sabato 4 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/636. Sciogliere i capelli insieme al nome

 

Storie dell’Avvento/1. Mi chiamo Anja

 

Erano solo le cinque del pomeriggio, ma tutta la città era avvolta nella nebbia. Agnieszka chiuse l’armadietto di metallo dove teneva gli abiti da lavoro cercando di tenere a bada il tremore delle mani. Doveva immaginare che il mattino successivo alle otto sarebbe ritornata in fabbrica e poi nell’ufficio delle contabili a battere al computer fatture e bolle di consegna per tutto il giorno. A sua madre aveva detto che sarebbe andata a dormire a casa di Ewa dopo il cinema. Loro due abitavano nella periferia opposta di Cracovia e non era la prima volta che l’amica l’avrebbe ospitata. Ma quella volta Ewa non sapeva nulla, dopo il lavoro Agnieszka aveva appuntamento con Janusz che aveva appena finito il turno anche lui. Si sarebbero visti nell’antica birreria di Podgorze dove già erano stati altre volte. Neanche Janusz sapeva nulla e lei voleva vederlo un’ultima volta, dopo avere continuato a non dire nulla della sua scelta. La sirena della fabbrica ululò per la terza volta nella nebbia e, come sempre, la ragazza immaginò di abitare già in riva al Baltico, in una città portuale in mezzo a tanti stranieri dove nessuno l’avrebbe notata. Il tremore alle mani le era passato e si rallegrò per il sangue freddo, anche se aveva spesso pensato che il suo sangue fosse tiepido più che freddo. Non c’era davvero nessuno che la potesse tenere legata alla città natale. Non sua madre, una donna silenziosa persa nei rimpianti della propria gioventù durante gli anni di Danzica e Solidarność. Suo padre doveva averlo conosciuto proprio in quel periodo, anche se non era mai riuscita a farsi raccontare niente. Riusciva a immaginarlo quel padre, le bastava guardarsi allo specchio e accorciare i capelli ricci, ombreggiare le guance e il mento con una fitta barba ed ecco che paparino emergeva dal passato che lei non conosceva. A sua madre non assomigliava neanche da bambina, quindi doveva essere tutta suo padre. Le poche amiche, a parte Ewa, erano soprattutto colleghe dell’ufficio, non le sarebbero mancate. E Janusz? Lui lo conosceva da poco, si piacevano, ma non era innamorata, e la vita che stava facendo non le piaceva più. Doveva partire, lo sapeva di dover partire e quella notte lo avrebbe fatto. Aveva portato il solito zainetto da lavoro con un paio di pantaloni e un maglioncino, un libro di Adam Zagajeveski, i dollari che andava accumulando da quando aveva iniziato a lavorare cambiandoli al mercato nero. Aveva deciso di andare a piedi al locale dove aveva appuntamento con Janusz, aveva capito di dover partire la settimana precedente, quando stava a leggere le solite notizie su internet e si era ritrovata a battere i pugni chiusi sul ripiano del tavolo. Si era anche fatta male, sua madre non aveva sentito niente, presa com’era a guardare uno dei programmi sui nuovi talenti della canzone che tanto le piacevano. Cosa aveva che non andava lei? Perché non era mai contenta? Perché non era mai stata contenta della sua vita? La maggior parte della gente non solo si accontentava, ma era contenta della vita che faceva. Anche se i giorni si ripetevano uguali uno dopo l’altro. “È la vita, figlia mia”, le diceva sua madre. Vita? Respirare, alzarsi, lavorare, tornare a casa, guardare la televisione? È vita questa? Ma che razza di vita?

Arrivò alla Ślepa Latarnia in ritardo e Janusz non c’era e non arrivò neanche nella mezz’ora successiva. Forse le aveva mandato un messaggio sul cellulare, ma lei lo aveva lasciato apposta a casa. Non voleva essere rintracciata e le tracce del cellulare erano le prime che avrebbero seguito, quando sua madre sarebbe andata a denunciare la sua scomparsa. Uscì dal locale e si fermò a guardare le luci riflesse nelle acque della Vistola. Pensò che neanche il fiume le sarebbe mancato, era ora di andare al luogo dell’appuntamento. Il passaporto, tedesco e falso, era nel portafoglio. Se anche l’avessero fermata avrebbe risposto in un tedesco impeccabile, a qualcosa sarebbe pur servito l’avere studiato le lingue per così tanti anni. I suoi documenti autentici li aveva fatti a pezzetti e gettati in acqua non appena uscita dal lavoro, la carta di credito era nel cassetto della scrivania. Sperava che pensassero a un rapimento finito male. Scosse i lunghi ricci castani e insieme anche il nome: Agnieszka aveva cessato di esistere e dalla sua mente era nata Anja. Non tutti avevano la fortuna di nascere due volte come lei aveva scelto di fare. Alle spalle della fabbrica di Oskar Schindler, la BMW le fece il segnale concordato con i fanali. Anja accelerò il passo, il lungo viaggio stava iniziando.

 

Questa Cronaca 636 di sabato 4 dicembre del secondo anno senza Carnevale inaugura una serie di racconti dell’Avvento che mi è venuta in mente in questi giorni, mentre lasciavo correre i pensieri a caccia di idee per le Cronache. Spero di avervi incuriositi.

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