorta perché il silenzio l’aveva svegliata. Le previsioni dicevano che ci sarebbe stato il sole e sole fu. I platani e gli ippocastani erano nudi, mentre resistevano ancora manciate di foglie gialle e rosse sugli aceri. Sembrava che quegli alberi rifiutassero di accettare che la stagione fosse ormai prossima all’inverno. C’erano addirittura due foglioline verdi, deboli e già stropicciate, che non sarebbero sopravvissute alla prima gelata. La donna, né giovane, né vecchia, ma più vecchia che giovane, uscì a passeggiare in giardino. Le lunghe gonne marroni, che d’inverno indossava a strati, uno sull’altro, spazzavano il sentiero e le foglie secche. Forse aveva iniziato a rimpicciolire come accadeva agli anziani, forse avrebbe dovuto accorciare gli orli. Intanto che camminava, spostava con la punta del bastone foglie morte e sassi. Si poteva giocare alla morra cinese con foglie, sassi e un bastone? Chi avrebbe vinto chi? Quando arrivò al suo acero preferito, il più alto, grande e vecchio di tutto il giardino, vide che su di lui di foglie non ce n’erano più. Di lui poteva fidarsi per valutare l’andamento delle stagioni. Se non c’erano più foglie, l’inverno era arrivato. Quando avrebbe letto i primi germogli tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, sapeva che in un mese e mezzo tutto sarebbe esploso nella nuova fioritura. Fu mentre girava intorno all’albero, piccolo rito che compiva tutti i giorni, vide accanto alla panchina, che d’estate beneficiava dell’ombra dell’acero, uno gnomo da giardino con la faccia arrabbiata che qualche buontempone le aveva lasciato lì. Forse era un gioco, portare un nano in giro e fotografarlo, magari poi se l’erano dimenticato. Quando si avvicinò per guardarlo meglio, le sopracciglia del nano si aggrottarono ancor di più, lo sguardo si alzò verso di lei e un’invettiva tonante uscì da quel petto largo che avrebbe meritato altre spalle e altre gambe. “Vrsmhl@#!!” “prfrs@@##!!!”. Benché non avesse capito un accidente di quelle parole, pronunciate in chissà quale lingua, si rese conto che l’omino si sapeva comunque esprimere con sufficiente chiarezza perché stava indicando la giubba verde senza diversi bottoni, i gomiti lisi anche sulle toppe, il cappello da gnomo, verde con una coccarda rossa, tutto sfilacciato, i pantaloni all’inglese strappati in più punti e anche gli stivali erano malmessi e di sicuro non lo proteggevano dalla pioggia. Ci mise meno di un istante a decidere, fece cenno allo gnomo di seguirla e si incamminò verso casa. Saltellando e continuando a imprecare “Prul@@##! Csss##@@!”, il mancato nano da giardino camminava e saltellava come fanno i bambini e tenne il suo passo. Quel che la donna ancora non sapeva era che, per essere uno gnomo, era ancora molto giovane, poche centinaia di anni appena, anche se doveva essersi allontanato da parecchio dalla sua famiglia, visto com’erano malmessi i suoi abiti. La donna guardò con occhio critico anche le sue vecchie gonne marroni, la giacca lisa e sfilacciata, sentì i capelli sfuggiti allo chignon che ricadevano in ciocche disordinate sul collo e intorno al viso, si vergognò del fazzoletto che metteva per uscire quando non aveva voglia di pettinarsi. Cosa mangiavano gli gnomi? Bacche, felci, funghi crudi? Mentre si poneva le oziose domande, il nano era salito in piedi su una sedia e stava guardando con occhi languidi, il ciambellone con la granella di zucchero che lei aveva sfornato il pomeriggio precedente. Così ne tagliò una fetta abbondante per l’inaspettato ospite e andò alla cucina economica per scaldargli una tazza di caffèlatte. Ma, accipicchia! Non aveva fatto in tempo a girarsi che la fettona di ciambellone era già sparita nella pancia dello gnomo. Aspettò di servirgli anche la bevanda prima di tagliarne un’altra, ma lui fu più lesto e si impadronì della metà torta restante e in quattro bocconi la inghiottì. Accipicchia! Esclamò la vecchia! Ma da quanto tempo non mangiavi? “Fffreupr@@##!!!”, sì doveva essere proprio tanto tempo. Visto che era ancora in piedi sulla sedia, Emma si avvicinò e, lesta quanto lui, estrasse dalla tasca della gonna il suo centimetro da sarta arrotolato e gli misurò le spalle, la lunghezza della braccia, la lunghezza della vita e della schiena, la circonferenza delle braccia, del torace, della pancia e della vita. Lo gnomo guardò in silenzio mentre lei gli prendeva le misure. Quando gli fece cenno di sollevare la giubba per misurare la lunghezza del cavallo dei pantaloni, riuscì anche ad arrossire e chiuse gli occhi. Lei sorrise, non erano molti i maschi così pudici, di solito si offrivano sfrontatamente alle sue mani, ma lui no, lui era diverso. Sotto la giubba c’erano anche un gilet verde e rosso, sopra una camicia e una canottiera di lana. Sotto i pantaloni portava di sicuro dei mutandoni di lana, perché così si usava in quei tempi. E anche dei calzettoni di lana grezza che dovevano fargli prurito sotto ai vecchi stivali. Prima che lui ricominciasse a imprecare, mise a scaldare un pentolone d’acqua per fargli fare il bagno e andò nel ripostiglio a cercare quegli stivali da ragazzo che non sapeva neanche più perché fossero lì. Allo gnomo si illuminò lo sguardo quando vide le calzature nuove e quando lei gli indicò la bagnarola pronta a essere riempita, fece per protestare, ma poi cambiò idea e fece cenno di sì con il testone che non teneva più ciondoloni ma che stava ben ritto sul collo. Dopo avere riempito la bagnarola, la schermò con il paravento che teneva chiuso in un angolo, mise in mano all’ometto un pezzo di sapone di Marsiglia e un grande telo da bagno e gli fece cenno di andare nella vasca. Lo gnomo obbedì senza fiatare.

Curiosi di sapere cosa succede poi? Anch’io e lo scopriremo domani, per oggi, domenica 12 dicembre del secondo anno senza Carnevale dobbiamo accontentarci dell’inizio di una nuova storia. Questa Cronaca 644 ridacchia, perché pensa di sapere cosa accadrà domani. Ma lo sa davvero? Intanto che vada anche lei a farsi un bagno prima di andare a dormire.

lunedì 29 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/631. Alla finestra insieme al maestrale, vediamo meglio ogni tramonto

 


Girare il tempo come fosse un foglio, ogni giorno una pagina, cercare almeno un’immagine per ricordare com’era. In tutto quel vento di questa giornata, l’immagine per me è quella di una portinaia che spazza la soglia di un garage, cercando di ammucchiare le foglie degli aceri che abitano nella via. A ogni colpo di ramazza, dove lei è riuscita a fare un mucchietto, segue una folata di vento gelido, se ho capito la rosa dei venti quello odierno è il vento di maestrale. Un vento che non lascia scampo alla nuvole e alle ombre. Tutto riluce e splende e brilla. Nel giardino a risplendere sono i melograni e i cachi, mentre le foglie sono quasi tutte cadute anche qui, nella terra ai piedi delle Montagne della Nebbia.

 

 

 

Quando il vento lascia cadere papaveri e spighe

 

 

In quanto tempo il frutto

diventa inverno? Dalla ringhiera

ho teso la mano e il frutto

era una mela, la conoscenza

originaria e il paradiso non

più solo un’ipotesi. Ho teso

la mano e ho colto un fico,

era l’estate, l’ultima estate

prima dell’inverno del nostro

scontento. Poi ho teso ancora

la mano che non era più forte

e il tempo mi ha consegnato

un melograno. Allora sono scesa

nell’Ade in cerca di compagnia e

Persefone ricamava rose sul bordo

di un lenzuolo e lui, lo sposo

infernale, batteva il ferro e

rovesciava gli occhi in preda

a una visione. Lei era in un campo

di grano con la madre e lasciava

cadere spighe e papaveri nel

campo letterario che avevo

arato. Era estate e in un momento

il frutto è diventato inverno. Dove

noi siamo qui, ora.

 

 

È proprio così, un momento siamo nel pieno delle forze e della giovinezza, una folata dopo sentiamo le forze affievolirsi e un’altra età affacciarsi alle nostre membra. Così dalle finestre del nostro corpo vediamo meglio il tramonto che l’alba. Ma questo non muta il nostro stato d’animo, siamo pieni di gioia e di gratitudine per avere vissuto un’intera giornata sospinti, toccati e stimolati da tutto quel vento. “Anche noi risplendiamo in questa luce”, mi dice la Cronaca 631 di lunedì 29 novembre del secondo anno senza Carnevale.

lunedì 22 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/624. Immaginazione dei colori e delle stagioni

 


 

Come parlano tra loro le stagioni? E se parlano lo fanno solo perché sono contigue nel tempo o anche per altre vie? Me lo chiedevo oggi mentre camminavo nella limonaia e mi fermavo a guardare i frutti maturi, gialli e profumati, pronti per essere raccolti. Così ne ho presi alcuni e li messi nel cestino che tenevo al braccio e sono tornata a casa. Ho scelto un piatto di ceramica blu e verde acquistato in Sicilia nel secolo scorso e ho subito sentito il profumo dei limoni diffondersi nell’aria. Ho accesso il fuoco e messo a bollire l’acqua per preparare il tè. La luce iniziava a scemare e sono rimasta alla finestra sino a quando il buio non si è impadronito di tutto il cielo, l’acqua era diventata troppo tiepida e così ho riempito di nuovo il bollitore e riacceso il fornello. Tutti i colori nella stanza sembravano convergere verso i limoni e ho capito, in quel momento, che le stagioni si parlano attraverso i colori. Il giallo colore dell’estate arriva all’inverno con i limoni. Così inverno e autunno, che pure conosce da vicino l’estate, decifrano i sussurri dell’estate grazie al giallo dei limoni. E il bianco lattiginoso delle nuvole invernali e la neve, arrivano all’estate e alla primavera grazie ai fiori bianchi che sbocciano anche nella neve. Mi piace questa immaginazione dei colori e delle stagioni, potrei andare avanti per pagine e pagine, ma è più divertente se ognuno di voi catturerà con gli occhi e la fantasia le conversazioni che più gli si addicono.

 

 

Portare la nostra mente nelle terre meridionali

 

Guardo i limoni e subito

il poeta si manifesta, ma

non sono le sue parole che

voglio dire qui. Qui cerco

un profumo e un segreto

che i limoni hanno custodito

e che nessuna lingua umana

potrà dire senza che la bocca

e il naso siano presi da questi

frutti e possano così portare

la nostra mente nelle terre

meridionali dove siamo già

stati e ricordare come l’inverno

sia, prima di tutto, uno stato

d’animo e poi una stagione.

 

 

Mentre mi sono persa a inseguire i limoni e il loro profumo, è arrivata anche l’ora di cena e così metto sul fuoco un minestrone verde di broccoli e cavoli, arancione di zucca e carote. Il profumo più forte resta quello della legna che arde nel focolare e così, intanto, che il fuoco scalda e cuoce, inizio a sistemare le foglie raccolte i giorni scorsi nel grande quaderno per farle essiccare. Hanno colori meravigliosi e porteranno all’estate che verrà tutto il rosso, l’arancione e il giallo che le serviranno.

Anche questa Cronaca 624 di lunedì 22 novembre del secondo anno senza Carnevale sta selezionando le sue foglie preferite e, quando mi alzo per prendere i pennarelli, come se niente fosse mi rubacchia un paio di foglie davvero belle, rosse e nere. Faccio finta di niente, anche questa Cronaca birichina sa che tutto resterà nella nostra casa comune.

venerdì 12 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/614. Prepararsi da oggi alla luce che ritornerà

 

 


È diventato tutto giallo il mondo intorno, giallo e un po’ nebbioso. Nella città non ancora silenziosa hanno già cominciato ad appendere le lucine di Natale, ben prima della festività di Sant’Ambrogio, e tutti i Natale degli anni passati fanno capolino con dolcezza e portano ricordi di bei momenti. Sono consapevole che molte persone non amino le festività natalizie, la gente si deprime e si scoccia di dover rivedere parenti che magari non sopporta, di dover comprare regali e mostrarsi allegra. Rispetto i mugugnosi spiriti contrari del Natale, ma io trovo che in un tempo secolarizzato e disincantato come il nostro sia importante continuare ad avere dei momenti rituali di condivisione e festa. Soprattutto in questo secondo anno di pandemia la cui fine è persa nelle nebbie del futuro, se mai finirà.

Come già tutti sappiamo la festa cristiana della Natività si è andata a incastonare su festività pagane ben più remote, quando si festeggiava sia il solstizio, cioè il cuore dell’inverno, che la luce che proprio da questo giorno ricomincia ad aumentare. Queste sono le settimane più buie dell’anno e rallegrarle con luci artificiali, candele e pasti preparatori delle feste fa bene allo spirito. Per quanto riguarda i regali da molti anni con famiglia e amici, abbiamo scelto di scambiarci regali simbolici, siamo la generazione che ha tutto, e di riversare i regali solo sui piccoli e giovani, e di concederci poi delle belle cene in ristoranti di un certo livello, quelli dove si va a festeggiare qualche occasione importante perché il costo è molto alto. Dal canto mio, sono anni che regalo praticamente solo libri, scatole di cioccolatini, maglioni, guanti e profumi e lo stesso farò quest’anno. Gli anni d’uso possibili sono una delle discriminanti che mi portano a scegliere. I libri è inutile che spieghi il perché, da sola credo di sostenere da decenni una rilevante fetta del mercato editoriale mondiale, maglioni e guanti perché sono tipicamente regali invernali. E i profumi? I profumi sono legati ai ricordi d’infanzia, quando mio padre usava un buonissimo dopo barba e mia madre i profumi che lui le regalava per le ricorrenze insieme ai Baci Perugina e ai Mon Chéri, meglio se confezionati in una scatola a forma di cuore. Le nostra memoria olfattiva è la più potente e mi basta odorare anche una vecchia boccetta di un profumo noto, che miriadi di ricordi vengono a bussare nel mio teatro interiore. Ma non sono solo i profumi cosmetici che abitano gli anfratti della nostra memoria.

 

 

Dall’aria alla memoria

 

Il basilico profuma d’estate

e orto calabrese, i limoni

di giardino e attesa. Profuma

di pomodoro la cucina in

ogni stagione, profuma di

mele la tavola e di caffè,

zucchero e anice la dispensa.

Profuma di pane la strada,

di patate arrosto la domenica

mattina, di zabaione tiepido

i giorni della febbre, di

cioccolata in tazza i pomeriggi

d’inverno. Profuma di legna

bruciata la casa in campagna

e di sale e mirto quella al mare.

Profuma di tè bollente ogni

pomeriggio d’inverno e

di ogni profumo brilla il tuo

ricordo madre, emerge

la tua pelle liscia e ben

rasata padre. I profumi

sono ricordi che dall’aria

traslocano in noi e non

se ne vanno più via.

 

 

Così oggi, venerdì 12 novembre del secondo anno senza Carnevale, inizio a pensare all’albero di Natale, alle decorazioni, ai giorni passati e a quelli che verranno. Nel cuore dell’inverno festeggiamo, noi che possiamo, l’essere vivi, al riparo con un tetto sulla testa, con cibo sulla tavola e nella dispensa, con l’amore di famigliari e amici, insieme, nell’attesa che la luce torni a essere lunga e scacciare la paura del buio. Anche questa Cronaca 614 lo sa e sta cercando in ripostiglio gli addobbi e le lucine.

giovedì 11 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/613. Costruire la primavera intorno alle anime nascoste nell’autunno

 


 

Nel mondo che non è il mio e allo stesso tempo lo è, vecchi e bambini si trascinano nella neve e sopravvivono con abiti dismessi, secchi di latte appena munto da pietosi contadini.

Nel mondo che è il mio, nella città mai più silenziosa, ho visto uccelli migratori disegnare il cielo e poi svanire dietro i grattacieli, ho visto le foglie diventare gialle in pochi giorni e prepararsi tutte insieme alla caduta.

Nel mondo che è il mio e non lo è, raffinati intellettuali si accapigliano su segni, simboli e pronunce per far diventare la lingua più inclusiva. Allo stesso tempo uomini anziani discutono del perché le donne siano discriminate nel mondo del lavoro.

Nel mondo che è il mio un astuto imprenditore, che ci ha già rinchiusi nel suo mondo di volti e amici, si prepara, forse, a rendere le gabbie ancor più raffinate. Saremo tutti prigionieri in un metauniverso dove i corpi saranno sempre più altrove, mentre le menti si azzufferanno e insulteranno e la pubblica gogna sarà sempre più normale.

Nel mondo che è il mio le donne continuano a sobbarcarsi lavoro per guadagnare e lavoro per la cura dei figli, della casa, dei genitori. Le donne non fanno altro che lavorare e la definizione di qualunque vita femminile passa attraverso definizioni decise da altri e volte a controllarle. Il mondo del lavoro è ritagliato ancora a misura del maschio che non ha altra preoccupazione che pensare a lavorare. Solo sparute minoranze di uomini condividono il peso della vita quotidiana con le compagne e con le loro madri e sorelle.

Potrei continuare per pagine, nel furore sociologico e antropologico che mi prende ogni tanto, a elencare come sono i mondi che sono e non sono il mio.

Viviamo tutti in una molteplicità di mondi, di memorie e di immaginazioni, anche se per la maggior parte del tempo non ci pensiamo. La grande differenza, rispetto al passato, sono le continue sollecitazioni che arrivano dai social che si sono sommate nell’ultimo decennio a quelle della televisione e dei giornali.

Forse siamo più informati, forse siamo in grado di ragionare e scegliere con maggiore consapevolezza, ma la mole di informazioni, opinioni e immagini ci sovrasta, ci schiaccia e ci allontana dalla dimensione minuscola del mondo e delle persone di cui possiamo realmente occuparci nella nostra vita quotidiana. Rendermi conto di questa dimensione non ha rimpicciolito il mio mondo e le mie azioni. Anzi, lo ha allargato e mi fa guardare e agire con maggiore compassione e gentilezza. Avere cura del mondo comincia dai piccoli gesti della vita quotidiana, dall’aiuto concreto, da un sorriso, da un saluto, da una telefonata a qualcuno con cui abbiamo litigato e che avevamo deciso di non vedere mai più. Il mai più è uno degli orizzonti della nostra vita, ma non l’unico possibile.

 

 

 

Sapere che le anime e i giardini si assomigliano

 

 

Non so quando sia stato

l’ultimo saluto, com’eri

vestita l’ultima volta che

ti ho parlato. Ricordo molto

bene cosa hai detto e

cosa non hai fatto, è questa

frattura tra le parole e

i gesti a segnare il tempo

dell’amicizia, il prima e

il dopo. Ma le fratture si

possono ricomporre, bisogna

solo ricordarsi che le anime

e i giardini si assomigliano

proprio tanto e non è

facile averne cura.

 

 

Oggi giovedì 11 novembre del secondo anno senza Carnevale è stata una giornata di riflessioni sulle relazioni tra le persone, sui mondi molteplici in cui ciascuno di noi vive e sulle amicizie che, a volte, cadono in letargo come le marmotte e gli orsi e bisogna costruirgli una primavera intorno per stanarli e farli tornare alla vita, come ben sa questa ingegnosa Cronaca 613 che sta ancora lavorando in giardino.

venerdì 29 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/600. Siamo ancora qui, nel vortice delle stagioni e delle ripetizioni

 



 

I bambini sciamano fuori da scuola come ogni giorno alle 16.30 e mi ritrovo circondata da streghe, orchesse e vampire. Sono soprattutto le bambine a essere già mascherate per Halloween, un ritorno del Carnevale fuori stagione, e sono deliziose. Il sole di ottobre continua a non dare tregua, fa troppo caldo nella città mai silenziosa per essere arrivati ormai alla fine del mese, le foglie ormai cadono a legioni e l’aria è ancora così dolce, almeno qui. In questa atmosfera sto leggendo e scrivendo storie di fantasmi e di revenant, rileggo il nuovo romanzo, faccio correzioni e variazioni.

 

 

Quando le stelle si affacciano nel cielo ancora chiaro

 

Quando arriva la fine

di un mese vedo i suoi

giorni scivolare nel grande

cerchio del tempo passato,

mentre i giorni che verranno

sono come pane ancora nel

forno. Forse per questo l’aria

ne ha il profumo stamane,

insieme a quello delle foglie

cadute e delle pozzanghere

che evaporano al sole. Vita

vorrei saperti dire con parole

diverse e nuove, ma forse

all’autunno si adattano meglio

le ripetizioni e i ritorni.

Vivere è questo, tornare

nello stesso luogo e sapere

che è sempre uguale, sempre

diverso. Cadete mie foglie

ottobrine e tornate presto

quando sarà primavera,

cadete e guardate come

brilla il sole, come le stelle

si affacciano nel cielo

ancora chiaro.

 

 

Per la Cronaca 600 (Seicento!) di venerdì 29 ottobre del secondo anno senza Carnevale, avrei voluto scrivere cose nuove e meravigliose. Invece ho scritto di cose vecchie e meravigliose, presa nel ciclo delle ripetizioni, nel vortice delle stagioni.

martedì 26 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/597. Quando si muovono nuvole e tempeste

 

 


 

Dire acqua è dire mare, nuvole, pioggia. Le forme dell’acqua, che non ha forma, sono quanto di più affascinante possiamo ammirare in natura. L’acqua, in forma di pioggia, è l’unico elemento che cade sulla terra dal cielo e al cielo può ritornare. Alle foglie non è dato questo privilegio, che ha un prezzo, cioè l’impermanenza delle nuvole. Niente è più effimero, meraviglioso e celestiale di una nuvola. È fatta di vapore acqueo, il vento può disperderla, così come il calore. Ma può diventare pioggia e riscattare la sua bellezza dissetando la terra, quando è benevola, portando devastazione e morte, quando non lo è, così come sta accadendo nella provincia di Catania in queste ore. È un terra bellissima quella, di cui ho solo buoni ricordi e che ho visto in tutte le stagioni, ma sempre con un clima mite e paesaggi meravigliosi. Faccio fatica e mi addolora immaginare la devastazione in città, sulle colline circostanti, nei meravigliosi paesini della cintura etnea: Biancavilla, Pedara, Trecastagni, Zafferana, Belpasso, Linguaglossa, Acireale e Aci Castello, San Giovanni La Punta, Sant’Agata li Battiati, Bronte. Li ricordo bene, sono stata in quasi tutti, in anni lontani di felicità giovanile. Erano belli i luoghi, le persone, i paesaggi, il cibo, il profumo di eucalipti e zagare nell’aria, gli alberi del pepe, gli ibischi dalle mille sfumature di rosso e di bianco, le bouganville rosa e rosa.

Anche le nuvole avevano sfumature rosa all’alba e al tramonto, quando le guardavo e non c’era bisogno di indovinare per sapere che non c’era pioggia lassù, ma solo bellezza in movimento.

Ma non amo solo le nuvole, amo anche la pioggia e la neve, acqua cadente e acqua gelata. Un pomeriggio di pioggia evoca l’autunno, un temporale l’estate, una pioggerellina la primavera e la neve ci porta nel cuore dell’inverno, sospesi tra dicembre e le sue feste e gennaio, il mese più lungo e freddo dell’anno.

Quando l’acqua si raccoglie in grande quantità dopo la pioggia, o quando la neve si scioglie, ruscelli, torrenti e fiumi corrono verso il mare, verso il nostro bellissimo Mediterraneo, uno dei luoghi benedetti dagli dèi.

 

 

 

Se la pioggia canta con le voce delle sirene

 

Porto con me poche

gocce di pioggia che

ho raccolto dalla mia

finestra, perché non era

pioggia destinata a

diventare fiume o mare,

con me la porto per

cambiare una forma

in un’altra che non era

data. Anche se sono

molte le regine che

muovono nuvole e

tempeste, ho avuto io

pure questa licenza oggi

nel pomeriggio e così

posso portare la mia

pioggia nel tuo mare

e stare a vedere cosa

succede. Parleranno

la stessa lingua? Come

si parleranno, se un’acqua

è salata e l’altra cittadina?

Verso le gocce nella mano

a conca, poi mi chino e piano

scendo sotto la superficie

dell’onda e vedo una sirena

passarmi accanto, ancora

non sento la sua voce, ma

so che è alle mie gocce

che sta cantando.

 

 

Mi piace riscrivere cose già scritte, mi piace dire poeticamente cose che sanno già tutti. Per questo scriverò ancora del mio amore per la pioggia, le nuvole e il mare.

Oggi è martedì 26 ottobre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 597 corre con le nuvole e scherza con la pioggia, è dispettosa come il vento e di nuovo corre a saltare nelle pozzanghere.

lunedì 25 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/596. Danzare intorno al fuoco, recitare poesie a memoria

 

 


La terra è sabbia, bianca, rosa, nocciola, grigia, in riva a mari e oceani. La terra è fango dopo la pioggia, è bello saltarci dentro come si faceva da bambini. La terra è nido dei semi, nutrimento degli alberi e dei fiori. Una delle esperienze più appaganti è mettere a dimora le piantine di pomodoro, basilico, zucchine, peperoni e melanzane, le insalate e le altre erbe aromatiche. È bello affondare le mani nude nella terra, sentire l’aroma che si sprigiona e l’invisibile legame con chi ha compiuto o sta compiendo i medesimi gesti, con quella stessa terra, in un altro tempo. La terra non malleabile la chiamiamo pietra, sasso, macigno, se è molto grande sarà una collina o una montagna. Con la terra impastiamo l’acqua per farne anche mattoni che con la pietra e il legno sono gli elementi di base delle nostre abitazioni. Se facciamo incontrare la sabbia al fuoco ecco che potrebbe nascerne del vetro, vetro trasparente che la luce attraversa sino ad arrivare alle foglie. Mi sorprende sempre sentire come gli elementi siano in profonda relazione tra loro e possano diventare oggetti per la creazione della poesia. Il poeta assomiglia all’alchimista perché crede nelle proprietà segrete della materia e nel potere evocativo della parola, così nascono le poesie, materia e parola che danzano intorno al fuoco delle immagini.

 

 

Nascere dove il fuoco starà bruciando

 

Il fuoco, proprio quel

fuoco, è acceso e brucia,

ci chiama a danzargli

intorno, presi nella vertigine

della materia e della parola.

Brillano tra le fiamme, solide

e fatte di vento, le immagini

che abbiamo raccolto come

le api fanno con il polline. Ora

è piena la nostra arnia, possiamo

sciogliere i dubbi e lasciare

alla poesia di indicarci una

nuova direzione, proprio ora

che ci siamo smarriti, proprio

ora che l’autunno soffia sulle

nostre fiamme e chiama

l’inverno a portarci nel luogo

bianco dove non siamo nati,

dove nasceremo se brucerà

ancora tutto questo fuoco

di scintille e immagini vere.

 

 

Ora è la stagione della semina e poi del riposo, la terra ha accolto i semi del grano, abbiamo raccolto la legna per affrontare l’inverno, guardiamo i melograni splendere, quasi pronti a essere raccolti e ci chiediamo quanto sarà freddo l’inverno che viene, quanto sapremo aspettare il ghiaccio e l’attesa, un’attesa fatta di molte immagini e di poche parole.

 

Oggi è lunedì 25 ottobre del secondo anno senza Carnevale e la sua Cronaca 596 danza intorno al fuoco e recita poesie a memoria.