mercoledì 8 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/122: nell’eternità tutto è inizio, mattino profumato

Mi sono alzata prima dell’alba anche oggi, tutto era silenzio intorno a me.
Il tiglio fiorito in giardino si riposava prima che le api tornassero ad assediarlo.
I ciliegi rosseggiavano ancora di frutti quasi maturi.
L’acero giapponese, il pesco, l’albicocco, il melograno scintillavano di rugiada.

Nell’orto sentivo mescolarsi i profumi di angurie e meloni. Bisognava tornare a raccogliere i pomodori, i peperoni e le melanzane.

Quanto amo quelle prime ore del giorno da sola, quando una grazia particolare sembra avere impregnato tutto, tutto quanto c’è intorno a me.

L’oleandro rosa è carico di fiori così come il melograno rosso e l’ibisco red heart.

I cespugli di lavanda sono arrivati quasi a sfiorare il sentiero e i primi fichi maturi, viola e dolcissimi, attirano api e uccellini.

In casa dormono ancora tutti, anche l’uomo che continuo a chiamare misterioso architetto e che, ormai, trascorre la maggior parte del tempo con noi. Solo nel pomeriggio torna alla Casa delle Stelle e continua il suo mosaico. Il resto del tempo ci ascolta, scrive sul suo taccuino rosso, legge ad alta voce le poesie che ha copiato.

Ora è sveglio e mi raggiunge accanto alla lavanda e mi legge una poesia:


La voce dell’alba

Conosci la voce dell’alba? All'inizio
è sottile, poi sale e si ferma quando
ha scelto come orizzonte questo
giardino.
Sotto le foglie riposano i passi e
le ombre di ieri, sopra i rami
cantano i passeri e gli usignoli.
Nei giorni più fortunati ritroviamo
i nostri sguardi dell’altro ieri.
Questa è l’eternità che conosco,
questo il tempo del nostro amore.
Ora la voce dell’alba è un sussurro
che scivola verso la luce matura.
La lavanda discute con le api e io
nascondo una manciata di parole
tra i fiori del melograno.



Mi piace ascoltare la sua bella voce che legge e cambio tono così che davvero ho sentito tutti questi passaggi di voci e creature che sono la nostra eternità.

Dopo di noi arriva in giardino la sacerdotessa con una sporta al braccio. Prima raccoglie i fichi e poi le ciliegie. Nell'orto stacca i pomodori maturi e il basilico perché farà pasta al pomodoro oggi.

Guardando i suoi gesti ieratici anche nella semplicità delle piccole cose della vita quotidiana, mi incanto e gioisco per questo rifugio di anime e corpi dove possiamo uscire di tanto in tanto dai nostri personaggi e condividere il lento fluire delle giornate d’estate.

Decidiamo di non andare al mare per il momento, così apparecchiamo la tavola sotto il pergolato. Il profumo del caffè appena fatto si mescola con quello dei frutti maturi e del pane appena sfornato.

Quanto resisterà la nostra piccola comune di innamorati delle parole?

Non lo so, non voglio saperlo, mi abbandono alla luce che mi scolpisce lo sguardo e lascio quella piccola nuvola invadermi i pensieri.

Forse abbiamo imparato ad amare perché tutto qui, sulla terra, è passeggero.

Nasce, risplende, svanisce. Così amiamo il ricordo e la memoria ci assedia, anche se non ci sono età dell’oro da rimpiangere e possiamo abbandonarci all'oblio, cioè a un ricordo che ci ha scelto per riposare.






Il titolo di questa Cronaca 122 è un frammento da La provincia dell’uomo. (Quaderni di appunti 1942-1972) di Elias Canetti, traduzione di Furio Jesi, Adelphi 1978.

La poesia è mia e l’ho scritta oggi per questa Cronaca 122.

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