martedì 27 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/506. Quando il tempo si moltiplica nei tempi infiniti

 


Storie dall’arcipelago del tempo/1


Quando le cose iniziarono a cambiare nessuno se ne accorse e quando il mondo capì, non c’erano parole per dire come erano diventate le stagioni. In mezzo all’estate più torrida, appariva uno squarcio improvviso di primavera, piovosa, assediata dalla voglia di ricominciare. E in primavera accadeva che fosse l’inverno a irrompere tra i germogli e i boccioli appena aperti, e che tutto gelasse e la promessa di rinnovamento finisse in cristalli di ghiaccio. In autunno le foglie resistevano aggrappate ai frutti tardivi e profumati come nel colmo della stagione bella. Così l’estate si salvava apparendo a Natale e scaldando gli alberi che germogliavano e poi morivano. Non erano più quattro le stagioni, ma infinite come le combinazioni di alberi, fiori, frutti e germogli.

Fu poi la volta della luce, che arrivava troppo presto, o il buio che cadeva nel pieno mezzogiorno, ed era come se un’eclissi infinita del sole si fosse impadronita del cielo.

All’inizio erano fenomeni che duravano pochi secondi, così era difficile rendersene conto, e il cervello ricomponeva il buio come se fosse stata solo un’ombra e la luce, la luce era più difficile, ma c’erano pur sempre le scie delle stelle cadenti che illuminavano l’oscurità.

La realtà intorno a noi non era più quella che avevamo imparato a conoscere, cercavamo disperati di capire se potevamo fare qualcosa, ma non c’era modo di tornare a quei tempi che erano rimasti solo nella nostra memoria. Almeno così credevamo all’inizio, perché poi qualcuno riuscì ad andare indietro e a ritornare e tutti volevano farlo perché nessuno amava il presente. Tutti insieme stavamo cercando di ritrovare l’infanzia e la giovinezza, almeno chi ne aveva ricordi felici, e chi non aveva un’età mitica a cui ritornare, cercava anche solo quell’unico istante che aveva reso la vita degna di essere vissuta.

Poi in molti iniziarono a non ritornare e il mondo così si divise tra quelli che erano ritornati e quelli che non erano ancora partiti.

Mentre i ghiacci si scioglievano, mentre il livello delle acque saliva in tutti i mari e oceani, intere città furono sommerse in entrambi gli emisferi, ma chi aveva il tempo di ricordare Venezia o New York? Si poteva tornare indietro, perché limitarsi a conservare quello che era stato costruito secoli prima?

Il mondo come lo conoscevamo non esisteva più, caddero le nazioni, si estinsero altre centinaia di specie animali, ma quelli che potevano continuavano a pagare per tornare indietro, viaggiavano. Gli altri, le masse, le moltitudini, si arrabattavano e arrancavano, storditi dagli smartphone e dalle immagini che stavano soppiantando ogni lingua parlata. Si comunicava solo con gli emoticon e con versi simili a grugniti. Solo chi conosceva la lingua dei segni si salvò da questa decadenza. Furono proprio loro, i sordi o i minorati sensoriali dell’udito, come si preferiva dire in quell’epoca di politicamente corretto, che si unirono e andarono a costituire la nuova casta dei governanti insieme ai fisici quantistici che garantivano la possibilità di viaggiare avanti e indietro nel tempo a se stessi e a chi poteva permettersi di pagare le cifre a tre zeri per poter andare in un angolo qualunque dello spazio tempo. Le moltitudini stordite vennero poi sterminate da una sequenza di altri corona-virus che si succedevano come un tempo la stagione dei raffreddori. Così cambiava il mondo che avevamo conosciuto, così rimanemmo in poche migliaia a parlare alla vecchia maniera, a decidere di non tornare indietro. Come gli uomini libro di Fahrenheit 451, avevamo scelto di vivere lontani dalle grandi città e di coltivare le piante di cui ci saremmo nutriti e di allevare pecore e capre per la lana, il latte e il formaggio. Il villaggio dove vivevamo quando tutto iniziò, non era lontano da quello che un tempo era stato uno dei grandi laghi lombardi e che era ridotto più a un acquitrino fangoso che a un laghetto. Ci eravamo adattati e non ci allontanavamo mai oltre il necessario per portare al pascolo gli animali. Eravamo sempre meno nel mondo e lo sentivamo anche senza andare a cercare le notizie, scarse e incomplete, che la Rete continuava a portare come fa la marea con i relitti di un naufragio. Forse eravamo davvero come dei naufraghi. Ma poi accadde che in quel tempo, nel nostro tempo malato, iniziarono ad arrivare viaggiatori che arrivavano non solo da altre epoche, ma anche da altre realtà. Il tempo era davvero uscito dai cardini, a qualcuno toccò di ritrovarsi bambino e di vivere il paradosso di non conoscere il proprio passato. Questo era il nostro mondo, a metà di quello che era stato chiamato XXI° secolo, ma che era solo un’isola in un arcipelago di istanti che non riuscivamo più a tenere insieme.

 

Ecco l’inizio di una nuova storia che forse scriverò, una storia di fantascienza, come quelle che leggevo nelle estati dell’adolescenza. In questi giorni questa pioggia così poco estiva mi ha fatto venire voglia di rileggere alcuni di quegli autori. E intanto di scrivere l’incipit di una storia senza punti di riferimento. Cosa ne verrà fuori in questo secondo anno senza Carnevale? Oggi è martedì 27 luglio e questa è la Cronaca 506, ancora sdraiata in giardino a leggere Ray Bradbury.

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