giovedì 2 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/543. La luce sta alla parola, come l’ombra al silenzio

 


 

L’esperienza della luce inizia dall’attesa, già mentre il mondo e le cose sono ripiegati nell’opacità del loro vero essere, inizia, davvero inizia con trepidazione il momento in cui ciascuno ricomincerà ad avere un’ombra anziché essere un’ombra. Perché i poeti amano così tanto la luce e l’ombra? Perché amano il gioco degli opposti? Forse perché imparare a conoscere la soglia tra gli opposti, favorisce l’insorgere della poesia. Che arriva a volte da un suono, a volte da un’immagine a volte da un silenzio. Preme nel cuore di tutti la poesia, preme per sgorgare e scorre veloce con il sangue e lenta con il respiro di chi ha imparato a stare nel momento. La luce sta alla parola, come l’ombra al silenzio, questo è il segreto che sta in bilico in ogni riga scritta, in ogni riga letta. Mi chiedo sempre da dove arrivi il moto che spinge la poesia a rivelarsi, ma l’unica risposta che ottengo è quella del mare, quando le onde diventano un po’ più fragorose e ridono sincere di tutte le nostre preoccupazioni. Sono domande oziose e anche inutili, lo so, ma mi piace pensare che esista un luogo dove la poesia viva e cresca, come una pianticella nel giardino delle Esperidi, ricoperta di polvere d’oro prima che il vento Zefiro la soffi via. Così questa mattina, non appena la luce ha cominciato a sfilacciare il buio, sono scesa in riva al mare fino alla Casa delle Sorelle. Le luci erano tutte spente, così sono andata a dondolarmi sull’altalena che è rivolta verso la spiaggia, quella che loro chiamano l’altalena del ricordo, che è opposta a quella rivolta verso le Montagne della Nebbia, quella che è l’altalena della dimenticanza. Se vuoi pensare solo al futuro è lì che devi sederti, se cerchi la nostalgia di ciò che non è stato o di ciò che non è più, è verso il mare che bisogna guardare.

Cerco il futuro, ma il passato genera sempre un’attrazione particolare su di me, e più invecchio, più mi piace leggere libri vecchi e antichi, rileggere quelli che conosco e studiare storia e leggere romanzi storici, proprio quella storia che da ragazzina studiavo per dovere e non per piacere. Dall’altalena del ricordo, aspetto che la luce sia alta e il sole inizi a scaldare un po’ la sabbia. E poi, d’impulso, mi sfilo il vestito e corro a tuffarmi nell’acqua che è più argentea che azzurra. È fredda l’acqua del mattino, ma io nuoto veloce, mi immergo sotto la superficie, guardo le bolle d’aria che soffio fuori dai polmoni risalire verso l’alto e mi sorprendo, una volta di più, ad amare questo silenzio ritmato solo dal battito del mio cuore. Quando esco dall’acqua, le tre sorelle mi stanno aspettando al cancello della loro casa. Mi porgono un accappatoio e mi fanno strada verso la casa, che ora è illuminata e calda. Rabbrividisco, accetto volentieri la tazza di tè bollente e una fetta di torta sfornata da poco, perché è tiepida e si sbriciola tra le mie dita. Nessuna di noi parla, non ne abbiamo bisogno, lasciamo che siano il fumo e il vapore a dire qualcosa di questo momento che non sarà mai davvero passato. Un momento che sarà qui, su questa pagina, infinito, ripetuto ogni qual volta lo leggerete. Senza chiedere permesso vado a raggomitolarmi su una delle poltrone che stanno davanti al camino e il gatto nero, che ha mezzo musino bianco e che io chiamo Faucine (da fauci, dovreste vederle le sue fauci quando sbadiglia o cerca di mordicchiare) mi salta subito in grembo. Guardo il fuoco, accarezzo il gatto, mi assopisco e non mi sveglio se non dopo qualche ora. Quando il giorno è già alto, saluto e ritorno alla Casa delle Parole, dove mi aspetta il tavolo ingombro di carte, i libri aperti, pieni di sottolineature, il tempo che si è fermato, non ha voglia di andare, non ancora. Chiede una nuova storia e io inizio a raccontare di quella mattina in cui mi sono tuffata nell’acqua gelida, mentre l’altalena della dimenticanza, mi soffiava all’orecchio le cose che non volevo più sapere di avere saputo.

 

Questa è la Cronaca 543 di giovedì 2 settembre del secondo anno senza Carnevale, il secondo di un’era che avrà un nome e sarà ricordata nei libri di storia.

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