giovedì 9 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/123: una lingua nuova di sillabe e di luce


Il giardino delle ultime cose è lo specchio del giardino delle prime cose. O volte, o impressioni, o movimenti.

Nel giardino delle ultime cose si trovano sempre le immagini dell’ultima volta che abbiamo incontrato una persona cara, se andiamo a cercare nel giardino delle prime cose sì, sarà proprio la prima volta, proprio quella che troveremo.

Sono andata nel giardino a cercare mia madre, non sono riuscita a scegliere tra tutte le ultime volte quella che mi è più cara. Ma poi mi sono fermata a guardarla mentre era ferma sull'Alzaia del Naviglio Grande e non diceva nulla, i suoi pensieri fluivano in accordo con l’acqua e i suoi occhi erano celati da un paio di occhiali scuri che poi non avrebbe mai più usato.

Tra le prime cose ho trovato un ricordo che è un’immaginazione, o forse un ricordo vero, della prima volta che ci siamo guardate negli occhi: una neonata piena di capelli neri, una giovane donna con i capelli raccolti che guardava la sua primogenita e rideva nel cuore. Una volta mi ha raccontato che da quando ero nata io, aveva smesso di avere paura e si sentiva come una tigre.

La maggior parte delle immagini, degli episodi, delle persone che stanno nel giardino delle prime cose stanno anche nel giardino delle ultime cose. I pesi si bilanciano, la bambina si rispecchia nella vecchia, la rosa appena sbocciata nel gambo adornato solo di spine, il fiore di ciliegio prima in un frutto maturo e poi in un nocciolo caduto nel terreno e che germinerà, anche se ancora non lo sappiamo.

Arriverà un momento in cui i due piatti della bilancia saranno quasi in perfetto equilibrio, ma una cosa resterà per sempre ed è l’ultima volta in cui qualcosa o qualcuno saranno per la prima volta.


Una lingua nuova di sillabe e di luce

Mi muovo a piccoli passi per non
svegliare i girasoli e mi piace
vedere quanto è affollato il mio
giardino.
Chiedo alle api dove vanno a riposare,
mi rispondono con un ronzio che non
conosco, è una voce diversa che cerca
il controcanto del vento che io non
capisco.
Dovrò imparare una lingua nuova,
non solo di sillabe ma anche di luce
e pensiero.
Mi sdraio nel campo di grano che sta
per essere mietuto e saluto le spighe,
i papaveri e i fiordalisi.
Tornerà l’estate e ci ritroveremo più
rossi o più incanutiti. L’ape non teme
la pioggia, ma la nostra distrazione,
il nostro svagato andare senza più
riconoscerla nome per nome.


È grande lo struggimento del giardino perché sa che un giorno i nostri passi saranno solo ombre e il volo delle api un fruscio nell'aria.

Ma oggi che importa? Gioco con i lupi, corriamo tra le spighe, mi dimentico gli anni e il tempo, ritrovo nel giardino le corse della bambina scatenata, le fughe, la palla lanciata, i salti per imparare a volare.


Una parola appesa tra un verso e un’intenzione

Un bambino sta in braccio a sua madre,
passano uomini in divisa sotto la sua
finestra, passano navi e marinai negli
anni a venire, passa il tempo necessario
sino al tempo dovuto, quello in cui tutti
i fili si ricongiungono a formare una matassa
che ha i colori del suo giardino.
Anche il tempo si è piegato al nuovo
desiderio, gli occhi scintillano verdi nello
specchio del prato. Il taccuino scivola di
lato e una parola resta appesa tra un verso e
un’intenzione.


Il misterioso architetto ci ha letto questa poesia e io vorrei che anche gli altri lo facessero. Chiedo a tutti gli abitanti di questa terra ai piedi delle Montagne della Nebbia di scrivere una poesia dedicata al giardino, reale, immaginario o ricordato.

Prosegue la sacerdotessa, dopo essersi liberata dei numerosi veli che l’avvolgono e che seguono i colori della stagione e del luogo dove sta vivendo.


Un luogo di pace e di bellezza

Ti ascolto vento, ti ascolto mare e
vi chiedo di accompagnarmi con
il vostro suono fino in fondo al mio
giardino. Laggiù abitano fiori di cui
so il nome, spighe sfuggite al campo,
piccole farfalle dal dorso dorato e
le api che ci accolgono per profumare
di sale il miele troppo dolce dell’attesa.
Ritorneremo anno dopo anno? La risposta
è nota, ogni stagione si prepara in quella
che la precede e tutte insieme saranno
l’abito di fiori e nuvole che adornerà
la nostra memoria. Avete sentito il riso
dei bambini coprire la pioggia ieri
mattina? Scegliete, scegliete me per
restare in questo luogo dove bellezza e
pace sono la stessa cosa.



Ecco, in tre abbiamo letto la nostra poesia, gli altri stanno ancora scrivendo, il pomeriggio risplende nella luce matura delle ore, un velo della sacerdotessa vola via, strappato dal vento. Lei non si muove, non lo rincorre, tutti insieme lo vediamo scivolare nel cielo e mutarsi in nuvola.


Questa Cronaca 123 è nata intorno a queste tre poesie inedite scritte in questa estate dell’anno senza Carnevale.

mercoledì 8 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/122: nell’eternità tutto è inizio, mattino profumato

Mi sono alzata prima dell’alba anche oggi, tutto era silenzio intorno a me.
Il tiglio fiorito in giardino si riposava prima che le api tornassero ad assediarlo.
I ciliegi rosseggiavano ancora di frutti quasi maturi.
L’acero giapponese, il pesco, l’albicocco, il melograno scintillavano di rugiada.

Nell’orto sentivo mescolarsi i profumi di angurie e meloni. Bisognava tornare a raccogliere i pomodori, i peperoni e le melanzane.

Quanto amo quelle prime ore del giorno da sola, quando una grazia particolare sembra avere impregnato tutto, tutto quanto c’è intorno a me.

L’oleandro rosa è carico di fiori così come il melograno rosso e l’ibisco red heart.

I cespugli di lavanda sono arrivati quasi a sfiorare il sentiero e i primi fichi maturi, viola e dolcissimi, attirano api e uccellini.

In casa dormono ancora tutti, anche l’uomo che continuo a chiamare misterioso architetto e che, ormai, trascorre la maggior parte del tempo con noi. Solo nel pomeriggio torna alla Casa delle Stelle e continua il suo mosaico. Il resto del tempo ci ascolta, scrive sul suo taccuino rosso, legge ad alta voce le poesie che ha copiato.

Ora è sveglio e mi raggiunge accanto alla lavanda e mi legge una poesia:


La voce dell’alba

Conosci la voce dell’alba? All'inizio
è sottile, poi sale e si ferma quando
ha scelto come orizzonte questo
giardino.
Sotto le foglie riposano i passi e
le ombre di ieri, sopra i rami
cantano i passeri e gli usignoli.
Nei giorni più fortunati ritroviamo
i nostri sguardi dell’altro ieri.
Questa è l’eternità che conosco,
questo il tempo del nostro amore.
Ora la voce dell’alba è un sussurro
che scivola verso la luce matura.
La lavanda discute con le api e io
nascondo una manciata di parole
tra i fiori del melograno.



Mi piace ascoltare la sua bella voce che legge e cambio tono così che davvero ho sentito tutti questi passaggi di voci e creature che sono la nostra eternità.

Dopo di noi arriva in giardino la sacerdotessa con una sporta al braccio. Prima raccoglie i fichi e poi le ciliegie. Nell'orto stacca i pomodori maturi e il basilico perché farà pasta al pomodoro oggi.

Guardando i suoi gesti ieratici anche nella semplicità delle piccole cose della vita quotidiana, mi incanto e gioisco per questo rifugio di anime e corpi dove possiamo uscire di tanto in tanto dai nostri personaggi e condividere il lento fluire delle giornate d’estate.

Decidiamo di non andare al mare per il momento, così apparecchiamo la tavola sotto il pergolato. Il profumo del caffè appena fatto si mescola con quello dei frutti maturi e del pane appena sfornato.

Quanto resisterà la nostra piccola comune di innamorati delle parole?

Non lo so, non voglio saperlo, mi abbandono alla luce che mi scolpisce lo sguardo e lascio quella piccola nuvola invadermi i pensieri.

Forse abbiamo imparato ad amare perché tutto qui, sulla terra, è passeggero.

Nasce, risplende, svanisce. Così amiamo il ricordo e la memoria ci assedia, anche se non ci sono età dell’oro da rimpiangere e possiamo abbandonarci all'oblio, cioè a un ricordo che ci ha scelto per riposare.






Il titolo di questa Cronaca 122 è un frammento da La provincia dell’uomo. (Quaderni di appunti 1942-1972) di Elias Canetti, traduzione di Furio Jesi, Adelphi 1978.

La poesia è mia e l’ho scritta oggi per questa Cronaca 122.

martedì 7 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/121: della luce stupefatta del plenilunio, del maniero al mattino, sulla strada cancellata dal sole a mezzogiorno

Tutta la vita che vivo nella città non più silenziosa e ormai priva di gelsomini, si riflette nella vita degli abitanti di tutte le case che sono apparse ai piedi delle Montagne della Nebbia. Ogni volta che torno di qua porto con me un poeta o uno scrittore e la sua opera. Perché lo faccio? Per riflettere sulla mia vita da lettrice, per condividere le mie passioni poetiche e letterarie, per ampliare la biblioteca della Casa delle Parole, per gustare la bellezza delle lingue, l’etimologia delle parole, i ricordi, le storie, i paesaggi, le metafore. Oggi ho portato con me le poesie e le prose di Vittorio Sereni che ha accompagnato la mattina passata in giardino e l’incandescente incontro con la luce verticale dello zenit.


Incontro

Come un rosaio,
un vortice d’ombra e di vampe
che mi fioriva d’intorno
sulla strada cancellata dal sole
a mezzogiorno.


Quella strada cancellata la conosciamo molto bene e non ci importa l’intensità della luce perché sappiamo percorrerla a memoria. C’è una domanda, non mia, che mi tormenta e che giro ai miei coinquilini insieme a una possibile risposta: “Di che cosa soffri? Dell’irreale intatto dentro il reale devastato”.

Permanenza

Di che cosa soffri? Come se si svegliasse nella casa senza rumore l’ascendente di un volto che uno specchio agro avesse raggelato. Come se, abbassata su un piatto cieco la lampada e il suo bagliore, la vecchia mensa coi frutti tu sollevassi alla gola serrata. Come se rivivessi le tue fughe nel vapore del mattino incontro alla rivolta tanto amata, lei che meglio di ogni tenerezza ha potuto assisterti e educarti. Come se tu murassi, mentre il tuo amore dorme, il portale sovrano e la via che vi penetra. Di che cosa soffri? Dell’irreale intatto dentro il reale devastato. Dei loro meandri avventurosi cerchiati di richiami e di sangue. Di quanto fu scelto e non toccato, dalla sponda del balzo alla proda raggiunta, del presente irriflesso che scompare. Di una stella che si è accostata, folle, e sta per morire prima di me.


Ecco che il sole porta in sé il ricordo dell’ultima pioggia che ci ha sconquassati la settimana scorsa e che forse ritornerà questa sera.


Anni dopo

La splendida la delirante pioggia s’è quietata,

con le rade ci bacia ultime stille.
Ritornati all’aperto
amore m’è accanto e amicizia.
E quello, che fino a poco fa quasi implorava,
dall'abbuiato portico brusìo
romba alle spalle ora, rompe dal mio passato:
volti non mutati saranno, risaputi,
di vecchia aria in essi oggi rappresa.
Anche i nostri, fra quelli, di una volta?
Dunque ti prego non voltarti amore
e tu resta e difendici amicizia.


Sì, l’amicizia ci soccorre e ci difende, nell’intreccio di voci e rimandi, nella confusione generata dalla lettura collettiva di questi testi, e mi rendo conto che è una e una soltanto la voce che andiamo cercando, quella che ci corrisponde.



Via Scarlatti

Con non altri che te
è il colloquio.
Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutta case, la via;
ma l’apre d’un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro lei par sempre sera.
Oltre anche più s’abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra più ombra di fatica e d’ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti,
l’improvviso sgolarsi d’un duetto
d’opera a un accorso capannello.

E qui t’aspetto.


Ma mentre aspettiamo è la memoria a venirci incontro e a elencare quello che abbiamo condiviso.


Antica memoria
a Jean Bazaine. 19-20 gennaio 1957


La fronte ormai contro la pietra
di mille anni mi rammento.
Della giovane Francia accucciata sulle colline
della zuppa densa e delle pozze dormienti
dei coltivi racchiusi dentro il cuore dei boschi
delle prime vendemmie e dei nuovi promossi
della luce stupefatta del plenilunio
del maniero al mattino e della fattoria
delle pere a spalliera e dei vivai senza stento
dei corvi in pattuglia e del loro spavento
del fuoco guizzante della vergine vinta
della neve sui rovi dove si sprofonda
delle albe argute e dei tramonti sfatti
del sole che grande la montagna rinverde
del lungo coraggio dei nonni
della finezza del legno lavorato
delle abdicazioni e dell’onore
della morte antichissima
del quotidiano dolore
dell’amaro d’amore
della felicità che stinge
di te di me non più che poco, niente.


In tutti questi giorni di amicizia e di amore stiamo tessendo conversazioni e relazioni, scavando solchi nei sentieri del bosco e sulla spiaggia. Ciò che siamo, ciò che diciamo, tutto resterà nell’istante eterno che ci viene incontro.

Buona notte a voi miei amici e lettori. Qui una serata di vento e profumi ci avvolge, dopo una giornata di vento e desideri. A domani.



Le poesie di questa Cronaca 121 sono di Vittorio Sereni.

Incontro fa parte della raccolta Frontiera, Mondadori 1941.
Anni dopo fa parte della raccolta Gli strumenti umani, Einaudi 1965
Permanenza è una traduzione da René Char.
Ancienne mémoire è una traduzione da René Frénaud.
Entrambe le poesie fanno parte del volume Il musicante di Saint-Merry e altri versi tradotti, Einaudi, 1981.
Tutti i testi sono pubblicati nel volume Vittorio Sereni. Poesie e Prose, Mondadori 2013

Di seguito gli originali francesi dei testi tradotti.


Rémanence
De quoi souffres-tu? Comme si s’éveillait dans la maison sans bruit l’ascendant d’un visage qu’un aigre miroir semblait avoir figé. Comme si, la haute lampe et son éclat abaissés sur une assiette aveugle, tu soulevais vers ta gorge serrée la table ancienne avec ses fruits. Comme si tu revivais tes fugues dans la vapeur du matin à la rencontre de la révolte tant chérie, elle qui sut, mieux que toute tendresse, te secourir et t’élever. Comme si tu condamnais, tandis que ton amour dort, le portail souverain et le chemin qui y conduit. De quoi souffres-tu? De l’irréel intact dans le réel dévasté. De leurs détours aventureux cerclés d’appels et de sang. De ce qui fut choisi et ne fut pas touché, de la rive du bond au rivage gagné, du présent irréfléchi qui
disparaît. D’une étoile qui s’est, la folle, rapprochée et qui va mourir avant moi.


Ancienne Mémoire
à Jean Bazaine - 19-20 janvier 1957

Déjà le front contre la pierre
de mille années je me souviens.
De la France jeune juchée sut les collines
de la soupe épaisse et des creux d’eau dormante
des cultures enclavées dans les forêts approfondies
des premières vendanges et des nouveaux promus
de la lumière étonnée de la lune pleine
de l’éclat matinal du manoir et de la métairie
des poires en espalier et des viviers sans nulle peine
des corbeaux patrouillant et de leurs cris d’effroi
du feu qui s’envolait de la vierge vaincue
de la neige sur les épines où l’on s’enfonce
des aubes malicieuses et des couchants salis
du grand soleil reverdissant la montagne
du long courage des grands-parents
de la finesse du bois travaillé
des abdications et de l’honneur
de la mort très ancienne
de la douleur quotidienne
de l’amour amer
du bonheur pâli
de toi de moi si peu que rien.


lunedì 6 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/120: quella parte della notte che non diventa mai luce, che non passa, che permane


Leggo sempre con grande curiosità le biografie e i memoriali degli scrittori, così come i diari, le autobiografie e gli epistolari. Così tra ieri notte e questa mattina ho letto il nuovo libro di Emanuele Trevi Due vite, in cui lo scrittore rievoca e racconta per frammenti, così come la memoria funziona, le vite degli scrittori Rocco Carbone e Pia Pera, suoi grandi amici di gioventù. Amo i libri di ciascuno di loro e non potevo che amare questa narrazione dove la vita di Trevi stesso diventa parte della geometria variabile di tre esistenze segnate dalla passione per la letteratura, per il senso dell’amicizia, per le vite esemplari di una generazione, la mia, troppo piccola per il ’68, ma abbastanza grande per il ’77.

Cosa fa di uno scrittore uno scrittore? Nelle biografie, più o meno letterarie, si cerca sempre di scoprire l’evento, l’azione, il moto dell’anima, cioè la causa che porta un essere umano a chiudersi in casa a scrivere, così come anche Trevi confessa. Il tempo del vivere e il tempo dello scrivere, le ambizioni della gioventù, sia Carbone che Pera parevano destinati a una brillante carriera universitaria, l’intrecciarsi di amori e amicizie, dove scopriamo che Chiara moglie di Trevi è la scrittrice Chiara Gamberale che è stata grandissima e intima amica di Rocco.

C’è una fotografia scattata da Rocco che ritrae Emanuele e Pia sorridenti: “Inspiegabilmente, alla fotografia si associa l’idea dell’«immortalare», ma è più un modo di dire sbagliato, non c’è nulla che più della fotografia, in un modo o nell’altro sempre vincolata all’attimo e al presente, ci ricordi la nostra transitorietà e futilità. Come l’angelo con la spada infuocata (il più incazzato e inflessibile degli angeli) il tempo ci sbarra ogni via del ritorno a quel paradiso terrestre che vediamo nelle fotografie, trasformando ogni gesto e ogni presenza nell’emblema di una caduta inarrestabile. D’altra parte, quell’attimo che la fotografia ritaglia nella durata può rendere visibile un’essenza, un aspetto permanente del carattere”.

La fotografia è un modo formidabile che fissa nella nostra memoria un istante preciso del tempo e ci permette di riviverlo all’infinito. Un tempo, dove non esistevano ritratti e dove era impossibile riconoscere qualcuno che aveva attraversato la tempesta degli anni, era il symbolon, un oggetto diviso in due parti di cui una veniva consegnata a chi partiva e che lo rendeva riconoscibile al ritorno. La fotografia è simbolo di ciò che è stato e, come la scrittura, permette ai morti di ritornare tra noi o di congedarsi definitivamente. Trevi racconta della presenza inquieta del suo amico, dell’insonnio, del panico insorti dopo la sua morte e che finirono solo quando lui si prese cura del romanzo inedito e incompiuto di Rocco. Le fotografie di un tempo, hanno un gusto particolare perché sono in bianco e nero o in colori sbiaditi, come se la luce fosse stata costretta a restare nel luogo dove ci ha strappato la forma per imprimerla sulla carta.

Prendersi cura in ognuno dei mondi che abitava, umano, animale e vegetale, era la cifra di Pia Pera, finissima traduttrice dal russo, squisita narratrice che aveva smesso di scrivere romanzi dopo una brutta causa che le aveva intentato il figlio di Nabokov. L’eredità di un casale di famiglia, le offrì la possibilità di reinventarsi, di nuovo, la vita. Con l’orto e il giardino nasceva una nuova scrittrice che aveva anche il piacere di gironzolare per librerie a raccontare questa passione e infatti l’avevo conosciuta alla libreria Utopia di Milano al tempo dell’uscita di L’orto di un perdigiorno che avevo letto e poi segnalato, forse anche regalato alla mia amica Paola detta “del giardino” come la chiamava mia madre per distinguerla dall’altra Paola nata lo stesso giorno, il 28 giugno, e con le Paoline, come le chiamo io, abbiamo festeggiato compleanni e onomastici, sempre più a distanza ma senza mai dimenticarci anno dopo anno.

I due scrittori scomparsi, Rocco per un incidente in motorino, Pia per un’inesorabile malattia degenerativa, rivivono ed emozionano nella narrazione di Trevi e lasciano tracce su di noi la loro scrittura, il loro dolore, la depressione bipolare di Rocco e la SLA di Pia, come la polverina, un insieme di scaglie colorate e microscopiche, che sta sulle ali delle farfalle e le rende riconoscibili alla specie, oltre che oggetto di incanto per noi umani. Le parole degli scrittori e dei poeti sono una polverina immaginaria che colora la memoria e riporta in vita i morti.

Al duo degli scomparsi, fatti rivivere da Trevi, si accompagna sempre l’ombra dello scrittore che confessa: “Scrivere di una persona reale e scrivere di un personaggio immaginato alla fine dei conti è la stessa cosa: bisogna ottenere il massimo nell’immaginazione di chi legge utilizzando il poco che il linguaggio ci offre”.

Se Rocco era infelice, e questa infelicità era parte fondante del suo essere, Pia era una creatura incantevole.

“Più la conoscevo, o credevo di conoscerla, più Pia mi sembrava distaccata da una concezione comune del tempo. Per tutti noi, voglio dire, c’è un tempo evidente, che è quello in cui prendiamo forma e veniamo consumati, seguendo una direzione irreversibile, come una pallina su un piano inclinato. Ma esiste anche un tempo meno percepibile e non misurabile in giorni o anni, nel quale non facciamo che spendere energie puramente negative, necessarie a respingere oscure minacce, a ricercare un instabile equilibrio tra forze contrarie, a fuggire da ciò che i nostri genitori hanno desiderato per noi. Non ce ne accorgiamo nemmeno, eppure, quando ci sentiamo stanchi, non dovremmo pensare solo a ciò che abbiamo fatto, ma all’oscuro lavoro di sottrazione e rinuncia che ci costa la nostra stessa consistenza, nella veglia e nel sonno. Credo che avessero ragione gli antichi filosofi che supponevano uno strato della nostra anima in comune con altre specie di esistenza, una dimensione “vegetativa” del nostro essere che tende a sfuggire alla coscienza come l’attività di un organo involontario. L’individuo che recupera alla sua consapevolezza questa forza negatrice, questo potere cieco di pura persistenza, questo ritmo stagionale di espansione e contrazione, riconoscendosi per questa via intuitiva in ogni fenomeno della vita cosmica, non considerandosi molto diverso da un cane randagio, da una venatura del marmo, da un cespuglio di rosmarino, ha ottenuto qualcosa di molto simile alla salvezza. Invece di rinunciare all’egoismo (come se fosse possibile!) lo ha attraversato fino in fondo, ed è sbucato nella libertà senza bisogno di abiurare nessuna maschera indossata in precedenza.
Questa è stata la strada di Pia, e questa strada conduce a qualcosa che è insieme metafisico e fisico al grado supremo: un giardino. È un’idea che si può calpestare, che lascia tracce sulle scarpe, in un giardino, ciò che pulsava nel buio, la forza oscura e caparbia che si consuma resistendo alla morte, affiora alla luce. La freccia e il circolo trovano il loro punto di identità.
Quando immagino Pia nel suo giardino, una cesta di vimini in una mano e una piccola zappa nell’altra, non mi viene in mente solo un essere umano che rende vivibile o addirittura bello uno spazio estraneo. Quella che mi si fa incontro è un’immagine della totalità della vita, un’immagine che racchiude in sé ciò che è possibile sapere e ciò che non si può sapere, il giorno e quella parte della notte che, come nelle sonate di Chopin, non diventa mai la luce dell’alba, non passa, permane”.

Così è la nostra vita, un frammento di spazio/tempo che non passa e permane, libro dopo libro, parola dopo parola, scrittore dopo scrittore, lettore dopo lettore.

Ecco, anche per oggi ho finito di raccontare una storia ai miei amici reali e immaginari, quelli che vivono nella città non più silenziosa, dove, teoricamente risiedo anch’io e quelli che popolano le terre ai piedi delle Montagne della Nebbia. Gli uni sono specchio degli altri e in ciascuno di essi io pure mi rispecchio, come ha fatto Emanuele ricordando Rocco, che rivive in un ulivo piantato nel luogo dell’incidente mortale, e Pia con il suo giardino segreto.

Gli scrittori, è sempre Trevi a ricordarcelo, come i bambini riescono a costruire un mondo dentro il mondo, un regno che è sempre un regno e che offre un luogo alla memoria, anche se incerta e fugace: “Come i fiori di melo appena sfiorati dalla brezza, anche i ricordi di chi abbiamo conosciuto talmente bene che la consuetudine è diventata quasi un riflesso condizionato, si staccano e volano via con rapidità inconcepibile. Pensiamo di averne accumulati tantissimi, così numerosi e vividi da renderli inestinguibili – e invece in mano ci resta poco più di uno sfarfallio di immagini incerte e fuggitive. Forme di memoria talmente insignificanti e sbriciolate da equivalere alla dimenticanza”.

Noi non ricordiamo ciò che abbiamo dimenticato, ricordiamo solo ciò che abbiamo già ricordato sentenzia la sacerdotessa.

Qual è allora la scintilla che rende un ricordo tale e come riconoscere quel cono d’ombra che inghiottirà la maggior parte di quel che abbiamo vissuto?

Con queste domande si chiude l’ultimo pomeriggio, qui sul mare quieto che ondeggia e scivola ai piedi delle Montagne della Nebbia.



Le citazioni sono tratte dal libro di Emanuele Trevi Due vite, Neri Pozza Editore, maggio 2020


domenica 5 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/119: avremo scritto il nostro sogno, avremo sognato il nostro scrivere


Viviamo di impressioni e ricordi, ricordiamo quel che ci ha impressionato, così la vita è la trama quotidiana degli istanti vissuti, di quelli ricordati, di quelli immaginati. Questa tessitura non è fine a se stessa perché fino a che le immagini, tutte le immagini, non entrano nell'arazzo di cui le parole sono ordito, non abbiamo un quadro coerente che dia senso al nostro vissuto.

Conveniamo su questo sistema che dà forma e senso al mondo e ciascuno porta un frammento, una citazione, una poesia che possano rendere memorabile la nostra domenica d’estate. Il mattino è passato tra passeggiate, corse in riva al mare, nuotate e giochi con la palla, dove i bambini che siamo stati hanno preso il sopravvento e, liberi, hanno giocato.
Ora che è pomeriggio, la brezza marina ha cullato la nostra siesta e reso dolce il risveglio. Sulla tavola in veranda brocche di acqua fresca con limone e menta, ciotole piene di ghiaccio su cui riposano ciotole più piccole colme di cubetti di melone, anguria, pesca e fragole. Le albicocche e le ciliegie sono scampate alle manie geometriche della regina e tutto l’insieme dei colori, i rossi, i gialli, gli arancioni, rendono giustizia all’estate e al sistema solare nel quale rotoliamo, grati delle stagioni, di questa stagione, soprattutto.

La prima lettura è un frammento di Albert Camus:


“Fiotti di sole caduti dal sommo del cielo rimbalzano brutalmente sulla campagna intorno a noi. Tutto tace davanti a questo tumulto e il Lubéron, laggiù, è soltanto un enorme blocco di silenzio che io ascolto senza tregua. Tendo l'orecchio, di lontano corrono verso di me, mi chiamano invisibili amici, la mia gioia aumenta, la stessa di molti anni fa. Un felice enigma mi aiuta di nuovo a capire tutto. Dove sta l'assurdità del mondo? È questo splendore o il ricordo della sua assenza?”


Lo splendore dell’assenza, lo splendore del ricordo, ritorniamo sempre nei luoghi che ci hanno segnato anche solo scrivendo una poesia. Ma qui, oggi, vi porto una voce nuova che ancora non ho ospitato nelle Cronache ma che sta nel mio piccolo Olimpo della poesia contemporanea, ed è la voce di Camilla Miglio.


Bassa marea

La linea dei pini
ci ha cavati dall'onda abolita,
e intanto la diomedea tace
mimando la Murgia, non più marina.
L’altopiano è quasi una faglia
spartita tra grano e zolle
mentre
l’eucalipto sorprende
un pianto, lo raccoglie
sognandosi in rosa di salice.
Il canale del vento
s’incide nella ruga dei mulini
di un paese
che non conosce acqua
ma nel tempo è una fonte.


La fanciulla divina è tornata dalla madre nel colmo della stagione. Per questo la madre concede alla terra di darci tutti questi frutti. Perché la madre non può stare senza la figlia? Qual è la storia dietro la storia?


Kore

Sguardo di rondine
dal ramo.
Vestita di lino, bianca,
ma senza Demetra.
Arde dentro, il corpo
ma freddo risplende.

Fuori c’è il mare di Otranto.


Al quel mare torna la fanciulla che pensa al principe rinchiuso a forgiare nel sottosuolo.



Al principe dei gigli (da Goethe)


In mille forme potrai pure nasconderti
di tutti mio più amato, ti riconosco subito.

Vestiti pure col vento e con l’anello
in tutto tu presente, ti riconosco subito.

Nello slancio disperato del cipresso
tutto azzurro sei cresciuto, ti riconosco subito.

Nel continuo ondeggiare del mio mare
tutta roccia sgranata, e io ti riconosco.

Nella marea che sale e poi dilaga
tutto movimento in un riflesso, e io ti riconosco.

Se la nube prende forma e poi la perde
tutto orma sei nel labirinto, e io ti riconosco.

Sul tappeto fiorito del tuo dono,
tutto danza di stella, io ti riconosco.

E se con mille braccia l’edera dirama
tutti accogli tu, e per questo ti conosco.

Quando sul monte s’illumina il mattino
tutto saluti tu, e io ti saluto ancora.

E quando su di me s’inarca il cielo,
tutto tu attraversi, e poi io ti respiro.

Quello che apprendono i miei sensi dentro e fuori
tutto racconti a me, e da te l’apprendo io.

E quando dell’anima pronuncio i cento nomi,
in tutti segue in eco il nome tuo.


Il misterioso architetto legge poi una poesia che lo riporta nelle sue terre d’oltremare e mitiga la nostalgia.


L’art des femmes berbères

Ti offro il mio tappeto dell’Antiatlante rosso,
geometrica neolitica figura per vasi
cotti chiari e scuri, per tappeti, per tessuti,

identici a quelli di Gnathia.

Una lunga strada di migrazioni
avanti e indietro nel Mare di Mezzo
migliaia di anni di mano in mano
affidata a dita che maneggiano
fili, colori con fiori pestati,
segrete miscele di cardamomo
e zafferano, rosa del deserto
e lapislazzulo, azzurrissimo,
per tessere copricapo sottili
all'uomo dagli occhi lunghi tuo sposo:
Potrebbe essere greco o marocchino
Levante in occidente, Atlante in Tesprozia.

Tutto è vero nel grande
castello di Atlante

che è il mio tappeto.


Il tappeto di Camilla è intessuto di parole e narrazioni sognate prima ancora che scritte.


Lancio di dadi sull’acqua

C’era una tavola come apparecchiata, ma per terra.
Parevano scodelle quei fogli scritti e fitti
mezzo strappati da una tovaglia di carta –

“Avremo scritto il nostro sogno, avremo sognato il nostro scrivere”

C’erano come dadi sulle carte sgranate,
ma erano i ciottoli del Mar Nero
improvvisamente lanciati sulle nostre vite –

“Abbiamo seminato? Fiori. Raccoglieremo? Fogli”
“Avremo raccolto ancora ciottoli, ma chi potrà crederci”

Sulla carta apparecchiata
quasi una mappa confusa
tra pesci pane e un ricordo di vino.

C’era stata una fiamma, e intorno una tavola
come apparecchiata sullo scoglio
cancellata dalla sabbia e solo dopo secoli riemersa
sul fondo di un fiume essiccato.

Eravamo morti da tempo
e si parlava nel vento

“Vorrei rinascere per amarti in qualche forma”
“Ma tu lo sai, avremmo forme strane e imperscrutabili –”

“In mille forme potrai pure nasconderti, ti riconosco subito”
“In mille forme, e ancora ti respiro”
la brezza aveva spento ogni lume,
e non avremmo saputo più dire
se eravamo ancora anime antiche
o forse bambini con piedi piccoli
nelle pozze dello scoglio,
attenti a non farci ferire
dai granchi e dal vetro.



Dopo le letture abbiamo ripreso a camminare sulla spiaggia e ho visto le impronte di quei piccoli piedi accanto a una pozza dove due granchi sonnecchiavano.

Camilla è qui con noi, anche se sta scrivendo un nuovo libro, una forza della natura, una grande madre, una voce poetica che attinge alla grande poesia tedesca, alla Grecia e alla sua lingua antica, al mare che bagna la Puglia, all'amore per le persone e per i libri. Lei è l’estate incarnata, la dea dei frutti, la dea della stagione più lunga e colorata.




Tutte le poesie di questa Cronaca 119 sono di Camilla Miglio, poetessa, germanista, traduttrice e studiosa di Paul Celan e Ingeborg Bachmann.
L’art des femmes berbères è inedita e appartiene alla raccolta Stagioni di Kore, che spero Camilla vorrà pubblicare quest’anno.
Le altre poesie sono tratte dal volume Maree, Atì editore 2010

La citazione di Albert Camus è tratta da L'enigma in L'estate. Opere - Romanzi, racconti, saggi a cura e con introduzione di Roger Grenier, traduzione di Sergio Morando, Classici Bompiani 1988