sabato 13 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/342: se l’alfabeto del giorno è anche alfabeto della neve

 

 


Nevica da molte parti in Italia, qui nella città silenziosa abbiamo sentito la voce del ghiaccio e non la voce dell’alba. L’alfabeto della neve ha sillabato tutto il giorno sulla Casa delle Parole e non mi è rimasto che guardare la neve fioccare.

 

Due alfabeti, non so ancora quante sillabe

 

Ha lettere infinite la neve e, così

infinite sono pure le sillabe. Posso

mettere in campo tutta la mia arte

combinatoria, ma non otterrò mai

due parole simili, due sillabe che

portino sino a te questa mia lingua

che sente il ghiaccio, questa mia

lingua che cerca il fuoco.

 

Sì, febbraio è proprio il mese che cerca di liberarsi dall’abbraccio assopito dell’inverno. I cavalli stanno correndo sulla spiaggia e, lontano, sull’isola i mandorli sono già in fiore.

Tutti si comportano come se la pandemia fosse quasi finita, come se questo nuovo governo, per pura forza di volontà, riuscirà a fare cose mai fatte prima.

Le metafore della neve sono neve non ancora caduta, le metafore della luce, sono le ombre rimaste impigliate nella rete dei sogni della notte prima di questa.

Vediamo nel nostro teatro interiore muoversi le creature vive che di qua chiamiamo personaggi, i nostri ricordi sono le loro intenzioni, le parole sono comuni, conosciamo quella lingua aspra che leviga la roccia, quel miele salato che cola dai favi e permette al sole di riflettersi sulle nostre dita.

Saranno madri e padri a reclamare giustizia, saranno amori non vissuti, parole non pronunciate e tutto si compirà tra pagine che, oggi, sono ancora chiuse tra corteccia e rami.

Questa è la Cronaca 342 di sabato 13 febbraio 2021, il secondo anno senza Carnevale. Un sabato che ha sprizzato parole e magia nella nostra stanza e che mi ha fatto scoprire come tutte noi e Simone, risplendiamo di echi e risonanze. La poesia Due alfabeti, non so ancora quante sillabe, è inedita e l’ho scritta stasera, mentre sentivo i rumori scemare e acquattarsi nei nidi, coprirsi il capo con quel che è rimasto del giorno, del suo alfabeto.

venerdì 12 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/341: il cielo si è fatto blu scuro e scendono le ombre

 



Il venerdì del villaggio precede il sabato del villaggio, anche se le gioie e le ombre di uno e dell’altro sono per noi contemporanei, le medesime.

Ho un po’ allargato il cerchio delle mie passeggiate oltre le usuali vie del quartiere e ho incontrato una mamma giovane e una bambina piccolissima con i codini, i fiocchi e una maschera a forma di farfalla. Ho incontrato molte persone anziane che camminavano dando l’idea di avere una meta. Pian piano hanno cominciato a uscire anche tutti quelli che finivano di lavorare e si apprestavano a fare la spesa. Il lampione ottuso di ieri è riparato, niente più assembramenti, niente code nei negozi. Ma il niente è un potente tessitore di senso e ci costringe a scegliere i fili con cui vogliamo tessere ogni giornata che avremo.

 

La notte che arriva silenzio dopo silenzio

 

Scelgo il cielo come ordito e

i rami come trama. Scherzo,

lo so, perché è il cielo ad avermi

scelta e io ricambio il suo

respiro con qualche parola

gentile. Arriveremo insieme

al momento in cui scendono

le ombre e se blu sarà questo

volto che tiene la città come

una cicatrice, allora saranno

lacrime i nostri passi e sogno

ogni nostra parola. Sono scese

le ombre della sera e si mischiano

con quelle del giorno che erano

invisibili. Così si fa vasta e

inquieta la nostra notte che

arriva, silenzio dopo silenzio.

 

Quanto mi piace questo momento del venerdì, quando il lavoro è compiuto e le possibilità dei giorni di festa sono ancora infinite. Anche se oggi so già cosà farò e così mi godo l’attesa di momenti che immagino ricchi di senso e di parole.

Questa è, di già, la Cronaca 341, il cui titolo è parafrasi di alcuni versi leopardiani, e oggi è venerdì 12 febbraio del secondo anno senza Carnevale, quando abbiamo imparato a conoscere come la vita sia frutto del caso e di molte ripetizioni. La notte che arriva silenzio dopo silenzio è inedita e l’ho scritta oggi per offrire un dono al mio villaggio e alla mia notte. 

giovedì 11 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/340: i lampioni coricati e i matti della letteratura russa

 

Ci sono giorni in piedi, come questo che volge al termine. E ci sono giorni seduti, la maggior parte. E ci sono giorni sdraiati dove la pigrizia e il riposo prevalgono.

I giorni in piedi hanno confini segnati da lunghe passeggiate il mattino molto presto, prima di lavorare e il tardo pomeriggio, quando la luce scema e la notte torna nel suo ovile fatto di città e lampioni.

Oggi un lampione, nella via principale del mio quartiere, ha iniziato a oscillare e inclinarsi, subito dopo che ci sono passata sotto con mio nipote Marco, sino a che si è fermato formando un angolo ottuso con il marciapiede. In diversi abbiamo chiamato il pronto intervento. Un uomo accorto, ha deviato il flusso del traffico verso l’altra via percorribile. Tante persone hanno continuato ad avvicinarsi e a guardare con il naso all’insù e a scattare fotografie e girare video di quanto stava accadendo. Dopo un po’ sono arrivati i vigili del fuoco e i vigili urbani, un cavo di sostegno è stato tagliato. Il traffico impazzito a causa del blocco ha dato l’impressione che fossimo quasi a Natale. Ma c’era il sole e l’aria era tiepida e non pensavo a niente se non all’oscillazione di quel palo che stava cercando di coricarsi. Cosa potrebbe essere accaduto? A maggio dell’anno scorso ci sono stati due blackout durati il primo cinque ore e il secondo l’intera giornata nel corso della stessa settimana, sono stati fatti scavi per cercare il guasto. Sotto quella via passa la metropolitana, sono stati fatti scavi negli anni Sessanta del secolo scorso, ma il palo è molto più recente. Nel vecchio quartiere della Maddalena, ora De Angeli, il fiume Olona scorreva libero fino agli Trenta del Novecento. Ora è sotterrato, motivo per cui Milano è una città senza fiume. Hanno scavato anche per costruire le discese facilitate dai marciapiedi, tantissimi anni fa e, cercando in Rete, ho scoperto che a dicembre del 2020 un altro palo dell’elettricità è caduto nella via parallela a quella odierna e una donna è rimasta ferita. Cosa sta accadendo nel sottosuolo? Qualcuno se ne sta interessando? Così la città non più silenziosa affronta le piccole emergenze che ci riportano in una vita quasi normale, se non fosse per le mascherine. Poi all’imbrunire sono andata a fare un giro in Feltrinelli e ho comperato 3 copie di un libro che adoro e alla cui realizzazione ho contribuito tra il 2019 e il 2020.


Il repertorio dei matti della letteratura russa
, curato da Paolo Nori e pubblicato da Salani, raccoglie piccole storie, immagini e sogni tratti da romanzi e racconti russi. Il mio contributo sta in 6 frammenti presi dai racconti di Anton Cechov, storie tristi e allegre allo stesso tempo, ecco che ne scelgo una per chiudere le divagazioni quotidiane, una Cronaca tutta Cronaca, con la poesia chiusa in casa a meditare.

 

624. Il cappotto e l’ombrello

Uno era un pope e aveva una fede tale che quando, in tempo di

siccità, usciva per le campagne a chiedere la pioggia, si portava

dietro l’ombrello da acqua e il cappotto di pelle, perché sulla via

del ritorno la pioggia non lo inzuppasse.

 

Questa è la Cronaca 340 di giovedì 11 febbraio del secondo anno senza Carnevale, anche se pare che da qualche parte lo si festeggerà. Ma le notizie sulle mutazioni del virus, sembra che esista una variante milanese, sono sconsolanti e il piano vaccinale va a rilento. E, a meno che il virus non decida di ritirarsi a vita privata, continueremo a stare lontani e a girare mascherati.

mercoledì 10 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/339: il duro tempo della semina risplende di primavera

 


Come impariamo a dare i nomi alle cose? Ascoltiamo, impariamo a parlare, poi impariamo l’alfabeto. Riconosciamo le singole lettere, le sillabe, poi le parole intere.

Il mondo di ciascuno è meno vasto del mondo intero, le parole che utilizziamo sono solo una minima parte di quelle che conosciamo e di quelle che compongono il nostro vocabolario.

Più vasto è il linguaggio più vasto sarà il mondo e più leggeremo e faremo nuove esperienze, più il vocabolario sarà ricco e la lingua guizzerà nell’incendio della nostra immaginazione.

La poesia è spesso l’innesco del nostro incendio interiore, di questo fuoco che non brucia e che riscalda la nostra anima errabonda.

 

Il duro tempo della semina

 

Per me stessa e per il nulla che

ci circonda, perché il nulla sia

capace di ascoltare la nostra voce

umana, perché il suo orecchio sia

un campo arato e le nostre parole

i semi che da quel nulla faranno

germinare ciò che ancora non è, ciò

che sempre resterà.

 

Per voi che camminate sotto un cielo

di stelle mute, per voi che combattete

il vento e date voce a queste nuvole

indecise tra la pioggia e la fuga, perché

gli elementi aprano le vostre mani e

facciano sì che nessun seme resti

attaccato e raggiunga il fecondo nulla

annunciato.

 

Per noi che conosciamo il tempo duro

della semina e in questo inverno di

poche parole, scaviamo la roccia a mani

nude e gridiamo alla luce che la luce

non basta, che i sensi si riposano meglio

dove riposa l’ombra, dove le parole

sciolgono il nodo e fioriscono.

 

Leggere prima e scrivere poi, coltivare questi due doni, coltivare questi due talenti non solo per se stessi, non solo in se stessi. Avere cura dell’altro, degli altri che vivono in noi, avere cura degli altri che sono altro da noi, che non sono noi.

Lasciare che le parole siano carezze, lasciare che le parole siano mani che asciugano le lacrime e credere nell’usignolo che canta sul melograno ogni notte e fa fiorire i suoi fiori rossi. Credere anche che l’usignolo ceda il canto all’allodola che annuncia la nuova alba. Intrecciare il nostro canto con i fiori rossi e poi con i rossi melograni. Accettare che ogni stagione è data e che non siamo noi a scegliere lo smalto azzurro del cielo primaverile e quello bianco del nostro cielo invernale.

Finisce una giornata dove il tema della cura dell’altro è stato centrale, una giornata dove ho immaginato il cielo, anziché guardarlo.

Oggi è mercoledì 10 febbraio del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 339 va per il mondo con la poesia inedita Il duro tempo della semina che ho scritto questa sera.

martedì 9 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/338: camminare e parlare, essere vicini, essere lontani

 


 

Oggi ho parlato a lungo, durante l’incontro organizzato con l’associazione Apriti Cielo, dell’amicizia tra le scrittrici Virginia Woolf e Katherine Mansfield che non mi stanco mai di leggere e rileggere.

Il loro mondo è stato catturato prima dall’unicità del loro sguardo e poi dalle loro parole. Se le scene della Mansfield mi fanno a pensare a una Polaroid, quelle della Woolf sono dei campi lunghi. Entrambe hanno doti straordinarie e le vite difficili che hanno vissuto, hanno contribuito, a rendere così nitida la loro scrittura che non invecchia mai.

Dai diari e dalle lettere di entrambe è possibile comprendere i termini dell’amicizia e della gelosia che di tanto in tanto le prendeva, ma era soprattutto la Woolf a provare invidia, Katherine fu l’unica scrittrice verso la quale provò questo sentimento. Insieme al rimpianto, dopo la sua morte, di non averla più come lettrice, come parte di quel “pubblico di due persone” che insieme costituivano.

Tanto ci sarebbe da scrivere ancora e, forse, lo farò.

Voglio chiudere questa Cronaca 338, di martedì 9 febbraio del secondo anno senza Carnevale, con una poesia che ho scritto qualche anno fa e che appartiene alla raccolta Un’estate invincibile (Atì editore 2019), di quella passeggiata è rimasta una traccia nei diari e nelle lettere, ma niente è stato scritto sul contenuto della loro conversazione.

 

Scena da una passeggiata di Katherine e Virginia

 

Tocco la corteccia dell’albero che

chiami platano, sull’angolo della

tua strada vedo la tua casa in

fondo e cerco un senso a questo

mio vagabondare.

Ogni senso è poroso e lascia

passare più sentimenti che

ragioni.

Sillabo il tuo nome con la punta

delle dita e il platano risponde

scuotendo i rami e vedo una

foglia perfetta staccarsi e in volo

arrivare sino alla tua finestra.

Ti vedo prendere la foglia, ti

vedo accarezzare la sua pelle

non liscia e poi ti vedo guardare

verso il cielo, in alto, più in alto.

Poggi la foglia sulla tua guancia,

la baci una volta e poi

ancora. E lasci che il vento

la strappi e io aspetto per

vedere se torna e abbraccio

il platano che conosce il nostro

segreto.

lunedì 8 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/337: andare in luoghi scelti dalla penna e dal silenzio, solo poi dalla ragione

 


Pensiamo di essere soli quando scriviamo, ma la scrittura ha un compagno indivisibile, un gemello siamese che è impossibile separare, un co-autore che ne è condizione primaria.

Parlo del tempo, tutta la scrittura ne viene forgiata, plasmata e formata. Il passato vince sempre, perché ogni scrittura viene dal passato, luogo dell’origine e del ritorno. Possiamo anche scrivere del futuro, immaginarci in un tempo che sarà, ma sono i fili del passato che stiamo tirando. E li tiriamo nel nostro presente, istante dopo istante e poi, come scintille, lasciamo che vadano a illuminare la pagina o il nostro cielo.

Con questi frammenti in testa cammino e cammino tra la città non più silenziosa, luogo principale delle mie storie, e la terra ai piedi delle Montagne della Nebbia, dove mi piace costruire, Cronaca dopo Cronaca, un luogo dove potermi rigenerare insieme alle parole e ai libri, intenzioni realizzate di altri scrittori che portano il loro passato nel mio presente.

 

Il gelo che assedia la corteccia è assedio della parola stessa

 

Così come i nomi nascono

dai nomi, così nascono queste

nostre storie, istante dopo

istante. Mi fermo a osservare

il mio albero bellissimo che

ombreggia la finestra nelle

giornate estive e la scherma

anche con la nudità dei rami

nella stagione fredda. Anche

se sono in casa, al riparo, sento

quel freddo che assedia la corteccia

e vorrei proteggere i germogli che

intravedo dalle indecisioni del

vento settentrionale. Ma

l’albero mi rassicura, accadrà

ciò che è necessario e il tempo

scenderà su di noi e saremo di

nuovo nello stesso mosaico,

turchese e quarzo, azzurrite,

a ognuno il posto agognato,

all’albero la sagoma nel cielo

e la promessa di non andare

in luoghi che non siano stati

amati o scelti prima dalla

penna e dal silenzio, solo

poi dalla ragione.

 

Torno nella Casa delle Parole e tutto è come deve essere, la zuppa bolle sul fuoco della stufa, nel camino bruciano ciocchi tagliati l’estate scorsa. Convoco le ombre a questa tavola spoglia, è con loro che spezzerò stasera il pane.

Oggi è lunedì 8 febbraio del secondo anno senza Carnevale, la poesia è inedita e l’ho scritta per questa Cronaca 337.

domenica 7 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/336: una ballata per la pioggia che cade e una sosta sulla pagina bianca

 


Forse associamo la pioggia alla tristezza perché è così facile ed evidente paragonare e mettere insieme le gocce della pioggia con le nostre lacrime.

Quando diciamo pioggia indichiamo un evento atmosferico preciso e delle gocce di pioggia si parla soprattutto nelle poesie e nelle canzoni. Temporale, acquazzone e tempesta sono la pioggia portata a una forza più grande soprattutto dal vento e dalla stagione.

Parlare delle gocce di pioggia ci permette di diminuirne l’intensità e di accostare ogni goccia a un istante nel tempo, come se il loro parallelo fluire potesse darci più chiare indicazioni per entrare nel loro più profondo segreto e, al contempo, entrare nel mistero dell’ordine del tempo.

In questo mondo visibile riusciamo a intravedere il destino della pioggia nel suo insieme e solo di alcune singole gocce la caduta, il tonfo e l’esplosione per ritornare a essere solo acqua, un rigagnolo o una pozzanghera, poco importa.

 

Ballata della pioggia che cade

 

È facile pensare a noi gocce come

fossimo un’unica cosa, perché,

vedete è la distanza tra goccia e

goccia a rendere la caduta piacevole

e innocua. Pensate se cadessimo

tutte insieme, abbracciate e

solidali, cosa accadrebbe da voi

sulla terra? La distanza, anche

minuscola, è l’unica salvezza. Per

questo lo spazio tra le note e lo spazio

tra le parole lasciano che l’aria

diventi respiro e si gonfi come un vento

che muove le sue vele verso la meta

che è sempre oltre l’orizzonte.

Cadiamo e cadiamo, questa è la nostra

canzone, questo il nostro destino.

E, a volte, la caduta ci porta a intenerire

quello spazio bianco tra due parole, dove

il poeta non si è fermato, ma dove noi

possiamo riposare.


Piove oggi, piove tanto e tante lacrime si mescolano con la pioggia. È facile nascondersi, facile mascherare i sentimenti e le emozioni e lasciare che la pioggia le lavi via e che il cammino possa essere un po’ meno faticoso.

Oggi è domenica 7 febbraio del secondo anno senza Carnevale e questa è la Cronaca 336 in compagnia della poesia inedita Ballata della pioggia che cade e della pioggia che, davvero, sta cadendo.