sabato 21 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/13: ognuno di noi è l’intreccio di un silenzio e di un mistero


Come tutti ho un sacco di tempo a disposizione per pensare in questi giorni e, dopo avere finito la lettura dei giornali il mattino prestissimo, cerco di evitare di passare troppo tempo su Facebook, anche se ci trovo sempre un mucchio di cose intelligenti e interessanti e anche belle da vedere e da ascoltare. Facebook ha un senso e una sua utilità in questo momento storico, pazienza se continuano a tracciare le nostre navigazioni e a vendere le nostre profilazioni al miglior offerente. In questo momento ci consente di restare in contatto grazie alla condivisione di immagini, parole, volti e paesaggi. Questo strumento iper sollecita due dei nostri sensi, vista e udito, a discapito degli altri tre, gusto, tatto e olfatto, anche se gusto e olfatto sono a loro volta sollecitati dal cibo e dalla cucina cui pare tutta Italia si stia dedicando senza sosta.
Il mondo è tutto una nostra creazione, o meglio, è con la nostra presenza che il mondo si fa mondo. Come scriveva la geniale antropologa culturale Ida Magli, precocemente finita nel dimenticatoio della storia, anche la natura è un fatto culturale, perché siamo noi umani che abbiamo dato i nomi alle cose e le abbiamo studiate, inventate, esplorate in senso positivo, ma anche manipolate, sprecate, distrutte in senso negativo. Nella dimensione del reale che chiamiamo mondo e che percepiamo come esterno a noi, anche se lo studioso Riccardo Manzotti dice che mondo, coscienza e io sono un tutt'uno, un elemento fondamentale del nostro vissuto e delle nostre narrazioni sono le relazioni con gli altri. Le migliaia di amicizie virtuali su Facebook sono una distorsione delle possibilità che l’amicizia ci offre, ognuno di noi lo sa molto bene. Il virtuale può darci una momentanea consolazione, sopperire agli incontri in carne e ossa ma non sostituirli. Gli amori virtuali nascono in un turbine di emozioni e finiscono senza lasciare strascichi nella maggior parte dei casi perché il corpo era assente nel momento in cui è scattata la scintilla dell’innamoramento. Per le amicizie è cosa diversa, perché nascono quasi sempre sulle basi di uno o più interessi in comune. E nascono con la stessa passione dell’amore. Montaigne lo scriveva del suo più caro amico Étienne de La Boétie, potete leggere la citazione in fondo a questo scritto*, e che io potrei sottoscrivere per alcune amiche e amici che ho avuto la fortuna di incontrare nel corso della mia vita. Lo stato nascente, per dirla con Francesco Alberoni, è il medesimo, ma laddove l’abitudine e la frequentazione non sempre ci consentono di passare dall'i’innamoramento all’amore, anzi spesso ne sono i carnefici, l’amicizia è sempre più forte. Anche se, forse, la fine di un’amicizia è qualcosa di più doloroso della fine di un amore. Vi è mai capitato di perdere un’amica? A me tante volte, nonostante i sentimenti fossero forti e intatti. La prima perdita fu Laura Olivas, la mia compagna di banco in prima elementare, ci eravamo conosciute al campo giochi il pomeriggio precedente il primo giorno di scuola. Quando all’appello del mattino successivo il preside snocciolò i nostri due cognomi in fila, Olivas – Petrassi, nell'appello della prima E, saltellammo dalla gioia. Ci sedemmo insieme nell'ultima coppia di banchi del blocco centrale. Eravamo quarantadue bambine il primo giorno, poi ci divisero nei doppi turni. Eravamo così contente che non facevamo altro che chiacchierare. La maestra Maria Luisa Galbiati, scrivo i nomi perché i nomi delle persone che abbiamo conosciuto e incontrato sono importanti quanto preservarne la loro memoria, dopo qualche giorno ci chiamò alla cattedra, ci impose di tagliare due pezzi di scotch di lunghezza adeguata ed entrambe fummo costrette a incollarcelo sulla bocca, a tornare al nostro posto e ad aspettare la fine della lezione per poterlo strappare via, cosa che fu anche piuttosto dolorosa. Mi ricordo l’umiliazione e la vergogna, di questi tempi la maestra sarebbe stata denunciata, ma così imparammo a rispettare la regola del silenzio e dell’attenzione in classe durante le lezioni. Quell’episodio saldò la nostra recentissima amicizia e la maestra, non che non si fidasse del metodo educativo che aveva scelto per noi, fece spostare Laura al primo banco con la scusa della sua altezza e per lo stesso motivo io rimasi in fondo. I primi due anni delle elementari portano ancora il nome di Laura in me. La nostra amicizia finì soltanto perché suo padre decise di tornare a vivere in Sardegna e non ci siamo mai più viste ne sentite e lei quasi di sicuro non ha mai sentito la mia mancanza quanto io la sua, perché qualche anno fa, quando suo fratello Roberto aveva postato una foto della nostra classe sulla sua pagina Facebook e che io avevo intercettato per i magici algoritmi che conducono la nostra vita digitale, gli avevo scritto chiedendogli di portarle i miei saluti e il mio entusiasmo nell’averla ritrovata, ma la risposta di Laura fu tiepida e io decisi di non insistere preferendo preservare il ricordo di quella bambina con le treccine da cui sfuggivano i riccioli e un mucchio di lentiggini sul naso e sulle gote.
Dopo questa prima fine molto traumatica, molte e molte altre relazioni sono finite, ma non voglio attardarmi a farne un elenco triste e significativo solo per me. Le amicizie finiscono a causa delle passioni comuni che vengono meno, a causa dell’invidia, a causa della noia. Sapete, quando frequentando una persona non fa altro che raccontarvi sempre le stesse cose di sé e anno dopo anno non fa altro che ripetere gli stessi sentieri battuti e gli stessi copioni. Una forma chiusa che il tempo non fa altro che confermare. Molte relazioni si sono chiuse nella mia vita per questo motivo e so che molte persone che mi hanno lasciato scivolare nell'oblio lo hanno fatto perché mi hanno vissuta in questo modo. Però questa è una regola che ha molte eccezioni. Ci sono persone che frequentiamo proprio perché sappiamo che sono proprio quella forma chiusa che noi ben conosciamo e che ci nutre lo spirito come accadeva il primo giorno. Oltre a queste amicizie a forma chiusa e soddisfacente, ce ne sono altre ancora, quelle ancora più importanti, che alla forma nota aggiungono quel guizzo inaspettato che riesce a sorprenderci, è il lancio del sasso nel mare della nostra vita, è quell'insieme di onde che si allarga a cerchi concentrici verso il largo. Mi è sempre piaciuto immaginare la mia vita, come quella degli altri, come a un insieme di cerchi concentrici, dove io me ne sto seduta sul mio piccolo trono bardata per affrontare il mondo e i cerchi più vicini si intersecano con quelli di familiari, amici intimi, amici, colleghi, vicini di casa, negozianti, camerieri, intrecci di cerchi che confermano la teoria “dei sei gradi di separazione”, ci ho provato tantissime volte e sono arrivata persino alla Regina d’Inghilterra, a Barack Obama, a Sylvia Plath e Anne Sexton in meno di cinque incontri. I cerchi del mondo reale sono attraversati e sconquassati da quelli del mondo digitale e, soprattutto, da quanto ci sta accadendo in questo periodo, il nostro io scende dal trono e intorno ha solo pochi familiari, e non per tutti è una fortuna, o la propria immagine riflessa in uno specchio. Niente sassi lanciati nell'acqua, niente piccole onde, niente respiro che si allarga. Forse è per questo che in questo silenzio e nel mistero che ciascuno di noi è, possiamo riflettere sui contrasti, sulle perdite di amici e amori, sulle rotture e sul perdono. Perché è il perdono che ci consente di tornare a casa, di sederci sul nostro trono, poltrona o seggiola che sia e di credere alla grazia di una mattina di primavera, alla tenerezza delle gemme sui rami, al silenzio di cui siamo custodi.

*“Del resto, quelli che chiamiamo abitualmente amici e amicizie, sono soltanto dimestichezze e familiarità annodate per qualche circostanza o vantaggio, per mezzo di cui le nostre anime si tengono insieme. Nell'amicizia di cui parlo, esse si mescolano e si confondono l’una nell'altra con un connubio così totale da cancellare e non ritrovar più la commessura che le ha unite. Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: «Perché era lui; perché ero io».
C’è, al di là di tutto il mio discorso, e di tutto ciò che posso dirne in particolare, non so qual forza inesplicabile e fatale, mediatrice di questa unione.
Ci cercavamo prima di esserci visti e per quel che sentivamo dire l’uno dell’altro, il che produceva sulla nostra sensibilità un effetto maggiore di quel che produca secondo ragione quello che si sente dire, credo per qualche volontà celeste: ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi".

Michel de Montaigne
Saggi
Capitolo I, libro XXVIII
traduzione di Fausta Garavini
note di André Tournon
testo francese a fronte a cura di André Tournon
Bompiani 2012



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