mercoledì 16 giugno 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/465. Il tempo è un cerchio e noi un vortice

 



Il cespuglio di lavanda cresce anno dopo anno e quando in giugno la fioritura esplode, ecco che arrivano le api da ogni punto cardinale. Così mi metto comoda e resto a guardarle anche per ore. Il volo delle api ha qualcosa di ipnotico, il profumo della lavanda è inebriante e così mi ritrovo catapultata in Provenza, dalle parti di Vaison-la-Romaine, in una mattina di giugno dove il cielo era azzurro brillante e l’aria un miscuglio di profumi fioriti. Il paese è piccolo, c’è una piazzetta con una fontana, un bistrot. È quasi ora di pranzo, così ci sediamo a mangiare un pan bagnat e una salade niçoise, gli ingredienti sono praticamente gli stessi. Insieme al ronzare delle api, è il canto delle cicale che dà il ritmo a questo momento.

Dopo la sosta per il pranzo ci muoviamo per andare a Vaucluse, il sole è a picco sopra le nostre teste e quando raggiungiamo la fontana, ecco che vediamo e ascoltiamo le Chiare, fresche et dolci acque di Petrarca e il tempo si piega su stesso e noi lo vediamo, il poeta, fermo a contemplare queste acque verdi.

Ma è solo un momento, perché il canto delle cicale mi trasporta prima nella baia del Silenzio a Sestri Levante, dove galleggio placida in un’acqua quasi immobile e guardo il cielo e la spiaggia poco lontano d’estate e poi in inverno mi siedo sulla sabbia e leggo i diari di Anaïs Nin e penso che voglio diventare una scrittrice.

Sono sempre le cicale e il profumo di salsedine a riportarmi a Manarola, dove pranziamo da Aristide, antica trattoria, e poi a Vernazza, all’ombra di un pergolato a bere il mio primo Sciacchetrà delle Cinque Terre, mentre leggo Simone De Beauvoir e scrivo nel diario le mie giovani riflessioni da giovane aspirante scrittrice.

L’estate è sempre stata sinonimo di viaggi e di scrittura in libertà, lo era in gioventù, lo è anche adesso, più che mai. L’estate è anche sinonimo di mare e di poesia, perché il ritmo delle onde accompagna molto bene il ritmo dei versi.

 

 

Nel cortile d’infanzia

 

Dovrei conoscere le risposte,

ma preferisco il suono del mare

alla mia voce e non parlo, qui

ascolto e basta. Lascio che ogni

domanda si depositi sul fondale

in compagnia dei pesci e delle

stelle marine, emissarie del cielo

e portatrici di quiete. Mi chiedo

se mai torneranno a riva tutte

queste parole, ma sulla spiaggia

ci sono solo ciottoli e frammenti

di vetro verde, dello stesso colore

delle acque di Vaucluse. Il tempo

è un cerchio e noi un vortice, per

questo ci inseguiamo da un’era

all’altra, né giovani, né vecchi,

ma eterni in questo cortile della

nostra infanzia.

 

 

Così anche questa Cronaca 465 di mercoledì 16 giugno del secondo anno senza Carnevale, ha scritto una poesia prima di accomiatarsi, mentre io sono ancora seduta sotto quel pergolato e scrivo, scrivo, scrivo.

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