martedì 19 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/590. L’acqua sceglie per noi il cammino da seguire, il giardino da attraversare

 



Osservo e racconto del mare e delle sue onde, osservo e racconto della corrente del fiume. Solo qualche volta vado a passeggiare in riva al lago e osservo la calma superficie delle acque, la luce lattiginosa che sfida la nebbiolina, il sole nascosto dietro una coltre di nubi serrata e compatta. Sotto questo cielo il lago mormora a voce molto bassa le sue storie, storie di pescatori e isole, storie di fughe e giardini. Anche questi luoghi sono in noi come le lontananze e i naufragi marini, come i campi che il fiume disseta e le rive ombrose dove gli amanti si nascondono a riposare. Sulle rive del lago l’acqua arriva quasi addormentata e con la sua voce quieta invita anche noi al riposo. C’è qualcosa di ipnotico nei paesaggi lacustri, qualità del silenzio e della luce che nessun altro luogo del globo terracqueo possiede. Mentre il mare si espande vasto, molto oltre la linea dell’orizzonte, sappiamo che le onde portano ad altre onde, mentre le acque fluviali sfociano in un altro fiume o si lasciano inghiottire dal mare, il lago ha sempre una forma che possiamo percorrere sino a ritornare sui nostri passi. Per questo i filosofi amano questa forma dell’acqua più di tutte le altre, per questo mi avventuro in questi paesaggi dolci che, declivio dopo declivio, ci conducono a spiagge quasi invisibili, a pontili abbandonati, a ville che dormono sogni centenari. L’Italia è ricca di laghi, conosco bene e amo soprattutto quelli del Settentrione, il lago d’Orta e il lago Maggiore in particolare. Ho anche un amore profondo per il lago Lemano, svizzero-francese e ricco delle storie che ho raccontato nel mio secondo romanzo In giornate identiche a nuvole. Ma quante sono le storie che non ho ancora raccontato? Molte e molte di più, così questa sera mi impegno a stilare una lista di queste storie, dei personaggi, dei diversi silenzi e della diversa luce.

 

 

Quando la luce inizia una storia nuova

 

 

Mi immergo nel fiume

e so che non sarò più

la stessa. Mi bagno nel

mare e ascolto il canto

dei coralli nei fondali e

lascio che il mito di

Odisseo si presenti alla

mia bocca e io ne sia

eco e memoria. Mi

lascio scivolare nelle

acque placide del lago

e alla mia voce rispondono

piccoli pesci argentati che

vivono vicino a riva. Nessuna

voce mi cerca, tutti dormono

e aspettano che sia la luce

a decretare l’inizio della storia.

 

 

Chissà in quanto tempo potrò terminare il periplo di queste acque, chissà in quanto tempo la luce avrà filato luce, non per me sola ma per questa passeggiata. Continuo il mio cammino, non temo la strada, attraverso i giardini anche oggi martedì 19 ottobre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 590, col dorso argentato, che saetta in queste acque basse e addormentate.

lunedì 18 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/589. Scivolare tra le pieghe del giorno e separare ogni ombra dall’ombra


 

C’era un bosco spontaneo vicino alla casa, un bosco cresciuto sulle macerie lasciate dalla guerra. Si poteva andare a passeggio, inoltrarsi nel fitto degli alberi e tutta la città intorno smetteva di esistere. Solo i fantasmi respiravano tra i cespugli e le fronde basse, in quella luce verde che chiamava altra luce, mentre le ombre si ritiravano in buon ordine negli angoli più lontani. Non lontano dal bosco c’era una casa risparmiata dai bombardamenti che era stata finita poco prima dello scoppio della guerra e lì era rimasta per decenni. Sembrava sbarrata dall’esterno ma era possibile scivolare in una finestrella della cantina e poi risalire fino al piano terra e poi su, due piani e la soffitta. Anche da lì era possibile arrampicarsi sul tetto e guardare la vecchia scuola e il bosco e intorno quel che era rimasto della grande fabbrica, qualche finestra con le inferriate senza più vetri, l’ingresso delle maestranze e poi dove c’erano gli immensi telai solo il bosco, i cespugli, gli uccelli di passo, le ombre e i fantasmi silenziosi. Delle maestose ciminiere non era rimasto che il fumo, vago e disperso, che ancora aleggiava nel cielo della città. In un’altra via, ancora poco distante, c’era la casa misteriosa dove i fantasmi abitavano all’insaputa dei vivi, nessuno ci faceva caso, nessuno cercava di entrare, perché i fantasmi hanno questa qualità speciale di non attirare l’attenzione, di scivolare tra le pieghe del giorno e solo quando ci passano molto vicino, sentiamo un brivido lungo la schiena perché assorbono tutto il calore intorno e anche il nostro, solo così possono continuare a esistere in questa realtà che amano così tanto da non volerla lasciare. Nel palazzo della grande fabbrica delle macchine da cucire ci sono appartamenti ora, i fantasmi hanno traslocato perché quando possono evitano di vivere troppo a contatto con i viventi. Amano nascondersi all’aperto i fantasmi, anche se noi preferiamo immaginarli chiusi a infestare le case. Ma loro hanno soprattutto nostalgia del sole e del vento, del cielo azzurro, per questo non se ne sono andati.

 

 

Solo un alito del tempo ci separa da loro

 

Il gesto è sempre lo stesso:

chinare il collo all’indietro,

cercare il sole a occhi chiusi,

a occhi chiusi guardare intorno,

scoprire solo con i sensi invisibili

come si vive in tempi diversi,

e fare sempre la stessa domanda,

sempre chiedere: mi ami? Mi ami

ancora? Ma noi sentiamo solo

un respiro, un refolo freddo di

vento, un alito del tempo che

ci tiene distanti e invisibili gli

uni agli altri, l’unica difesa per

non impazzire, ebbri di luce.

 

 

 

Ci sono giorni come questo, quando il passato respira nel presente e chiama nella luce coloro che sono stati. Io li sento respirare, li racconto nelle mie storie, li vedo, cerco di custodire il loro segreto. Non so se sempre ci riesco, non so per quanto tempo ancora potrò fingere che non ci siano creature che entrano ed escono da tutte le case, le finestre e i portoni.

Questa Cronaca 589 di lunedì 18 ottobre del secondo anno senza Carnevale, parla a bassa voce, respira nel verde del bosco sparito, riconosce le ombre e le separa dai fantasmi di quelli che sono stati, di quelli che saremo.

domenica 17 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/588. L’amore è affondare sguardo nello sguardo, sapere che non uscirò più dai tuoi occhi


 


 

Quando iniziamo a dare nomi al mondo? Quando mettiamo insieme un’immagine e un suono? Quando un’idea e una parola? Quando un ricordo e una frase? Quando abbiamo imparato tutti i nomi del mondo, abbiamo imparato a raccontare la storia della nostra vita.

Seduti in soffitta, sotto il tetto di travi e tegole, sentivamo le rondini andare e venire dal nido, sentivamo ogni suono, sentivamo i piccoli strillare per la fame e noi eravamo seduti stretti, per tenere la voce bassa, per non farci sentire dai grandi, per non far interrompere il nostro gioco segreto. Quando abbiamo imparato che i giochi replicano la verità del mondo?

Stare nella cucina autunnale o nel fienile non faceva molta differenza, il tavolo era ricoperto di mele rosse appena raccolte, nel tempo in cui le mele erano solo mele e il loro profumo sapeva di autunno e di promesse. Una volta sei entrato in cucina correndo mentre la nonna stava impastando una torta. Ti sei fermato dopo una lunga scivolata e l’hai abbracciata alla vita, lei ti ha risposto con un sorriso e uno sbuffo di farina sulla punta del naso. Io ti osservavo poco lontana, come ho fatto per tutta la nostra infanzia, cercando di attirare il tuo sguardo nel mio, perché sapevo che non ne saresti più uscito. E così fu, non quel giorno, ma non molto tempo dopo, stavamo scalando le colline dietro casa poco prima dell’imbrunire. Dal bordo delle nostro parole guardavamo il mondo intorno e fu allora che pronunciai il tuo nome a voce alta. Tornasti indietro e fu allora che furono i miei occhi a cadere nei tuoi e fui io a non trovare più l’uscita dal labirinto. Abbiamo continuato a crescere insieme, a correre e giocare insieme, nessuno ci ha controllato, sino all’estate in cui abbiamo smesso di essere bambini e loro, i grandi, hanno temuto che qualcosa tra noi potesse accadere. Non potevano immaginare che era già accaduto, che nella soffitta, a ridosso dei nidi delle rondini ti avevo dato il nostro primo bacio. Tu eri scappato, sapevi cosa significasse e gridasti che non volevi essere il mio innamorato. Non mi mossi, iniziai a contare, sapevo che saresti ritornato prima del numero mille. Così fu e tornasti da me con una spiga di grano non ancora maturo e un papavero. Il tuo dono nuziale, perché fu quello il momento in cui fummo gli sposi segreti della primavera. Avevamo capito di dover stare attenti, nessuno doveva svelare il nostro segreto. Non perché fossimo solo dei bambini ci avrebbero tenuti lontani, ma perché la forza dell’amore che scorre nelle vene della gioventù è l’unica forza in grado di sovvertire il mondo e l’ordine costituito. I nostri destini erano già stati disegnati dalla famiglia, tu saresti diventato medico come tuo padre, gli zii e i nonni. Io mi sarei sposata con qualcuno che non avevo conosciuto da bambino e sarei andata a vivere in un altro paese, dall’altro lato delle colline e avrei cresciuto figli che non avrebbero avuto i tuoi occhi di verde e d’oro. Ci siamo baciati in ogni angolo della tenuta, dietro ogni quercia, in ogni fienile. Non ci parlavamo quasi più davanti alla famiglia, nessuna immaginava che eravamo pronti a sbocciare come i papaveri nel grano maturo, che il tempo dovuto era in arrivo.

 

 

 

Con la prima fiamma degli autunni

 

Accogliere l’amore è soprattutto

un esercizio dello sguardo, non

bisogna avere fretta, il sangue

conosce già la risposta e grida

alle rose di avere pazienza, tanta

pazienza quanto quella che abbiamo

avuto noi, quando eravamo due

e due dovevamo restare. Ma non era

possibile restare divisi, abbiamo

scommesso, abbiamo perduto,

ma siamo rimasti con il grano e

i papaveri, nel campo dopo

il giardino e dopo l’estate, pronti

al ritorno con la prima fiamma

degli autunni e della stagione fredda.

 

 

Anche oggi non sono andata a cercare storie nuove, mi sono fermata sul limitare del mattino e ho aspettato che le storie si presentassero, in fila come brave formichine, ognuna con un seme diverso tra le zampe, per questa domenica 17 ottobre del secondo anno senza Carnevale e la sua Cronaca 588, che profuma di mele e legna che brucia. Anche la poesia è inedita, scritta per questa Cronaca.

sabato 16 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/587. Il segreto della scrittura: respirare il fiore e mordere il frutto nello stesso momento

 



Quanti anni sono passati da quando ho ricevuto la tua lettera? Se non lo sapessi potrei indagare, decifrare il timbro postale sbiadito e vedere l’anno che è sempre lo stesso da diversi decenni ormai. Posso immaginarti mentre camminavi lungo la strada in discesa che portava al lago, in una chiara mattina di ottobre, proprio come questa. La busta è pesante perché hai scritto parecchi fogli, sono sempre sette anche se li conto a ogni anniversario, come se avessi paura di avere inventato parte della tua lettera o di avere mancato la lettura delle pagine in mezzo. Perché l’inizio e la fine mi sono noti, li conosco a memoria, li potrei scrivere identici ogni giorno. Ma non ho voluto imparare tutte le tue frasi, per poter pensare di non avere colto il senso di tutto quello che mi hai scritto e dirmi “Ecco, non avevo capito, quando avrà finito il viaggio, tornerà”. Ma sono passati gli anni, così come passa il tempo, così come passa ogni istante di cui non sappiano nulla mentre lo viviamo e ancor meno sapremo quando sarà declinato nel nostro passato. Perché la vita è tutta qui, una teoria di frammenti luminosi che vive attraverso di noi e ci oltrepassa, diventa istante, si muove verso la coda delle comete, svanisce. Ma davvero siamo esistiti? Davvero abbiamo vissuto?

Nella scatola dove conservo la tua lettera ci sono anche tre libri: Le briciole filosofiche di Søren Kierkegaard, Il teatro e il suo doppio di Antonin Artaud, il primo volume del Diario di Anaïs Nin. Sono i tre libri che stavamo leggendo quando ci siamo conosciuti, mi hai affidato i tuoi dicendomi di conservarli per il tuo ritorno e ora le pagine sono ingiallite e nessuno, nessuno al mondo legge più Artaud e la Nin, forse qualche studente di filosofia Kierkegaard, ma che importanza ha? Ci sono anche le nostre fotografie, i volti splendenti di due ventenni pronti a divorare il mondo, pronti a farsi divorare. Certo che siamo riusciti a portare avanti i nostri progetti, il mondo è stato gentile con noi. Anche se non ci siamo più visti so che sei diventato un uomo famoso, che hai avuto dei figli e una moglie soltanto. Ti avevo promesso che avrei scritto dei libri e l’ho fatto, ti avevo promesso che non avrei mai scritto la tua storia, ma come posso non scriverla ora che il tempo mi ha presentato un nuovo conto? Se non la scriverò io quella storia chi mai potrebbe scriverla? So che ti riconoscerai nel libro perché dirò la verità, tutta la verità che le parole mi lasceranno dire e la finta verità che la letteratura concede ai suoi folli seguaci. So che non vivi più nel piccolo appartamento, nel palazzo dove vivevano tutti quelli che non avevano un luogo. Solo il tuo volto aveva la tenerezza di una mano, solo nella tua casa l’inverno aveva il passo gentile della primavera e mi accoglieva come se fossi un frutto maturo, il melograno riportato dall’Ade che avresti tenuto sul tuo tavolo stagione dopo stagione. I libri che mi dicevi di voler scrivere sono rimasti tutti nelle matite che non hai usato, forse perché sono nella scatola insieme al tuo quaderno dei racconti. Così ora potrò rileggerlo e scrivere quelle storie che tu mi hai lasciato come pegno d’amore.

 

 

Quando la stagione è tutte le stagioni

 

Se l’amore è una promessa

dimenticata, allora sarà solo

il frutto rosso e spezzato che

potrà ricordarti che non hai

mantenuto nessuna delle tue

promesse e che io sola sono

stata la muta vestale di questa

storia. Ma Persefone ritorna

sulla terra per metà dell’anno,

pensa cosa accadrà quando

le stagioni mancate saranno

una sola stagione? La stagione

che sta per accadere? Sul

tavolo avremo il frutto e i suoi

fiori rossi appena sbocciati.

È questo il segreto della scrittura:

respirare il fiore e mordere il frutto,

nello stesso momento.

 

 

 

Il tuo quaderno ha la copertina d’argento, gli incipit delle tue storie, gli spunti ora sono tutti miei. Non ci sono storie complete, ma solo immagini e le tue parole saranno la chiave per entrare nelle case della mia immaginazione dove forse ti ritroverò intero e intatto, forse perché sei stato tu, anno dopo anno, a tornare sulla terra, mentre nel cuore della pietra e della lava io ho lavorato con la forgia e con la mia penna, zoppicando e sudando, sempre da sola, così come accade a chi ha scelto questo vita, a chi è stato scelto dalle molte parole che cercavano dimora.

Oggi è sabato 16 ottobre del secondo anno senza Carnevale e questa mitologica Cronaca 587 continua a sfogliare quel quaderno dalla copertina d’argento e mi sussurra “Scrivi, scrivi ancora, scrivi queste storie e voltati indietro. Solo nella perdita nasce la poesia e il poeta è sempre colui che si è voltato”.

venerdì 15 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/586. La parola amore era la voce di un oracolo

 


 

 

Qui dove la pianura è piatta e sogna il mare, qui, proprio qui, dove c’era il mare in un’era che nessuno sguardo umano ha potuto cogliere. Qui, proprio qui, arriverà l’oceano, coprirà le terre emerse e di nuovo nessuno sguardo umano potrà darne conto. Scompariranno il legno, la pietra e il focolare. Nessuna casa potrà resistere e anche il vento sarà costretto a cambiare il proprio cammino, perché non ci saranno le città a deviarli, non gli alti palazzi, non le montagne, di cui resterà solo qualche cima e nemmeno un altipiano. La pioggia avrà lo stesso colore del mare, una tazza antica color ruggine galleggerà tra quelle onde e pesci preistorici torneranno in vita. Dove non ci sono terre emerse la specie a due zampe non sopravvivrà, inutile illudersi di un destino diverso. Saremo solo ricordi intrecciati alle alghe e i dorsi dei libri saranno diventati rifugio dei piccoli paguri fosforescenti. Non ci sarà più la riva dove ti fermavi padre, nessuno dei tuoi figli e nipoti avrà raccolto le tue spoglie, non ci saranno i tuoi occhi e il tuo naso nelle nuove generazioni e non ci saranno la tua bocca madre, né le tue mani. Nessuno nella vostra discendenza starà cercando di rubare la luce, nessuno si nasconderà dietro il fuoco, neanche quando l’orso e l’alce cammineranno fianco a fianco. Nessuno conoscerà più la parola della creazione e neanche i fantasmi cercheranno rifugio sull’isola. Perché non ci saranno né isole né casa, e senza case i fantasmi non possono ritornare a varcare la soglia di questa realtà.

 

 

 

Se le stelle dimenticano di custodire il tempo

 

Le profezie escono dalle

parole, ma le parole sono

povera cosa senza una

voce umana che le possa

pronunciare. Salde nella

bocca, aggrappate al foglio

queste sillabe autunnali che

il mondo avrà dimenticato

dopo che tu le avrai pronunciate,

dopo che io le avrò custodite a

dispetto delle ere e delle stelle,

perché tutto il tempo sarà

chinato a cercare la porta

della nostra casa.

 

 

È quasi impossibile immaginare un mondo dove non avremo presenza e voce, per questo fantastichiamo e teniamo salde le poche certezze che la luce ci insegna: leggere poesie in una lingua antica, dire il sale, dire il fuoco. Non avere paura, non guardarsi mai indietro.

 

Oggi è venerdì 15 ottobre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 586 continua a vaticinare come fosse una Pizia e la città silenziosa un vaso che non riusciamo mai a riempire.

giovedì 14 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/585. Quando le domande arrivano con le onde e il vento

 


 

Dove finiscono le immagini di tutti i paesaggi che abbiamo visto? Dove sono i volti delle persone amate? Ci sono davvero angoli nascosti nel nostro cervello che custodiscono il mondo che abbiamo veduto? E se non fosse il cervello ma l’occhio a custodire ogni immagine come se fosse uno scrigno? E ogni immagine un filo della tessitura che è la realtà sensibile in cui ci muoviamo pensando di essere osservatori, mentre attimo dopo attimo diventiamo immagini negli occhi di qualcun altro? Non bastano l’acqua di tutti gli oceani e tutte le terre emerse a difenderci dal nostro desiderio di ignoto e di avventura. Ogni immagine ne chiama un’altra, non possiamo fermarci, per questo cerchiamo ogni giorno un senso al nostro stare al mondo, un senso al nostro andare anche solo in un sogno, in un luogo diverso da quello dove abitiamo. Tutto il mondo è una casa, o forse una prigione come scriveva Marguerite Yourcenar, oltre i limiti di questo pianeta non abbiamo libertà fisica di andare e tornare dalle stelle e con fatica qualcuno lo ha fatto da e per la luna. Ma è abbastanza vasto questo nostro mondo perché i paesaggi si moltiplichino e nessuno sguardo si ritrovi senza nuove esplorazioni da fare. E se questo pianeta piccolo e azzurro, lanciato a folle velocità in un universo dai confini inafferrabili non basta alla nostra fame di immagini, possiamo immergerci nel mondo della nostra immaginazione e lasciarci trasportare in altri luoghi. O ritornare in quelli dove siamo già stati e che abbiamo amato affidandoci alla memoria e al silenzio del nostro cuore che aspetta una nuova rivelazione quando è seduto in riva a un mare tranquillo che chi ha chiamato alla contemplazione.

 

 

Un sentiero che si biforca

 

Mi lascio trasportare dalla

luce in questo spazio che

ho riconosciuto. Quando

sono già stata in riva a questo

mare? Quando ho respirato

questa salsedine e il mirto

portato dal vento? Quando

i gigli hanno invaso questo

sentiero che si biforca e

mi obbliga a scegliere se

tornare verso la casa dei

ricordi o andare verso

quella dell’ignoto? Mi sono

fermata e non scelgo, non

ancora. Posso rimandare e

chiedere alle onde quale

strada prendere, dove

andare, per oggi almeno,

per oggi soltanto.

 

 

 

 

È la luce di un pomeriggio autunnale che mi porta tutte queste domande e una poesia fatta di domande è l’unica risposta che trovo oggi giovedì 14 ottobre del secondo anno senza Carnevale, per questa Cronaca 585 costellata com’è di punti di domanda.

mercoledì 13 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/584. Qui le pareti mute, là lo spazio, alto e azzurro cupo

 


Un giorno nuovo, una pausa tra due notti, un giorno sempre più breve perché l’autunno avanza e divora la luce. In cambio deposita sui rami i frutti della stagione di mezzo, melograni, cachi e castagne. È un prodigio che si rinnova ogni anno, la dolcezza di questa stagione che crediamo di conoscere e, invece, riesce sempre a stupirci. Ogni mattino entriamo nell’ora azzurra e lasciamo che il cielo invada il nostro sguardo e renda trasparente la pelle, ogni giorno contiamo le vene sulle mani e sugli avambracci, pronti a iniziare un giorno di lavoro che non sappiamo dove ci porterà. Così mi fermo oggi su questa poesia che mi è arrivata da un passato lontano.

 

Ora azzurra

 

I.

Entro nell’ora dell’azzurro cupo –

ecco l’andito, si salda la catena,

nella stanza c’è un rosso su una bocca,

un vaso, rose tarde – tu!

 

Entrambi lo sappiamo, le parole

che tante volte ad altri abbiamo offerto

sono fra noi un nulla e un fuori luogo:

questo è tutto ed è l’ultima mossa.

 

Il tacere si è spinto così avanti,

riempie la stanza, si mura in un pensiero,

l’ora – nulla sperato né sofferto –

col suo vaso di rose tarde – tu.

 

II.

La tua testa si sfuoca, si ritrae, s’imbianca,

sulla tua bocca intanto si raduna

tutta la brama, la porpora e il germoglio

dalla corrente che monta dai tuoi avi.

 

Sei così bianca, forse ora ti sfasci

per troppa neve, troppo essere fiore,

rose bianche di morte, lembo a lembo –

coralli solo i labbri, una ferita.

 

Sei così morbida, che porti con te il senso

di una felicità di rischi e naufragi

in un’ora d’azzurro, azzurro cupo

che quand’è andata non sai più se è stata.

 

III.

Io ti domando: tu appartieni a un altro,

cosa vieni da me con tarde rose?

Tu dici: i sogni vanno, le ore migrano,

e tutto che cos’è: lui, io, tu?

 

«Ciò che s’innalza vuole anche finire,

ciò che si prova – chi lo sa per certo?

Si salda la catena, qui le pareti mute,

là lo spazio, alto e azzurro cupo».

 


Oggi posso sostare in questa poesia, rimanere in queste parole, in questo paesaggio che appartiene a un’altra mente, a un altro sguardo. E non avere, così, bisogno, di scrivere altre parole mie.

Questa Cronaca 584 di mercoledì 13 ottobre del secondo anno senza Carnevale, e la sua poesia, appartengono a Gottfried Benn. La poesia Ora azzurra  è stata composta all’inizio del 1950 e tradotta da Anna Maria Carpi in Frammenti e distillazioni, Einaudi, 2004.