sabato 17 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/496. Una poesia scompigliata, come le rose che non resistono alla pioggia

 



Plof… è una goccia… plof, plof… due gocce… poi molte gocce. Sul fico, sull’oleandro, sull’acero, sull’ippocastano. Il suono della goccia cambia sempre a seconda della foglia che incontra. Le foglie sono mute ma diventano sonore con la pioggia e con il vento.

Scccc…. Sccccc… è il vento che struscia la foglia, e poi le foglie si toccano tra loro e i rami si sfiorano, a volte sbattono. A volte se non piove, ma quando piove, vento e acqua diventano la voce degli alberi. E anche delle rose, anche se le rose non resistono mai alla pioggia, si abbandonano come all’amore e sognano. E la pioggia sente i sogni, li assorbe. Le gocce sognanti si riconoscono perché cadono anche in orizzontale e cadono all’insù. Nessuno sa come, nessuno sa perché. Ma i sogni mutano le traiettorie e irrompono persino nella realtà degli alberi. E anche nella nostra irrompono i sogni e fanno scompiglio e ci avvertono che il tutto non è soltanto quello che noi vediamo.

 


Come la pioggia quando cade

 

Dove cade il sogno, una goccia

è già caduta e prima ancora

un desiderio e anche una promessa.

Un sogno è pioggia che non sa

di esserlo e crede di essere tutto

il cielo. Dove cadono le nuvole,

le stelle si sono già accomodate e

aspettano che inizi il grande

spettacolo dell’altipiano, dove

il coro del vento canta come

la nostra stessa voce, come una

voce amata che ci sta chiamando

e noi siamo già oltre, in un altro

tempo che ancora non ha visto

la pioggia che cade.

 

 

Oggi mi sento più pioggia che albero, più rosa che giardino. E me ne vado per il mondo attraversata dal fulmine e dal vento e porto con me questo sabato 17 luglio del secondo anno senza Carnevale, con la sua Cronaca 496 e i suoi acquazzoni improvvisi, il suo vento occidentale e la sua poesia scompigliata e nuvolosa.

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