sabato 5 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/699. E questo cielo, e queste nuvole

 

 

Giornata d’inverno di nuovo, ma chi se ne importa quando si può stare al calduccio in un buon libro di poesia? Leggo e rileggo torno indietro, sottolineo ancora, mi preparo con cura e poi vado alla Libreria delle Donne a presentare Così diviso il corpo di Paola D’Agnese. Gli dei della poesia non sono propizi all’inizio dell’incontro, il poeta Maurizio Cucchi, che ha scritto la prefazione al volume, non può partecipare, ma ha mandato un video. Che sul pc della libreria non si riesce a proiettare. Così Francesca corre a casa a recuperare il suo pc, ma poi non riusciamo subito a collegare gli altoparlanti, per fortuna dopo un po’ di tentativi tutto funziona ascoltiamo il suo intervento e poi tocca a me.

“Non conoscevo Paola D’Agnese e la sua poesia prima di questo libro ed è stata per me una felice scoperta.

Quando leggo un libro nuovo di poesie inizio con l’aprirlo a caso, mi fermo, sottolineo, metto le stelline, vado avanti e indietro.

Poi lo leggo in ordine per cercare di cogliere l’intenzione del poeta, la sua voce, l’architettura, il destinatario delle poesie, perché credo si scrivano sempre poesie avendo in mente qualcuno.

Quando mi sembra di avere trovato il punto d’ingresso in questo immaginario poetico, lo uso come punto di partenza per cercare di svelare i segreti della tessitura.

La voce poetica di Paola è molto chiara e precisa, non si sono astrazioni difficili da collocare nel nostro spazio interiore, ma precise immagini del mondo, gesti, considerazioni.

Così nella prima sezione Dove il sentiero si stringe appaiono in sequenza: strada – radura – sentieri  - un salto – il giorno – un altro salto - una piccola  baia – il mare – le navi – il mondo – il buio – il pane quotidiano – il sentiero – la croce -  il sasso – il prato -  il vento -  la preghiera… Le azioni sono: il guardare – il saltare – il pregare – il camminare.

 

È il corpo, corpo poetico, corpo immaginato e corpo reale che è il nesso tra la poesia e il mondo, le cose, gli avvenimenti, gli altri. Soprattutto un altro, qualcuno che ancora ci sfugge e verso il quale l’io poetico si dirige. È gennaio, è di nuovo il vento a indicare la rotta, e in un attimo siamo in estate, possiamo fermarci sotto “alberi immensi i cui rami sono state radici divenute alberi e poi radici e poi alberi”. La poesia di Paola D’Agnese è una poesia fatta di sostantivi e di verbi, di pochi aggettivi, dove tutte le parole sono utilizzate con la massima precisione e contribuiscono a definire la precisione scarna di ogni verso.

Traspare un’immensa solitudine in queste poesie, una solitudine metafisica che è propria della condizione umana e dove l’altro di noi è preso tra nostalgia, desiderio e perdita.

Soprattutto è un ricordo, un’invocazione o anche un’evocazione favorita da questa adesione dell’io poetico al mondo come se una carezza scorresse lungo la guancia e il poeta potesse lasciarsi andare con fiducia a ciò che vede e sente, perché sa che il mondo non lo tradirà.

Il mio punto d’ingresso in quest’opera è stata di certo la poesia dedicata “a mia madre”  (a pag. 26) forse perché ho perso la mia di recente e la potenza della poesia sta anche nel parlare ai molti sconosciuti che ci leggeranno e sentiranno di poter dire anch’io, anch’io sento questo, io ti capisco, noi siamo vicini.

 

Fuori il recinto dell’inverno

non vedo nessuno

 

nessuna cosa che ti somigli.

Non serve cercarti

 

stai sulla cima.

Lo sguardo verso il mondo

 

 

Nella seconda sezione Il suono della luce è proprio la poesia di pag.37 il cui verso finale presta il titolo alla sezione stessa

 

Ci sono boschi di pensieri

che attraverso in silenzio

mentre tu mi attraversi

lasciando mille oggetti

che riconosco tutti

uno ad uno.

 

Posso guardarti e udire stupefatta

il suono della luce.

 

 

Accade così il miracolo della poesia, quando l’incontro è così potente da scatenare una sinestesia e l’io poetico può ascoltare il suono della luce.

 

Notevole è la poesia di pag. 39

 

Finalmente fiori sul ramo.

Guardo dove incontro bellezza.

 

Poche cose al bisogno:

ginestre e vino sulla tavola

alberi a regalare ombra

acqua per le notti sfinite

mani in forma di sogni

 

poca ma buona terra

intorno alla casa

a consentire

le nostre piccole storie di poeti.

 

 

Una poesia che ha fatto risuonare in me i versi di  Velimir Chlebnikov in 47 poesie facili e una difficile a cura di Paolo Nori, Quodlibet 2009

 

Poco, mi serve.

Una crosta di pane,

un ditale di latte,

e questo cielo

e queste nuvole.

 

 

Perché la poesia è davvero lingua scarna che trasfigura la vita, è l’uso non comune della lingua comune che con un ritmo diverso dalla parola piana della prosa e della conversazione, costringe il nostro essere a sobbalzare e ad accedere in un altrove che capiamo di avere anelato solo quando ci siamo arrivati e chiamiamo chi ci è caro a raggiungerci. (pag. 40)

 

Dammi l’ossigeno

del tuo passo negli occhi

le tue dita che nell’aria

mi disegnano il mondo.

 

Il tuo nome in tempesta

nella casa che dorme il tuo

volto segreto dove riposo.

 

Sono il luogo vasto e

ventoso che ti accoglie.

 

Vieni.


È proprio nelle poesie di questa sezione che la solitudine si fa meno dura e la condivisione concreta: (pag. 42)

 

Bianco questo vano disegno di luce

striscia di terra sottratta alla marea.

 

Lascio la tenda che non dà più ombra

scendo le mie scale in salita.

 

Silenzio.

Le foglie d’argento dell’ulivo.

 

E un passo che nessuno ha sentito.

 

 

E sapere che solo con l’altro siamo stati capaci di segnare insieme l’infinito come nella poesia di pag. 44:

 

A Francesco

Spezzato il cerchio che ci teneva

ho smarrito la chiave e altro.

 

Ciò che ridà sorriso è scorgerti nell’ombra

venire su da sola all’altare di pietra

dove insieme segnammo

– ai nostri occhi di allora –

l’unico infinito.

 

Ma la perdita è inevitabile, perdiamo sempre qualcosa o qualcuno, perdiamo noi stessi a volte. (pag. 47)

 

Le mani scalze

il cuore riposato

i pensieri limpidi

la parola chiave per aprire l’amore.

Dove sono?

 

Mi sopraffanno piccole

esili risposte.

 

Ma resto sulle tue palme dolci

nella tua voce gelida pulita

perdendo colpi

perdendo anni.

 

Ti perdo finalmente.

 

 

È la poesia allora a darci la forza per disegnare un senso.

 

L’abbandono dell’arco è la terza sezione che si apre invece con una serie di aggettivi feroci sulle parole, perché è come se fosse il bianco della pagina a vincere sempre, a vincere anche la forza impetuosa della poesia, come se anche questa salvezza ci fosse negata (pag. 51)

 

Avide livide restie

fulgide frigide accecanti

furiose rassegnate feroci

trasparenti opache impavide

mute assordanti

solide liquide necessarie

inutili le parole.

 

Dissanguate dissolte

dal bianco della pagina.

 

 

E nella seconda poesia della sezione a pag. 52

 

Mille piani mondi di attese

nelle lunghe file per il pane.

Si è reso necessario

l’abbandono dell’arco

e quotidiano il gesto di affilare

le lame dei coltelli.

 

 

ho sentito risuonare la Russia feroce di Osìp Mandel'štam

 

Come acqua oscura bevo la torbida aria,

il vomere ha arato il tempo e la rosa

fu già terra.

 

 

E poi anche quella di Marina  Cvetaeva di cui ecco un frammento dal diario:

 

 

“Alle 10 la giornata è finita. Talvolta sego e taglio legna per il giorno dopo. Alle 11 o alle 12 vado a letto. Sono felice del lumino proprio accanto al guanciale, del silenzio, del quaderno, della sigaretta, talvolta - del pane. Scrivo malamente, in fretta. Non ho annotato né le ascensions in soffitta - niente scala (l'hanno bruciata) - mi isso con una corda - per prendere le travi, né le continue ustioni delle braci che (impazienza? esasperazione?) afferro direttamente con le mani, né le corse su e giù per i kommissionnye (che abbiano venduto tutte le mie cose?) e per le cooperative (che distribuiscano?). Non ho annotato la cosa più importante: l'allegria, l'acutezza di pensiero, le esplosioni di gioia ad ogni più piccolo colpo di fortuna, l'appassionata tensione di tutto l'essere - tutti i muri sono coperti di versi e di NB! per il taccuino.

In soffitta

(Dagli appunti moscoviti, 1919-1920)

 

 

 

È nella poesia di pag,. 56 che scopriamo il senso del titolo “Così diviso il corpo”, corpo che cerca l’altra sua parte:

 

Ad Andries

Ancora lontano il temporale

 

la tristezza nuda sul tavolo

tra il lampo e il lampo un altro

 

che separa gambe e braccia. Così diviso il corpo

cerca l’altra sua parte.

 

I pensieri non hanno più nome.


Siamo piccole stelle

sul volto osceno del mondo.

 

È questa la sezione più dolente dove le lacrime vengono usate per lavare gli specchi, le lacrime conservate per ogni ragione, come leggiamo a pag. 59:

 

Da tempo conservo lacrime

me le conservo tutte

me le costringo in petto

in ordine perfetto

con la data e un colore per ogni ragione.

 

Nell’umido d’un tratto

ho deciso di usarle

mi sono servite a lavare gli specchi.

 

 

Non so se questa mia intuizione è corretta, ma ho sentito che le poesie di questa sezione finale sono state scritte prima delle altre, perché vivono ancora di una rabbia e di un’amarezza che non appartiene a quelle precedenti. Ma se la rabbia è qui, è stato sottile mettere in fondo questi versi per creare così uno spiazzamento in noi lettori.

 

Ci sarà una festa? Ci sarà una riappacificazione con il mondo?

Sì, e a dirlo è la sorpresa, la poesia finale, nascosta dopo l’indice e altre pagine, dove è la nascita, una rinascita che chiude questo percorso a (pag. 79)

 

Aria.

Luccicare d’ardesia.

una stagione piccola

per i miei grandi occhi.

Fiore di una pianta

mai vista

nasci adesso,

nasco, mi vedi.

 

 

Ho poi scoperto che la mia intuizione era corretta e la grazia e la forza dei versi letti da chi li ha composti hanno accompagnato questi momenti di un pomeriggio milanese che ne è uscito trasfigurato.

Oggi è sabato 5 febbraio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 699 svolazza nella notte insieme alla poesia.

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