mercoledì 7 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/486. Dove le stelle suonano il sax soprano e le ciliegie hanno sapore di altre estati

 



È tempo di mietitura e la mietitura è la parabola perfetta per dire l’incessante mutazione dell’essere. Le spighe di grano che cadono sotto la mietitrebbia non annunciano una morte ma una vita in nuova forma: farina e poi con l’acqua, il lievito, l’olio e il sale avremo il pane.

L’alternarsi delle stagioni, il colmo dell’estate che annuncia l’approssimarsi dell’autunno, quell’aria più fresca al mattino presto che ci dice che davvero l’autunno è vicino. E nell’aria autunnale odoriamo il profumo delle prima neve. Nel cuore dell’inverno ascoltiamo le acque che si muovono sotto il ghiaccio e chiamiamo la primavera. E ogni primavera spinge la terra verso l’altro, sposta i ghiacci e chiama l’estate con i fiori appena sbocciati. E nostalgie di una stagione per l’altra corrono sotto ogni nostro cielo e addolciscono le giornate senza mai placare il desiderio di futuro mescolato con quello per il passato.

Questo accade soprattutto nelle sere d’estate dolci che seguono pomeriggi ardenti, attraversati dal canto infinito delle cicale. Ma la notte ha la dolcezza del canto dei grilli, del brillio delle stelle più lontane e delle lucciole che sono tornate e sì, sono così vicine. Le giornate hanno ricominciato ad accorciarsi da ormai due settimane, ma la notte non incombe, non ancora. In questo tempo bislacco e congelato dalla pandemia, continuiamo a vivere senza più baricentri e certezze, ma vivere, seguire la mutevolezza del tempo e delle stagioni, è parte imprescindibile del nostro essere. Il continuo mutamento è una delle nostre regole fondamentali, quel che può cambiare è l’atteggiamento di fronte al mutare che conduce alla vecchiaia, un tempo che ci sembrava remoto e impossibile, ma che è invece dietro l’angolo e noi lo scopriamo come un frutto maturo che vogliamo addentare prima che la sua stagione sia passata. Ha un gusto di ciliegie e pesche questo sentimento dell’essere e ho deciso di assecondarlo e di coltivare tutta la grazia e la pazienza che mi saranno necessarie per continuare a brillare come mille candele nella notte e poi accettare che, una dopo l’altra, tutte le fiamme si spegneranno. Negli ultimi decenni la nostra civiltà occidentale ha disimparato a invecchiare e a distaccarsi dalle cose del mondo. Ma poi accadono eventi luttuosi, penso a Raffaella Carrà, e all’improvviso ci sentiamo, noi baby boomers, orfani e vecchi. Come migliaia e migliaia di altri italiani ho ricordi dolci legati ai programmi televisivi con Raffaella Carrà, il rito del sabato sera, dopo il bagnetto, i cartoni animati sul canale tv svizzero e Carosello, arrivava Raffa nelle nostre case e noi la guardavamo ballare e ascoltavamo le sue orecchiabili canzoni. Con lei se ne va un altro pezzo di Novecento che la pandemia ha iniziato a sgretolare nel 2020, l’anno che è stato davvero a cavallo tra due epoche, due storie. E noi che invecchiamo, ci rendiamo conto che non potremo tenere in vita per sempre quel mondo pieno di speranza per il futuro, bello e forte come i nostri corpi, un tempo giusto che sognava giustizia per il futuro, nonostante tutto, nonostante gli Anni di Piombo in Italia, le rivoluzioni fallite, le ideologie fallite.

Mentre scrivo questa Cronaca, che spero non avrete trovato triste perché non vuole esserlo, ascolto i grilli e poi il Parce mihi Domine suonato da Jan Garbarek e dall’Hilliard Ensemble, una musica che mi catapulta ogni vota nel 1995, l’anno in cui l’ho ascoltata per la prima volta in compagnia di qualcuno che ho amato moltissimo e che ho perduto. Ora ascolto Solsbury Hill di Peter Gabriel e mangio un’altra ciliegia, mentre penso a come proseguire questa Cronaca 486 di mercoledì 7 luglio del secondo anno senza Carnevale e penso che questo semplice gesto riassuma i miei sentimenti in questa giornata di piena estate che ora mi sta lasciando, che ora imparerò a lasciare andare.

 

 

 

I ricordi sono lacrime incise come pietra

 

Da una nota alta sale ancor

più il canto dell’amore e

pare abbia raggiunto le stelle,

ma una più di tutto brilla e

mi piace credere, mio amico

perduto troppo presto, che tu

tra queste stelle mi cerchi

ogni qual volta la terra diventa

visibile nel tuo più alto

dei cieli, nella notta più chiara

e corta, nel tuo ricordo che è

inciso nelle lacrime che ti

dedico quando ascolto

il sax soprano di Garbarek

toccare il cielo.

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