martedì 26 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/79: la memoria è un fuoco incessante

Ogni tanto devo fuggire dall’Altipiano della Luna e dalla Casa delle Parole che è sempre più affollata.

La sacerdotessa e il guerriero passano la maggior parte della giornata chiusi nella Torre Orientale e lei evoca i venti che poi lui doma come fossero cavalli. Piegano la materia alla loro volontà e questo li rende molto speciali. Mi permettono di restare ad osservarli purché io non faccia domande. Ieri scrivevo che, nonostante le lingue diverse che parliamo, la nostra Babele al contrario fa sì che ci capiamo senza bisogno di traduzioni. Ma la lingua che parlano nella Torre è una lingua che nasce dalle tempeste e dagli alberi, dalle nuvole e dal vento, dal fuoco e dal mare, io non faccio parte di questa schiera e affinare il mio sguardo è l’unica possibilità che ho. Non capisco cosa stiano facendo e voglio capirlo, è da tanto tempo che dentro di me vivo in loro compagnia e ora che abitiamo nella stessa dimora vorrei arrivare a una comprensione più chiara, a tracciare una strada che sia percorribile anche per me.

Il poeta e il re, oggi, sono dispersi nella brughiera con i lupi e le aquile sono planate da questa mattina sul tetto della Torre. I meno pensierosi e i più felici oggi sembrano la volpe e il puledro. Ma anche loro parlano una lingua che non comprendo e così li lascio giocare come giocano i nati da poco.

Oggi sono un’osservatrice partecipante, antiche nozioni di antropologia mi solleticano la memoria, continuo a riempire i miei taccuini di appunti e versi, in questo mondo che è nato dalla mia immaginazione e che è ancora più reale del mondo dove pare che io viva davvero.

Oggi ho avuto nostalgia del mese di aprile, il mese più silenzioso della storia, ho avuto nostalgia del raccoglimento, delle riflessioni, delle poesie, delle letture, delle conversazioni. Due mondi fusi in un mondo soltanto che mi atterriva e attraeva allo stesso tempo.

Oggi, con cautela, ho affrontato le strade della città non più silenziosa. La mascherina riduce l’ampiezza dello sguardo, mozza il respiro, nasconde i sorrisi. Come impareranno i nati da poco a decifrare i volti degli adulti e degli altri bambini?

Stiamo vivendo un tempo sospeso che ancora non ha nome, che non ha passato, la clausura è il passato di un altro tempo che continua nella terra delle Montagne della Nebbia, questo tempo, invece, è disincanto e frenesia. Questo tempo non è il tempo debito della rinascita, non ancora.

Quello che intuisco più che sapere, che qualunque nuova strada, paese o lingua dovrà tenere insieme questo mondo reale e quello immaginario dove torno per giocare con i lupi.

L’unica cosa che porterò con me è il tuo sguardo che mi accarezza in qualunque tempo e mondo. È la memoria delle infinite possibilità che mi nutre del suo fuoco inesauribile

Il commiato di questa sera è una poesia di Alejandra Pizarnik tratta da La figlia dell’insonnia - a cura di Claudio Cinti, Crocetti Editore 2004


Chi illumina

Quando mi guardi

i miei occhi sono chiavi,
il muro ha segreti,
il mio timore parole, poesie.
Solo tu fai della mia memoria
una viaggiatrice affascinata,
un fuoco incessante.


Nessun commento: