domenica 14 aprile 2013

L'arte dello scrivere

Scrivere è un lavoro stabile come qualunque altro. 
La routine attiva l’immaginazione. 
È per così dire un esprimersi verso l’interno anziché verso l’esterno.

(...)


La parte di scrittura che mi diverte di più è immancabilmente quella che non dovrei fare, tanto da dare a volte il piacere del proibito. 
Mi piace lavorare alla stessa cosa per molto tempo, tornandoci ripetutamente, aggiungendo, sottraendo e modificando, ascoltando i consigli di editor e amici, fino a quando non riesco più a guardarla, che è poi il momento in cui capisco di aver concluso. Scrivere è un lavoro che richiede molta manodopera. 
Ci vuole tanto tempo – e una grande resistenza alla noia, alla frustrazione e all’autoflagellazione – per arrivare a concludere qualcosa. Dopodiché si tenta di venderla a un mondo che non sa di volerla.
George Orwell parla, tra il perplesso e il divertito, di coloro che decidono semplicemente di scrivere senza sapere esattamente di cosa. 
Nessuno scrittore lo sa, né vorrebbe saperlo. Avverte probabilmente un impulso a esprimersi e comincia a scrivere per esplorarlo, scoprirlo. Per creare una personalità. È una modalità di gioco più dialettica che programmatica.
 Scrivere un saggio, per me, rappresenta l’opportunità di passeggiare e pensare, oltre che di immergermi nella mia biblioteca. 
È un’occasione per continuare a fare lo studente – che è la cosa più bella del mondo – tentando nel frattempo di scoprire se ho qualcosa da dire.
Hanif Kureishi 
(frammenti dell'articolo The art of writing pubblicato su Internazionale il 18 novembre 2011)

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