martedì 7 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/30: una scritta ancora leggibile


Nel lato notturno della vita è il regno dei sogni che ci fa sudditi e ci incanta. Sudditi e non cittadini perché non siamo noi a scegliere come entrare e come stare in quella dimensione dove i tempi sono un unico tempo e vivi e morti coabitano senza suscitare timore.

Ogni notte entriamo in punta di piedi nel regno vasto e misterioso di cui siamo anche architetti e demiurghi e possiamo al contempo stupirci e dare per scontato che nostra nonna ci venga incontro con il nostro gioco preferito, che nostro padre abbia ancora baffi e capelli neri, che nella stessa casa possiamo vedere il giorno da un lato e la notte dall’altro, come mi ha raccontato una mia amica qualche tempo fa.

Al di là delle nostre credenze psicoanalitiche o religiose, la dimensione del sogno accede a un altrove trascendente dove è più facile sentire la presenza di Dio.

Il sogno ha qualcosa di sacro di fronte a cui noi arretriamo muti e rispettosi, come ci accade a volte di fronte alla grande poesia, letteratura o arte in generale.

Non siamo diversi dalle generazioni precedenti quando affidiamo ai sogni la visione del futuro o la spiegazione plausibile di un evento passato.

Credere al potere dei sogni è affidarsi a un mare quieto e al vento leggero che lo sovrasta, consapevoli che la tempesta potrebbe infuriare in qualunque momento e il cielo farsi nero e implacabile.

Sono grata al mondo notturno, ma non meno reale di quello diurno, che mi ha portato questa notte a visitare la nuova casa di mia madre che, tutta orgogliosa, mi diceva che lì saremmo state al sicuro. Da quando lei è morta non è trascorso giorno in cui io non abbia pianto e alle lacrime per lei, per l’atroce mancanza che sento e che si è sommata a quella per mio padre, si sono aggiunte le lacrime per quanto sta accadendo al mondo. Credo che anche il cuore più duro ed esposto alle tragedie della vita, non sia rimasto indifferente a questa stasi dove ci siamo fermati tutti insieme, noi che lavoriamo in casa e tutti quelli che sono costretti a lavorare fuori, abbiamo già letto e ascoltato decine di testimonianze a questo proposito.

Mi chiedo come saranno i sogni dei miei contemporanei in attesa, con l’angoscia della caduta in gola o con lo slancio di un volo imprevisto che ci salva dallo schianto.

Non so cosa ne sarà di noi e della nostra civiltà, non so cosa penseranno di noi le generazioni future, i sogni sono premonitori in alcuni casi, prestiamoci attenzione, come quando ci capita di sognare qualcuno che conoscevamo in passato e che abbiamo perso di vista e poi, il giorno dopo, lo incontriamo per strada come se fosse la cosa più normale del mondo.

Questa sera mi congedo con una mia poesia che è ispirata a un sogno di una decade fa.


Una scritta ancora leggibile

Quando entravi nella stanza
buio a buio si inseguiva
poi un vago chiarore, una
luminescenza che non dava
forma alcuna agli oggetti
dell’uso quotidiano, immemori
e abbandonati in attesa della
vita che solo le tue mani
gli daranno. Così sono entrata
e ho strappato la vecchia tappezzeria
ho lacerato il velo del reale
ho infranto il vetro del visibile.
Tu sapevi che un giorno lo avrei fatto.
Sotto il muro è nudo e secco,
vi sono tracce di figure, le impronte
di alcune dita e la scritta ancora
leggibile così declinava:


Aloisyius fecit.


Elena Petrassi
Scrivere il vento
prima poesia della sezione
Nuvole senza memoria
Atì editore 2016

lunedì 6 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/29: la rosa irraggiungibile e un sogno di Borges


Un antico poeta sentiva che il tempo era il fiume che lo trascinava e sapeva di essere il fiume, che il tempo era una tigre che lo divorava e sapeva di essere quella stessa tigre.

Il mondo era reale, troppo, reale, a nulla erano valsi i tentativi di smembrarlo e ricostruirlo nell’infinito gioco di specchi, nelle infinite gallerie della biblioteca universale.

Mentre l’assassino riponeva la sua lama in una teca e la vedova ne custodiva il nome, mentre le creature più disparate trovavano il loro posto in un bestiario fatto solo di parole, mentre gli Achei sconfitti contemplavano ancora il viso di Elena e invidiavano la perseveranza di Ulisse, Borges il poeta si arrendeva alle ombre che erano il suo unico mondo.

Contemplava nel silenzio della sera l’ultimo fuoco e ne fece versi, costringeva il mistero del colore della rosa a svanire nel suo stesso profumo che imprigionò in più di una poesia.

Mille fiumi si raccoglievano nell’incavo del suo collo e costringevano quelle valli inesplorate a cedere alla luce.

I gelsomini fiorivano a ogni stagione ed erano essi stessi la patria cui ritornare, anche il loro profumo venne imprigionato in versi che stringevano la madre in un abbraccio.

Cosa resta di un poeta che non può più guardare? Cosa resta di uno sguardo accecato dal tempo villano e ostile?

Dio diede a Borges il dono della più grande biblioteca di Buenos Aires e gli prese in cambio il dono della vista e gli regalò lo sguardo fedele del giovane che sarebbe diventato Alberto Manguel.

Senza più occhi capaci di comprendere la sapienza di quelle antiche torri e attraversare tutta la pianura con uno solo battito di ciglia, Borges l’anziano scelse un lago per poter provare una vera nostalgia per ciò che non poteva più vedere.

O almeno, così raccontò al mondo prima di morire.

Ma io so, l’ho sognato tanti anni fa, che il poeta ha abbandonato Borges al suo destino mortale e si è ritirato in un convento di pietra e mattoni rossi. Io l’ho visto uscire da una cella spoglia e recarsi senza bastone al giardino delle rose.

Solo lì allo scrittore venne dato il permesso di tornare, ci sono parole che si lamentano in agonia se cerchi di trasportarle oltre il confine della sillaba.

Seduti al centro del giardino delle rose, stavano il poeta e lo scrittore finalmente riconciliati e in pace.

Entrambi potevano sentire il profumo accecante di tutte quelle rose, era colpa loro se avevano perduto la vista e il dono?

Glielo chiesi nel sogno, ma i due Borges si rivolsero con lo sguardo al cielo che diventò uno specchio e si infranse al bordo di quel giardino.

Non so se fu il poeta o invece lo scrittore a porgermi le rose che abitano la mia poesia e la vivificano e la fanno inesauribile e misteriosa.

Il canto di ogni rosa resta un enigma e un mistero: il poeta può cantare ciò che sente e vede ma non il suono originario, quello della rosa delle rose.

Qui mi congedo, dopo avere svelato un sogno che ancora non mi spiego, solo mi fermo di tanto in tanto in quel giardino a cercare la rosa che ancora, non ho cantato.

La rosa
Jorge Luis Borges

Fervore di Buenos Aires
Adelphi 2010
Traduzione di Tommaso Scarano



La rosa,
l'immarcescibile rosa che non canto,
quella che è peso e fragranza,
quella del buio giardino a notte alta,
quella d'ogni giardino e d'ogni sera,
la rosa che per arte d'alchimia
nasce di nuovo dalla tenue cenere,
la rosa dei persiani e dell'Ariosto,
quella ch'è sempre sola,
quella che è sempre la rosa delle rose,
il giovane fiore platonico,
l'ardente e cieca rosa che non canto,
la rosa irraggiungibile.
  
§§§

La rosa, la inmarcesible rosa que no canto,
la que es peso y fragancia,
la del negro jardín de la alta noche,
la de cualquier jardín y cualquier tarde,
la rosa que resurge de la tenue
ceniza por el arte de la alquimia,
la rosa de los persas y de Ariosto,
la que siempre está sola,
la que siempre es la rosa de las rosas,
la joven flor platónica,
la ardiente y ciega rosa que no canto,
la rosa inalcanzable.

domenica 5 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/28: nuotatori celesti, naufraghi dei cieli


Il fulmine dormiva accanto al camino spento, la terra aveva preso posto nel giardino, le nuvole si rincorrevano sulle cime degli alberi, le piogge zampillavano nella fontana.

Caterina non era stanca del suo lungo volo, era stupita di essere arrivata, soprattutto perché il sogno e l’immaginazione si erano adagiati sulla realtà e non vi erano crepe tra il desiderio solo immaginato e quello che stava provando. Lui si avvicinò, lui ha un nome segreto che non possiamo pronunciare ad alta voce, lui si avvicinò e la prese tra le braccia. Le ali splendenti si ripiegarono al suo tocco e anche gli occhi di lei diventarono, per un istante, verdi come le acque della fontana di Vaucluse.

Ogni dono contiene il suo reciproco, ogni dono è uno scambio amoroso, così lui dovette togliere il maglione perché la schiena fremeva come un puledro impazzito, e quando lo tolse sentì le giovani ali che lei gli aveva trasmesso dispiegarsi e risplendere nella luce.

Vieni, gli disse Caterina vestita di promesse, vieni con me. Per non spaventarlo lo fece scendere in giardino, lo portò in una piccola radura cinta di rose in fiore e con un solo colpo di reni si slanciò verso il cielo. Lui non ebbe tempo di decidere, vide solo la casa diventare piccola, poi piccolissima, poi svanire e solo il vapore acqueo avvolgeva le cose e i loro corpi volanti, calati nella vita dell’aria. Le stelle rimanevano lontane, non erano la meta di quel volo celeste, il mondo umano era la loro àncora, il tempo non era un abisso pieno di date, ma una nuvola di incertezza e di possibilità non ancora scritte, quel volo umano non si sarebbe infranto nel volo di Icaro, perché era simile agli dèi chi sapeva lasciar crescere quelle ali intessute d’amore e di immaginazione.

Videro dal settimo cielo il pianeta farsi simile a un’arancia blu e azzurra, respiravano quella luce che le stelle scagliavano contro noi tutti e ne fecero parole umane per poter narrare il ritorno.

Perché dire solo il viaggio di andata risveglia la curiosità per quanto accadrà al di fuori di noi, ma è solo con il viaggio di ritorno che potremo misurare le dimensioni del cambiamento.

Piano si lasciarono portare dai venti ascensionali e poi si tuffarono verso le acque profondissime del Mare Mediterraneo. La spiaggia era deserta, le onde piatte, il sole non era ancora giunto al suo zenit e prima che ciò accadesse, sapevano di dover ritornare. Le ali di lui stavano crescendo e avrebbe già potuto volare da solo, ma perché non farlo ancora abbracciati?

Si slanciarono verso i venti che li avrebbero condotti a casa, si abbandonarono all'aria come ci si abbandona al mare, immobili, invincibili, con il viso rivolto al sole.
La casa li stava chiamando, non c’erano rotte da impostare o stelle da seguire, bastava lasciarsi andare al vento, bastava affidarsi al volo. Tutto sarebbe accaduto nell'ordine desiderato, ogni sosta un naufragio e una scoperta, il lungo viaggio era appena iniziato.

Cosa siamo in fondo noi, ogni volta che sospiriamo verso un cielo magnifico che le vicende terrestri ci precludono?

Nuotatori celesti, naufraghi dei cieli.

(anche il titolo di questa Cronaca è un verso di Pedro Salinas)

sabato 4 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/27: conoscersi è luce improvvisa


Caterina aprì la finestra, ci pensava da tanti giorni ormai, ed era venuto il momento. Le rondini non erano ancora arrivate, la stagione era indietro ma le gemme già stavano lasciando spazio alle nuove foglie. 

La giornata era luminosa e fredda, perfetta per uscire da quell'isolamento che non aveva scelto. Le visioni si erano moltiplicate, si erano fatte pressanti, la facevano incantare durante il giorno e svegliare di soprassalto nel cuore della notte. Succedeva così anche quando era bambina, poi la disciplina imparata a scuola, lo studio accanito, i libri letti come se ognuno potesse essere una porta verso quel regno cui anelava, avevano ricondotto le visioni ai sogni notturni e alla poesia. 

Quando scriveva poesie sapeva che il confine tra i regni delle ombre e della luce si confondevano, che anche quelli del passato e del futuro vivevano nell’attimo presente, sapeva che la lingua sconosciuta della poesia avrebbe sbriciolato quei poveri confini e avrebbe cesellato ogni forma, dipinto ogni immagine, suonato ogni musica e creato le metafore che avrebbero detto la verità che ciascuno poteva sentire imprigionata nel fondo del cuore.

Mentre pensava alla fatica di tutte le immagini che non trovavano spazio nel mondo che chiamiamo realtà, si era seduta sul davanzale e aveva lasciato scivolare le gambe oltre il cornicione. Non soffriva di vertigini, nessuno passava da quella strada da molti, molti giorni ormai, il cuore le batteva, ma doveva farlo, tolse il maglione, l’aria frizzante la fece rabbrividire, si chiese se sarebbe stato meglio saltare o scivolare, scivolò. Presto la linea dell’orizzonte scese, l’asfalto si fece più vicino ma prima che i piedi potessero toccare il suolo, le ali si dispiegarono e furono colpite dal vento e dai raggi di sole. Con un colpo di reni soltanto superò la cima degli aceri che popolavano la sua strada. Le ali ancora un po’ incerte le fecero ricordare le due farfalle blu che aveva sognato e che erano cadute in una fontana, aveva cercato di salvarle ma solo una era sopravvissuta. Aveva aspettato a lungo che la compagna annegata si riprendesse, ma poi aveva seguito la propria natura ed era tornata a cercare i fiori gialli che si intravedevano dall’altro lato della strada. 

Si girò a guardare le sue stesse ali, erano lucenti, simili a carta di riso, sembravano fragili ma erano forti come la più vigorosa delle querce. 

La casa era ormai solo un tetto circondato da altri tetti, la città, che aveva visto nella nuda bellezza dovuta all’assenza degli umani, era ancora più bella di quanto si potesse apprezzare dal volo dei droni.

Il volo si stabilì a un’altezza che le permetteva di sbirciare di tanto in tanto nelle case degli altri. Immancabilmente, come quando viaggiava in treno e si chiedeva chi fossero e come vivessero le persone che abitavano a ridosso dei binari.

Poteva scegliere di compiere la strada più breve, ma così non avrebbe avuto i doni da portare nel luogo dove stava andando, perché non voleva arrivare a mani vuote. La giornata era ancora lunga e il volo veloce, il lungo viaggio era iniziato.

Raccolse delle pietre d’alba in riva al mare a Sestri Levante e a Camogli, le ripose nella sacca che aveva legato alla cintura dove già c’era una foglia dell’albero bellissimo che ombreggiava le sue finestre. Raccolse neve fresca sulla cima del Monte Bianco e il Mistral provenzale che al suo tocco si era raggomitolato come un gatto tra le sue mani. Chiamò a raccolta le nuvole e ne scelse di molte forme e colori. Altri venti arrivarono a reclamare il proprio spazio e uno in particolare, aveva anticipato il suo arrivo spegnendo l’ultima sigaretta e raffreddando il caffè su una scrivania dove ancora non si era mai seduta. La pioggia rimbalzava sull'asfalto di Parigi e non fu difficile catturarla, ne prese anche dai verdi prati d’Irlanda e le nuvole fecero spazio alle gocce esauste e ognuno stava al suo posto e presto un canto si levò da quegli elementi che ruotavano intatti ognuno nel proprio tempo e nel proprio spazio.

Il canto vibrava nelle sfere celesti e attrasse il silenzio che ancora non aveva evocato. Non il silenzio delle voci umani, non quella voce di tutto ciò che umano non è, ma il silenzio originale, quello che conteneva tutti i silenzi e lasciava alla poesia la possibilità di infrangerlo e farne parola.

Tornò a cercare la terra fertile che aveva nutrito le generazioni dei suoi avi, terra ai piedi dei mandorli in fiore e agli ulivi, terra secca da arare. Terra più grassa e ubertosa ai piedi delle querce e dei fichi, là dove i bambini giocavano ancora a rincorrersi nelle lame di luce di quelle estati ormai estinte.

Mancava soltanto il fuoco, ne prese dal focolare dove la nonna cucinava anche d’estate, ne prese dal forno dove cuoceva il pane. Ne prese dal focolare di sua madre insieme a qualche scampolo di tessuto, ripose nella sacca un libro di poesie di uno dei poeti più amati. 

Ma il fuoco domestico non bastava, si avventurò là dove infuriava una tempesta e chiese al fulmine gentile di cedere al suo richiamo e anche il fulmine la seguì docile, chiese soltanto di poterle cingere la vita per proteggere la sacca misteriosa e i doni che conteneva.

Ora la meta era vicina, intravide prima la città, poi il tetto, la casa, il giardino e i gatti che dormivano al sole.

Lui era seduto alla sua scrivania, una tazza con il caffè ormai freddo, più parole in testa di quante ne avesse scritte, più il nome di lei snocciolato sulle labbra come una litania che il suono della sua voce.

Non l’aveva sentita entrare dalla finestra, ma vide il fulmine srotolarsi sul pavimento e aspettare. 

Si girò mentre lei apriva la sacca e i doni presero posto in quell'universo che stavano creando già prima con le loro parole.

Conoscersi è luce improvvisa, tutte le albe e i tramonti furono quell'unica luce e la prime parole presero posto nell'aria.

Eccomi, sono arrivata.

venerdì 3 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/26: questo paesaggio, capace di fare a meno di me


Nelle mie immaginazioni pomeridiane, sono a loro a cercarmi ogni giorno dopo le diciotto, continuo a chiedermi quale città vorrei poter visitare in assenza dei suoi abitanti. Stasera ho finalmente deciso che quella città è Venezia. Ci sono stata tante volte e le immagini si sovrappongono, così mi fermo a pensare alla prima volta che ci sono andata, ero già adulta, reduce dalla rottura di una relazione importante. Così avevo deciso di iniziare a fare tutte le cose che nei lunghi anni di quel sodalizio avevo sempre fatto in coppia. Viaggiare era in cima alla lista e così, una mattina di un caldo ma non afoso luglio, sono partita dalla Stazione Centrale di Milano alle 7 circa. Nella fretta della partenza ho dimenticato il libro che stavo leggendo, La via del mare di Ursula K. Le Guin una delle scrittrici che adoro, sul bancone della biglietteria e che non sono mai più riuscita a leggere, come se il libro fosse rimasto imprigionato in quell’istante.

Senza niente da leggere, avevo trascorso il lungo viaggio, che all’epoca durava oltre cinque ore, guardando fuori dal finestrino e scrivendo. Quando uscii dalla stazione due dei miei sensi furono colpiti d’impatto. La mancanza del rumore delle auto spiazzò il mio udito e la qualità della luce la mia vista. Presi il traghetto per Piazza San Marco e andai a vedere due mostre che mi interessavano. La prima era dedicata a Giorgione, la seconda ai Normanni. Mi ero data due ore in tutto, come faccio sempre scelgo su cosa fermarmi, salto molte cose, evito le visite guidate e razzolo per i percorsi seguendo l’istinto. Furono due visiti felici e, forse, inadeguate alla bellezza delle opere esposte, ma ero contenta anche perché imparai molte cose sui Normanni che avevano dominato per secoli il paese natio di mio padre, San Marco Argentano e dove si trovano ancora la torre a pianta circolare, una delle uniche due intatte nel nostro meridione, le rovine del castello e la Fonte normanna di Sikelgaita. Il quartiere ai piedi della Torre del Guiscardo era il ghetto ebraico detto La Giudecca. C’era infatti una fiorente comunità in loco, che si dedicava all’allevamento dei bachi da seta, alla filatura e al commercio della seta, e l’antica sinagoga è da decenni una residenza privata.

Con quella visita avevo vissuto un po’ del passato di famiglia e con gli occhi pieni di bellezza, avevo deciso di lasciarmi trascinare dalla città senza seguire nessun suggerimento della guida che pure avevo portato con me.

Non molto tempo dopo ero passata davanti a una trattoria dove pranzavano alcuni gondolieri. Mi fermai anch'io e il gusto di quel pranzo, spaghetti con le vongole e un fritto misto indimenticabili, lo sento ancora sulle mie papille gustative. Avevo bevuto anche un paio di bicchieri di vino bianco fresco e leggero e il momento rasentava la perfezione. L’acqua del canale su cui si affacciava la trattoria era verde e silenziosa, i gondolieri ridevano e seminavano la loro allegria intorno. In un taccuino riposto in non so più quale cassetto, scrivevo via via i nomi delle calli e delle rive, delle fondamenta e dei campielli che si aprivano davanti a me come una mutevole e affascinante quinta teatrale.

Il mio treno sarebbe partito alle 20.30, così a un certo punto avevo iniziato a seguire le indicazioni dipinte sulle facciate delle case e, non molto tempo prima della partenza, ero arrivata sul piazzale della stazione e mi ero fermata a spigolare tra le bancarelle dei libri dove avevo ricomprato i racconti di Katherine Mansfield e una vecchia edizione del Viaggio in Italia di Ruskin. Riempii molte altre pagine di quel taccuino che ho deciso di non consultare oggi, e a memoria ricordo di avere pensato che i veri abitanti di Venezia sono i palazzi prima ancora che gli abitanti.

Le emozioni di quella prima visita le ho provate tutte le volte e ho deciso di tornarci non appena potremo uscire. L’ultima volta che sono andata a Venezia è stato tre anni fa per un workshop di lavoro, ho ancora negli occhi l’acqua e il cielo bianchi, presi in unico abbraccio dalla nebbia con un sole tondo e netto che pareva un fermaglio rosso appuntato su un mantello di velluto.

Questa sera vi saluto con una doppia citazione, cullata da quelle acque e dai sussurri dei palazzi.

Prima un’impressione di Venezia.

“Eravamo a Venezia in aprile, e io ero ebbra di luce acquamarina. È una luce impalpabile, che gioca con le superfici mobili e scure dei canali, che luccica sulla pietra e sul marmo fondendoli insieme con molteplici sfumature, sempre acquamarina. Sperimentavo una bizzarra sensazione. Ogni volta che chiudevo gli occhi - e lo facevo sempre più spesso, deliberatamente - vedevo un verde molto inglese, molto più giallo, un’amalgama di luce scintillante su prati rasati e di pastosa luce verde dei boschi inglesi, una luce che svanisce dentro tronchi nodosi, guizzando tra le ombre di strati di foglie estive”.

Antonia S. Byatt
Fortuny
sulla rivista Gondola days
traduzione di Maria Nadotti

E poi una poesia

Strofe veneziane
VIII

Scrivo questi versi, seduto all'aperto
su una sedia bianca,
d'inverno, con la sola giacca addosso,
dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi
con frasi in madrelingua.
Nella tazza si raffredda il caffè.
Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi
la torbida pupilla con l'ansia di fissare nel ricordo
questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

Iosif Brodskij
Poesie italiane
traduzione di Giovanni Buttafava e Serena Vitale
Adelphi 1996

giovedì 2 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/25: l’ombra dei mirti e una rosa perduta


Ricordo ogni primo giorno di scuola della mia mia vita scolastica dai sei ai diciotto anni.

Era una festa ogni primo giorno di ottobre, era l’inizio di una avventura, di scoperte infinite, del piacere di stare in classe con bambini nuovi. O meglio, alle elementari eravamo solo bambine, quarantadue in prima, qualcuna meno quando siamo arrivate in quinta, ma solo perché le famiglie si erano trasferite altrove, come la mia prima compagna di banco Laura. Portavamo grembiuli bianchi e un enorme fiocco rosa che solo in quinta diventò un fiocchetto rosso.

I due mondi maschile femminile erano segregati, non so dire se sia stato un bene o un male, ma era così. I maschi erano un mondo altro, rumoroso, polveroso, pieno di guerre, automobiline, biglie, lotte all’ultimo sangue, palloni. Il mondo delle bambine non era meno violento, litigavamo e ci picchiavamo anche noi, facevamo pace e ci nominavamo l’un l’altra amica preferita. Per questo mi stupisco sempre quando leggo libri e articoli che magnificano la tenerezza e la bontà naturali dei bambini, perché mi ricordo che non era così, almeno per me non è stato così. Il paradiso instabile delle scuole elementari, dove cambiammo maestra ogni anno, finì in un soffio. Ricordo quanto mi piacesse andare a scuola, ricordo lo stupore delle maestre che stavano spettegolando su una collega molto bella durante l’intervallo e io, settenne saputella, ero intervenuta sentenziando che la maestra in questione fosse una falsa magra e per questo mio intervento finii per la prima volta in presidenza.

Il primo giorno di scuola in prima elementare, quando suonò la campanella ero tutta intenta a colorare con una matita in ogni mano un paesaggio campestre. Mentre tutte le altre bambine schizzarono fuori, io continuai imperterrita a completare la mia opera.

La maestra Galbiati si avvicinò un po’ stupita dicendomi che era suonata la campanella e io di rimando “Ma è già finita? Devo andare a casa?”. Questa mia propensione a vivere incollata al mio banco fece sì che nelle prime settimane di scuola fui costretta dalla maestra a sedermi con una compagna di banco nuova quasi ogni giorno, l’ultimo banco con Laura ci misi un po’ a conquistarlo prima di perderlo a causa delle nostre chiacchiere, perché avevo la capacità di consolare e distrarre le bambine che piangevano disperate perché volevano tornare a casa dalla mamma. Ne ricordo una in particolare, Carla Giglio, che aiutai davvero ad abituarsi a stare in classe, ad accettare quella prigionia che aveva nobili finalità.

Fu però determinante per la mia vita futura, il primo giorno di scuola alle medie. Per la prima volta femmine e maschi erano seduti in classe insieme. Stupore e terrore, curiosità e meraviglia! Eravamo forse un po’ più bambine che bambini, uno tra loro mi colpì immediatamente perché era bello, aveva gli occhi verdi, le lentiggini e una zazzera ribelle. Non riusciva a stare fermo e la sua indisciplina, opposta e complementare alla mia quiete, lo resero irresistibile ai miei occhi.

Quando andammo in cortile per la ricreazione passai i primi minuti a osservarlo, cercando di capire come fare amicizia. Così mi avvicinai con fare noncurante e tanto per farmi notare salii sul gradino della cancellata che rinchiudeva il giardino e, aggrappata alle sbarre, iniziai a saltare su e giù, convinta di apparire come una leggiadra creatura agli occhi del bello sconosciuto che, infatti, mi notò. Quando distava pochi metri da me, smisi di saltare e mi fermai a guardarlo. Avete in mente il primo sguardo di Lancillotto e Ginevra? E quello di Eloisa e Abelardo? Forse addirittura quello di Adamo ed Eva? Il mio cuore faceva capriole nel petto, Marco, il figlio della portinaia e mio promesso sposo dall’età dei sei anni, venne cancellato con uno di quei saltelli. Vidi il mio nuovo innamorato avvicinarsi sempre più velocemente, poi prendere la rincorsa, darmi una spinta micidiale e dopo avermi abbattuta sedersi su di me e con un sorriso ineguagliabile dirmi “Ciao io mi chiamo Davide. E tu come ti chiami? Chi sei?”.

Diventammo inseparabili all'istante. Davide era davvero un bambino problematico e l’unico modo per farlo stare fermo era concedergli di essere il mio compagno di banco. Riusciva a stare fermo qualche minuto e poi mi disfaceva la coda, la treccia o qualunque altra acconciatura io avessi, e intrecciava con le sue mani belle e forti i miei capelli. Così quando arrivavo a casa davo a mia madre bizzarre spiegazioni sul cambio di pettinatura.

Un giorno Davide venne chiamato alla cattedra perché, per l’ennesima volta, non aveva fatto i compiti. Lui si difendeva con la professoressa di matematica sostenendo che la colpa fosse di suo padre, che lo aveva picchiato come faceva sempre. E si mise a piangere e singhiozzare. Dato che non si calmava l’insegnante, ormai rassegnata al mio ruolo di pacificatrice, mi chiamò alla cattedra perché lo riaccompagnassi al suo posto. Quando arrivai, mentre lei cercava di rassicurare gli altri compagni, Davide che nascondeva il viso tra le mani giunte e pareva inconsolabile, aprì uno spiraglio tra le dita, mi sorrise e mi fece l’occhiolino. Tornammo al nostro banco e lui si mise a farmi una treccia, io era incredula della sua faccia tosta, ma la cosa finì lì. O meglio non finì perché la nostra precoce storia d’amore era ormai sulla bocca di tutti e capii che molte bambine erano gelose di me, che avrebbero voluto essere al mio posto, e molte professoresse riprovavano quell’impeto pre-adolescenziale che ci animava.

Proprio nelle prime settimane di scuola ci fu un’altra piccola tragedia, perché quando ebbi la conferma di essere stata sorteggiata per la classe di francese, anziché di inglese come anelavo. Avevo comunicato ai miei genitori che non sarei più andata a scuola, tanto più che Davide avrebbe studiato tedesco e non francese. Mio padre, paziente andò a parlare col preside Magoni, ma non ci fu verso di accontentarmi. Non ero l’unica studentessa che aveva espresso le sue rimostranze, ma mi rassegnai e presto fui felice di studiare francese, una lingua che mi aveva subito rapita per la sua dolcezza, una lingua amorosa pensavo nel turbinio del mio legame con Davide e quanto rimpiangevo che lui non studiasse francese con me.

Le stagioni passarono come passano le stagioni, lunghe se siamo infelici, brevi quando lo siamo.

A maggio, durante la fioritura delle rose, Davide arrivò in classe con una enorme rosa rossa. Dato che non mi vide subito, eravamo in intervallo e lui era arrivato in ritardo, chiese ai compagni dove fossi e quando io rientrai perché qualcuno mi disse che lui mi stava cercando, si avvicinò e mi porse la rosa “Questa è per te, l’ho raccolta da un cespuglio che vedo ogni mattina quando vengo a scuola”. Subito dopo andammo in palestra e la sciocca insegnante di ginnastica, la signora Rosa quando mi vide con quel fiore magnifico in mano, disse che starebbe stato benissimo sulla sua giacca verde, a meno che io non ci tenessi a tenerlo, visto che mi ero fidanzata con Davide. Le porsi la rosa senza dire nulla e andai a saltare alla cavallina, cosa che mi terrorizzava ma che la mia amica Giorgia mi aveva insegnato. Davide piaceva tantissimo anche a lei ma se ne disamorò quando lui la sfidò a dargli un pugno nello stomaco dopo aver nascosto sotto il maglioncino, lo schienale di una sedia che aveva smontato poco prima.

Quando la lezione di ginnastica finì mi attardai nello spogliatoio, aspettai che le compagne sciamassero in classe seguite dalla stupida signora Rosa che aveva aiutato una ragazzina imbranata a saltare e questa si era aggrappata al suo bavero e la mia povera rosa si era spetalata ed era finita in macerie sul pavimento.

Raccolsi tutti i petali e li nascosi nella borsa da ginnastica, Davide non mi chiese nulla della rosa né io gli raccontai quanto era accaduto.

Una volta a casa incollai tutti i petali nel mio diario di undicenne, e alcuni li usai per tracciare un cuore e scrissi i nostri nomi accanto.

Fu quella primavera che imparai a memoria i Sonnets à Hélène di Pierre de Ronsard e mi chiedevo, quando la recitavo per imprimerla nella mente, se un giorno avrei provato le emozioni descritte dal poeta, non tanto il rifiuto della bella Hélène, ma il rimpianto della giovinezza che il poeta sapeva che un giorno lei avrebbe provato.

Le rose del tempo presente di Ronsard diventarono un tutt’uno con la mia rosa smembrata.

Le rose sono onnipresenti nelle mie poesie, le rose reali, quelle metaforiche, quelle poetiche e quelle solo immaginate.

Dopo la fine di quell'anno scolastico non ho mai più visto Davide, la sua famiglia si era trasferita in un altro quartiere. Si ripeteva la perdita che avevo già subito con Laura alle elementari. Così, di nascosto da tutti, avevo cercato il suo numero di telefono e lo avevo trovato. Con il batticuore ero andata in una cabina telefonica a gettoni e avevo telefonato. Mi rispose suo fratello maggiore Egidio. Davide non era in casa, era uscito con suo padre e sarebbe rientrato più tardi. Gli chiesi di dirgli che Elena aveva chiamato. Pensavo che quella rosa avrebbe tenuto saldo il nostro sentimento. Ma Davide non richiamò e io non feci altri tentativi di cercarlo. Qualche tempo dopo decisi di distruggere il mio primo diario d’infanzia. Ma quando arrivai alle pagine con il cuore di petali rossi ormai essiccati, le strappai e le misi da parte, in un’agenda che diventò il mio secondo diario qualche anno dopo.

Quel che resta della rosa è solo il suo nome e l’ombra del suo profumo “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”. Il libro di Eco sarebbe stato pubblicato qualche anno dopo e quando arrivai alla fine del romanzo, il latino studiato alle scuole medie mi fece comprendere il senso dell’ultima frase de Il nome della rosa.

La mia seconda lingua d’elezione, il francese, nasce in me durante quell'anno e la passione è cresciuta insieme alla passione per Davide.

Dopo Ronsard ci fu Villon con le sue belle dame e le nevi del tempo passato. E poi, alla rinfusa, Marcel Proust, Guy de Maupassant, Gustave Flaubert, Emile Zola, Honoré de Balzac, Victor Hugo, i due Alexandre Dumas, Madame de Lafayette, Denis Diderot, Michel de Montaigne, il marchese de Sade, Benjamin Constant, Gautier, Anatole France, André Gide, André Malraux, Colette, Simone de Beauvoir, Jean Paul Sartre, Jean Genet, Violette Leduc, Guillaume Apollinaire, Jacques Prévert, Paul Valery, Louis-Ferdinand Céline, Albert Camus, Jean Grenier, Marguerite Yourcenar, Julia Kristeva, Charles-Ferdinand Ramuz, Marie Cardinal, Emmanuèl Carrère, i poeti Yves Bonnefoy e Philippe Jaccottet, Philippe Dijan, Françoise Sagan, Marguerite Duras, Nathalie Sarraute, Jean Giono, Milan Kundera, Patrick Modiano, Raymond Queanau, Saint-John Perse, Kenizé Mourad, Pascal Quignard, Lydie Salvayre, Danielle Dallenave, Irène Némirovsky, Agota Kristof, Anaïs Nin, Henri-Pierre Roché, Romain Gary, Andreï Makine, Henri Troyat, Albert Cohen e tutti gli altri che ora sfuggono da questa mia lista francese.

L’ombra dei mirti e delle rose, le belle dame e le nevi del tempo passato vivono in noi, nelle nostre parole.

Ecco il primo Sonnets che so ancora a memoria, “par coeur” come si dice in francese.

Quand vous serez bien vieille, au soir, à la chandelle,
Assise auprès du feu, dévidant et filant,
Direz, chantant mes vers, en vous émerveillant:
“Ronsard me célebrait du temps que j’étais belle”
Lors, vous n’aurez servante oyant telle nouvelle,
Déjà sous le labeur à demi sommeillant,
Qui au bruit de Ronsard ne s’aille réveillant,
Bénissant votre nom de louange immortelle.
Je serai sous la terre, et, fantôme sans os,
Par les ombres myrteux je prendrai mon repos:
Vous serez au foyer une vieille accroupie,
Regrettant mon amour et votre fier dédain.
Vivez, si m’en croyez, n’attendez à demain:
Cueillez dès aujourd’hui les roses de la vie.


Quando sarete molto vecchia, di sera, alla luce della candela,
seduta accanto al fuoco, dipanando e filando,
direte, recitando i miei versi e meravigliandovi:
“Ronsard mi celebrava quando ero bella”

Allora non ci sarà serva che ascoltando questa storia,
già mezza addormentata sul suo lavoro,
che al nome di Ronsard non si sveglierà e
benedirà il vostro nome di lodi immortali.

Io sarò sotto terra e, fantasma senza ossa,
all'ombra dei mirti mi riposerò:
voi sarete una vecchia rattrappita,

che rimpiangerà il mio amore e il suo fiero sdegno.
Vivete, se volete credermi, non aspettate domani:
cogliete subito oggi, le rose della vita.

(la traduzione di fretta è mia, se vi interessa ce n’è una di Mario Praz, ma mi sembrava fatta in un italiano desueto)

mercoledì 1 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/24: quando l’oceano diventa mare


Le spiagge piatte dell’Adriatico marchigiano con il Monte Conero in alto verso nord, le spiagge pugliesi di dune di sabbia, vongole e piccoli pesci vicino a riva e poi gli scogli della costiera giù fino al tacco d’Italia, le morbide spiagge della Calabria Ionica e quelle, un tempo più selvagge, di quella tirrenica. La bellezza mozzafiato degli scogli siciliani di Aci Trezza e Aci Castello, la sabbia dorata di Cefalù. La costiera amalfitana e quella laziale. La Toscana e l’adorata Liguria da Levante a Ponente. Compilando l’ennesima lista tra i miei luoghi preferiti ci sono sempre località marine con relative spiagge. Dal Ponente ligure sono scesa fino alla Costa Azzurra e giù per il Golfo del Leone fino a Colliure e su per i Pirenei e i Paesi Baschi francesi, Biarritz e Bayonne, Saint-Jean de Lutz. E a salire la magnifica Dune de Pylat in Gironda, che è la più alta duna d’Europa. E le partenze in traghetto per Irlanda e Gran Bretagna e con una capriola tornare nell’alto Adriatico a Trieste e poi in Croazia nell’isola di Lussino. Le isole greche, Kastell Orizo e Folegandros e Paros; e le isole minori italiane Eolie ed Egadi; Lampedusa e Pantelleria. E di un nuovo un salto verso l’atlantico bretone con le isole di Ouessant e Belle-Île… (continua)

L’arcipelago della mia memoria è costellato da isole e spiagge, estuari e delta dei fiumi, laghi e torrenti. Mi piacerebbe riuscire a scrivere dei micro-racconti per ognuno di questi luoghi.

Vorrei scrivere del perché il mare non è l’oceano, perché oceanico è un aggettivo che ci sovrasta e travolge, che evoca l’infinito e le profondità, mentre marino riporta alla mente una piacevole brezza e porti sicuri. Il Mar Mediterraneo è per me un universo raccolto e compiuto, pieno di vita e di speranza, così come di mistero e naufragi.

Per questa sera mi congedo con un frammento di lettera che Rilke scrisse alla poetessa russa Marina Cvetaeva, dove l’oceano è metaforico, perché un sentimento oceanico è qualcosa che tutti abbiamo conosciuto.

“Ho aperto l’atlante (per me la geografia non è una scienza, ma un insieme di rapporti di cui mi affretto ad approfittare) ed ecco, tu sei già segnata nella mia mappa interiore: da qualche parte fra Mosca e Toledo, ho creato uno spazio per l’impeto del tuo oceano.”

Tratta dall’epistolario a tre
Rainer Maria Rilke - Marina Cvetaeva - Boris Pasternak
Il settimo sogno. Lettere 1926
Editori Riuniti 1980
edizione italiana a cura di Serena Vitale