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venerdì 14 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/677. La polvere dei sogni e le farfalle del giorno

 

 


 

Per scrivere questa Cronaca potrei iniziare a fare commenti sull’idea bislacca di non dare più il bollettino giornaliero del Covid, oppure quella bislacca, inglese of course, di non utilizzare più le mascherine. O potrei commentare i fatti della notte di Capodanno a Milano, o anche commentare l’autocandidato alla Presidenza della Repubblica. Potrei anche scrivere qualcosa degli scrittori scomparsi in queste settimane – Gianni Celati, Joan Didion, Vitaliano Trevisan - potrei, ma non voglio farlo. Anche se questo mio appuntamento quotidiano dovrebbe essere una cronaca, preferisco quasi sempre divagare, lasciarmi prendere da moti interiori, da favole, da ricordi, perché in questa pagina sono libera di scrivere quel che mi pare. Ciò premesso, torno a pensare a cosa scrivere oggi, potrei scrivere del sole così strano in gennaio, potrei scrivere della stanchezza sociale che pervade nel profondo le relazioni e le persone, dei frammenti di conversazioni che mi restano aggrappate alle orecchie durante la passeggiata quotidiana. Potrei scrivere dei libri che sto leggendo (già fatto), della mutevolezza del cielo (idem), della fuga delle nuvole (già scritto, già scritto!), potrei ripercorrere sentieri già battuti o cercarne altri, il mondo è pieno di strade inesplorate, ma non voglio programmare niente oggi, voglio solo ciondolare da un libro all’altro, da una storia all’altra.

 


 

Istruzioni per continuare a volare

 

Forse è inutile cercare

un senso, forse non ha

senso progettare una

giornata, basta seguire

il telaio degli impegni e

poi scartare, all’improvviso,

proprio quando il giorno

non se lo aspetta e correre

incontro alla notte e alla

caduta felici come foglie.

Felici della gioia che brilla

nelle ore, in ogni singola

ora, come la polvere sulle

ali delle farfalle. Per questo

non bisogna staccare

i sogni dal giorno, perché

se lo facciamo non riusciamo

più a volare.

 

 

Una giornata lunga che finisce con l’ascolto e il racconto condiviso di molti sogni, lontani nel tempo e anche recenti, un ascolto guidato per me da una frase: “offrire la propria luce quando l’altro è in ombra”, affermazione di cui ringrazio Giancarlo S.

Oggi è venerdì 14 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 677 sta già sognando.

giovedì 13 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/676. A che punto è la notte?

 


 

Mi piace indugiare al risveglio, prendere il tempo per ritornare sui sogni, decidere se scriverò qualcosa intorno. Indugio perché ogni risveglio è un ritorno da una terra sconosciuta di cui vorrei tenere con me almeno qualche frammento. È poi il profumo del caffè, un’intera carovana di realtà e impegni, a prendere il sopravvento. Ma non riesco a smettere di pensare alla notte che sistema le cose e queste immagini mi hanno accompagnato per tutta la giornata.

 

 

Il nuovo giorno è iniziato


A che punto è la notte? Questa

è la domanda del mattino che

aspetta. Aspetta che la notte

finisca di ripiegare il buio in

quadrati e le stelle nei vasi

di ombra. Per ultimo è questo

sgomento che accompagna

il silenzio notturno, sgomento

che solo i canti dell’alba

acquietano e accarezzano

come il gatto che fa le fusa

accanto al fuoco. Prima che

il fuoco divampi e il giorno

divori gli ultimi lembi del buio.

È mattino, il nuovo giorno

è iniziato.

 

 

Ogni giorno che inizia è un foglio bianco, una pagina non scritta, una tela da tessere, un mosaico da comporre. È il filo che il tempo ci tende, cosa ne verrà fuori, alla fine, dipende da noi, soprattutto da noi. Oggi è giovedì 13 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 676 sta aiutando la notte a dispiegare il buio tutto intorno a noi.

martedì 31 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/541. Ogni notte è compagna di un fuoco che arde da millenni

 

Anche se crediamo di conoscere la notte, tutte le notti sono diverse una dall’altra. Anche nell’estrema ripetizione di eventi, perché passiamo la maggior parte della notte a dormire, le notti sono una diversa dall’altra, più lunghe o più corte, ci dicono che la stagione della fiamma si avvicina, o che presto i germogli esploderanno sui rami, che nuove pianticelle bucheranno la terra e si allungheranno a cercare il sole. In queste ore dove la luce è nell’altro versante del mondo, lasciamo questa realtà e ci addentriamo nel mondo dei sogni, magari dopo essere passati dal regno dell’immaginazione. Non sempre queste altre dimensioni della realtà sono benevole con noi, a volte sono incubi a venirci incontro, o il ricordo di persone che abbiamo amato e perduto. Ma se il ricordo è dolce, al risveglio saremo grati di avere sentito proprio quella voce, e porteremo quella dolcezza con noi nel giorno nuovo che seguirà questa notte felice. La notte è il regno degli amanti e degli innamorati, degli insonni e dei draghi. A tutti capita, prima o poi, di non riuscire a prendere sonno, o di svegliarsi molto presto, quando fuori è ancora buio. La notte è anche il luogo della nostra fragilità, come potevano sentirsi i nostri antenati, quando migliaia di anni fa erano in balia degli elementi e della natura? Quanto dovevano essere spaventose le notti? E quanto pericolose? Eppure la nostra specie ha superato quella barriera di notti perché ha presto capito che dopo il buio la luce sarebbe ritornata, una nuova speranza, la possibilità di cercare il cibo, di nutrirsi. Come sarà stato quando abbiamo capito che il fuoco scaldava, illuminava e migliorava il sapore del cibo? Quando abbiamo imparato ad accendere il fuoco, a ricoprirci di pelli? Era notte quando i primi artisti hanno dipinto un bue che salta? Cosa volevano esprimere? Il successo nella caccia o il timore dei grandi animali che ci attaccavano? Era notte mentre quell’uomo o quella donna hanno disegnato sulla pietra? Per millenni, fino all’invenzione dell’energia elettrica, abbiamo rischiarato la notte con olio vegetale o grassi animali. Tutti i grandi dipinti del passato sono stati realizzati dagli artisti sapendo che gli li avrebbero guardati non solo alla luce del giorno, ma anche alla luce delle candele.

Vincere il buio è stata una delle nostre più grandi conquiste, anche se a causa di ciò abbiamo perduto i cieli stellati, noi umani inurbati. Le grandi stellate che ho visto risalgono agli anni delle vacanze calabresi o ai cieli sgombri lontano dalle grandi città, in giro per tutta Italia, quasi tutta l’Europa, il Nord-America e Israele. Mi mancano tanti cieli e tante notti, l’anno scorso avrei dovuto ricominciare a viaggiare, andare in Russia e in Grecia, ma sono rimasta chiusa in casa come tutto il resto del mondo. Arriverà un tempo dove potrò andare di nuovo alla ricerca di quelle stellate che non conosco? Vedrò di nuovo l’alba in un luogo dove non l’ho mai vista?

 



 

Le parole della notte

 

La notte, il buio e le stelle,

le stelle, il buio e la notte,

sono inscindibili in me, nel

cuore e nell’occhio, nella

memoria. Per questo

tesso la mia poesia con

questa oscurità che mi

circonda e cerco pace

nelle parole che la notte

lascia sulla soglia della

mia immaginazione.

 

 

Ma so accontentarmi anche di notti già vissute, sotto il cielo di Milano o nel giardino della Casa delle Parole. Lì sono certa che vedrò le stelle, se le nuvole non arriveranno a proteggerle dal mio sguardo indagatore. Oggi è stata una buona giornata di silenzio e scrittura, e la notte è arrivata con il suo passo di pantera e mi ha colto alla sprovvista. Così l’ho invitata in questa Cronaca 541 di martedì 31 agosto del secondo anno senza Carnevale, una Cronaca notturna e stellata, piena di promesse per il domani che verrà.

domenica 18 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/406. La grazia del sonno e il canto della notte

 


 

Imparare la notte non è semplice, è un impegno il cui esito non è scontato. Da bambini conosciamo la notte, abbiamo paura del buio, ma sappiamo abbandonarci al sonno come solo i gatti sanno fare allo stesso modo. La notte e il sogno coincidono, se arrivano gli incubi ci si risveglia di colpo, ma qualcuno si prenderà cura di noi e dei nostri incubi. Le minacce svaniscono con la luce, gli abbracci e le parole dolci confortano. Nei casi più seri occorre un bicchiere di latte tiepido e qualcuno che ci tenga abbracciati per farci riaddormentare.

Nel sonno ridiventiamo tutti vulnerabili come bambini, per questo ci rassicura sapere che qualcuno veglierà su di noi se ne avremo bisogno. Quando ero bambina e vivevo con i miei genitori, era mio padre ad accorrere in caso di incubi, aveva il sonno leggero e arrivava fulmineo a rassicurare. Ricordo i suoi interventi soprattutto perché sono stati rari, il sonno e i sogni erano un momento fondamentale della giornata, non tempo perso o non vissuto, ma tempo denso di significato che ravvivava la vita da svegli, come quando si passa una pennellata supplementare di olio su un dipinto già iniziato. Ricordo dormite fenomenali nell’infanzia e nell’adolescenza, anche dodici ore di fila, ma non ho ne ho nostalgia. Ogni età ha bisogno del suo sonno, così da adulta ho iniziato ad andare a letto sempre più tardi per poter leggere, scrivere e studiare, cosa che faccio ancora oggi. I piccoli riti per convocare il sonno sono sempre gli stessi: una tisana, le ultime chiacchiere con le persone che amo, un profumo gentile di lavanda sul cuscino, un libro che mi piace abbastanza ma non mi appassiona, così non sono costretta a restare sveglia per finirlo. La cura del sonno inizia così, anche quando mi occupo del sonno di altre creature. Penso ai gatti, che dormono anche di giorno con le zampine che gli proteggono gli occhi, che di notte vengono a dormire appollaiati sulla nostra spalla con il musino incollato alla nostra guancia. Dovrei aprire una grandissima digressione adesso, per parlare del sonno degli amanti e degli amati, ma è una dimensione sacra e anche segreta. Mi fermo quindi sulla soglia della camera da letto.

 

 

Quando dormi accanto a me

 

Il tuo sonno è la prima

stella che brilla sull’orizzonte,

una guida sicura per

continuare e non avere paura.

Attraversare la notte e scrivere

parole con la mano sinistra,

appartengono al dominio dei

sogni. Non si può eludere questo

brusco richiamo che ci stacca

dalla nostra veglia. Nostra e di

nessun altro, perché ciascuno

sta sveglio a modo suo e

ciascuno si lascia rapire dal

mondo dei sogni, quel mondo

dove spesso ho avuto la percezione

che quella fosse la vita vera e

l’altra solo una pallida imitazione.

Mentre dormi ti guardo

dormire, respiro il profumo

della tua tempia, sento

il sangue che circola lento, non

occorre l’affanno del mattino

per compiere il proprio dovere.

Dormi allora, amore mio, lascia

che l’Angelo scuota le ali e che

le piume siano soffici e che

il canto della notte sia dolce

quando dormi accanto a me.

 

 

Questa è la Cronaca 406 di domenica 18 aprile del secondo anno senza Carnevale, la sera ha lasciato il passo alla notte e io strofino fiori di lavanda tra le dita e sogno sogni mai sognati.


mercoledì 14 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/402. Chi sta leggendo Violet Trefusis questa sera?

 


Silenzio, è mattino presto, cammina veloce, non fermarti a contare le foglie.

Veloce, è mattino presto, stai nel silenzio, non fermarti a contare le nuvole.

La vita nella città silenziosa è un elastico impazzito che ti fa oscillare tra il cielo e le pozzanghere e non si riesce mai a fermarlo. Vaccini sì, vaccini no, vaccini quando. Fai il lavoro giusto e ti vaccino, ma prima gli ottuagenari, poi, dopo, dipende dalle consegne.

Eppure in questo caos riusciamo a vivere, a prendere decisioni per il futuro, a progettare vacanze. La zona disagiata, oggi, corrisponde alla città intera. Quindi mi ritiro nella casa delle parole e cerco di reimpostare il respiro e il passo. Ecco, va meglio, sento la cassa toracica che si espande, i muscoli facciali tendono al sorriso, il cielo è sereno, è primavera, una primavera fredda, ma pur sempre primavera. Quanti ricordi delle primavere passate, quanti fiori, quanti ruscelli e quante nuvole, pioggia e vento. Si sta così bene fuori che chiedo a Roxanne di venire a passeggio con me. Lei accetta e indossa un mantello turchese sul vestito giallo zafferano che non le avevo mai visto. Andiamo verso il mare o verso la montagna? Lei indica il mare con un cenno del capo, così ci avviamo lungo il sentiero in discesa e sono contenta, perché preferisco il rumore del mare a ogni altro suono, soprattutto in giornate come questa dove sembra non accadere niente. E, invece, nel pomeriggio, chiacchiero a lungo con nuove amiche e amici che raccontano di come hanno vissuto il primo lockdown l’anno scorso e subito si crea un clima di intimità e confidenza, anche se ci conosciamo solo da poche ore. Poi mi appiattisco a terra per una lezione di metodo Feldenkrais e sento il peso del corpo come se tutte le nuvole fossero scese sul mare e le giunture scricchiolano. Respiro, respiro e piano sento che i nodi si sciolgono, che l’aria è fresca e che ho fatto bene a prendere una copertina. Roxanne è rimasta a chiacchierare nella Casa delle Tre Sorelle e dovrei decidermi a passare più tempo con i miei amici fidati in questa terra ricca di immaginazione, dove le cose non accadono, semplicemente sono. Adesso potrei soffermarmi a scrivere una lunga descrizione del cielo sopra Milano, ma è un cielo di nuvole e vento e assomiglia solo a se stesso, anche se qualche giorno fa un arcobaleno rotondo lo ha attraversato per un tempo abbastanza lungo da essere immortalato in centinaia di fotografie. Amo gli arcobaleni, ma non quelli rotondi, mi piacciono gli arcobaleni spezzati in due, quelli con i colori più vividi e una durata infinitesimale.

La vita è una collezione di piccoli spostamenti del cuore, di tazzine di porcellana infrante e di una casa che profuma di buon tè e molta poesia.  Ora che è buio posso sdraiarmi a letto, ricominciare a leggere un libro ambientato negli anni Venti del secolo scorso, dove Violet Trefusis cercava di vendicarsi dell’amore di Vita Sackville-West e Virginia Woolf. Virginia è di sicuro una delle scrittrici più amate e citate. Chi legge ancora Violet e Vita?

Seguita dalle grida di uccelli notturni che non riesco a identificare, mi chiudo in casa e conto i minuti, gli istanti e i frammenti. Poi non è vero che ho voglia di leggere. Ho più voglia di scrivere e così tornerò alla scrivania a raccontare la storia della bambina che diceva sempre di “no!”.

Questa è la Cronaca 402 del secondo anno senza Carnevale e oggi è mercoledì 14 aprile. Notte bella e sogni delicati, qualcuno diceva che noi sogniamo sempre, anche quando siamo svegli. Ma io preferisco sognare quando dormo e immaginare quando sono sveglia. Ma forse è la stessa cosa.

martedì 6 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/394. Dove le rose non crescono, perché sono già perfette dal giorno della creazione


 


C’è un vento che spinge e un vento che sfiora; un vento trascina e l’altro scompiglia. Un vento dà voce alle foglie e un vento più forte anche ai rami. Il vento delle nuvole soffia molto in alto, il vento del mare sfiora le onde. I venti caldi ci soffocano, quelli gelidi ci intirizziscono. Il venticello di primavera è gradevole, quello d’autunno un po’ triste. Il vento scrive le sue poesie modificando il volo degli uccelli, io scrivo le mie grazie alle acrobazie che ne derivano, quando il cielo non è più soltanto un foglio da scrivere, ma è diventato un foglio da decifrare. Il vento dell’inverno mi trascina nelle steppe russe, quello dell’estate nelle isole mediterranee. I venti degli equinozi, di solito, mi tengono ancorata qui nella città silenziosa. Quello primaverile perché mi porta l’allegria dei germogli e dei boccioli; quello autunnale perché trascina vecchi giornali e foglie secche, è malinconico e capisce la mia malinconia, la fine della stagione che avanza e cieli sempre uguali sopra di noi.

Il vento a Milano continua a essere un evento, perché un tempo era raro e mai molesto. Da qualche anno sono frequenti i venti di tramontana che ti spezzano il respiro e quelli di scirocco che spezzano i pensieri. Mi chiedo, comunque, dove sarebbe la mia poesia senza tutto il vento che la abita. Avrebbe forme diverse, suoni diversi, e anche cieli differenti da attraversare. Il vento è un messaggero, il vento è sovente anche messaggio. Bisogna solo fermarsi ad ascoltare e credere nelle voci, nel coro delle voci portate dai venti. Così faccio e mi siedo su una panchina vuota nel giardinetto accanto alla biblioteca. Alzo il cappuccio sulla testa e il viso lo porgo al sole. A occhi chiusi potrei essere ovunque, a occhi chiusi viaggio senza muovere un passo e questi viaggi immaginari mi fanno felice.

 

 

Il vento in compagnia della prima rosa

 

C’è una sola rosa in fondo al

giardino, per questo la

guardo, per questo ancora

non l’ho raccolta. Le chiedo

dove preferisce stare, ma

non risponde perché sta

cantando col vento. Poi

mi sorride come sorridono

le rose, reclinando i petali

e girandosi verso il sole.

Portami con te, la sento

sussurrare, portami in

quel piccolo vaso di cristallo

che tieni sulla scrivania.

Non sarò sola, ho tutto

il vento al centro, tra

i petali, che ancora mi

racconta quelle storie

di lontano, dove le rose

non crescono ma sono

già perfette dal giorno

della creazione.

 

Mi piace lasciare al caso le mie divagazioni, mescolare le rose e il vento, i sogni con le nuvole e aspettare che un verso arrivi, che un verso non si fermi ma suggerisca qualcosa alle ombre che iniziano ad abitare il mio giardino.

Questa è la Cronaca 394 di martedì 6 aprile 2021, il secondo anno senza Carnevale ma non senza poesia.             

sabato 20 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/349: il dilemma dei triangoli, equilatero, isoscele o scaleno?

 


Ero molto piccola, andavo alle elementari, seconda o terza non saprei, un tardo pomeriggio d’inverno ero rimasta incastrata su un esercizio di geometria che non riuscivo a capire. Il protagonista era un triangolo isoscele, ma avrebbe potuto anche essere una forma della sesta dimensione per quanto io non riuscissi a capirne l’essenza. Mia madre era in cucina con il fratellino nel seggiolone, artista della fuga, veniva tenuto fermo con una piccola cinghia. Sorrideva, mi sorrideva, io espressi a mia madre il mio dilemma, la mia incapacità di arrivare a capire il mistero del triangolo isoscele, lungo e allampanato, possedeva una grazia che, ai miei occhi bambini, il triangolo equilatero e lo scaleno non possedevano. Mia madre mi ascoltò e mi diede un consiglio: “Vai a fare una passeggiata e vedrai che quando torni, capirai”. Decisi di seguire il suo consiglio e mi offrii anche di andare al supermercato a comperare il latte. Quando fui davanti al banco refrigerato e presi in mano il cartone della Centrale del Latte, la forma di un triangolo equilatero si espanse nelle tre dimensioni e io vidi la differenza con lo scaleno e quello che mi interessava di più, il triangolo isoscele. Tornai a casa di corsa, dissi trafelata che avevo capito e che dovevo finire l’esercizio. E così feci, l’esercizio era finito in un attimo e tutta trionfante ero tornata in cucina a raccontare a mia madre e al fratellino, che mi ascoltava come fossi un oracolo, cosa avevo scoperto. Mia madre aveva un golfino turchese e quello di mio fratello era blu. Io indossavo un vestitino scozzese con il fondo grigio e le linee blu e arancioni. Fuori faceva freddo, ma era stato bello uscire, perché imparai quel giorno che se un’idea non ti arriva, se non capisci, ci sono due strade per sbloccare la situazione. Camminare è la prima, è come se i passi richiamassero il mondo a darci una risposta, come se le cose del mondo facessero a gare per venirci incontro e offrirci il metodo per svelare i loro misteri e le intuizioni, per acchiapparli mentre vagano nell’etere come farfalle. La seconda strada è quella del sonno, del riposino diurno, o dell’abbandono al mondo dei sogni notturni. Anche lì i misteri fluttuano, sebbene non rispondano alle leggi della veglia. Ma anche quel mondo esiste, quella dimensione così rarefatta ma, a volte, più concreta di questo mondo che definiamo reale.

 

La terra inesplorata che chiamavamo infanzia

 

Mi vengono incontro piccoli angoli

ottusi e ridanciani, so che sto

sognando, perché cammino a testa

in giù e guardo la terra come fosse

un cielo e i miei piedi affondano

nelle nuvole soffici di quando

ero bambina, non so se schiuma

o panna montata. Tutte le geometrie

cadono nella loro forma e noi vediamo

un tulipano che custodisce al centro

un triangolo isoscele perfetto e altero,

stupito come lo ero io nella terra

inesplorata che chiamavamo infanzia.

 

È tempo di uscire a camminare adesso, un nuovo triangolo sta aspettando di svelarmi il suo mistero.

Oggi è sabato 20 febbraio del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 349 è tutta angoli e poesia. La terra inesplorata che chiamavamo infanzia è inedita e l’ho appena scritta.

martedì 2 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/331: ancora la pietra bianca e il silenzio intorno a me

 


 

È il terzo giorno che vado in riva al ruscello e ascolto il silenzio delle voci umane e cerco di decifrare la natura intorno.

Siamo noi umani a dare voce e senso alle altre creature, a intessere le altre vite umane, quelle animali e vegetali, e quelle minerali, in una trama di senso che indichi sia la direzione da cui arriviamo che quella verso cui siamo diretti.

Per questo genere di movimenti non è necessario muoversi davvero, si può accogliere la stanchezza del confinamento e farne un luogo sicuro dove fermarsi a riposare e riflettere. Quanto tempo avevamo sino a un anno fa per riposarci e riflettere? Molto poco e spesso andava sprecato. Ora siamo nella condizione opposta in cui il tempo per noi è diventato quasi un eccesso che non sappiamo bene come gestire. Fuori dai contenitori opachi che sono lavoro, vita familiare e social, quanto davvero il tempo liberato ci attrae e ci aiuta a dare senso alla nostra vita?

Qui accanto al ruscello i sognatori continuano a dormire e gli insonni vagano nella foresta cercando quel luogo dove potersi fermare e cercare il sonno, un sonno ristoratore, pazienza se i sogni questa notte non arriveranno.

 

La notte degli insonni

 

Nella foresta continuano a vagare

gli uomini che non hanno riposo e

vagano con loro le donne insonni

e tutti sono diventati ciechi perché

non si può tornare a guardare questo

mondo se lo sguardo non si è aperto

anche su quelli che non controlliamo

e che sono l’unica realtà che ci

consola. La pietra bianca li chiama per

nome e tutti arrivano e si sdraiano,

accettano l’ignoto che è vita stessa,

vita senza nome che sarà la nostra.

 

Trovo nella poesia questa risposta, una poesia che è uscita come un pulcino dal suo guscio troppo stretto ormai. E io lascio che voli via da me sino alla città silenziosa e che da laggiù quel silenzio ritorni carico di senso e di promesse.

Questa è la Cronaca 331 di martedì 2 febbraio del secondo anno senza Carnevale, una giornata di silenzio e riflessioni, molto lavoro e La notte degli insonni che mi è nata tra le mani questo pomeriggio.

mercoledì 9 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/276: non ti dà stupore l’impeto della tempesta perché la tua casa era l’estate

 



Ogni giorno al risveglio ritorno dalla terra dei sogni e dei morti che pare abitino lo stesso luogo. Quanto è grande il conforto di quei volti tanto amati, di quelle voci che non sentiamo più da anni.

La vita è un lento accumularsi di eventi, fatti, persone che arrivano, persone che vanno, sogni infranti, desideri realizzati.

Ci sono, però, fasi come si è concretizzato questo 2020, dove la somma delle perdite, per molti di noi, è maggiore di quella dei guadagni. Non riesco a trovare una metafora migliore di quella della perdita doppia oggi. Non posso non pensare alle decine di migliaia di mogli, mariti, figlie e figli, nipoti che si ritrovano all’improvviso senza una persona cara, strappata prima del tempo dal Covid.

Per questo ogni giorno cerco di avere cura di coloro che amo, quasi tutti lontani fisicamente, e di onorare il ricordo di coloro che amo e non sono solo lontani fisicamente, ma che vivono ormai da tempo, nel mondo dei sogni e dei ricordi.

Per questo cerco ogni giorno dentro il ricordo di una poesia o anche solo di qualche verso e lo coltivo, aggiungo un po’ d’acqua e guardo le radici che si rafforzano e nuovi germogli iniziare a prendere forma.

Tenere e lasciar andare allo stesso tempo è la magia che la poesia compie ogni volta che la leggiamo e la scriviamo.

Siamo creature che arrivano dal passato e con la mente vivono in un presente eterno futuro. Con una mano tiriamo il filo del passato, con l’altra quello del futuro. Ne esce una tessitura molto particolare, dove ogni giorno ha i suoi colori e le sfumature, gli intrecci e i nodi che lo rendono unico.

Molto spesso mi sono detta e vi ho detto, in questi mesi, che ogni giorno sembrava un unico eterno giorno fatto sempre delle stesse cose, ma non è vero, perché ogni giorno ho lavorato, ho scritto, ho letto e ho detto cose differenti.

Le conversazioni con le persone amate non sono mai uguali a se stesse, ci raccontiamo per dare un senso al nostro stare al mondo, per condividere un piacere o un dispiacere.

Anche questi giorni freddi, nebbiosi e piovigginosi hanno una storia da raccontare, da ogni finestra illuminata, a quest’ora, arrivano i bagliori delle vite nel loro compiersi.

È questa la vita vera, quella che viviamo, quella che ci spaventa, quella che pare non avere risposte e progetti per il futuro.

Ma ognuno di noi sa che non è così, sa che il tempo debito arriva per ciascuna cosa, che l’amore arriva quando meno ce lo aspettiamo, che un gesto gentile ci aspetta dove non vedevamo che tenebre, mentre la nostra casa non è solo il luogo dove il corpo abita con la sua corte di sogni e desideri.

 

 

Non ti dà stupore l’impeto della tempesta, -

tu, l’hai vista farsi forte; -

fuggono gli alberi. La loro fuga

fa sì che ogni viale passi oltre.

Lo sai, tu: colui dal quale fuggono

è colui che tu stesso vuoi raggiungere,

ed è lui che cantano i tuoi sensi,

quando ti fermi alla finestra.

 

Furono quiete le settimane dell’estate,

il sangue cercò l’alto negli alberi;

e tu lo senti, adesso, che ricadere vuole

in colui che fa ogni cosa.

Credesti di conoscerla, la forza,

quando il frutto tu cogliesti,

e adesso nuovamente si fa enigma,

e sei un ospite, tu: ancora.

 

Così come casa tua era l’estate,

e in lei, lo sai, tutto sostava –

adesso, nel cuore devi muoverti,

all’aperto, come in una piana.

La grande solitudine è all’inizio,

si fanno sordi i giorni,

e il vento accoglie dai tuoi sensi

come foglie disseccate il mondo.

 

Il cielo – sei tu che lo possiedi – guarda

tra i suoi rami vuoti;

sii terra, ora, e canto della sera,

e patria che lui possa custodire.

Fatti umile, adesso, come cosa

che maturi nella propria verità,

così che lui, dal quale giunse la notizia,

ti senta: quando con la mano te raggiunge.

 

 

Ecco, oggi sono stata terra e pioggia leggera, ora posso essere canto e notte che scende, camino acceso e poesia viva, potente e chiara. Poesia che ci riscalda e ci nutre, poesia che dà senso a ogni giorno, un giorno dopo l’altro.

Oggi è mercoledì 9 dicembre dell’anno senza Carnevale, e questa Cronaca 276 si intreccia con una poesia di Rainer Maria Rilke tradotto da Lorenzo Gobbi per Il libro d’ore, Servitium editrice 2008.


domenica 6 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/273: la casa delle nuvole è l’angolo di cielo sopra il primo albero che le ha chiamate per nome

 

Quando mi svegliai ero una foresta, non una foresta qualsiasi ma proprio quella che, in sogno, mi accoglieva da anni e anni.

Alti pini marittimi si mescolavano alle betulle russe, le palme della Riviera chiacchieravano fitto fitto con gli oleandri, l’acero rosso con l’albero di fico e i cespugli di rose con se stessi, perché si sa, la rosa è un fiore molto riflessivo.

Più di tutto mi piaceva essere l’albero bellissimo che è un acero riccio e ha arricchito la mia vita e la mia collezione di foglie anno dopo anno.

Ma ero anche tutti gli altri alberi della via, anche quelli che sono stati espiantati e sono anche gli alti ippocastani dall’altro lato della strada e gli immensi abeti dell’Himalaya che ombreggiavano la casa nel bosco di Soliva e la grande quercia nel campo dietro la casa di mia nonna in Calabria.

Mi addormentai quel pomeriggio leggendo le poesie di Louise Glück e, forse, è questo il motivo per cui mentre dormivo in forma umana, la mia anima si staccò e divenne la foresta di tutte le foreste, di tutti gli alberi che avevo ammirato e amato, di tutti quelli che avevo solo letto o sognato.

Anche oggi è accaduta la stessa meraviglia, mi sono addormentata donna, con le poesie della Glück in mano e al risveglio ero una foresta.

È stato lungo il tempo per sentire bene il mio stesso respiro, lungo il tempo dove ho accettato che non ci fossero più foglie sui rami.

La foresta protegge i lunghi sonni invernali della mia specie e i sogni lievi ricoperti di neve. Ha molte voci questa foresta e molte ne arrivano in sogno.

Ora sono capace di riconoscere anche le voci di voi che leggete, perché diversi sono i vostri respiri e le pause, le sospensioni mentre gli occhi scorrono le parole una dopo l’altra e lasciano che ognuna diventi una scintilla in un luogo remoto dell’anima che si incendia e chiede a sua volta parola.

Non si fermano questi alberi che intessono la mia anima, non smettono le radici di farsi profonde e i rami di stirarsi verso il cielo per attirare almeno una piccola nuvola.

Sono leggendarie le conversazioni tra gli alberi e le nuvole, sono voci di baritoni e tenori che dalla terra si elevano verso il cielo dove le nuvole soprani e contralti rispondono senza fermarsi mai a lungo.

Eppure, quel legame nato dalle voci inudibili alle nostre limitate orecchie umane, fanno sì che le nuvole sappiano ritrovare sempre la strada di casa. E casa per loro significa l’angolo di cielo sopra il primo albero che le ha chiamate per nome.

La Cronaca di oggi 6 dicembre dell’anno senza Carnevale è la 273 e il libro di Louise Glück che mi ha fatto risvegliare foresta è L’iris selvatico, tradotto da Massimo Bacigalupo e appena ripubblicato da il Saggiatore. Come sono allegri gli alberi d’inverno: sognano l’estate e aspettano la primavera.


venerdì 6 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/243: i sogni restano appesi nel cielo, in attesa che qualcuno voglia sognarli di nuovo

 


È un venerdì qualunque, un venerdì né cupo, né chiaro, addormentato come gli alberi e le nuvole che non si muovono nel cielo striato.

Di cosa? Dei nostri sogni che sono rimasti lassù dalla scorsa notte, come zampilli d’acqua trasformati in scintillanti stalattiti di ghiaccio.

La solitudine, quaggiù sulla terra, ha il colore del melograno maturo e la consistenza del miele. Avvolge ogni cosa, è dolce, è trasparente e ci lascia intravedere quel mondo che sappiamo essere esistito e che non sarà mai più lo stesso, perché ci sarà la cicatrice lasciata dalla pandemia.

Tutti abbiamo cicatrici più o meno vistose, più o meno visibili, cicatrici nel corpo dovute a malattie, incidenti, cadute. Ci dicono che siamo creature vulnerabili e mortali e, allo stesso tempo, che possiamo guarire.

Cicatrici nell’anima, dove le delusioni e le sconfitte, si sono insediate prima che noi fossimo in grado di accettarle. L’anima risplende nonostante le cicatrici perché è il nostro legame con l’eternità, è invisibile ai nostri occhi ma reale come un sogno.

Ci sono poi le cicatrici del cuore, le più dolorose, perché sono legate alle persone più che hai fatti. Il cuore spezzato si rinsalda e si spezza di nuovo, riprende a battere perché non può fare altro. A volte parliamo con il nostro cuore come se fosse altro da noi. Lo consoliamo e lo incoraggiamo perché il legame con le persone, il tessuto di relazioni che ha portato alla nostra nascita, il nuovo tessuto che creiamo noi stessi, è ciò che ci tiene in vita.

Le cicatrici nell’intelletto sono le più insidiose, non dipendono così fortemente dal mondo e dalle persone intorno, ma dalle nostre rinunce a imparare ogni giorno che passa qualcosa di nuovo, a non desiderare di conoscere qualcosa in più del vasto universo che ci abita e di quello che ci ospita. Soffre la nostra intelligenza, quando ci accontentiamo di spiegazioni semplici, quando smettiamo di farci domande e ci accontentiamo di risposte pre-confezionate.

Ora la cicatrice terrestre e celeste che la pandemia lascerà su di noi, condizionerà almeno tre generazioni, verrà ricordata con dolore o insofferenza. Ricorderemo le mascherine che imbrigliano il respiro, i confinamenti in casa, la sparizione degli uffici, la didattica a distanza e tanto altro ancora.

Siamo davvero in bilico tra due mondi, quello vecchio non ancora morto, quello nuovo non ancora nato. A poco, a poco, quando il virus sparirà, se sparirà, l’oblio scenderà e sarà come è stato per l’epidemia di Spagnola del 1918: una nota a margine, un libro di storia, un film, una vecchia narrazione.

Ma i sogni, i nostri sogni, saranno ancora appesi nel cielo, in attesa di qualcuno che voglia sognare di nuovo.

Oggi, venerdì 6 novembre dell’anno senza Carnevale e primo giorno di confinamento e ambulanze frequenti, va così:  mi ha portato, in questa Cronaca 243, a riflettere sul senso delle cicatrici e sui sogni che non svaniscono ma cercano altri sognatori. I libri nuovi sono sempre impilati accanto al letto e ancora non mi risolvo a parlarvene. Arriverà, spero domani, il momento giusto.


 


domenica 5 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/119: avremo scritto il nostro sogno, avremo sognato il nostro scrivere


Viviamo di impressioni e ricordi, ricordiamo quel che ci ha impressionato, così la vita è la trama quotidiana degli istanti vissuti, di quelli ricordati, di quelli immaginati. Questa tessitura non è fine a se stessa perché fino a che le immagini, tutte le immagini, non entrano nell'arazzo di cui le parole sono ordito, non abbiamo un quadro coerente che dia senso al nostro vissuto.

Conveniamo su questo sistema che dà forma e senso al mondo e ciascuno porta un frammento, una citazione, una poesia che possano rendere memorabile la nostra domenica d’estate. Il mattino è passato tra passeggiate, corse in riva al mare, nuotate e giochi con la palla, dove i bambini che siamo stati hanno preso il sopravvento e, liberi, hanno giocato.
Ora che è pomeriggio, la brezza marina ha cullato la nostra siesta e reso dolce il risveglio. Sulla tavola in veranda brocche di acqua fresca con limone e menta, ciotole piene di ghiaccio su cui riposano ciotole più piccole colme di cubetti di melone, anguria, pesca e fragole. Le albicocche e le ciliegie sono scampate alle manie geometriche della regina e tutto l’insieme dei colori, i rossi, i gialli, gli arancioni, rendono giustizia all’estate e al sistema solare nel quale rotoliamo, grati delle stagioni, di questa stagione, soprattutto.

La prima lettura è un frammento di Albert Camus:


“Fiotti di sole caduti dal sommo del cielo rimbalzano brutalmente sulla campagna intorno a noi. Tutto tace davanti a questo tumulto e il Lubéron, laggiù, è soltanto un enorme blocco di silenzio che io ascolto senza tregua. Tendo l'orecchio, di lontano corrono verso di me, mi chiamano invisibili amici, la mia gioia aumenta, la stessa di molti anni fa. Un felice enigma mi aiuta di nuovo a capire tutto. Dove sta l'assurdità del mondo? È questo splendore o il ricordo della sua assenza?”


Lo splendore dell’assenza, lo splendore del ricordo, ritorniamo sempre nei luoghi che ci hanno segnato anche solo scrivendo una poesia. Ma qui, oggi, vi porto una voce nuova che ancora non ho ospitato nelle Cronache ma che sta nel mio piccolo Olimpo della poesia contemporanea, ed è la voce di Camilla Miglio.


Bassa marea

La linea dei pini
ci ha cavati dall'onda abolita,
e intanto la diomedea tace
mimando la Murgia, non più marina.
L’altopiano è quasi una faglia
spartita tra grano e zolle
mentre
l’eucalipto sorprende
un pianto, lo raccoglie
sognandosi in rosa di salice.
Il canale del vento
s’incide nella ruga dei mulini
di un paese
che non conosce acqua
ma nel tempo è una fonte.


La fanciulla divina è tornata dalla madre nel colmo della stagione. Per questo la madre concede alla terra di darci tutti questi frutti. Perché la madre non può stare senza la figlia? Qual è la storia dietro la storia?


Kore

Sguardo di rondine
dal ramo.
Vestita di lino, bianca,
ma senza Demetra.
Arde dentro, il corpo
ma freddo risplende.

Fuori c’è il mare di Otranto.


Al quel mare torna la fanciulla che pensa al principe rinchiuso a forgiare nel sottosuolo.



Al principe dei gigli (da Goethe)


In mille forme potrai pure nasconderti
di tutti mio più amato, ti riconosco subito.

Vestiti pure col vento e con l’anello
in tutto tu presente, ti riconosco subito.

Nello slancio disperato del cipresso
tutto azzurro sei cresciuto, ti riconosco subito.

Nel continuo ondeggiare del mio mare
tutta roccia sgranata, e io ti riconosco.

Nella marea che sale e poi dilaga
tutto movimento in un riflesso, e io ti riconosco.

Se la nube prende forma e poi la perde
tutto orma sei nel labirinto, e io ti riconosco.

Sul tappeto fiorito del tuo dono,
tutto danza di stella, io ti riconosco.

E se con mille braccia l’edera dirama
tutti accogli tu, e per questo ti conosco.

Quando sul monte s’illumina il mattino
tutto saluti tu, e io ti saluto ancora.

E quando su di me s’inarca il cielo,
tutto tu attraversi, e poi io ti respiro.

Quello che apprendono i miei sensi dentro e fuori
tutto racconti a me, e da te l’apprendo io.

E quando dell’anima pronuncio i cento nomi,
in tutti segue in eco il nome tuo.


Il misterioso architetto legge poi una poesia che lo riporta nelle sue terre d’oltremare e mitiga la nostalgia.


L’art des femmes berbères

Ti offro il mio tappeto dell’Antiatlante rosso,
geometrica neolitica figura per vasi
cotti chiari e scuri, per tappeti, per tessuti,

identici a quelli di Gnathia.

Una lunga strada di migrazioni
avanti e indietro nel Mare di Mezzo
migliaia di anni di mano in mano
affidata a dita che maneggiano
fili, colori con fiori pestati,
segrete miscele di cardamomo
e zafferano, rosa del deserto
e lapislazzulo, azzurrissimo,
per tessere copricapo sottili
all'uomo dagli occhi lunghi tuo sposo:
Potrebbe essere greco o marocchino
Levante in occidente, Atlante in Tesprozia.

Tutto è vero nel grande
castello di Atlante

che è il mio tappeto.


Il tappeto di Camilla è intessuto di parole e narrazioni sognate prima ancora che scritte.


Lancio di dadi sull’acqua

C’era una tavola come apparecchiata, ma per terra.
Parevano scodelle quei fogli scritti e fitti
mezzo strappati da una tovaglia di carta –

“Avremo scritto il nostro sogno, avremo sognato il nostro scrivere”

C’erano come dadi sulle carte sgranate,
ma erano i ciottoli del Mar Nero
improvvisamente lanciati sulle nostre vite –

“Abbiamo seminato? Fiori. Raccoglieremo? Fogli”
“Avremo raccolto ancora ciottoli, ma chi potrà crederci”

Sulla carta apparecchiata
quasi una mappa confusa
tra pesci pane e un ricordo di vino.

C’era stata una fiamma, e intorno una tavola
come apparecchiata sullo scoglio
cancellata dalla sabbia e solo dopo secoli riemersa
sul fondo di un fiume essiccato.

Eravamo morti da tempo
e si parlava nel vento

“Vorrei rinascere per amarti in qualche forma”
“Ma tu lo sai, avremmo forme strane e imperscrutabili –”

“In mille forme potrai pure nasconderti, ti riconosco subito”
“In mille forme, e ancora ti respiro”
la brezza aveva spento ogni lume,
e non avremmo saputo più dire
se eravamo ancora anime antiche
o forse bambini con piedi piccoli
nelle pozze dello scoglio,
attenti a non farci ferire
dai granchi e dal vetro.



Dopo le letture abbiamo ripreso a camminare sulla spiaggia e ho visto le impronte di quei piccoli piedi accanto a una pozza dove due granchi sonnecchiavano.

Camilla è qui con noi, anche se sta scrivendo un nuovo libro, una forza della natura, una grande madre, una voce poetica che attinge alla grande poesia tedesca, alla Grecia e alla sua lingua antica, al mare che bagna la Puglia, all'amore per le persone e per i libri. Lei è l’estate incarnata, la dea dei frutti, la dea della stagione più lunga e colorata.




Tutte le poesie di questa Cronaca 119 sono di Camilla Miglio, poetessa, germanista, traduttrice e studiosa di Paul Celan e Ingeborg Bachmann.
L’art des femmes berbères è inedita e appartiene alla raccolta Stagioni di Kore, che spero Camilla vorrà pubblicare quest’anno.
Le altre poesie sono tratte dal volume Maree, Atì editore 2010

La citazione di Albert Camus è tratta da L'enigma in L'estate. Opere - Romanzi, racconti, saggi a cura e con introduzione di Roger Grenier, traduzione di Sergio Morando, Classici Bompiani 1988