giovedì 5 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/242: il tempo è una piccola finestra riempita dalla luce

 

Nell’ultimo giorno non rosso di questo tiepido novembre, ho scelto di chiedere asilo alla poesia.

Ho sfogliato un mucchio di libri prima di decidere dove andare e poi, come sempre, è la poesia che mi ha chiamata.

È un lungo testo del neo premio Nobel per la Letteratura Louise Glück e bisogna entrarci molto piano, lasciarsi prendere dalle immagini più che ancora dalle parole.

Se il mondo esterno è un groviglio di pericoli e preoccupazioni, starsene rinchiusi in una poesia come in un guscio d’uovo perfetto, mi sembra davvero una buona strategia di sopravvivenza immaginativa.

L’anima ha bisogno di essere supportata e nutrita, accarezzata e curata.

Facciamolo in compagnia di questi versi che vi invito a leggere e rileggere per prepararsi al primo giorno rosso per lombardi e piemontesi, giallo o arancione per il resto d’Italia.

 

Albata

 

Il mondo era molto grande. Poi

il mondo era piccolo. Oh

molto piccolo, piccolo abbastanza

per essere contenuto in un cervello.

 

Non aveva colore, era tutto

spazio interiore: niente

entrava o usciva. Ma il tempo

si infiltrava comunque, quella

era la dimensione tragica.

 

Prendevo il tempo molto seriamente in quegli anni,

se mi ricordo bene.

 

Una stanza con una sedia, una finestra.

Una piccola finestra, riempita dalle forme create dalla

luce.

Nel suo essere vuoto il mondo

 

era sempre intero, non una scheggia di qualcosa, con

il sé al centro.


E al centro del sé,

dolore al quale non credevo sarei sopravvissuta.


Una stanza con un letto, un tavolo. Lampi

di luce sulle superfici nude.

 

Avevo due desideri: desiderio

di essere al sicuro e desiderio di sentire. Come se

il mondo stesse prendendo

 

una decisione contro il bianco

perché disdegnava il potenziale

e voleva al suo posto sostanza:

pannelli

d'oro dove la luce colpiva.

Nelle finestre, le foglie

rossastre del faggio ramato.


Fuori dalla stasi, fatti, oggetti

sfuocati o intessuti insieme da qualche parte

 

il tempo era agitato, il tempo

reclamava di essere toccato, di essere

palpabile,

 

il legno lustrato

scintillante di decorazioni -

 

e poi io ero di nuovo

una bimba in presenza di ricchezze

e non sapevo di cosa le ricchezze fossero fatte.

 

Rimando di nuovo a domani il girovagare nei tre libri acquistati ieri e vi auguro una buona notte. Oggi è giovedì 5 novembre dell’anno senza Carnevale e questa Cronaca 242 risplende di poesia e autunno. La poesia è tradotta da Elisa Biagini e inclusa nella raccolta Nuovi poeti americani, Einaudi 2006

 

 

Aubade

The world was very large. Then
the world was small. O
very small, small enough
to fit in a brain.

It had no color, it was all
interior space: nothing
got in or out. But time
seeped in anyway, that
was the tragic dimension.

I took time very seriously in those years,
if I remember accurately.

A room with a chair, a window.
A small window, filled with the patterns light makes.
In its emptiness the world

was whole always, not
a chip of something, with
the self at the center.

And at the center of the self,
grief I thought I couldn't survive.

A room with a bed, a table. Flashes
of light on the naked surfaces.

I had two desires: desire
to be safe and desire to feel. As though

the world were making
a decision against white
because it disdained potential
and wanted in its place substance:

panels
of gold where the light struck.
In the window, reddish
leaves of the copper beech tree.

Out of the stasis, facts, objects
blurred or knitted together: somewhere

time stirring, time
crying to be touched, to be
palpable,

the polished wood
shimmering with distinctions--

and then I was once more
a child in the presence of riches
and I didn't know what the riches were made of.


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