lunedì 11 gennaio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/309: chi può dare un nome alla sensazione di vento inafferrabile che ci piomba addosso?

 



 

Oggi, anche oggi, è una giornata di sole e freddo, di molte parole che leggo e scrivo e che si affastellano.

Tutto il fuoco di ieri continua a incendiare la mia immaginazione e a tingere di rosso le ombre sui muri e i frutti sul tavolo.

Basta davvero poco per scrivere, occhi aperti sugli altri regni, la realtà dove vivo che è solo una tra molte, il desiderio di essere altrove che esplode insieme al desiderio di continuare a essere qui, nel mio studio della città silenziosa e al contempo in quello della Casa delle Parole. Due desideri opposti che si completano e fanno sì che io viva tutta intera nella pagina.

Due sono i compagni di viaggio di questa giornata invernale: mio nipote Andrea che studia Storia dell’arte medioevale per il suo primo esame all’università, e un libro comprato ieri Economia dell’imperduto di Anne Carson, dedicato ai poeti Simonide di Ceo, maestro dei cori, di cui ci restano solo frammenti, e Paul Celan, maestro di ciò che non è andato perduto, secondo le magnifiche poetesse Anne Carson e Camilla Miglio.

Già all’inizio del libro c’è una poesia di Celan tradotta in inglese dalla Carson e in italiano da Patrizio Ceccagnoli.

 

Matière de Bretagne

 

Luce di ginestra, gialla, i pendii

marciscono in cielo, la spina

aspira alla ferita, risuona in essa

è sera, il nulla

dispiega i suoi mari verso la preghiera,

la vela insanguinata termina con te.

 

Arido, interrato il letto

dietro di te, la sua ora

ricoperta di giunchi, in alto,

vicino alla stella, lattei i canali

borbottano nel limo, il dattero di mare,

in basso, nel folto, si spalanca blu,

un arbusto caduco, bello,

saluta la tua memoria.

 

(Sapevate di me,

mani? Andai

lungo la biforcata via che mi mostraste, la mia bocca

sputò ghiaia, andai, il mio tempo,

orologio errante, allungava la sua ombra – sapevate di me?).

 

Mani, la spina ferita

corteggiata, risuona,

mani, il nulla, i suoi mari,

mani, nella luce di ginestra, la

vela insanguinata

termina con te.

 

Tu

tu insegni

tu insegni alle tue mani

tu insegni alle tue mani tu insegni

tu insegni alle tue mani

         a dormire.

 

 

Abbiamo perduto i poeti, ma non le parole e il gesto delle mani, non la voce. Con che colore andremo ad annunciare l’arrivo del poeta? Sarà rossa la nostra vela o nera? Nera come l’assenza o rossa come il desiderio?

 

Nel luogo che chiamiamo realtà

 

Tristano, la morte,

Isotta, il sogno,

la vela, rossa e sbagliata

la vela rossa, tinta con i petali

bagnati nel leccio in fiore.

Può un colore decidere chi

vive e chi muore? Sì che

può e lo fa dai tempi più

remoti. Un colore è appartenenza,

è l’approdo dei tuoi occhi che

non vedo, ma che mi stanno

chiamando. La morte è solo

l’altro versante del sogno,

quello da cui non ritorniamo,

perché la porta si è chiusa

e noi abbiamo lasciato quella

chiave nella stanza, nel luogo

che chiamiamo realtà.

 

 

In lontananza, sul filo dell’orizzonte, vedo avvicinarsi vele, ora troppo lontane per poterne decifrare il colore e calcolare la dimensione della barca.

Posso sedermi qui, sulla riva della mia immaginazione, e aspettare. Forse le barche arriveranno, forse no. Ma che importa? Quel che importa è l’attesa.

 

Questa è la Cronaca 309 di lunedì 11 gennaio del secondo anno senza Carnevale. La poesia Matière de Bretagne di Paul Celan è tratta dalla raccolta Sprachgitter (Grata di parole). Potete leggere un magnifico saggio di Camilla Miglio Paul Celan e la musica della materia sulla rivista online Antinomie. Nel luogo che chiamiamo realtà è una poesia inedita che ho scritto questo pomeriggio leggendo Economia dell’imperduto di Anne Carson, tradotto da Patrizio Ceccagnoli, con uno scritto di Antonella Anedda, Utopia Editore, 2020. Il titolo della Cronaca è una citazione del libro.

1 commento:

Camilla Miglio ha detto...

grazie per questa apertura di libri e porte e finestre
la tua poesia è una lettura, e leggerti riapre passaggi