domenica 15 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/252: come un vento d’autunno il mondo mi vortica intorno, i libri mi danno respiro in quel vento

 


La domenica è sempre una giornata spezzata in due, due metà che si fronteggiano e si ostacolano a vicenda.

La prima metà è la mattina che significa non alzarsi per andare a lavorare, la spremuta d’arancia, i giornali intonsi che profumano d’inchiostro, almeno nella memoria perché mi sembra un po’ meno ora, il caffè con la moka grande, una passeggiata, la Messa per i credenti, il passaggio in pasticceria per un vassoio di pasticcini succulenti, il fiorista e un mazzo di fiori misti con le ortensie oppure una pianta di orchidea bianca o ancora una composizione a base di rose dai colori sfumati dell’autunno, dove tutta la gloria della natura impallidisce sino a spegnersi.

Poi il pranzo domenicale, un rito novecentesco con parenti di vario grado, la pasta al sugo o al forno, l’arrosto, le patate fritte. Un rito che ho compiuto centinaia di volte con la mia famiglia d’origine e che tengo vivo nel ricordo e nella nostalgia.

Dopo il rito del pranzo spesso seguiva quello del riposino e poi della lettura, si chiudeva così la prima mezza domenica.

La seconda metà di una giornata che ho sempre detestato, come accade a molti, e che invece ho ricominciato ad amare quest’anno dall’inizio della pandemia. Il risveglio dalla pennichella, per chi la fa, e l’inizio delle vere ore di libertà sono un tutt’uno.

Oggi non ho pisolato, benché ne avessi voglia, ma a letto ho fatto una cosa che non facevo da decenni. Ho letto lo stesso libro due volte di fila. E ho ritrovato la stessa gioia provata quando, a otto anni, avevo letto due volte di fila Il richiamo della foresta di Jack London. Che piacere, che stupore, che ansia e che festa quella lettura.

Oggi il libro che mi ha rapita è Vivere con i libri. un'elegia e dieci digressioni, un libro per amanti dei libri e per chi voglia diventarlo o che ancora non sa di esserlo.

Alberto Manguel, scrittore e bibliofilo, che già amavo per Una storia della lettura e Una storia naturale della curiosità, mi ha trasportata nel suo mondo di libri e biblioteche dove regnano i sovrani indiscussi Borges e Kafka, Flaubert e Dante.

Il racconto oscilla tra le innumerevoli biblioteche private e quelle pubbliche, tra le residenze nate per ospitare i libri, sino a quella che diede loro una dimora stabile per parecchio tempo.

"L’ultima biblioteca che ho avuto si trovava in Francia, all’interno di un’antica canonica in pietra a sud della valle della Loira, in una borgata tranquilla di meno di dieci case. Io e il mio compagno avevamo scelto quel posto perché vicino alla casa c’era un granaio, crollato in parte secoli addietro, grande abbastanza per sistemarci la mia biblioteca, che a quel tempo aveva raggiunto i trentacinquemila volumi. Pensavo che una volta che i libri avessero trovato il loro posto, anch’io avrei trovato il mio. I fatti mi avrebbero smentito. Capii di voler vivere in quella casa la prima volta che aprii i pesanti battenti di quercia del passo carraio, che dava su un giardino. Incorniciata dall’arco di pietra dell’ingresso, mi si presentò la vista di due antiche sofore che ombreggiavano la dolce distesa di un prato che arrivava fino a una lontana muraglia grigia. Ai tempi delle guerre contadine, ci dissero, sotto quel terreno erano stati scavati dei cunicoli a volta, che collegavano la casa a una torre distante, oggi fatiscente. Nel corso degli anni il mio compagno badò al giardino, piantò un orto e dei cespugli di rose e si prese cura degli alberi assai maltrattati dagli ultimi proprietari, che oltre a riempire di spazzatura un tronco cavo avevano trascurato i rami alti, lasciandoli indebolire pericolosamente. Ogni volta che passeggiavamo nel giardino ci dicevamo di esserne solo i custodi, non i proprietari, perché quel luogo, come tutti i giardini, sembrava posseduto da uno di quegli spiriti indipendenti che gli antichi chiamavano numi. Plinio, per spiegare la numinosità dei giardini, la riconduce al fatto che un tempo gli alberi erano i templi degli dèi, e che gli dèi non l’hanno dimenticato. Gli alberi da frutto in fondo al giardino erano cresciuti sopra un cimitero abbandonato del IX secolo; può darsi che anche lí gli antichi dèi si sentissero a casa."

I riti della vita quotidiana sono segnati dalla presenza non solo dei libri tanto amati, ma anche da quel giardino di cui la coppia si prendeva cura.

"In quel giardino cintato regnava una tranquillità straordinaria. Tutte le mattine, verso le sei, scendevo le scale ancora insonnolito, preparavo una tazza di tè nella scura cucina di travi e mi sedevo fuori sulla panchina di pietra con la nostra cagna a guardare la luce del mattino che risaliva lungo il muro in fondo. Poi, sempre con lei, andavo a leggere nella mia torre, di fianco al fienile. Solo il canto degli uccelli (e d’estate il ronzio delle api) infrangeva il silenzio. Al crepuscolo piccoli pipistrelli svolazzavano in cerchi, mentre all’alba i gufi nel campanile della chiesa (non abbiamo mai capito perché scegliessero di farsi il nido sotto le campane che rintoccavano) si lanciavano in picchiata a caccia della cena. Erano barbagianni, ma nelle notti di capodanno un’enorme civetta bianca, simile all’angelo che secondo Dante conduce la nave delle anime alla riva del purgatorio, scivolava silenziosa nel buio."

Miguel bambino ritorna uguale a se stesso, nella beatitudine del sistemare i libri nei loro scaffali.

"Uno dei miei primi ricordi (dovevo avere due o tre anni all’epoca) è una mensola piena di libri appesa alla parete sopra al mio lettino, da cui la tata sceglieva la storia per la buonanotte. È stata quella la mia prima biblioteca; quando ho imparato a leggere per conto mio, all’incirca un anno dopo, la mensola, spostata per maggior sicurezza a livello del suolo, diventò il mio regno privato. Mi rivedo a sistemare e risistemare i libri secondo regole segrete che inventavo a mio uso e consumo: tutta la collana «Golden Books» doveva stare raggruppata insieme, le voluminose raccolte di fiabe non dovevano toccare i libriccini di Beatrix Potter, gli animali di peluche non potevano occupare lo stesso ripiano dei libri. Mi dicevo che se queste regole fossero state violate, le conseguenze sarebbero state terribili. Superstizione e arte bibliotecaria sono strettamente intrecciate. Quella prima biblioteca si trovava in una casa di Tel Aviv; la mia collezione successiva si formò a Buenos Aires, nel decennio dell’adolescenza. Prima di tornare in Argentina, mio padre aveva chiesto alla segretaria di comprare tutti i libri che occorrevano per riempire gli scaffali della biblioteca della nuova abitazione; cortesemente, la signora ordinò caterve di volumi da un negozio di libri usati di Buenos Aires, ma si accorse, al momento di metterli a posto, che molti non entravano negli scaffali. Senza perdersi d’animo, li fece prima scorciare alle giuste dimensioni e poi rilegare in una pelle verde scuro, che accostata al legno di quercia donava all’ambiente l’atmosfera di una radura in un bosco. Da quella biblioteca sgraffignavo qualche volume per rimpolpare gli scaffali della mia, che coprivano tre delle quattro pareti della mia camera da letto. La lettura di quei libri circoncisi richiedeva lo sforzo supplementare di sostituire il pezzo mancante di ogni pagina, un esercizio che sicuramente mi allenò a leggere in seguito i romanzi «cut up» di William Burroughs."

Ecco che la passione accesa dai libri presenti in casa, diventa adolescente come il bibliofilo che inizia a mettere insieme una biblioteca che fosse davvero sua, ma che sua lo era fino a un certo punto perché:

"Poi venne la biblioteca della mia adolescenza, costruita negli anni del liceo, e che conteneva quasi tutti i libri di cui ancora oggi mi importa. A costruirla mi aiutarono insegnanti generosi, librai appassionati e amici per i quali il dono di un libro era un gesto supremo di intimità e fiducia”.

Chi ama i libri e le biblioteche, conversa con gli scrittori e vive in mezzo ai fantasmi.

Il giovane Alberto incontra Borges - che era diventato direttore della Biblioteca Nazionale e cieco nello stesso periodo nel 1955, di cui scrisse che “Dio, con magnifica ironia, mi aveva dato insieme i volumi e la notte” – e ne divenne lettore ad alta voce, amico e discepolo.

I libri ci fanno perdere nei loro intrecci ma fanno sì che ci ritroviamo nella nostra comune umanità smarrita. I libri danno conforto e ci fanno riconoscere i volti anche di chi non abbiamo mai incontrato.

"Quest’ansia di essere circondati dalle parole e dai volti degli altri permea tutte le nostre storie. Nella Roma di Petronio, Encolpio vaga per un museo osservando le immagini degli dèi nei loro intrecci sentimentali e capisce di non essere il solo a sentire le pene d’amore. In Cina, nell’VIII secolo, Du Fu scrisse di un vecchio studioso che nei suoi libri vedeva il popoloso universo vorticargli intorno come un vento d’autunno. Al-Mutanabbī, nel X secolo, paragonò la carta e la penna con cui scriveva all’universo mondo: al deserto con le sue insidie, alla guerra con i suoi scoppi violenti. Petrarca, più che possedere la sua biblioteca, ne è posseduto. «Mi possiede una passione insaziabile che sino ad oggi non ho saputo né voluto frenare. […] Non so saziarmi di libri», scrive. «I libri ci offrono un godimento molto profondo, ci parlano, ci danno consigli e ci si congiungono, vorrei dire, di una loro viva e penetrante familiarità. A chi legge non offrono soltanto se stessi, ma suggeriscono anche nomi di altri e ne fanno venire il desiderio»."

Così la mia mezza domenica pomeridiana è trascorsa in compagnia di un libro fatto di libri, nella terra dell’immaginazione e in quella della memoria e ne ho tratto davvero un grande, grande conforto.

Oggi è il quindici novembre dell’anno senza Carnevale e voglio chiudere questa Cronaca 252 con l’esergo del libro di Manguel che è una citazione dal De amicitia di Cicerone.

“Se qualcuno salisse al cielo e contemplasse la forma dell’universo e lo splendore delle stelle, tale spettacolo non gli darebbe alcun piacere, mentre sarebbe fonte di grande gioia se avesse qualcuno a cui raccontarlo”.

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