domenica 1 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/238: nebbia, rosa sognata, misteriosa forma del tempo

 


Ogni anno il primo novembre, ricordo il primo novembre lontanissimo del mio sedicesimo anno. La mia amica Loredana era venuta a studiare a casa mia, mi aveva fatto leggere un suo bellissimo tema dedicato a Dante, avevamo chiacchierato a lungo e poi, verso le diciotto, quando aveva deciso di tornare a casa, ci eravamo accorte che una nebbia fittissima era scesa sulla città, anche se, all’epoca, non era cosa rara vivere avvolti nella nebbia. Così l’avevo accompagnata sino a casa e poi ero tornata sui miei passi che risuonavano ovattati e non avevo incontrato nessuno. Respiravo l’aria fredda e umida e quell’odore particolare di nebbia che solo la nebbia emana.

Questo ricordo si presenta uguale a se stesso anno dopo anno, della mia amica non so più nulla da tantissimo tempo, la nebbia scende sulla città ma non così fitta. Quella nebbia era uno degli elementi del fascino autunnale della città silenziosa, un po’ sì e un po’ no, e ci fa entrare in una dimensione onirica e dolce che moltiplica il piacere di starsene chiusi in casa. Anche se da tempo viviamo chiusi in casa e presto saremo di nuovo costretti a farlo.

Viviamo in una percezione del rischio e della malattia moltiplicata dagli echi mediatici, il virus è veramente molto contagioso, ma il tema più importante è la tenuta del sistema sanitario e più ancora, forse di medici e infermieri. E la tenuta fisica e psicologica di chi si ammala di altre patologie e ha un più difficile accesso alle cure per via della pandemia.

La massima prevenzione garantita dal distanziamento sociale continua a essere la strada più sensata anche se faticosa. Non è facile continuare a dare un senso a quanto accade se non abbiamo un orizzonte temporale dove la situazione potrebbe infine migliorare.

Così, per aiutarmi e farmi compagnia, rileggo L’altra poesia dei doni di Borges, tratta dalla raccolta L’altro, lo stesso:

 

 

Voglio rendere grazie al divino

Labirinto degli effetti e delle cause

Per la diversità delle creature

Che compongono questo singolare universo,

Per la ragione, che non cesserà di sognare

Una mappa del labirinto,

Per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,

Per l’amore, che ci permette di vedere gli altri

Come li vede la divinità,

Per il duro diamante e l’acqua libera,

Per l’algebra, palazzo di esatti cristalli,

Per le mistiche monete di Angelus Silesius,

Per Schopenhauer,

Che forse decifrò l’universo,

Per lo splendore del fuoco

Che nessun essere umano può guardare senza un’antica meraviglia,

Per il mogano, il cedro e il sandalo,

Per il pane e il sale,

Per il mistero della rosa

Che dona il suo colore e non lo vede,

Per certe vigilie e giornate del 1955,

Pei rudi mandriani che nella pianura

Incitano le bestie e l’alba,

Per il mattino a Montevideo,

Per l’arte dell’amicizia,

Per l’ultimo giorno di Socrate,

Per le parole dette in un crepuscolo

Dall’una all’altra croce,

Per il sogno dell’Islam che abbracciò

Mille e una notte,

Per l’altro sogno dell’inferno,

Della torre del fuoco che purifica,

E delle sfere gloriose,

Per Swedenborg,

Che conversava con gli angeli nelle vie di Londra,

Per i fiumi segreti e immemorabili

Che confluiscono in me,

Per l’idioma che, secoli addietro, parlai in Northumbria,

Per la spada e l’arpa dei sassoni,

Per il mare, che è un deserto splendente

E un simbolo di cose che ignoriamo,

Per la musica verbale d’Inghilterra,

Per la musica verbale di Germania,

Per l’oro, che rifulge nei versi,

Per l’epico inverno,

Per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos

Per Verlaine, innocente come gli uccelli,

Per il prisma di cristallo e il peso di bronzo,

Per le strisce della tigre,

Per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan

Per il mattino nel Texas,

per il sivigliano che scrisse l’Epistola Morale

E il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,

per Seneca e Lucano, di Cordova,

I quali prima che lo spagnolo fosse scrissero

Tutta la letteratura spagnola,

Per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,

Per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,

Per l’odore medicinale degli eucalipti,

Per il linguaggio, che può simulare la sapienza,

Per l’oblio, che annienta o modifica il passato,

Per l’abitudine,

Che ci ripete e ci conferma come uno specchio,

Per il mattino, che ci dà l’illusione di un principio

Per la notte, la sua tenebra e la sua astronomia,

Per il coraggio e la felicità degli altri,

Per la patria, sentita nei gelsomini

O in una vecchia spada,

Per Whitman e Francesco d’Assisi, che già scrissero la poesia,

Per il fatto che la poesia è inesauribile

E si confonde con la totalità degli esseri

E non giungerà mai all’ultimo verso

E muta secondo gli uomini,

Per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli

Perché era così lenta a morire,

Per i minuti che precedono il sonno,

Per il sonno e la morte,

Questi due tesori segreti,

Per gli intimi doni che non enumero,

Per la musica, misteriosa forma del tempo.

 

 

Voglio iniziare a scrivere la mia poesia dei doni e lo farò da domani. Oggi è il primo novembre dell’anno senza Carnevale. La notte dell’apertura tra i mondi mi ha portato in dono una cattedrale, la mia cattedrale, la cattedrale della città silenziosa e il sogno di una rosa. La traduzione di Borges è di Domenico Porzio ed è tratta dal secondo volume dei Meridiani Mondadori del 1985.


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