martedì 30 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/114: indovinare l’estate in un cortile del mondo, amore e solitudine, e vento


Salutiamo giugno che finisce e respiriamo la luce trasparente, le nuvole bizzarre, le onde piccole del nostro mare interiore.

In bilico tra la primavera e l’estate è un mese di delizie dove maturano le ciliegie, si consolidano gli amori, il mare ci chiama alle sue rive e le conversazioni procedono lente sdraiati tra la spiaggia e il porticato.

Il primo saluto è una poesia di Antonella Anedda:


giugno, notte

 

Si abbassa il cono della luce.
Presto sarà notte completa.
Guardo i corpi ardenti alle finestre
i gesti delle braccia confusi agli alberi d'estate.
Sarà notte tra poco. Qualcosa già comincia a velarsi
il tempo di passare a un'altra stanza
appena un po' più angusta
di cui ci fa soffrire solo l'angolo cupo di uno specchio.
Allora non le case o i volti
ma le ombre dei volti e delle case premeranno sui vetri
tremendi, incerti per annuncio o ricordo.
Diremo amore in un diverso spazio
e sarà sabbia la voce che trasmuta.

Eppure non è notte, amore - ancora non è notte.
È giugno -
      lento - di buio.


Proseguo la mia opera alla Sherazade con un frammento del mio primo romanzo.
La voce narrante è la città di Milano:


Giugno, Via Morigi


All’improvviso le giornate si sono allungate, le notti sono un respiro corto d’amante, le albe un frullare di canti e voli d’uccello.

È bello dormire poco nelle notti brevi dell’estate, io pure dormo poco e mi attardo volentieri nei cortili.

Ne scelgo uno nel quartiere Magenta, vicino a via Morigi, dove la strada svanisce come un sogno mattutino.

Il portone è alto, di legno scuro e massiccio, si entra solo con la chiave perché non esistono citofoni.

Il padrone del palazzo ha dimenticato di possederlo, il palazzo ha dimenticato di esistere e il tempo di trascorrere. Lampade fioche illuminano l’ingresso altissimo. La vecchia portinaia sonnecchia nella guardiola. Le cassette della posta sono vecchie e rose dai tarli e dal sale, più vecchie del palazzo stesso, perché il legno è stato recuperato da una nave affondata al largo di Genova e finito fin quassù con un vecchio marinaio che ha smesso di navigare. Lui pure vive in questa casa e ha quasi cent’anni, la sua memoria è la memoria del cortile. Ora che è così vecchio non esce più perché le scale sono una fatica insostenibile. Però non si sente prigioniero, ha una terrazza proprio all’ultimo piano e ogni primavera le rondini tornano a fare il nido sotto il suo tetto. La vista che si gode da lassù è incomparabile, ma questo non lo sa nessuno, perché un muro di piante cela la terrazza allo sguardo degli altri inquilini. Da lì, lui guarda a piacimento quel che succede in tutte le altre case. Le sue osservazioni sono facilitate dalla mancanza di persiane in molte finestre. Ciò è dovuto al fatto che un tempo la casa era il magazzino di una fabbrica di filati.

Le due terrazze gemelle del secondo piano sono in perenne gara, ogni estate, per quale delle due sarà la più fiorita. I proprietari hanno gusti diversi in fatto di fiori e questo rende ancora più bella la vista che il vecchio marinaio gode dalla sua postazione.

Nell’appartamento più grande vive un architetto dagli occhi di fuoco verde e azzurro che ha smesso di invecchiare. Nel cuore degli anni sessanta, quando si è trasferito a vivere in quella casa, non era solo. Il numero degli inquilini variava fra i tre e i quindici, a seconda dei periodi. Ora è rimasto l’unico abitante di quella grande casa sovraccarica di ricordi. Lui sembra non badarci e continua imperterrito a disegnare case che non costruirà mai e tavoli sui quali nessun banchetto verrà imbandito.

A volte l’architetto e il marinaio si parlano, uno affacciato alla finestra e l’altro alla terrazza, ma solo d’estate, perché il marinaio non sopporta il freddo umido dell’inverno. Nell’appartamento di fronte abita un pittore con la sua terza moglie e un numero
incredibile di tele accatastate.

Dipinge da trent’anni ma ama a tal punto le sue creazioni, da non essere mai riuscito a staccarsene e così non ne ha venduta neppure una. L’inverno scorso non aveva neppure i soldi per pagare le bollette e così, per scaldarsi, ha bruciato prima i mobili e poi le cornici dei quadri, utilizzando le stufe e i caminetti che prima non usava mai perché ha paura del fuoco. I soldi per la sopravvivenza gli arrivavano da collaborazioni con agenzie di pubblicità, ma in questo momento c’è molta crisi anche in questo settore, così stenta pure lui a tirare la fine del mese. Ma non per questo si metterà a vendere i suoi quadri, questo mai, meglio la fame.

All’ultimo piano di fronte al marinaio, vive una donna bellissima che canta e insegna musica. Non è raro, verso il tramonto, tornare a casa e sentire la sua voce cristallina che si alza verso il cielo. Anche le rondini tacciono al suono della sua voce. Il vecchio pensa che quello doveva essere il canto delle sirene che lui ha sempre sperato di incontrare e non ha veduto mai quando, da giovane, navigava.

Nell’ultimo appartamento, sullo stesso piano, vive un fotografo che è nato sotto altri cieli. Arriva da una terra lontana, separata dal resto del mondo da montagne altissime e da un oceano infinito. Porta nella sua voce un poco di quella solitudine estrema e con il suo sguardo abituato a terre sconfinate vaga per la città, cercando di svelare i misteri che si dice certo esistono. Ha già catturato visi di donne tormentate e giovani inconsapevoli, di vecchi dimenticati dal tempo, di bambini dallo sguardo pieno di futuro. Da tempo cerca di ritrarre anche la cantante, ma lei si nega, più per gioco che per reale avversione.

Al primo piano ha lo studio e l’abitazione anche un analista junghiano dai capelli ormai bianchi da lunghissimo tempo. Se le sue mura potessero parlare quante storie, quante leggende, quanti miti ricreati in questa città di misteri evidenti. Anche lui è stato sposato più di una volta, ma da quando è morta la sua ultima compagna, ha deciso che non è più tempo per lui di dedicarsi all’amore. Quando non riceve i clienti, passa il tempo a studiare e a scrivere il suo nuovo saggio. Peccato che l’esperienza degli uni non serva mai agli altri, ognuno deve scendere da solo nel suo inferno personale e ritrovare poi la via di uscita. E smarrire il senno vagando tra i sogni altrui, oltre che nei propri, è rischio che sa di avere corso tutta la vita. Ora che è vecchio non ne ha più paura, sa di sedere al centro di se stesso e in se stesso di avere trovato il proprio riposo e la propria ragione di essere al mondo. È grato a tutti quanti ha incontrato durante la sua lunga carriera. Ha imparato ad amare quelle donne e quegli uomini che gli hanno fatto dono della propria umana fragilità. Si sente retorico a volte, però è come se tutte le costellazioni ruotassero nel suo cuore e tutti i cieli fossero visibili attraverso i suoi occhi. Questo è il suo concetto di felicità terrena.

Accanto a lui abita, in una casa di libri e specchi, la rossa Caterina. Conosce tutti e tutti la conoscono, si ferma a fare chiacchiere per le scale e presta i libri a chi glieli chiede.

Il resto del piano è occupato da una sartoria teatrale gestita da due sorelle anch’esse anziane. Loro vivono e lavorano tra quelle mura quasi da quanto il vecchio marinaio. Non danno molta confidenza agli altri inquilini, ma sono simpatiche e cucinano torte indimenticabili.

Caterina si presta volentieri a indossare i costumi e a giocare alla bella dama dei tempi andati.

Non è facile entrare in questo cortile perché è uno dei luoghi dove ogni cosa palpita, respira ed è viva.

Altre storie si aggiungono a quelle degli abitanti del cortile, portate dallo sciamare degli amici della cantante e del fotografo che vanno e vengono per le scale, dai pazienti dell’analista, dagli attori che vanno a provare i costumi.

Il modo migliore per coglierle è predisporsi all’ascolto così come fa il vecchio gabbiere dalla sua terrazza invisibile nelle sere d’estate.

Bisogna dormire nel pomeriggio, per accumulare molta energia.

Poi ripescare dal frigorifero una bottiglia di vino bianco vivace, indossare abiti leggeri e telefonare all’uomo dagli occhi di fuoco dicendogli: “sto arrivando”.

In terrazza ci saranno sedie a sdraio e lettini, una tavola già pronta per la cena e qualche altro naufrago estivo che non ha lasciato la città.

A volte è possibile trovare, tra gli ospiti della terrazza, anche una poetessa che dice i suoi versi con gli occhi chiusi: “Indovinare l’estate in un cortile del mondo, amore e solitudine, e vento”.

Qui nascono poeti e invecchiano, scrivono di me in continuazione, io li osservo e gliene chiedo conto.

Su questa terrazza mi fermo stasera, la meraviglia sarà completa se il padrone di casa avrà molta voglia di raccontare. Si accenderanno le candele e la notte sarà chiara fino a molto tardi. L’uomo parlerà a lungo e tutti si lasceranno trascinare dalle sue parole. È estate, anche io, città malandata, lo so.

Da una delle terrazze un uomo si affaccia ad ascoltare la nuova storia. Ma per poco perché le ultime nuvole screziate di viola attirano il suo sguardo e irrimediabilmente lo trascinano via. Si chiama Roberto, è l’unico che ancora non conosce Caterina.



Ecco che ho svelato la mia passione per le storie affollate di personaggi.
I miei coinquilini pare abbiano apprezzato.

La notte scende, accendiamo le candele, prepariamo la tavola in riva al mare.
Sul filo dell’orizzonte un’enorme balena blu salta e si rovescia sulla schiena, riemerge, pare ci stia salutando.

Scegliete anche voi una storia o una poesia per salutare il mese a cavallo tra estate e primavera.



La poesia di Antonella Anedda è tratta da Notti di pace occidentale, Donzelli editore 2001

Il mio primo romanzo – la cui voce narrante è la città di Milano – si intitola Frammenti del tredicesimo mese, Atì editore 2007.

Il titolo di questa cronaca 114 è un verso della poetessa Anna Lamberti Bocconi.

Le terrazze di questa Cronaca appartengono a palazzi di Via Morigi e Via San Marco. Soprattutto appartengono a un’altra epoca.

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