lunedì 1 ottobre 2018

Accetta questo silenzio

Ottobre, notte

Accetta questo silenzio: la parola stretta nel buio della gola come una bestia irrigidita, come il cinghiale imbalsamato che nei temporali di ottobre scintillava in cantina. Livido e intrecciato di paglia, il cuore secco, senza fumo, eppure contro il fulmine che inchiodava la porta, ogni volta nel punto esatto in cui era iniziata la morte: l'inutile indietreggiare, il corpo ardente, il calcio del cacciatore sul suo fianco.

Chiudi gli occhi. Pensa: lepre, e volpe e lupo, chiama le bestie che cacciate corrono sulla terra rasa e sono nella fionda del morire o dell'addormentarsi sfinite nella tana dove solo chi è inseguito conosce davvero la notte, davvero il respiro.

Antonella Anedda
Notti di pace occidentale

Donzelli editore 1999

sabato 29 settembre 2018

l'unica orma dell'amore

Settembre, notte

Ora solo il linguaggio può ridire quei gesti 
scriverne piano ripetendo l’ardore con cautela 
fissando perché restino ancora in questa stanza 
le grandi ombre di allora.

Schianta ancora il tuo petto contro il mio 
perché questa è l’unica orma dell’amore 
l’autunno che replicava 
stelle quasi da un mondo uguale
la finestra, la cornice di abete
l’addolorato trattenersi delle schiene.

Antonella Anedda
Notti di pace occidentale
Donzelli 1999

venerdì 31 agosto 2018

Vedere le nuvole, amare le parole

Oliver Sacks, amato neurologo e scrittore, si è entusiasmato tutta la vita per tante cose: – le felci, i cefalopodi, le motociclette, i minerali, il nuoto, il salmone affumicato e Bach, tanto per citarne alcune – ma più di ogni altra cosa sono state le parole a riempirlo di entusiasmo. Quando dico che amava le parole, non mi riferisco al semplice fatto che scriveva e che ha pubblicato tanti libri diventati classici – Risvegli, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Musicofilia. Se non ne avesse scritto nessuno, sono sicuro che Oliver sarebbe stato in ogni caso lo stesso tipo un po’ stravagante che si portava a letto dizionari giganteschi da leggere, aiutandosi con una lente di ingrandimento. Lo appassionavano etimologie, sinonimie e antonimie, slang, turpiloquio, palindromi, termini anatomici, neologismi (ma, in linea di principio, era restio alle abbreviazioni). A tavola, conversava allegramente di analisi e differenze tra omonimie e omofonie, per non parlare di omografie. E, per inciso, adorava pronunciare quelle tre parole – quell'allitterazione di “H” aspirate (rispettivamente homonyms, homophones, homographs) – con il suo caratteristico accento britannico. «Ogni giorno sono sorpreso da una nuova parola», commentò un giorno, raggiante, a proposito di un vocabolo che, all'improvviso, gli era balenato in mente. Spesso questo fenomeno gli capitava mentre nuotava – «quando nuotava a dorso idee e interi paragrafi» si affacciavano distintamente, dopo di che lui si precipitava a riva o a bordo piscina per annotarle su carta – come ha colto Dempsey Rice in un affascinante film di prossima uscita intitolato The Animated Mind of Oliver Sacks. A casa, invece, di frequente – come ha fatto per anni – scriveva parole e idee direttamente sulle pagine dei libri che stava leggendo. Per buona parte della nostra relazione, durata sei anni, mi sono riferito spesso a Oliver chiamandolo “dizionario ambulante” (anzi, un OED ambulante da “Oxford English Dictionary”) perché ricordava l’ortografia e le definizioni delle parole con grande precisione. Malgrado ciò, Oliver rimase sempre umile, non si vantava mai del suo lessico straordinario e, in caso di dubbio, andava a controllare l’Oed (possedeva tutti i venti volumi che lo compongono), oppure il più compatto e sintetico Chamber’s Dictionary, una copia del quale gli era stata regalata dalla zia preferita in occasione del suo nono compleanno. Oliver adorava così tanto le parole che spesso le sognava e, in qualche caso, le inventava addirittura. Una mattina di sei anni fa trovai scritto sulla lavagnetta in cucina “ore 5. Nepholopsia.” «E che diamine vuol dire?» chiesi mentre preparavo il caffè. Oliver ridacchiò, poi si lanciò nella descrizione di un sogno molto complicato che aveva fatto quella notte nel quale, bloccato su un pianeta alieno, aveva visto alcune nuvole antropomorfe trasformarsi in modo minaccioso e riversarsi dall'alto “con intenzioni omicide” sulla Land Rover che stava guidando. Un “incubo nebuloso”, aggiunse, quasi si trattasse del primo che aveva. Per non dimenticarsene, lo aveva annotato alle cinque del mattino. (Parlò poi di questo suo sogno allo psicanalista freudiano da cui si recava due volte a settimana). «Nepholopsia – mi disse – significa “vedere le nuvole” oppure “essere avvolti dalle nuvole”». Poi aggrottò le sopracciglia. No, non ne era molto sicuro. «Controlliamo su un buon testo» disse, e insieme andammo a consultare l’Oed (la “mia Bibbia” lo chiamava spesso Oliver, ateo convinto). Nell'Oed trovammo “nefologia”, che significa studio delle nuvole (dalla radice greca nephos), ma non “nepholopsia”. Saltò fuori che per puro caso aveva coniato una parola nuova. 

(...)

«Il massimo che possiamo fare è scrivere – in modo intelligente, creativo, critico, evocativo – di quello che vuol dire vivere in questo mondo in questa epoca». (Oliver Sacks al suo compagno Bill Hayes)

Bill Hayes
Repubblica 31 agosto 2018

sabato 11 agosto 2018

Tutto scriveva nella casa quando scrivevo. La scrittura era ovunque.

La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora.
Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri. È una solitudine, la solitudine dell’autore, quella dello scritto. Tanto per cominciare, ti chiedi che cos’era quel silenzio intorno a te e praticamente a ogni passo che fai in una casa, a ogni ora del giorno, sotto tutte le luci, quella di fuori o quella delle lampade accese anche durante il giorno. La solitudine reale del corpo diventa quella, inviolabile, dello scritto.
Trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento di libro, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un’immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell’avventura del libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.
Nella vita viene un momento, credo sia fatale, cui non si può sfuggire, in cui si mette tutto in dubbio: il matrimonio, gli amici, soprattutto gli amici della coppia. Non il figlio. Il figlio non è mai messo in dubbio. E il dubbio ci cresce intorno. Questo dubbio è solo, è il dubbio della solitudine, nato dalla solitudine. Si può già dire la parola. Credo che molti non potrebbero sopportare quello che dico, scapperebbero. Forse per questo ogni uomo non è uno scrittore. Ecco la differenza, ecco la verità, nient’altro. Il dubbio, è scrivere. Dunque è anche lo scrittore. E con lo scrittore tutti scrivono, lo si è sempre saputo.
Finché c’è il libro che esige di essere terminato, si scrive. Si è costretti a mettersi dalla sua parte. È impossibile buttare un libro per sempre prima che sia completamente scritto, vale a dire: solo e libero da te, che lo hai scritto. È intollerabile quanto un delitto. Non credo a quelli che dicono: “Ho strappato il manoscritto, l’ho gettato”. Non ci credo. O per gli altri non esisteva, ciò che era scritto, o non era un libro. Quando non è un libro, si sa, sempre. Quando non sarà mai un libro, no, non si sa. Mai.
Tutto scriveva nella casa quando scrivevo. La scrittura era ovunque.
Scrivere comunque, nonostante la disperazione. No: con la disperazione. Quale disperazione, non so darle un nome. Scrivere senza imboccare subito la via che porta allo scritto è pur sempre lavorarlo. E tuttavia si deve accettare questo: lavorare lo “scarto” significa tornare indietro verso un altro libro, verso un altro possibile di quello stesso libro.
«Quando un libro è terminato, un libro che hai scritto, intendo, non puoi più dire, leggendolo, che è un libro che hai scritto, né quali cose vi siano state scritte, né con quale disperazione o quale felicità, quella di una trovata oppure di un fallimento di tutta te stessa. Perché, alla fine, nel libro non si può vedere niente di simile. La scrittura è in certo qual modo uniforme, placata. Non succede più niente in un libro terminato e distribuito. Esso raggiunge l’innocenza indecifrabile della sua venuta al mondo».
Esser soli con il libro non ancora scritto, significa trovarsi ancora nel primo sonno dell’umanità. Significa anche esser soli con la scrittura ancora incolta. Significa tentare di non morirne.
Non so che cos'è un libro. Nessuno lo sa, ma si sa quando ce n’è uno. E quando non c’è, si sa, come si sa che si è, non ancora morti.
Marguerite Duras
Scrivere  
traduzione di Leonella Prato Caruso
Feltrinelli 1994


(grazie al blog Il mestiere di scrivere)

venerdì 10 agosto 2018

La poesia non è parole, né un’azione che culmini in fatti

Forme di pensieri

7

La poesia non è parole, né un’azione
che culmini in fatti. Ed è una difficile cosa
e tu non puoi misurarla se non con la tua propria
misura
ed è la tua patria, promessa oppure no.
E lei ti misurerà sul palmo della mano,
ti sedurrà col bene e anche col male, in essa
costruirai la tua casa, altra casa non avrai
anche se il fuoco la divorerà o se d’un tratto sarà
distrutta
Tu senti ancora ciò che dicono nella stanza accanto
e di là dalla finestra
e ascolti o tiri su una tenda
e non c’è nulla là tranne l’eco
e questa è la via del mondo
e questo è il chiuso
oltre cui non passerai.



Nathan Zach
Sento cadere qualcosa
poesie scelte 1960 - 2008
a cura di Ariel Rathaus
Einaudi 2009

giovedì 9 agosto 2018

Un po' del tuo sale azzurro

Arrivederci fratello mare

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po' della tua ghiaia
un po' del tuo sale azzurro
un po' della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po' più di speranza
eccoci con un po' più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.

Nazim Hikmet

mercoledì 8 agosto 2018

Un sapore proustiano, un profumo, la musica di una frase

Quota 84

Nel giorno del mio compleanno

Dalla torre degli anni che chiamo vita
Guardo nel pozzo: non tempo ma spazio, non qui ma laggiù,
Non senso ma memoria, ovunque in nessun luogo –
La storia incerta, il nodo al fazzoletto,
Il dove-siete-morti-onnipresenti, i vostri nomi
In un istante mi riportano all'infanzia, a ritroso percorro
La lunga strada fino al Natale e i suoi doni.
Così il DNA modella la sostanza dei sogni,
E la vecchiaia non ha motivo d’essere.
Un sapore proustiano, un profumo, la musica di una frase
Sfidano la legge naturale cui si sottraggono.
La vita sarà mia fintantoché io sarò la mia mente
E la gioventù? Sofferenze, ansie e ferite
Meglio ricordate che rivissute.


At 84

On my birthday

I look from the tower of years I call my life
Into the pit: no time but space, no here but there,
No sense but memory, everywhere nowhere –
The doubtful story, the knotted handkerchief,
The where-are-you ever-present dead, whose names
Transport me instantly to childhood, tracking
The long way back to Christmas in a stocking.
So DNA designs the stuff of dreams,
And old is age that doesn’t need to be.
Some Proustian taste or scent or singing phrase
Defies the natural law it disobeys.
Life will be mine as long as my mind is me.
While youth? Its wounds, anxieties and pain
Are best remembered, not endured again.



Anne Stevenson
Le vie delle parole
traduzione di Carla Buranello
Interno Poesia 2018