sabato 27 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/111: la mia ombra rabbrividisce nell'aria del mattino


Siamo saliti verso la Valle delle Nuvole, è un po’ più in alto rispetto all’Altipiano della Luna, sembra che inizino davvero le Montagne, ma è solo un’illusione ottica.

 

Superato il primo crinale, la valle si apre al nostro sguardo e mi costringe a fermarmi per respirare.

 

È verde, scintillante d’acqua, sembra che ci stesse aspettando. Il nostro solito corteo di personaggi dai nomi misteriosi o ignoti, tace e si immerge nella contemplazione.

 

Mentre noi guardiamo i prati, i boschi, i fiumiciattoli, per la prima volta nella mia vita sento lo sguardo della natura avventarsi su di me.

 

Uno sguardo molteplice e feroce che arriva dalle rocce, dal verde profondo, dai refoli di vento, dalle nuvole.

 

Che presunzione pensare che solo il nostro sguardo possa cogliere il mondo. Noi ne siamo parte e il mondo ci depreda della nostra immagine senza che possiamo farci nulla.

 

Gli occhi della pietra sono pietra e colgono le asperità della nostra anima.

 

Gli occhi del vento sono d’aria e avvolgono le nostre forme prima e ci passano attraverso poi.

 

Gli occhi del fiume sono verdi e profondi, pesci guizzano verso di noi, ci sfiorano e dicono al fiume il nostro peso e la nostra paura di galleggiare.

 

Gli occhi delle nuvole sono di pioggia, quando le gocce ci toccano gridano al cielo che ci siamo e che la caduta felice verso la terra, è stata interrotta dai nostri corpi sconosciuti.

 

Gli occhi della terra ci scrutano dal basso e disegnano la forma dei nostri passi, sanno prima di noi quando è tempo di fermarsi e mutano la forma del sentiero se non vogliono farci proseguire.

 

Gli occhi dell’aria sono gli stessi occhi di chi ci sta intorno, gli sguardi che ci definiscono, la sottrazione della forma che crediamo di essere per arrivare a coincidere con quella che gli altri vedono.

 

Il racconto del mondo è il racconto dei nostri sguardi intrecciati. Nessun altro senso contribuisce all'idea che abbiamo del mondo quanto la vista.

 

La memoria è infinito museo, i libri evocano immagini, la memoria e i libri sono insieme per l’eternità nell'immensa biblioteca borgesiana.

 

Anche l’atto dello scrivere e del leggere passano attraverso la vista e lo sguardo. Sappiamo dai neuroscienziati che l’occhio trasmette informazioni al cervello e che il cervello completa la visione con informazioni che già possedeva. Ciò significa che ogni sguardo è un ritorno e che pochissime cose, forse nessuna, sono guardate per la prima volta.

 

Scriviamo usando poche lettere e segni di alfabeti che, grazie all'arte combinatoria di cui siamo capaci, compongono sillabe, parole e significati.

 

Attraverso la lettura noi ricostruiamo quel mondo di simboli e significati immaginato dallo scrittore.

 

Ma quando a scrivere è il mondo, la natura stessa, cosa ne viene indietro a noi?

 

Sono indagatori tutti questi sguardi che percepisco intorno a me. Il mondo si ribella all'unica direzione che crediamo di percorrere noi che stiamo guardando e che siamo ancor di più guardati.

 

I luoghi si ricordano di noi a distanza di secoli, anche se sono cambiati, anche se noi non ci siamo più.

 

Nel coro del vento sento emergere una voce:

 

 

 

L'impero del caso

 

Ha il suolo arido e si estende tanto che lo sguardo ne scorge

solo frammenti; delle sue città si diceva splendessero,

ma sono di solito nascoste e appaiono, improvvise

e per caso, dietro una curva.

Abito vicino alle montagne in una valle

brulla disseminata di massi sferici e rossi.

Coltivo un campo che si offusca e scompare,

poi si volta indietro a salutarmi. Dopo il lavoro

spesso mi siedo nell'aria smeraldina della sera,

le gambe ben stese in avanti,

il collo del giaccone ben rialzato,

la sedia di vimini reclinata,

e provo a immaginare che fanno lassù

sulle colline di cristallo, così fredde, così colme

dell’assenza di tutto ciò che abbiamo qui.

Il rumore dei treni distanti, i loro protratti

fischi monotoni, plana dai passi ghiacciati.

E nel buio, sotto il peso della luce di stella,

sogno di essere altrove: sento il mare che si culla

sulla costa e il puro vento leggero

farsi strada tra macchie di pini stenti

e strati di aria fosca. E mentre mi sforzo

di tenere vicina quella veduta,

il giardinetto sul retro della casa

spande la sua fragrante carne illuminata dalla luna.

Quando arriva l’alba,

la pianura nuda oltre il mio prato

si fa rosagrigia e sparse nubi trascinano

falde di pioggia.

E nell'incrollabile vampa

di sole che si incurva

ad avvolgermi, tutto vortica

via, fuori dalla mia portata, come se l’esser qui

fosse uno sbaglio. Così il giorno comincia.

Il gran lago a occidente fa salire un muro di caligine,

le montagne a sud e a est un fregio

di vette innevate, e gli ariosi spazi

del nord un ammasso di freddo.

Malgrado gli antichi confini, l’impero è informe.

Lavoro il mio campo sotto le strida dei gabbiani

e lo sguardo profondo del cielo. Lavoro sodo

finché non sopporto più il mio lavoro.

È la dura verità di quel che faccio.

La mia ombra rabbrividisce nell'aria del mattino.

 

- Non siete mai soli - canta questa voce - qui è pieno di coloro che sono stati ed è pieno degli sguardi di noi, pietre, vento e rocce che vi stavamo guardando. Ora anche i vostri corpi hanno una forma nel nostro canto, un giorno a qualcuno diremo di questa giornata estiva vestita di lavanda e oro, dove i tuoi capelli fluttuavano nel vento e le vostre voci umane si appaiavano al ronzio delle api e al frinire delle cicale. Per chi sa ascoltare ogni voce è una storia, ogni canto un ricordo.

 

Ci guardiamo intorno, un po’ smarriti, un po’ sorpresi. Come sono piccoli i nostri passi oggi, ci siamo fermati tutti insieme per convincere l’eternità a restare con noi, e ci siamo riusciti.

 

È estate, la stagione del raccolto e dei progetti.

 

Estate, stagione dove la poesia esplode come il melograno maturo e dove le ciliegie cadono a terra e si trasformano in farfalle.

 

È ancora estate, qui sul crinale della sera, dove uno sguardo, il tuo sguardo, verde e oro, è tutti gli sguardi che abbiamo incrociato, dove il racconto è solo un girasole impazzito di luce.

 

La casa, gli sguardi, le montagne, gli amori, un passo dopo l’altro ritorniamo, è sera nei crinali e negli occhi e presto sarà notte, dolce e cullata dai grilli, sposata alla luna che ci attende sul tetto della nostra casa.

 

 

 

La poesia è di Mark Strand, tratta dalla raccolta Il futuro non è più quello di una volta, a cura di Damiano Abeni, minimum fax 2006


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