venerdì 19 settembre 2014

I giorni che siamo stati, l'ombra che siamo

Esperienza amorosa con una primavera
per Etty Hillesum

Dio è la sorgente sepolta dalla
sabbia, non sarà facile arrivare
nel centro della polla e ammirare
l’acqua che sgorga pura e incontaminata.
Possiamo scavare solo a mani nude e
nudi nella polvere, scalzi i piedi.
Se non tieni la terra ben salda contro
l’intero corpo, non potrai inginocchiarti
a scavare. Allora l’ombra che siamo si
ridurrà e darà sollievo alle mani ferite che
dividono sasso da sasso, il sì dal no.
I ciottoli che feriscono le ginocchia
saranno il monito, il memento del
tempo a dire che possiamo vivere
o lasciarci vivere, dal tempo farci
molare e frantumare, o resistere.
Quando la sabbia sarà fresca e umida
nelle mani il vento visiterà la terra e
asciugherà il nostro sudore sotto
la sabbia antica, sotto i frantumi dei
giorni che siamo stati, ci saranno ancora
rocce a difendere la sorgente. Allora
potremo spostare ogni pietra a lato e
circondare lo scavo da noi compiuto e farne
un bacino dove l’acqua potrà sostare
prima di dissetare una gola riarsa, incapace
di parole e di farsi attrarre dal sole e seguirne
i raggi fondersi nella nuvola pensierosa
e ricadere nel mare, guizzante tocco
ai pesci che mai conosceranno la vita
dell’aria. E così poter amare la fresca
carezza della mano di Dio che ci
soccorre, dopo che noi lo avremo
aiutato.
E tenere nell’incavo del ricordo
l’acqua, la sabbia, la nuvola
l’impronta di quelle ginocchia
e la preghiera che non ascende
al cielo, ma nella materia oscura
canta una ripetizione e la nostra
nostalgia contornata dall'ombra di
Dio.

Elena Petrassi
Figure del silenzio
Atì editore 2010

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